La magia di Canosa

Ci sono dei posti magici in Italia. Dei luoghi dove passato, presente e futuro tendono a smussare i loro confini, per confondersi in un tempo che va al di là delle rigide suddivisioni in minuti, ore, giorni, mesi, anni, secoli.

Ci sono dei posti in cui la nostra storia, la storia di tutti, si dispiega davanti agli occhi srotolandosi come un nastro, quasi a volerci dire:

«Vedi? È da qui che veniamo. Questo siamo stati».

Uno di questi posti è Canosa di Puglia dove, poche sere fa, avevo la presentazione del mio libro “Vie d’uscita”. Canosa, come una piccola Roma, sorge su sette colli, dominanti la valle dell’Ofanto e la pianura del Tavoliere.

In poche ore ho avuto l’onore di visitare tre luoghi simbolo del passato glorioso di questa cittadina, fondata, secondo la leggenda, dall’eroe omerico Diomede, ma che vanta i suoi primi insediamenti molto più indietro, al periodo neolitico.

Il primo luogo di cui voglio raccontarvi è l’ipogeo Scocchera. E’ una tomba a camera, del III secolo a.C., di derivazione ellenica, interamente scavata nella roccia, cui si accede attraverso un lungo corridoio (dròmos). E’ uno dei tanti ipogei disseminati nel territorio, in cui trovavano sepoltura gli antichi Principi della Daunia. Questa era la loro dimora ultraterrena.

La camera è preceduta da un ingresso con semicolonne, capitelli e frontone (naiskos). Si notano ancora tracce di pitture dai rossi vivaci, dai gialli accesi. Il corredo tombale era ricchissimo. Vi fu ritrovato un elmo gallico in ferro, bronzo e corallo, che adesso è conservato nel Museo Archeologico di Berlino e una corazza anatomica, custodita ad Amburgo. Altri reperti preziosi, come statue di oranti, vasi, coppe di vetro, orecchini e uno scettro d’oro, sono disseminati tra i Musei di Copenaghen, Atene, Parigi, Napoli, New York.

Così giungevano all’ingresso degli Inferi i nostri grandi antenati Dauni. Con i simboli del loro tesoro. Ancora ammantati di gloria. Da qui passavano senza tornare più indietro.

L’antica cultura dauna e poi quella ellenica, cedettero gradualmente il posto a quella romana.

Il secondo luogo magico che ho visitato è la domus di Colle Montescupolo, del periodo augusteo. E’ una domus ad atrio, circondato da vari ambienti, alcuni dei quali dotati ancora delle soglie originarie, con i rispettivi alloggiamenti per le porte, e delle pitture, in quelle stanze che conservano gli alzati, e di un mosaico, quasi integro, nel triclinio. Chi abitava in questa casa dominava il foro della città più potente di Puglia.

Nella zona di servizio c’erano la latrina, la cucina e un piccolo impianto termale di uso privato (balneum).

Una via cava, simile a  quelle che conosciamo dal mondo etrusco, costeggiava la domus, solo che questa è in opus incertum. Ogni basolo è diverso dall’altro.

Dov’è la magia, mi chiederete? La magia è leggere, davanti a voi, il succedersi del tempo trascorso e vedere, sotto i vostri occhi, come questo luogo sia stato abitato ininterrottamente dal Neolitico ai nostri giorni. Grazie agli scavi che si sono succeduti, si vede chiaramente che la domus è stata edificata su una precedente abitazione dauna, e l’abitazione dauna costruita al di sopra di tombe arcaiche di VI-V sec. a.C., della tipologia a grotticella, e le tombe arcaiche, a loro volta, sorgono su una capanna del Neolitico.

La storia illustre di Canosa continua anche nel Medioevo quando diventa sede di una delle più importanti diocesi di Puglia, soprattutto durante l’esistenza del vescovo San Sabino, nel VI sec. d.C. e poi ancora con l’eroe Normanno della Prima Crociata, il principe Boemondo I d’Antiochia, che dal 1111 riposa nel Mausoleo che da lui prende il nome. E’ questo il terzo luogo magico in cui si accede attraverso una magnifica porta bronzea a due imposte.

Ma ogni notte magica che si rispetti, ha un finale altrettanto strabiliante.

La mia guida d’eccezione mi ha chiesto a che ora avessi la presentazione del mio libro.

Gli ho risposto che non c’era molto tempo, che mancavano solo 20 minuti.

«Ce la facciamo» mi ha detto con aria complice.

E così siamo saliti in macchina e ci siamo diretti, appena fuori dal paese, su per una stradina scoscesa e immersa tra gli ulivi. Indovinate dove? Al Parco Archeologico di San Leucio. Solo il tempo di andare a vedere lei, la testa di una donna misteriosa scolpita nella pietra.

Col cuore colmo di emozione, nel silenzio in cui il sito archeologico era sommerso, nel buio della sera, ho ascoltato la voce della donna.

«Scelsero un colle» mi ha detto «immerso dagli ulivi, per costruire il più imponente tempio italico dell’Italia meridionale, dedicato alla dea Minerva – Atena Ilias.

Vedi? Sono rimasta solo io. Io e il canto assordante delle cicale di giorno, e dei grilli di notte.

Ma se ti avvicini di più con l’orecchio alla mia bocca, ti parlerò ancora.

Ti dirò della enorme funzione propagandistica del tempio.

Ti racconterò di come fu sancita, ideologicamente e politicamente, l’alleanza tra i “principi” indigeni e i Romani, nel 318 a.C.

Ti rivelerò l’enorme potenza del messaggio religioso, affidato alla pietra calcarea.

Ti spiegherò come Roma legittimò il potere di Canusium, l’antica Canosa di Puglia, su questo territorio immerso dagli ulivi che, un tempo, si chiamava Daunia».

Questa, signori miei, non è forse magia?

Ci sono dei posti che ti entrano nel cuore, per non uscirne più.

Canosa, per me, è uno di questi.

(Un grazie particolare a Renato Tango, guida d’eccezione. A Sabino Silvestri, Presidente della Fondazione archeologica canosina. A Claudia Vitrani, Direttrice de “La Terra del Sole”. E a Rosa Anna Asselta, Presidente Fidapa di Canosa, che ha reso possibile tutto questo).

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Il teatro nel cuore del Libertà

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L’edificio che mi sta nel cuore non si trova nel centro luccicante della città, regno dello shopping selvaggio e del passeggio. E neppure nel suo cuore storico. Non ha affatto un aspetto maestoso. Anzi, a vederlo, dall’esterno, non è neanche bello.

L’edificio che mi è rimasto nel cuore si trova nel Libertà, il quartiere dove sono nata e cresciuta. E’ uno dei baluardi che segnano il perimetro immaginario di quel quadrilatero in cui il destino ha deciso che nascessi. Una sorta di cinta muraria della mia fantasia, dove mi sentivo a casa. Una specie di pomerio, niente a che vedere con quello celeberrimo del Palatino, ma ugualmente sacro e invalicabile ai miei occhi di ragazzina. I limiti di quel mio quadrilatero erano definiti dai binari sopraelevati della ferrovia appulo-lucana da una parte, dalla Manifattura dei Tabacchi dall’altra, dall’ex Ospedaletto dei bambini, che in quei turbolenti anni ’70 era un orrido fantasma color rosa fucsia popolato dai topi e dai piccioni e, infine, dal posto più bello del mondo: il teatro del Redentore, di proprietà dei salesiani. Vi si accedeva affiancando tutto l’oratorio maschile e poi imboccando una via senza uscita, a sinistra, proprio alle spalle della chiesa. A vederlo dall’esterno, somigliava più a un vecchio capannone industriale in disuso. Una costruzione squallida. In una via squallida. Ma dentro, signori! Oh! dentro si celava il regno incantato delle favole. Il luna park della fantasia. Il non-luogo per eccellenza, dove tutte le possibilità correvano il meraviglioso rischio di diventare reali. Riuscite a immaginare un gruppo di ragazzi del Libertà, in quegli anni ’70, a cui viene dato il permesso di utilizzare un teatro, per poterci rappresentare uno spettacolo tutto loro? Riuscite a capire che razza di sogno fantasmagorico era, per noi che abitavamo in un quartiere senza giardini, senza parchi, senza piazze? Era “IL” SOGNO. Il nostro sogno. Ed è di quel sogno che vi voglio raccontare, soprattutto adesso, soprattutto oggi, perché quel teatro sta morendo e per noi, che lo abbiamo amato, è come vedere agonizzare un vecchio amico.

***

Alle note di “Selling England by the pound”, sparata a tutto volume dallo stereo di Nico, il teatro fu ripulito da cima a fondo: la platea con i sedili il legno, le scale che portavano al piano rialzato, ogni singola panca della galleria, gli assi del palcoscenico, gli ambienti dietro il palco che fungevano da camerini, i vecchi gabinetti incrostati, l’ingresso. Eravamo al teatro ogni giorno. Eravamo là sempre. Ogni volta che potevamo. C’era bisogno di scrivere i testi, rileggerli, correggerli, rivedere le battute. Dovevamo pensare alla scenografia. E poi ai costumi. Al trucco. Dovevamo comporre le musiche. E scrivere le parole. E fare le prove di canto. Per mesi e mesi lo spettacolo fu la nostra occupazione principale, l’impegno meraviglioso e febbrile, il pensiero costante, il chiodo fisso. E il numero dei ragazzi del Libertà, che si lasciavano coinvolgere, cresceva di continuo, come un fiume in piena. Avrei voluto trascinare con me anche Angelo, per il quale avevo sempre avuto un debole, da quando era bambina. Da quando mi ricordo. Angelo, il cui cognome incuteva timore solo a pronunciarlo, perché suo nonno era uno dei boss della mala barese e il cui nome, invece, risuonava totalmente inappropriato per uno che di angelico non aveva nulla. Avvertivo il suo sguardo poggiarsi fastidioso sul mio fondoschiena, ogni volta che lo incontravo per la via e lo superavo. Una volta, per strada, vicino casa mia, fece scivolare tra le mie mani un bigliettino stropicciato. Lo lessi non appena mi ritrovai al sicuro della mia stanza. Leggevo e arrossivo, e pensavo con orrore se fosse capitato sotto gli occhi di mio padre.

“Stiamo preparando uno spettacolo al teatro del Redentore. Vuoi venire?” gli chiesi un giorno, facendomi coraggio.

“Io uno spettacolo da farti vedere ce l’avrei pure mo’!” rispose Angelo, con uno sguardo così allusivo che mi sentii tremare le gambe.

“Non è che diventi una suora con tutti quei preti?” continuò, scrutandomi con i suoi occhi neri di demonio, il sorriso sulla bella bocca carnosa.

“E tu farai la fine di tuo fratello che sta in galera” gli risposi, con le guance in fiamme.

E invece Angelo fece una fine persino peggiore di suo fratello. Gli spararono molti anni dopo, là, su quella stessa strada dove mi aveva passato il bigliettino stropicciato.

Due colpi di pistola. Dietro la schiena.

***

Il giorno dello spettacolo il teatro era gremito di gente. Sul palco non hai difese. E’ come ritrovarsi nudi. Ti rendi conto che quel che è fatto è fatto e che il verdetto finale non avrà sconti. Qualsiasi esso sia. Soprattutto con un pubblico come quello che avevamo noi di fronte. Nonostante la debole illuminazione, dal palco riuscivo a distinguere i volti di quelli seduti in platea. C’era tutto il quartiere. Riconobbi il padre di Antonio, elettricista, che ci aveva sistemato l’impianto elettrico. Arrivava al teatro ogni sera, stanco morto dopo una giornata di lavoro e maneggiava i cavi, tenendosi in bilico su una scala sopra il palco. E noi cantammo per lui.

Individuai il padre di Gianni, tappezziere, che aveva smontato il vecchio sipario, completamente rovinato e rosicchiato dalle tarme, sostituendolo con uno nuovo, rosso fiammante. Fu anche per lui che cantammo.

Intravidi la madre di Nico, insegnante, che ci aveva dato una mano durante le prove di recitazione e le altre donne del Libertà, mamme, zie, nonne, che avevano cucito i costumi. E cantammo anche per loro. Vidi Angelo, insieme a quei brutti ceffi dei suoi amici. Il volto bellissimo e serio. Cantammo anche per lui. Io più degli altri. E per tutti i “topini” assiepati sotto il palco, incredibilmente silenziosi e assorti ad ascoltarci. E per Vito, che vendeva le bombole a gas in via Garruba, seduto accanto alla moglie e alla sua schiera di figli. E per Ciccillo il fornaio, da cui nonna portava a cuocere le enormi teglie di pasta al forno e i dolci di Natale. E per Pasquale cantammo, che vendeva le sigarette di contrabbando all’angolo tra via Crisanzio e via Trevisani. E anche per i pescatori del mercato all’aperto di via Nicolai. E per Lorenzino, detto Varichina, seduto in prima fila, che si tirava continuamente su gli occhiali, con le lenti spesse come fondi di bottiglia.

Fu un successo lo spettacolo. In tutti i sensi. Perché il teatro era pieno come un uovo, quella prima sera e ogni serata di replica. Perché la gente si divertì e si spellò le mani a forza di applaudire. Perché per tanto tempo nel quartiere non si parlò d’altro. Ma fu un successo soprattutto per noi, per quei ragazzi che eravamo, che nel Libertà siamo nati e cresciuti e che durante quei mesi di preparazione esaltante osammo, per la prima volta, guardare lontano. Che riuscimmo a sopravvivere anche grazie a quel piccolo teatro di parrocchia, che dall’esterno ricordava un capannone industriale. Che sognammo e vedemmo realizzarsi il sogno, in un tempo e in un luogo dove sognare, e ancor di più realizzare i sogni, sembrava quasi impossibile.

In quei lunghi mesi, frenetici e indimenticabili, il Libertà si era trasformato nel posto più bello del mondo. In quel dannato quadrilatero l’umanità sembrava scorrere a fiumi per le vie, insieme all’acqua spruzzata dalle pompe dei camion che passavano ogni pomeriggio a ripulire, sotto i marciapiedi, le immondizie lasciate dai venditori ambulanti del mercato della mattina.

Nessuno di noi, che oggi siamo madri e padri, siamo idraulici, operai, impiegati, meccanici, siamo professori stimati, musicisti di qualità, gente di spettacolo e persino registi famosi, nessuno di noi, dico, in quei giorni, maledisse mai il destino per il fatto di essere nato e cresciuto tra quelle strade, in quel pezzo di mondo dimenticato dallo Stato e da Dio.

Il calzone di cipolla e il tajine di pollo

Oggi è il mio ultimo giorno a Bari. Domani torno a Roma. Come di consueto, sono andata al mercato della Manifattura dei Tabacchi, nel Libertà, a fare scorta di taralli con i semi di finocchio, di orecchiette, di vasetti di ricotta forte, così da poterci condire pasta e cavoli e riempire la mia cucina dell’odore di questa Terra, che le mie figlie ormai hanno ribattezzato come “odore di Puglia”. La signora della bancarella mi sta spiegando come un solo cucchiaino di ricotta forte riesca a insaporire un intero calzone di cipolla, rendendolo la prova tangibile dell’esistenza divina. Non sa, la signora della bancarella, che io conosco esattamente quel sapore. Che le mie papille gustative iniziano a salivare come impazzite, anche soltanto al ricordo di quell’odore. Non sa che quando nonna lo infornava, il suo mitico calzone di cipolla, io ne annusavo l’odore intenso già quando salivo per le scale di casa sua. Non sa che io, in questo quartiere, ci sono nata e cresciuta. Sicuramente è disorientata dal mio accento, un po’ romano, un po’ ibrido, che mi si è appiccicato addosso. Non lo sa. E io non glielo dico. Perché mi piace starla a sentire. E mentre sono lì, ad ascoltarla, con il sorriso nel cuore, si avvicina una donna con la pelle scura, giovane, il capo completamente coperto da un foulard che le lascia libero solo il bel viso ovale. Porta un passeggino con un bimbo, di circa due anni. La giovane donna sta scegliendo delle cipolle dorate e ad un certo punto si ferma e ascolta la signora della bancarella, che sta raccontando del momento esatto in cui le donne antiche, dopo aver sistemato la pasta nella teglia, ripiena di cipolle e olive, praticavano un buco nella sfoglia superiore e ci soffiavano dentro, così che il calzone si gonfiasse, e ricoprivano poi il buco con un pezzetto di pasta, come tappo. Rivedo nonna che compie quel gesto magico, mentre io la guardo estasiata.

E il mio cuore continua a sorridere.

La giovane donna si ferma ad ascoltare stupita. Anche lei. “Mia mamma faceva tajine di pollo, con cipolle caramellate, olive e mele…” interviene all’improvviso.

“Ta…line?” chiede la signora della bancarella. “E ci jè u talin?”.

La giovane donna ride. Rido anch’io. “Tajine” spiega “è pentola di terracotta dove nostre donne cucinano carne a fuoco lento. Ha coperchio a forma di cono e calore rimane costante, dentro. E così carne diventa tenera tenera e cipolle prendono tutto sapore di carne”.

“Mè? E com jè la ricett? Dì u’fatt!” chiede la signora della bancarella, mentre attorno a noi, nel frattempo, si è formato un gruppetto di donne che ascoltano.

La giovane mamma spiega come si fa il tajine di pollo. Sono tutte attente. Il mio cuore continua a sorridere.

Le guardo, queste donne. A una a una. E non posso non pensare a quanto sia cambiato, il Libertà. Il quartiere dove sono nata e cresciuta non è più quello di trentacinque, quarant’anni fa. Ovviamente. Non può più esserlo. E’ inutile e ingiusto ripensare a quello che il Libertà ERA. Bisogna porre l’attenzione su quello che il Libertà E’. Adesso. Ora. Perché il Libertà, come tutti i quartieri, come tutte le città, è un posto in evoluzione. E’ un animale vivo e vegeto, che respira, che cambia, che si trasforma. Niente e nessuno può fermare questo processo. Sarebbe completamente inutile. E anche ingiusto. Osservo queste donne che si scambiano le ricette e penso: diamine! E’ così che si fa. E’ così che deve essere. I cambiamenti possono provocare periodi di crisi. Chi lo mette in dubbio? Ma la crisi ha anche un valore epifanico. La crisi rivela un problema. Richiede un “aggiustamento”. E il grado di civiltà di un popolo, di ogni popolo, sta proprio nel rispondere, a ogni periodo di crisi, con un nuovo aggiustamento. Un ri-adattamento. Ogni chiusura è deleteria. Non porta a niente. Lo scambio, il dialogo, la condivisione sono l’unica risposta possibile.

“Alì, buono!” dice la giovane donna dalla pelle scura al bimbo, che ha iniziato a frignare.

La signora della bancarella gli offre un tarallo e il bimbo s’azzittisce subito.

Un giorno Alì andrà a scuola col figlio di Colino “lo schignato”. Imparerà la nostra storia, il nostro meraviglioso dialetto, mangerà forse il calzone di cipolla che sua mamma nel frattempo avrà imparato a cucinare. Chi lo sa! Forse il figlio di Colino “lo schignato”, a sua volta, andrà pazzo per il cous cous della mamma di Alì e ogni volta che entrerà a casa sua, si toglierà le scarpe, lasciandole nell’ingresso, in segno di rispetto. Forse un giorno tutti e due mangeranno sgagliozze alla festa di San Nicola. “Sì, però u’ tajine di pollo di mamma, jè chiù megghje” dirà Alì, scherzando.

Mi allontano, lasciando le donne che parlano ancora. Devo andare preparare la valigia.

Il mio cuore? Ancora sorride.

©RitaLopez

I muri del Flacco

«Voglio fare il classico» dissi senza esitazione.

Eravamo a tavola e a mio padre andò il boccone di traverso.

«Il classico?» ripeté, dopo aver mandato giù un sorso d’acqua.

«Ma il classico è difficile! E poi dopo che fai? Devi andare per forza all’università!».

Passò a fissare mia madre, cercando un suo sostegno, senza risultato.

«Hai capito?» le chiese.

«U Flacc’! addò è sciut fratet!» continuò con aria leggermente allarmata, sperando che lei ricordasse gli anni turbolenti di mio zio, tra il ’68 e i primi ’70.

Anche questa volta il supporto di mia madre non arrivò.

«Io-voglio-fare-il-classico» dissi di nuovo, con un tono che non ammetteva repliche.

Finimmo di mangiare in totale silenzio. Per un attimo mi parve di scorgere un leggero sorriso sulle labbra di mamma.

***

Percorremmo tutta via Manzoni, a piedi, io e mio padre. Il Flacco era là, a due passi dal mare, maestoso e austero come una fortezza inespugnabile.

«Ecco» disse «la scuola è questa».

Guardai gli enormi torrioni angolari, l’imponente scalinata, le alte finestre con le grate, gli oblò circolari che correvano sul cornicione superiore e mi sentii infinitamente piccola e sprovveduta.

Ecco. Chi mise piede al Flacco, quel giorno di ottobre 1979, era una ragazzina piccola e sprovveduta.

Non volevo che mio padre si accorgesse della mia trepidazione. Entrai a grandi falcate nell’edificio, senza voltarmi. In realtà mi tremavano le gambe.

Anche l’interno era gigantesco. I soffitti altissimi. I corridoi chilometrici. Le finestre ampie da cui si vedeva il mare. E la bellissima scalinata stracolma di studenti quando suonava la campanella alla fine delle lezioni. Ragazzini, come me, del ginnasio. Ragazzi grandi, del terzo liceo.

«Tra cinque anni» pensavo «sarò come loro». Cinque anni, a quell’età, sembrano un’infinità di tempo.

***

Gli avevo insegnato a scrivere il suo nome e cognome con i caratteri dell’alfabeto greco: “Δωνατω Λωπεζ”. Scriveva la sua firma dovunque. Sui tovaglioli di carta. Sulla rubrica telefonica. Sul vetro appannato dai vapori della cucina. Sul pacchetto di sigarette di mio nonno. Ogni giorno mi chiedeva, quasi con una punta di soggezione, cosa avessi imparato di nuovo, quali nuove cose difficili ci avessero insegnato. Era curioso, ma anche orgoglioso di me. Entrava spesso nella stanza dove studiavo di solito, quella con il tavolo grande. Si avvicinava di soppiatto, sfogliava piano qualche pagina del Rocci, per poi allontanarsi in punta di piedi, timido ed impacciato.

“Elvis lo scocchiato”, il ragazzo del piano di sotto, ascoltava lo stereo a tutto volume ed era difficile concentrarsi sulla democrazia ateniese mentre cantava a squarciagola col suo marcatissimo accento barese: “Bibappalula sciis mai beiiiiibeee”.

Mio padre si affacciava alla finestra: «Uagliò!!» gli urlava, «E abbascia sta radio. C’è fighjama ca sta studje…» e voltandosi velocemente verso di me, mi chiedeva: «Che studi?».

«Storia» rispondevo di malavoglia.

«…ca sta studje storia. E ci ccazz! ».

Studiavo come una pazza. Con disperazione, con la rabbia in corpo. Come se fossi spinta dalla fede cieca che un giorno Clistene mi avrebbe riscattato dalla mia condizione.

Come se l’aoristo e l’ablativo assoluto mi avrebbero permesso di scollarmi finalmente di dosso le strade viscide del mio quartiere, con tutti i personaggi che lo popolavano.

Studiavo con la voracità di un lupo affamato, con la bava alla bocca.

Come se la consecutio temporum mi avrebbe concesso la facoltà di cancellare per sempre l’odore di cime di rapa che impregnava l’aria della cucina.

Come se grazie a Saffo, o a Orazio, sarei un giorno potuta sfuggire alle cozze sgusciate, ai bibappalula di “Elvis lo scocchiato”, al mio accento da meridionale ogni volta che aprivo bocca, alle preghiere col rosario sussurrate da nonna, alla tosse soffocante di mio padre, di notte, che toglieva il sonno a lui e a noi. Studiavo come chi vuole farsi del male, vuole ferirsi. Pur di non fare la fine di Rosa, la mia amica di infanzia, già fidanzata in casa con Mario, che ogni domenica pranzava dai futuri suoceri, portando un vassoio di paste di mandorla. Pur di cancellare gli androni bui e maleodoranti del posto dove abitavo e le urla dei venditori ambulanti di pesce fresco. Per dimostrare a mio padre che ce l’avrei fatta.

Aiutami Saffo.

Aiutami Orazio.

***

Morì alla fine del primo liceo. E il mondo crollò. Niente e nessuno sa di quel mio dolore più di quei muri antichi, più di quei banchi sulla cui superficie scrostata erano stati incisi i versi di Catullo, più di quelle finestre lungo il corridoio da cui m’incantavo a guardare il mare. Chiedevo di uscire dall’aula per andare in bagno e poi mi dimenticavo di rientrare, fino a che il professore si decideva a mandare un compagno di classe per vedere che fine avessi fatto. Andavo a scuola solo per inerzia. Salivo per quella scalinata come un automa.

Ecco. Chi oltrepassava la soglia del Flacco in quei giorni, era una ragazza con uno straccio al posto del cuore.

Saffo e Orazio non mi avrebbero aiutato, pensai.

***

So esattamente quando successe. Ero davanti all’enorme finestra del secondo piano. Il mare era grigio come il cielo. Li ho visti passare proprio là sotto, su corso Vittorio Veneto. Un uomo e una bambina. Si tenevano per mano. Si sono fermati e la bambina ha fatto un cenno con la mano, come per indicare la scritta sopra l’ingresso monumentale. Il padre le ha detto qualcosa, forse le ha letto il nome del liceo. Mi venne in mente quel giorno di ottobre, lontano di secoli, quando lui mi disse quasi sfidandomi: «Ecco, la scuola è questa».

E un’altra cosa mi venne in mente. La professoressa Elvira Tatulli, meravigliosa docente di storia dell’arte, che ci aveva raccontato di quando i soldati persiani giunsero ad Atene e distrussero l’Acropoli, il cuore sacro della città. Gli Ateniesi, in un primo momento, furono sopraffatti dal dolore e vietarono la ricostruzione degli edifici sacri abbattuti, perché nessuno dimenticasse mai. Ma poi, inevitabilmente, fu la passione a prendere il sopravvento, dando vita ad uno dei periodi artistici più sfolgoranti della storia dell’umanità. Tuttavia le statue sacre, profanate dalla mano del nemico, non lasciarono il cuore venerato dell’Acropoli. Rimasero lì. Durante la ristrutturazione furono poste sotto un cumulo di terra. Sul dolore, rivestito di humus e ancora caldo di lacrime e di preghiere, sorse la nuova Acropoli, più rigogliosa e più fulgida che mai.

«Beato chi fa dell’angoscia e della sofferenza un ponte stabile per raggiungere campi sereni e tersi di azzurro» aveva concluso la professoressa Tatulli.

Quella volta non ci fu bisogno che il professore mandasse il mio compagno di classe a richiamarmi in aula. Ci tornai da sola.

Imparai finalmente a studiare con la malinconica beatitudine di un cuore che voleva guarire. Studiavo con la fame ingorda di chi è stato digiuno per mesi. Con lo stupore commosso di fronte alla bellezza e alla consolazione che gli studi umanistici possono regalarti. Studiavo per il piacere di studiare.

E, sì, alla fine Saffo e Orazio mi hanno aiutato.

©RitaLopez

 

 

Per le strade del Libertà

Ci cammino, per queste strade del Libertà, il quartiere dove sono nata e cresciuta, come un segugio. Ci cammino ogni volta che posso. Ogni volta che torno. Ci cammino come una disperata che cerca di evocare le voci, gli odori, i volti, per farne una scorta di emozioni da portarmi via. E puntualmente, come d’incanto, quelle voci, e quegli odori, e quei volti ritornano, richiamati da una sorta di rito sacrificale, di una danza propiziatoria della pioggia. E ogni volta me lo domando: cos’è che mi tiene attaccata a questo posto? Cos’è che faceva, che fa ancora del Libertà una meravigliosa macchia indelebile stampata nel mio cuore, come il marchio a fuoco impresso sulle cosce del bestiame di una fattoria? E l’unica risposta che ho, è questa: è la sua gente. La mia gente. C’era la mia famiglia, certo. Le storie di mio nonno raccontate davanti alla stufa elettrica, nelle sere d’inverno. Il calore degli abbracci di carne e amore di nonna, certo. Ma oltre alla famiglia c’era la maestra. Il senso del rispetto che ci veniva insegnato. La solidarietà con le compagne di classe. Certo. La maestra, la scuola. Ma oltre alla scuola c’era l’oratorio del Redentore, con il suo teatro, che era il nostro punto di riferimento, la nostra ancora di salvezza. Là cantavamo, suonavamo la chitarra, ci passavamo le cassette, i libri. Là litigavamo. Facevamo pace. Ci innamoravamo. Il Redentore, certo. Ma oltre al Redentore c’era il cinema Jolly. E oltre al cinema Jolly, c’era Lorenzino detto Varichina. E poi ancora la signora del panificio dove correvi a prendere la focaccia e ti dileguavi, dicendo che più tardi passava papà a pagare. E Pasquale, che vendeva le sigarette di contrabbando tra l’angolo di via Crisanzio e via Trevisani e che una volta mi difese da un “vastaso” della mia età che voleva per forza baciarmi.

Ecco cos’era. Ecco cos’è, che rende forte un quartiere. Che lo rende inattaccabile. La sua identità. Il senso di appartenenza della sua gente. La solidarietà delle persone che ci abitano. Tutte. Quelle che c’erano e quelle che sono arrivate. Quelle più fortunate e quelle che devono lottare con le unghie e con i denti. L’umanità scorre a fiumi per le strade del Libertà. Non ci credete? Praticatela. Cercatela. Annusatela. Riconoscetela.

Niente è più bello che venire qui e “sentirsi a casa”. Potreste partire e non tornare più. Potreste cambiare città per lavoro o per qualsiasi altro motivo. Ma sentire di “essere tornati a casa” ogni volta che si cammina per queste strade, come un segugio, tra la Manifattura dei Tabacchi e il Redentore, tra i binari della ferrovia e l’ex Ospedaletto dei Bambini, tra il fatiscente cinema Giardino con i suoi altissimi eucalipti e il Tribunale, è amore allo stato puro. Credetemi.

Amatelo il Libertà. E il Libertà amerà voi.

©RitaLopez

Quella striscia grigia e salmastra di confine

Conobbi Nico in un giorno di fine scuola. Ci avevano fatto uscire un paio di ore prima, forse perché mancava il professore di greco. Non ricordo bene. Ero una ginnasiale libera, almeno per un paio d’ore. Faceva caldo, si stava bene. Invece di tornare subito a casa, percorrendo come ogni giorno tutta via Manzoni, avrei fatto un giro per conto mio. Avrei imboccato Corso Vittorio Veneto, oltrepassato il Castello Svevo e mi sarei intrufolata nella città vecchia. La città proibita. Il posto in cui mai e poi mai sarei dovuta andare da sola. Il posto dove sempre andavo, invece, quando mi trovavo a passeggiare da sola. Sbucai davanti alla Chiesa di Santa Scolastica e scesi per le scale che dall’alto della cinta muraria portano sulla strada sottostante. Un passo dietro l’altro, lungo il marciapiede scandito dai lampioni monumentali in ghisa, adagiati sugli alti basamenti di pietra bianca, altezzosi e austeri, simili a fedeli guardiani della costa. La muraglia possente da una parte. Il mare dall’altra. Un uomo a torso nudo, con lo stomaco prominente, la pelle bruciata dal sole, sbatteva un grosso polpo sugli scogli, fino a farlo schiumare. Poco più avanti un ragazzo dai capelli nocciola, con degli slip neri, si tuffava da uno dei grandi blocchi di cemento frangiflutti. I suoi vestiti erano posati su un angolo del blocco. Rallentai. Mi fermai. Il ragazzo si tuffava nell’acqua scura che odorava di sale e alghe. Scompariva, per poi riemergere in superficie, più lontano. Gli occhi chiusi. La bocca aperta per riprendere fiato. Ritornava veloce indietro, a grandi bracciate. Risaliva sul blocco di cemento facendo leva sulle braccia muscolose. Si rimetteva in piedi. L’acqua gli scivolava lungo il corpo snello. La sua pelle abbronzata brillava di centinaia di minuscole goccioline splendenti sotto il sole di giugno. La muraglia possente da una parte. Il ragazzo e il mare dall’altra. Ebbi la netta sensazione che si fosse accorto di me e che sorridesse.

 

Nico rubava le sigarette a suo fratello maggiore. Andavamo a fumarcele insieme, seduti su una delle panchine che scandiscono quella sottile striscia di confine che delimita la nostra città e il mare sconfinato. Distanti da noi, due vecchi pescatori aprivano le cozze con gesti esperti, servendosi di un grosso coltello. Di tanto in tanto li sentivamo litigare e imprecare, e ci veniva da ridere. La sirena di una nave ormeggiata nel porto nuovo, squarciava all’improvviso il silenzio di quel pezzo di lungomare diventato nostro. Era come il ruggito straziante di un vecchio leone ferito. E noi, io e Nico, sulla panchina posta sull’orlo del mondo intero, del nostro mondo, ci fumavamo tutto il pacchetto in due. Una sigaretta dietro l’altra, fino a sentirci storditi, ubriachi di fumo, leggeri come le nuvole veloci lassù in alto. Nico con le gambe incrociate sulla panchina ed io con la testa sulle sue gambe, a guardare il cielo senza fine.

Se ci ripenso, a noi, alle nostre vite, è proprio così che eravamo: costantemente sull’orlo di un precipizio, pronti in ogni momento a cadere nel baratro o a spiccare il volo, nel bel mezzo di una voragine senza fine. L’estate sarebbe finita presto. Io sarei tornata a scuola. Nico ancora non sapeva quello che avrebbe fatto. Non ci rimaneva che acchiappare le nostre vite a morsi. Divorarle.

Sognavamo, con il mare davanti agli occhi e la nostra terra alle spalle. Sognavamo su quella striscia grigia e salmastra di confine, che cingeva la città come in un enorme abbraccio. Bari, lì, in quel punto esatto, da una parte ci mostrava il mare e il cielo che si fondevano all’orizzonte, esortandoci a partire. Dall’altra, sempre lì, in quel punto esatto, sul limite tra il noto e l’ignoto, Bari ci teneva stretta tra le sue cosce, come un’amante gelosa e possessiva. Sognavamo di scappare anche se, inconsapevolmente, eravamo tutti e due troppo pieni di quella terra, e di quel mare intorno, e dell’urlo di quelle navi che in lontananza ruggivano come leoni straziati.

Su quel nastro di asfalto grigio puntellato dai lampioni di ghisa simili a fedeli guardiani, io e Nico eravamo gli eroi di un film senza pretese. Con l’anima in fiamme. Il cuore tremante.

Forse è su quella panchina che abbiamo imparato a guardare lontano.

E alla fine ci siamo scrollati davvero quella terra e quel mare di dosso, proiettati ognuno in un mondo diverso. Io a studiare nella capitale. Nico, che non ho mai più incontrato, a lavorare in una fabbrica del nord. Sono sicura che anche a lui, dovunque si trovi, di tanto in tanto risuona nella testa l’urlo prolungato della sirena della nave.

Ci sono passata stamattina, proprio là, su quella striscia grigia che separa la nostra città e il mare immenso. Ho rivisto la nostra panchina. Mi sono seduta un attimo. Domani torno a Roma, ma è bello pensare che questo nostro mare, che in questo punto lambisce e accarezza Bari, questo mare mio, e di Nico, e di tutti quelli che lo hanno amato, custodisca i nostri sogni. Le nostre lacrime. Le nostre preghiere. Le nostre bestemmie. Le nostre speranze. La nostra vita.

I lampioni di ghisa sono lì, come guardiani fedeli.

© RitaLopez

Io e quell’altra

Sono la bambina disobbediente. Trecce scomposte e scarpe slacciate. Mamma mi dice di non andare al porto vecchio, dove giocano i ragazzacci maleducati. Le dico “va bene” ma poi, voltato l’angolo, è là che mi dirigo. Sul vecchio molo. A guardare Giovanni e Luca e Antonio e Nicola che si tuffano nelle acque scure, che odorano di sale e nafta. Scompaiono tra le barche e poi riemergono con gli occhi chiusi, le bocche aperte. La pelle abbronzata che brilla al sole, ricoperta da centinaia di goccioline splendenti.

Mamma non lo sa ma, “quell’altra”, io l’ho nascosta dentro l’armadio. Le ho detto di stare zitta fino al mio ritorno.

Sono la ragazza indisciplinata. Capelli che arrivano alla vita e basco sulla testa. I parenti mi dicono: “Ora devi aiutare tua madre. Ora che è rimasta sola. Ora devi trovarti un lavoro. Ora è tempo che ti rimbocchi le maniche, ora”. Dico loro “va bene”, ma poi, finita la scuola, io parto e vado all’università. A studiare con la rabbia che ho in corpo. A studiare con la smania che ho addosso.

I parenti non lo sanno ma, “quell’altra”, io l’ho imbavagliata sotto il letto. Le ho detto di non fiatare, che tanto non sarei tornata.

Sono la donna inadempiente. Coda di cavallo e orecchini da gitana. Rosa, che mi abita di fronte, mi saluta con cordialità. Mi dice “bella giornata oggi eh! Il tempo giusto per mettere su la lavatrice e stendere i panni”. Annuisco con la testa. Guardo il sole e penso che tra poco mi infilerò di nuovo gli scarponi e andrò a scavare sul Palatino.

Rosa non lo sa ma, “quell’altra”, io l’ho avvisata: o così o niente, bella!

Sono la vecchia insubordinata. Una montagna di capelli bianchi e sigaro tra le labbra avvizzite.

Le mie vicine siedono all’ombra del muro, giù in cortile. Sanno fare meravigliose tovaglie di filo bianco con l’uncinetto. Le guardo dalla finestra, sorseggiando un bicchiere di primitivo. Si accorgono di me e mi dicono: “Scendi!”. Faccio di sì con la testa, ma prima metto sul mio vecchio stereo di seconda mano, dai tempi di quando ero ragazzina, un disco ormai graffiato e consunto, a tutto volume.

Le mie vicine scuotono la testa. Loro non lo sanno ma io, “quell’altra”, l’ho legata alla sedia a dondolo con il filo spesso di una vecchia matassa.

“Ti piace Jimi Hendrix?” le chiedo.

Senza dubitare neanche un secondo, con rassegnazione, mi fa cenno di sì con testa.

© RitaLopez

La bambina dai capelli turchini

Si era laureata in Psicologia con il massimo dei voti.
Un dottorato sulla devianza giovanile e poi il concorso al Penitenziario.
Superato brillantemente, anche quello.
Mi sfugge il suo nome, ma noi, i ragazzi del Penitenziario, la chiamavamo “La Bambina dai Capelli Turchini”, per via del colore corvino dei suoi lunghi capelli, con i riflessi azzurri.
Avete presente quando il cielo è completamente oscurato, appena prima che sprofondi nella notte più buia, ma in fondo in fondo si percepisce ancora, nettamente, una nota di azzurro nell’aria?
Ecco, i suoi capelli erano di quel colore là.
Li portava perennemente legati, tenuti stretti, in basso, dietro la nuca.
Era brava, seria, puntuale.
Era una che aveva passato la sua adolescenza china sui libri, a studiare. E si vedeva.
A noi, giovani e impetuosi “devianti” sociali piaceva un sacco, perché aveva negli occhi quell’aria ingenua da ragazzina per bene, quasi sprovveduta a volte, quel candore verginale, quella purezza tipica delle persone squisitamente ingenue.
Dalla finestra della mia cella la vedevo arrivare ogni mattina alle otto, accompagnata in auto dal suo fidanzato.
Ed ogni pomeriggio, alle cinque, la osservavo andare via, sempre insieme a lui.
A vederli così, rigidi e impettiti, era inevitabile che, tra di noi,  facessimo delle battute oscene sulle capacità sessuali del tipo.
Ma devo dire la verità: quello stava sinceramente, spassionatamente, profondamente sulle palle a tutti.

Pino arrivò al Penitenziario verso la fine dell’inverno. Avrà avuto poco più di 20 anni.
Era uno spilungone dinoccolato, magrissimo.
Indossava una giacca tre taglie più grandi della sua misura. Si muoveva in maniera buffa, ricordava quasi un burattino di legno.
Portava sempre l’armonica in tasca e quando la poggiava sulle labbra sembrava che la suonasse col suo lungo naso appuntito.
Lo avevano beccato per un furto d’auto se non ricordo male. O roba del genere.
Due guardie lo accompagnarono nella mia cella e diventammo subito amici.
Mi raccontava della sua vita, di suo padre malato e povero in canna, tanto che dovette vendersi la giacca per comprargli i libri di scuola.
Mi raccontava del suo quartiere malfamato, dove la migliore aspettativa, per un ragazzo, era quella di diventare contrabbandiere di sigarette.
Mi raccontava delle amicizie poco raccomandabili, delle sbronze quotidiane e delle risse notturne, delle storie piccanti con le ragazze, delle fughe continue da casa e dei continui ritorni.

Il giorno dopo il suo arrivo al Penitenziario, Pino ebbe il suo primo colloquio con la “Bambina dai Capelli Turchini”.
“Allora? Che te ne pare?” gli chiesi ammiccando, appena rientrò nella cella.
“Chi quella?” rispose con aria beffarda “quella dovrebbe stare un paio d’ore da sola con me!”.
Passò il pomeriggio sdraiato sul letto a suonare l’armonica.
Poco prima delle cinque, si affacciò alla finestra, giusto in tempo per vedere la “Bambina” salire nell’auto del tipo e sfrecciare via lungo la strada.

Ho sempre pensato che la vita sia un’opportunità pazzesca per ognuno di noi.
Ed ora che sono vecchio, lo credo ancora di più.
Credo nel guerriero sfrontato e muscoloso che ci abita dentro.
Credo nella capacità che abbiamo di rendere eroica la nostra esistenza, a prescindere da dove ci capita di trascorrere i nostri anni: in fabbrica, o a scuola, o a fare la casalinga, o a combattere su un vero campo di battaglia. O in un Penitenziario.
Ora io non so cosa si siano detti Pino e la “Bambina dai Capelli Turchini”, di cosa parlassero durante i loro colloqui, di cosa sognassero precisamente.
Non so come si sia acceso l’amore tra di loro, come abbiano fatto ad alimentarlo, fino a farlo diventare una enorme vampa avvolgente.
So che ci hanno creduto. Questo so.

Pino uscì dal Penitenziario alla fine della Primavera e il suo posto fu occupato da uno spacciatore.
Era un pomeriggio dei primi di Luglio quando sentii il suono della sua armonica provenire giù dalla strada.
Guardai attraverso le sbarre della finestra e lo vidi. Era poggiato con le spalle al lampione, al bordo del marciapiede.
Subito dopo la “Bambina” lo raggiunse.
Era bellissima. Aveva i capelli blu notte con i riflessi turchini sciolti sulle spalle.
Le arrivavano alla vita.
Prima di andare via con lei, Pino alzò lo sguardo verso la mia cella e mi sorrise.
“Addio Luciano!!” gridò. Sollevai il braccio per salutarlo.
Li vidi andare via mano nella mano, fino a scomparire dietro l’angolo della strada.
Il giorno dopo una nuova psicologa arrivò al Penitenziario .

© Rita Lopez

17 marzo e Fabricius diventa uomo

E’ l’alba del 17 marzo, la festa dei Liberalia, dedicata al dio Liber, il cui tempio è sull’Aventino. Sono già sveglia da ore e tra poco, dalla mia finestra, spierò nella stanza di Fabricius, che abita di fronte a me.

Il mio amato, che ha compiuto 16 anni, festeggerà oggi, insieme agli altri ragazzi della sua età, il passaggio allo stato di uomo.

Fabricius si toglierà la bulla, la collana che i bambini ricevono quando sono ancora in fasce, come simbolo di protezione, e la deporrà sul piccolo altare dei Lari, che si trova in un angolo, in ogni casa di Roma. Lascerà anche una ciocca dei suoi bei capelli e la prima rasatura della sua barba sottile.

Poi il mio amato si sfilerà la toga praetexta, bordata di porpora, ed io mi sentirò morire alla vista di quelle spalle e di quelle braccia che mi stringono forte, di nascosto, nel buio dell’ingresso di casa mia, mentre i miei fratelli più piccoli giocano nell’atrio.

Sua madre gli porgerà la toga virile, quella che portano gli uomini, bianca, come i petali del giglio.

Farà colazione con un uovo, che rappresenta il principio di tutto, e con una focaccia di latte e farro.

Uscirà per strada, Fabricius, e guarderà alla mia finestra, sapendo che io sono dietro le imposte.

Il cuore mi batterà nel petto.

Seguirà la processione diretta al tempio, sull’Aventino, mentre le sacerdotesse del dio Liber, con i lunghi capelli intrecciati con rami di edera, offriranno torte fatte con olio e miele.

Ci saranno sacrifici, e musiche, e maschere appese agli alberi.

Un grande fallo, in cima ad una pertica, precederà la processione, per augurare fertilità alla terra e agli uomini.

Aspetterò dietro la finestra fino al tramonto, ad attendere il ritorno di Fabricius.

Avrò un sussulto quando lui solleverà la testa per vedere se sono ancora lì, dietro le imposte.
Ed io mi lascerò guardare dagli occhi di un uomo.

© RitaLopez

Jolanta

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Ero troppo piccolo perché io possa ricordare, oggi, come andarono le cose. Ma io so esattamente come andarono le cose, perché me lo hanno raccontato migliaia di volte.

So che lei era polacca ed era cresciuta in una famiglia socialista e cattolica. So che iniziò prestissimo la sua attività di opposizione alla persecuzione antisemita e per questo fu espulsa per tre anni dall’Università di Varsavia. So che entrò a far parte di una organizzazione clandestina, sotto lo pseudonimo di “Jolanta”.

Jolanta ottenne un lasciapassare nel ghetto come infermiera, con il compito di controllare la diffusione delle epidemie di tifo. I nazisti temevano che l’epidemia si diffondesse anche al di fuori del ghetto.

Jolanta entrava con la sua ambulanza attraverso gli alti cancelli controllati dai soldati. E ne usciva, ogni volta, portando con sé uno o due bambini. A volte li sedava e li nascondeva in grandi sacchi di juta, perchè i soldati credessero che fossero morti. A volte, soprattutto quando erano molto piccoli, li riponeva nel doppio fondo di una cassa per gli attrezzi, adagiata sul sedile anteriore, accanto a quello del guidatore. Aveva un cane con sé, Jolanta. Lo aveva addestrato ad abbaiare ogni volta che  i soldati nazisti si avvicinavano, all’uscita dal ghetto, per coprire l’eventuale pianto dei più piccoli. Ma i soldati nazisti non si avvicinavano mai più di tanto, per paura del contagio. So che io  fui nascosto sommerso da stracci sporchi di sangue e fango, addormentato dall’amorevole iniezione  che  Jolanta mi aveva somministrato poco prima.

L’ambulanza rallentava in prossimità degli alti cancelli all’uscita del ghetto.

Il cuore di Jolanta pulsava all’impazzata.

Gli stivali del soldato che si avvicinava minaccioso, affondavano nella melma fangosa intrisa di pioggia.

Gocce di sudore freddo percorrevano la schiena di Jolanta. Il suo cane abbaiava.

Il soldato sollevava il braccio come segnale che poteva passare.

Il piede di Jolanta spingeva piano l’acceleratore, mentre le gambe le tremavano.

So che l’organizzazione clandestina ci affidava poi a delle famiglie private, o a dei conventi, con documenti falsi e nomi cristiani.

So che Jolanta annotò i nostri nomi su dei bigliettini. Un bigliettino per ciascuno di noi. Con il nome vero e quello falso, perché un giorno potessimo ricongiungerci alle nostre famiglie.

So che Jolanta ripose i bigliettini dentro barattoli vuoti di marmellata, nascondendoli in una buca profonda scavata nel suo giardino. Sotto un albero di melo.

So che Jolanta un giorno fu arrestata dalla Gestapo. Le vennero fratturate entrambe le gambe, ma non rivelò mai il segreto dei barattoli di marmellata pieni di bigliettini.

Non ho più rivisto i miei veri genitori. Quello che so, è  che sono solo uno dei 2.500 bambini salvati da Jolanta, che in realtà si chiamava Irena. Irena Sendler.

E so anche che il melo fiorisce ancora rigoglioso, ogni primavera, là nel suo giardino.

Quello l’ho visto con i miei occhi.

© RitaLopez

(foto presa dal sito: https://it.pinterest.com/pin/367113807096202794/)

Le “ciungomme” di Gianna S.

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La maestra camminava rigida e severa con i libri stretti al petto, con l’aria di chi aveva paura che qualcuno li rubasse.

La maestra entrava in classe senza sorridere e nell’aula piombava il gelo di mezzanotte.

E mentre saliva sulla pedana della cattedra, la maestra inciampava, facendo cadere i libri per terra e anche gli occhiali.

E Gianna S., che era stata bocciata non so quante volte, e che portava già il reggiseno, seduta all’ultimo banco perché era la più alta, scoppiò a ridere. Tutte ridemmo. A denti stretti, quasi soffocando. Ma ridemmo. Gianna S., invece, rise forte. Non riusciva a trattenersi. E mentre rideva, con la bocca spalancata, si intravedeva la sua ciungomma enorme, rosa, impregnata di saliva, prodigiosamente in bilico sulla sua lingua. Non può essere una sola ciungomma, pensai. Sì, sicuramente erano più ciungomme insieme.

E la maestra la guardò con occhi di ghiaccio e, con un leggero tremolio della bocca, sibilò: “Esci da questa classe”.

E Gianna S. disse: “Ma perché? Hanno riso tutte!”.

Ed era vero. Avevamo riso tutte, anche se  Gianna S. di più. La maestra però guardava lei. Solo lei. E tutte mi sembrarono vigliaccamente sollevate. Miracolosamente liberate da un peso e sadicamente pronte a godersi lo spettacolo.

“Ti ho detto di uscire da questa classe” quasi ruggì la maestra.

Gianna S. si alzò dalla sua sedia, scostando bruscamente il banco.

Aveva il grembiule troppo stretto e troppo corto.

“Ha ragione, non ha riso solo lei”, dissi all’improvviso, alzandomi anch’io.

“Stai zitta. E siediti” fischiò tra i denti la maestra,  fredda come il vento di maestrale che soffia a gennaio sul molo del porto vecchio.

Gianna S., ad occhi bassi, si diresse verso la porta.

Non mi sedetti. La seguii.

Passammo tutta la mattina in sala direzione, a fare palloni enormi con le ciungomme di Gianna S. Tre ciungomme per una in bocca. Ridevamo. E ci facevano male le mascelle.

Palloni enormi. Palloni profumati. Palloni morbidi e rosa.

© RitaLopez

(Foto presa dal sito: http://dopotutto.blog.tiscali.it/2011/12/08/chewing-gum/?doing_wp_cron)

Il mercato delle schiave

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Avevamo una bella casa, con una fattoria. Davo da mangiare agli animali. Giocavo con i miei fratelli. Andavo a scuola ogni giorno. Ed era bellissimo.

Sono arrivati una mattina, su una camionetta militare, sollevando un nugolo di polvere densa sopra la terra riarsa dal sole. Hanno spalancato la porta di casa e hanno iniziato ad urlare. Avevano barbe lunghe, armi tra le mani e occhi cattivi. Ci siamo stretti l’un l’altro, terrorizzati, io e i miei fratelli più piccoli.

Mamma non c’era.

C’era solo mio padre, livido in volto. Gli tremavano le gambe. Uno degli uomini dalle lunghe barbe si è avvicinato a me e mi ha urlato qualcosa in una lingua che non capivo. L’ho fissato negli occhi, paralizzata dallo spavento. Mi ha dato uno schiaffo forte sul viso. E ha ripreso ad urlare. Mio padre, con un tremito impercettibile delle labbra, ha tradotto per me. L’uomo voleva che andassi con lui e io ho obbedito, per non mettere in pericolo la mia famiglia.

Mamma non c’era.

Altri due uomini, armati anche loro, mi hanno fatto salire sulla camionetta. Era stipata di  ragazze, tutte giovani. Tutte coperte col velo. Una di loro era incinta. Altre avevano bimbi piccoli in braccio. C’erano anche delle bambine. Piangevano. Mi sono girata a guardare la mia casa, in preda alla disperazione. I miei fratelli più piccoli sarebbero stati portati via da altri uomini, barbuti anche loro, anche loro armati, dagli occhi cattivi, per essere addestrati a diventare soldati avvezzi all’uso di armi e di bombe. Avvezzi a decapitare teste, senza pietà. Chi di loro si fosse rifiutato, sarebbe stato torturato o violentato. La camionetta è ripartita, sollevando nuovamente una nuvola densa di polvere. Ho intravisto mio padre, per un’ultima volta, immobile sulla soglia di casa, dove sarebbe stato trucidato.

Mamma non c’era.

Dopo chilometri di strada dissestata, gli uomini dalle lunghe barbe, ci hanno fatte scendere e ci hanno spinto nel cortile di quella che un tempo doveva essere stata una scuola. “E’ il mercato delle schiave” ha sussurrato nel mio orecchio una ragazza dagli occhi chiari, che era con me. La donna incinta ha tentato di scappare. E’ stata uccisa con una raffica di colpi alle spalle. Cadendo, le è scivolato il velo che le copriva il viso. Non avrà avuto neanche vent’anni. All’interno dell’edificio c’erano molti uomini seduti su delle sedie. Ci hanno chiamato una per una. Ci hanno strappato il velo e hanno scritto il nome e il prezzo di ciascuna di noi su un foglio di carta. Ci hanno obbligato poi a camminare tra gli uomini e ognuno di loro prendeva la ragazza, o la bambina, che voleva. Una bimba di 8 anni e sua madre sono state vendute separatamente. La bimba si divincolava. Piangeva. L’uomo che l’ha presa le ha dato una sberla così forte, che la bimba è stramazzata per terra. Io sono stata venduta ad un uomo grasso, alto, dell’età di mio padre. Quella notte sono stata violentata per ore da lui e da altri uomini. Ininterrottamente. Senza sosta. Fino ad agonizzare. Fino a perdere i sensi. In tre mesi sono stata venduta cinque volte. Sono rimasta anche incinta e ho preso di nascosto sei pillole, tutte insieme, per uccidere il bambino.

Tutto quello che volevo, era stare con mia madre.

L’uomo si è accorto che avevo cercato di abortire e mi ha picchiato così tanto sulla faccia, che ho perso la vista da un occhio. L’ho supplicato di uccidermi e lui ha detto che non voleva andare all’inferno per colpa mia.

Io invece all’inferno ci andrei volentieri, perché qualsiasi inferno, anche il più terribile, non potrà mai eguagliare questo.

Avevamo una bella casa, con una fattoria. Davo da mangiare agli animali. Giocavo con i miei fratelli. Andavo a scuola ogni giorno. Ed era bellissimo.

©RitaLopez

Il pagliaccio di Aleppo

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Mi chiamo Arwa. Io e mio fratello più piccolo, Khalid, viviamo con mia zia, nel quartiere di Mashhad, nella parte orientale di Aleppo. Viviamo là da quando i nostri genitori sono morti, proprio sulla soglia della nostra bella casa, durante un bombardamento. Eravamo per strada, io e Khalid, e all’improvviso sono arrivati gli aerei e hanno iniziato a sganciare le bombe. Ho afferrato mio fratello per un braccio e ci siamo precipitati verso la nostra abitazione. Ma casa nostra non c’era più. Mamma e papà erano caduti là sulla soglia, semisommersi dalle macerie e dalla polvere. Sicuramente avevano aperto la porta per cercarci, per richiamarci in casa. “Arwa!!!Khalid!!! Arwaaaaa!!!”.

E adesso erano lì, tutte e due. Da sotto il velo che mamma indossava sulla testa scendeva una lunga striscia di sangue, che le arrivava fino alla bocca. Papà aveva gli occhi semiaperti, diretti verso la nostra direzione. Sembrava guardarci.

E’ da quel giorno che Khalid non ha più parlato.

Mia zia è buona con noi, ma non è come la mamma. Ogni giorno ci porta in uno di quegli asili che hanno costruito sotto terra, per permettere a noi bambini di giocare al sicuro dai bombardamenti.

Khalid per tutti quei mesi rimase in un angolo. Senza mai intervenire. Mai partecipare. Mai parlare. Poi un giorno arrivò un pagliaccio con i capelli arancioni, un cappellone giallo e la punta del naso dipinta di rosso.

Lo ricordo bene. Noi bambini giocavamo alla corsa nei sacchi. A un certo punto ho dato un’occhiata a Khalid, accovacciato come al solito nell’angolo della grande sala, e quasi non credevo a quello che vedevo. Il pagliaccio stava parlando a mio fratello. E mio fratello gli rispondeva. Gli occhi bassi. La testa china. Ma gli rispondeva.

Quella sera a casa di mia zia, Khalid parlò di nuovo, dopo mesi e mesi di mutismo.

Disse: “Posso avere un altro po’ di minestra, per favore?” e mia zia, con la mano tremante, gli mise dell’altra zuppa nel piatto.

Khalid ricominciò anche a giocare. Andavamo all’asilo sotterraneo tutti i giorni e tutti i giorni, per due o tre ore, eravamo bambini normali. Volevamo bene al pagliaccio dai capelli arancioni e lui voleva bene a tutti quanti noi. Ma a Khalid di più.

Oggi ho saputo che è morto. Il nostro pagliaccio, dai capelli arancioni e col cappello giallo e la punta del naso dipinta di rosso, è morto. Sotto le bombe.

Ma io non lo dirò a Khalid. Ho deciso che non glielo dirò.

© RitaLopez

(nella foto: Anas al Basha, 24 anni, che strappava un sorriso ai bambini di Aleppo e che  ha perso la vita nel cuore dell’inferno).

La cosa più buona del mondo

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Il vento di tramontana, dritto sulla faccia, mi gela le guance e mi fa lacrimare gli occhi.
Chissà perché ho ripensato a te questa mattina.
Era così ogni volta che dormivo a casa tua: ti sentivo sgusciare da sotto le coperte, nella tua camera da letto, e trascinare i piedi in cucina dove ti preparavi il caffè con la macchinetta napoletana.
Mi alzavo anch’io e ti seguivo.
Faceva freddo in quella casa senza termosifoni ma tu, in canottiera, di fronte al lavandino di pietra, ti buttavi l’acqua gelata sulla faccia.
“Brrrrr!!” dicevi alla fine, facendo vibrare vistosamente le labbra e scuotendo la testa da una parte all’altra, schizzando dappertutto un pioggia ghiacciata.
Ridevo coprendomi il viso con le mani.
Bevevi il tuo caffè come fosse la cosa più squisita del mondo. Un sorso e una boccata di sigaretta. Un sorso e una boccata di sigaretta. Lasciavi la tazzina vuota sul tavolo e io col dito raccoglievo lo zucchero sul fondo e, avevi ragione!, era la cosa più buona e squisita del mondo.
E poi arrivava il momento per me più divertente.
Ti avvolgevi le gambe con i fogli di giornale, prima di infilare i pantaloni.
E lo stesso facevi attorno al petto, prima di indossare la giacca.
“Ammèn iosce!”. Fa freddo oggi.
Quando avevi finito, ti chinavi verso di me e ti toccavi la guancia con l’indice. Ti davo un bacio e uscivi di casa.
Correvo ad infilarmi ancora per un po’ sotto le coperte.
E mi piaceva immaginarti mentre pedalavi sulla tua bicicletta accanto al lungomare incazzato e ventoso, nella tua buffa armatura. Le spalle strette per ripararti dal freddo. Potevo vedere il maestrale scaraventare le onde sugli scogli, nella furia della mareggiata, e coprire di schiuma bianca l’asfalto della strada, ma tu, il mio eroe bardato di fogli di giornale, la testa bassa, gli occhi strizzati, il sapore di caffè in bocca, le schivavi ogni volta.
Così ti immaginavo allora.
Così ti ho immaginato stamattina.

©RitaLopez

La maledizione di Aelia

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E’ grigio e plumbeo il cielo di Roma sopra la città che ancora dorme. Ma alla giovane Aelia non importa.
Pioggia e lacrime sul suo viso sconvolto.
Il vento d’autunno le schiaffeggia le gambe.
Corre Aelia. Corre verso la necropoli fuori le mura. E non ha paura.
Ripensa al giorno prima, a quando ha svoltato l’angolo della Subura, e li ha visti. Fausto, il suo amato Fausto, e Rodine tra le sue braccia.
Le dita delle mani intrecciate. Le bocche che si cercavano con avidità.
Non dorme Aelia. Non dorme per tutta la notte. E medita.
Incide con mano tremante la sua maledizione su una tavoletta di piombo. E all’alba esce di casa.
Pioggia e lacrime sulle guance smunte.
Arriva nel luogo dove sono sepolti i morti, al di là della cinta muraria e scava. Scava una buca con le mani nude, per consegnare la sua dannata preghiera al dio degli inferi.
“Dis Pater, Plutone, io ti prego, poni fini all’amore tra Rodine e Fausto.
Come il morto che è qui sepolto non può né parlare, né discorrere, così Rodine sia morta per Marco Licinio Fausto”.
Non sente il freddo sulle mani. Non sente i graffi delle piccole pietre taglienti sulle dita. Ripone la sua maledizione sul fondo umido e accogliente della terra.
Quasi in preda ad un’eccitazione febbrile, ricopre freneticamente la buca.
Il vento le sferza i capelli sul collo bianco.
E ancora pioggia e lacrime sulle sue gote.
Si copre il capo con il mantello e con le scarpe fradicie e il cuore in subbuglio, ripercorre la strada che la riporta alla Subura, prima che Roma si svegli.

(Nella foto una “tabella defixionis” (tavoletta di maledizione) trovata in via Latina, da una tomba a circa mezzo miglio da Roma. Metà del I sec. a.C. Museo delle Terme di Diocleziano, Roma).

© RitaLopez

Giovanna

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Si accascia sulla sedia della vecchia cucina. Le braccia sulle gambe. E si guarda intorno.
Si guarda intorno, Giovanna.
I capelli spettinati. La camicia sbottonata. La tazzina di caffè che fuma sul tavolo.
Si guarda intorno, quasi in cerca di una motivazione.
Solo un piccolissimo granello di motivazione, che la spinga ad alzarsi, a scuotersi, a fare quello che deve fare.
Lo sguardo scivola sui pensili della cucina, e sulla finestra con le tendine color crema, e sui ciclamini viola che fanno capolino dal davanzale.
Scivola lo sguardo di Giovanna. Scivola senza mai soffermarsi. Scivola come liquido untuoso sugli oggetti.
E’ sopraffatta dalla stanchezza. Di prima mattina.
Il cuore grigio come il cielo. E nessun palpito di gioia.
Si ricorda del caffè. Solleva la tazzina e sorseggia. E’ quasi freddo ormai.
Quando ha finito, lascia finalmente la sedia e si trascina pigramente alla finestra.
Scosta le tendine color crema.
Il cielo grigio come il cuore. E nessun segno di schiarita.
Ti ho pensato Giovanna, mentre camminavo sotto la pioggia sottile di questa mattina.
Ti ho pensato, e avrei voluto chiamarti per dirti di cambiare aria.
Anzi, avrei voluto essere lì, nella tua cucina, per prenderti a schiaffi e urlarti di cambiare aria.
Al diavolo le tue tendine color crema. Al diavolo i tuoi ciclamini e la tua dannatissima vecchia cucina!
Cambia aria, Giovanna!
Cambia aria!

© RitaLopez

 

Un bagno senza pretese

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A molti di voi l’idea di avere un bagno con tutti i sanitari, compreso la doccia, potrebbe apparire come la cosa più naturale del mondo.

Un bagno senza pretese, signori miei! Con l’armadietto per riporre il phon e il pettine. Uno stipetto per qualche asciugamano. Un grande specchio che si appanna con il vapore, quando aprite il rubinetto dell’acqua calda. Un bagno in cui cantare quando vi fate la doccia. Un bagno normale insomma. Cosa c’è di tanto eclatante?

Beh, per nonna avere un bagno così, normale, modesto, dignitoso, conciso insomma, fu una conquista.

Il bagno di nonna io me lo ricordo bene.

Era un metro per un metro. Non così, per dire. Era, letteralmente, un metro per un metro.

Costruito abusivamente, negli anni sessanta, su un balconcino che a sua volta era stato costruito abusivamente. Prima di quello c’era un tubo, fuori dalla finestra, in cui si svuotavano gli orinali. Come in tutte le case vecchie del nostro quartiere.

E me la ricordo bene quella triste e minuscola tazza del cesso messa in un angoletto e quel triste e minuscolo lavandino, incastrato nell’angoletto opposto.

Su una parete era stata aperta una finestrella quadrata di 20 centimetri per lato. Sulla parete di fronte vi era un pensile, dove riporre il pettine, lo spazzolino da denti, il dentifricio.

Nel bagno di nonna ci si lavava a pezzi. Imprecando. Bestemmiando. Lanciando maledizioni.

“Prima ca morc m’ia fa nu bagn nuev. Quannièvveriddio!”.

Prima di morire avrò un bagno nuovo. Quanto è vero Iddio.

Ma i soldi non c’erano mai. E, oltre ai soldi, a essere sinceri, non c’era neanche lo spazio sufficiente per costruirne uno nuovo.

Ma nonna era testarda. E quando diceva una cosa la faceva, diamine!

Da una pensione miserabile riuscì a mettere da parte un risparmio sopra l’altro. Mese dopo mese. Anno dopo anno.

Il suo gruzzolo diminuiva precipitosamente in prossimità di un compleanno, o una festa comandata, o un matrimonio. Riprendeva a ricrescere a fatica, arrancando, mese dopo mese. Anno dopo anno.

A 80 anni passati nonna escogitò il suo progetto per allargare il bagno: bisognava rompere un muro di qua, chiuderne un altro di là, restringere la cucina, far passare il tubo della fogna sotto il balcone… Un lavoro immane.

A 80 anni passati nonna ebbe il suo bagno normale. Modesto. Dignitoso. Conciso.

Con tutti i sanitari. Compreso la doccia. Compreso la finestra con le tendine ricamate. Compreso un attaccapanni per l’accappatoio. Compreso un ripiano laccato di bianco per riporre le saponette profumate, e l’acqua di rose, e il bagnoschiuma alla lavanda.

Quando si faceva la doccia, la sentivamo cantare a squarciagola.

“Alleluja mio Signoooore!!! Alleluja o Dio del Cieeeeelo!”.

Ci metteva ore per lavarsi.

“Nonna apri!! Devo andare in bagno, ti prego!”.

Faceva finta di non sentire.

© RitaLopez

 

Il tubo magico

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Mi sorrise con i suoi occhi da messicana e tirò fuori dalla borsa di stoffa verde scuro, quella che usava sempre per fare la spesa, qualcosa che aveva comprato per me.

Era un tubo di cartone, con una specie di tappo, tutto colorato. Aveva un foro su ciascuna estremità.

La osservai con aria interrogativa: “Cos’è?”, le chiesi.

“Non lo so come si chiama. Ma si vedono cose belle”, rispose.

Puntò quella specie di cannocchiale verso la finestra e guardò attraverso uno dei fori, ruotando  piano il tappo con la mano.

“Tieni, guarda anche tu” mi disse poi, porgendomi lo strano oggetto.

Lo avvicinai all’occhio. Chiusi l’altro.

Era un tubo magico! Dentro c’erano delle cose. Delle cose incredibili!

Conteneva ricami dai mille colori, soli incandescenti, stelle del firmamento, mosaici di pianeti.

Ruotavo il tappo e comparivano piccoli cristalli di ghiaccio variopinti, puzzles di migliaia di tesserine luminescenti, e ancora i vetri policromi di certe chiese gotiche, e i ghirigori precisi dei tappeti persiani, e la perfezione di piccolissimi e preziosi arabeschi.

“Che bello!” esclamai, allontanando il tubo magico dalla faccia. Gli occhi spalancati.

E ho ripensato a te, questa mattina, e a quel caleidoscopio che mi regalasti da bambina.

Ho ripensato a te, perché stamattina c’era questo cielo pazzesco, dagli incredibili colori, che mi hanno ricordato le figurine colorate del tubo magico.

Tu riuscivi a vedere il bello, sempre. Anche dove il bello non c’era.

Perché il bello era in te, pensavo di fronte a questo cielo psichedelico.

Perché ti aspettavi di vedere il bello anche dove sembrava impossibile che ci fosse e riuscivi a sorprendermi, ogni volta, quando mi accorgevo che il bello, alla fine, c’era davvero.

Stamattina mi hai sorriso di nuovo, con i tuoi occhi da messicana.

© RitaLopez

La ninfa del Tevere

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Ogni ragazza, alla vigilia delle sue nozze, deponeva la propria bambola sull’ara della dea Afrodite, come segno della fine dell’infanzia e della propria verginità. Ma Crepereia, che non aveva ancora vent’anni, promessa sposa di Filetus, non lo avrebbe fatto mai. Le sue amiche non le avrebbero mai consegnato, sull’uscio della nuova casa, il fuso e la conocchia, come si usava, per rimarcare il passaggio alla vita di moglie fedele e devota. Il suo futuro marito, Filetus, non l’avrebbe mai sollevata tra le braccia, per evitare che inciampasse nel varcare la soglia, scongiurando, in questo modo,  ogni segno nefasto.

Niente di tutto questo sarebbe accaduto, perché il corpo freddo di Crepereia venne adagiato nel sarcofago di marmo finemente decorato, all’esterno, da un rilievo bassissimo che la raffigurava sul letto di morte. Al momento della sepoltura portava sul capo una coroncina di foglie di mortella, trattenuta da piccoli fiori d’argento.

Sua madre le aveva messo gli orecchini a pendente in oro e perle, che a lei piacevano tanto, e una collana d’oro con pendagli, formati da piccoli cristalli di berillo. Le aveva infilato nell’anulare sinistro l’anello nuziale su cui era inciso il nome di Filetus, l’uomo che avrebbe dovuto sposare.

E infine, nel sarcofago, misero anche me, la bambola d’avorio creata dalle mani esperte di un giovane artigiano dagli occhi nocciola e dai capelli neri: Stenius.

Crepereia mi adorava per via della mia mirabile fattura e per le mie articolazioni snodate, ma soprattutto perché mi aveva costruito Stenius.

Stenius aveva intagliato la testa e il tronco in un unico pezzo. Aveva fissato i miei arti superiori e inferiori in appositi alloggiamenti incavati, grazie ad un accurato sistema ad incastro, tenuto da piccoli perni perfettamente mimetizzati, così che io potessi muovere braccia e gambe nei loro movimenti naturali.

Pensava a Crepereia, Stenius, quando stilizzò i miei piccoli seni e modellò il mio ventre.

Pensava a Crepereia quando disegnò il morbido ovale del mio volto, il naso dritto, la bocca carnosa, gli occhi intensi e assorti.

Pensava a Crepereia quando incorniciò il mio viso con morbide trecce avvolte sulla nuca.

Mi posero dunque vicino alla testa della promessa sposa, e chiusero il coperchio del sarcofago.

Ci seppellirono entrambe in una buca profonda,  sulle sponde del Tevere.

Ho vegliato su Crepereria per tutto questo tempo. Sono stata la sua bambola fedele, giorno dopo giorno. E giorno dopo giorno una goccia del fiume penetrava nel sarcofago. Una goccia dopo l’altra, dopo l’altra, dopo l’altra, fino a che esso si riempì completamente di acqua.

Passarono molti secoli e un giorno degli uomini scoprirono il nostro nascondiglio e aprirono il sarcofago.

Enorme fu lo stupore dei loro occhi quando ci videro.

Crepereia si era trasformata in una divinità fluviale, dai lunghissimi capelli che fluttuavano nell’acqua del sarcofago.

Era diventata una ninfa.

La ninfa del fiume Tevere, la ninfa dai lunghi e morbidi capelli.

(Testimonianza dell’archeologo R. Lanciani, presente agli scavi per la costruzione del nuovo Palazzo di Giustizia, a Roma, nel 1889:

“Tolto il coperchio, e lanciato uno sguardo al cadavere attraverso il cristallo dell’acqua limpida e fresca, fummo stranamente sorpresi dall’aspetto del teschio, che ne appariva tuttora coperto dalla folta e lunga capigliatura ondeggiante sull’acqua. La fama di così mirabile ritrovamento attrasse in breve turbe di curiosi dal quartiere vicino, di maniera che l’esumazione di Crepereia Tryphaena fu compiuta con onori oltre ogni dire solenni, e ne rimarrà per lunghi anni la memoria nel quartiere Prati. Il fenomeno della capigliatura è facilmente spiegato. Con l’acqua di filtramento erano penetrati nel cavo del sarcofago bulbi di una tal pianta acquatica che produce filamenti di color d’ebano, lunghissimi, i quali bulbi avevano messo di preferenza le loro barbicine sul cranio. Il cranio era leggermente rivolto verso la spalla sinistra dove era adagiata una gentile figurina di bambola.”)

© RitaLopez

Born to run

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Policlinico di Bari. Reparto di Ortopedia pediatrica. Anni ’70.

Era pomeriggio, uno di quei pomeriggi di primavera quando l’aria è frizzante e le rondini vorticano tra i vicoli e ti domandi come mai  non vadano a spiaccicarsi sulle case.

Ma lì dentro l’ospedale tutto questo non si vedeva.

Ero in uno stanzone dal soffitto altissimo, io ed altri sei.

E una serie di altri stanzoni, stipati di ragazzini, si affacciavano su una lunga corsia.

O almeno io così me la ricordo. Lunga, lunghissima.

Giocavamo a correre. Noi di ortopedia.

Partivamo dal grosso finestrone affacciato sul cortile, ad una estremità della corsia, giù giù fino alla statua della Vergine Maria con le braccia spalancate e il mantello azzurro che le ricadeva dietro le spalle.

Io con le stampelle, Nicola sulla sedia a rotelle, Giampiero che aveva il gesso che partiva  dal ginocchio e arrivava a coprire quasi tutto il piede, lasciando libere solo la punta zozzissima delle dita, e una ragazzina, di cui non ricordo il nome, con una protesi all’anca.

Michele no. Lui non lo facevamo correre. Aveva solo il braccio rotto e avrebbe vinto di sicuro.

Però poteva dare il via.

Era seduto sul basso ripiano sotto  l’alto  finestrone e fumava di nascosto, con la finestra semiaperta, perché non si sentisse la puzza.

“Via!!!” urlò Michele, dopo che ebbe espirato il fumo dalle narici attraverso le ante socchiuse della persiana  verde, dalla vernice scrostata.

E noi lì ad annaspare, ad anelare, a zoppicare, verso la statua della Vergine Maria con le braccia spalancate, posta all’altra estremità della corsia.

Dalle soglie degli stanzoni gli altri ragazzini facevano il tifo.

Tutti, tranne Marisa. Lei non poteva. Aveva certi chiodi lunghi nella colonna vertebrale ed era costretta a stare sempre sdraiata sul letto.

Vinse Nicola, quello con la sedia a rotelle.

Però fece cadere i vasi con i fiori freschi che le nostre mamme  portavano ogni mattina, disponendoli sotto la statua della Madonna.

Anna, l’infermiera, arrivò trafelata.

Chiudeva sempre un occhio sui nostri giochi movimentati. Ci consolava quando piangevamo e ci portava il ciambellone al cioccolato da casa.

Ma quella volta si arrabbiò.

“E ci jè do!? Mò avast mò! Sciatavinn tutt quant!”

(E che succede qua!? Ora basta! Sparite tutti quanti!)

Ognuno tornò mollemente al suo letto.

Michele buttò subito la sigaretta dal finestrone.

Marisa dal suo  letto mi chiese,  mentre passavo davanti alla sua stanza: “Chi ha vinto?”

“Nicola!” le risposi.

Si era fatto buio.

La palla bianca con la lampadina a neon del mio stanzone si rifletteva sul vetro della finestra.

Facevo finta che fosse la luna piena.

L’indomani sarebbe venuta mamma a trovarmi.

© RitaLopez

Lapidata da migliaia di “mi piace”

 

Alla “rete” non si sfugge. E la “rete” mi ha catturata.

La “rete” che ha reso liberi e degni di parola la maggior parte di voi, in una brodaglia di amorevole democrazia, ha fatto schiava me.

Sono stata lapidata da migliaia di “mi piace”.

Linciata per qualcosa che non è reato, non più di rubare immagini private e darle in pasto ai pescecani morbosi con la bava alla bocca.

Sono stata lapidata da quegli stessi uomini e donne che si soffiano rumorosamente il naso quando i talebani, a centinaia di chilometri di distanza da noi, scavano un buca, vi pongono una donna tremante  e piangente, con le mani incatenate dietro la schiena, e la massacrano a colpi di pietre.

Beffeggiata, umiliata, messa alla gogna dalle risate sguaiate, dagli ammiccamenti vomitevoli, dal fango lanciatomi addosso.

Sono stata lapidata dagli insulti, paparazzata fin nei minimi dettagli della mia intimità, derubata della mia vita privata, del mio cognome.

Sono stata lo scandalo sulle bocche di tutti. Bocche che mai si sono scandalizzate per la mafia e la camorra, bocche pronte a spalancarsi per inveire contro di me. Bocche di uomini e bocche di donne, a cui piacciono le stesse cose che piacevano a me.

Non mi sono suicidata.

Sono stata massacrata dai vostri “se l’è cercata”.

Non mi sono suicidata.

Sono stata lapidata da migliaia di “mi piace”.

© RitaLopez

 

Artemisia

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Ero insieme a  mio padre, che era un grande pittore,  la prima volta che osservai da vicino i capolavori di Caravaggio nelle cappelle di San Luigi dei Francesi e di  Santa Maria del Popolo. Ne rimasi estasiata.  E fu grazie a mio padre che, fin da piccola, frequentai artisti famosi, e bazzicai botteghe, e imparai a combinare tra loro i colori.

Amavo dipingere, ma le donne nella Roma dei primi anni del ‘600, non erano ammesse nelle accademie o nei grandi cantieri. La carriera di “pittore” ci  era preclusa. Potevamo soltanto dipingere in casa. Cose piccole, senza importanza: ritrattini, piante, fiori.

Ma io dipingevo con mio padre, e con mio padre ho imparato a dipingere come un uomo.

Mi affidò al suo amico, il maestro Agostino Tassi, perché apprendessi l’arte della prospettiva nell’architettura dei dipinti.

Un  giorno di pioggia, Agostino entrò nello studio dove stavo lavorando.

Mandò via l’altra donna che era con me. I suoi modi mi sembrarono piuttosto strani  e, una volta soli, finsi di sentirmi male. Lui non se ne curò. Mi scaraventò per terra e mi saltò  addosso come un toro infuriato.

Gli ho resistito come ho potuto. A morsi. A calci.  A graffi.  Alla fine il boia mi ha sopraffatta.

Litigai con mio padre, perché non voleva che  parlassi. Diceva che dovevo  mantenere salvo  l’onore mio e della mia famiglia. Ma io non accetto il sopruso. Non l’ho mai accettato.

Denunciai Agostino.

Ho subito l’umiliazione del processo.

Ho dovuto dimostrare, sottoponendomi alla visita di due ostetriche, di essere stata sverginata.

Ho dovuto sopportare la tortura più crudele per un pittore: lo schiacciamento dei pollici per pubblica esibizione, per dimostrare che non mentivo.

Il processo si concluse con la condanna, anche se breve,  del mio carnefice, e con la mia fuga  a Firenze, per mettere a tacere i pettegolezzi  di  Roma.

Non  ho mai dimenticato la sua violenza  e tutto il male che mi è costato.

Nel 1614 ho dipinto “Giuditta che decapita Oloferne” per il serenissimo Granduca Cosimo II.

E ho dipinto servendomi della rabbia, e dell’odio, e della sete di vendetta  che da sempre covavo per il mostro.

Oloferne, il re assiro, ha le sembianze del  bastardo. E’ disteso su candide lenzuola. Giuditta, con il volto di Artemisia, lo sgozza, aiutato da un’altra donna. Due donne.  Di estrazioni sociali diverse. Ma potrebbero essere decine, centinaia, migliaia di donne, di ogni appartenenza sociale e culturale,  intente a vendicarsi, con freddezza, con lucidità,  delle violenze subite.

Decine, centinaia, migliaia di donne col viso impassibile, inespressivo, che ammazzano il proprio stupratore, con la stessa determinazione con cui si sgozza  un maiale.

Il sangue sprizza a fiotti dal collo, imbrattando le lenzuola.

Ecco, Agostino! L’ho dipinta la violenza che ho subito. E me ne sono liberata, finalmente!| Che te ne pare?

Con la denuncia dello stupro non ho ottenuto alcun  risarcimento morale, né la mia verginità perduta. Ma se devo essere sincera, di quello poco mi importava e poco mi importa.

La mia vittoria più grande è stata il riconoscimento della mia personalità artistica. Ho conquistato la libertà di essere una donna pittrice. Dopo “Giuditta e Oloferne”, principi e cardinali, tutti hanno voluto i miei quadri.

Sono diventata un’artista famosa, mentre nessuno si ricorda di Agostino Tassi. Che te ne pare?

Alla fine la mia più grande virtù non è stata la verginità, ma la pittura. E io l’ho difesa Agostino!

Io l’ho difesa. Ed eccomi qua.

© Rita Lopez

Il lupo di Monte Gorzano

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Non so perché sono qui. Non so cosa sia successo. So solo che non riesco a muovermi e mi fa male la gamba.
Tutto ciò che ricordo è che ieri papà ci ha promesso che ci avrebbe portato su, a monte Gorzano, che è il monte più alto del Lazio. Lo so bene perché l’ho studiato a scuola.
Papà ci ha detto che là ci sono delle sorgenti da cui scorre acqua buonissima.
Tutto ciò che ricordo è che ho litigato con Anna, mia sorella, per chi avrebbe dovuto portare la borraccia con la custodia di cuoio. Una borraccia vera, come quella degli alpinisti.
“Io sono più grande!” le ho detto, “La porto io!”.
Ma Anna si è messa a piagnucolare, come al solito, e papà ha deciso che l’avremmo portata un po’ per uno.
“E dovrete anche stare attenti ai lupi, domani! I lupi odiano i bambini che si lagnano. Quindi niente piagnistei. Chiaro?” ha aggiunto.
Ci ha dato il bacio della buonanotte ed è uscito dalla stanza, chiudendo la porta.
Poi non ricordo più niente. Solo un boato, un ruggito feroce e spaventoso.
Ed ora sono qui e non so da quanto tempo e non so perché. E non riesco a muovermi. E mi viene da piangere.
Non è possibile che io sia morto, perché i morti non provano dolore, mentre io ho tanto male alla gamba e respiro a fatica, per via della polvere che ho dentro le narici e la bocca.
Provo a chiamare mia sorella: “Anna…”.
Vorrei urlare, ma non ci riesco.
Forse è un incubo. Forse sto solo sognando.
Ho paura. Voglio solo mio padre e mia madre. E mia sorella.
Le lacrime mi escono dagli occhi e mi bruciano la faccia.
E proprio quando comincio a pensare che sono andati tutti via, lasciandomi completamente solo, avverto che qualcosa si muove, sopra di me.
No, non mi sto sbagliando, sento dei rumori, li sento davvero, dapprima attutiti e poi sempre più netti.
Improvvisamente un fascio di luce mi acceca gli occhi. Devo richiuderli per il dolore. Li riapro a fatica e scorgo il muso nero di un cane lupo.
E’ lui! E’ uno dei lupi di Monte Gorzano, quelli di cui papà ci aveva parlato.
Ricaccio indietro le lacrime, perché il lupo non pensi che mi stia lagnando.
Stiro il collo più che posso e alzo il volto verso il fascio di luce.
Sono qui!, grido. Salvami! Sono qui!
© RitaLopez

 

L’uomo e la macchina

 

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La costruzione della Eastern Railroads, la  linea ferroviaria che  dal confine della Virginia occidentale arriva fino al fiume Ohio, fu un’impresa monumentale.

E’ là che sono nato e cresciuto, in un villaggio annidato sulle alte e sterminate colline degli Appalachi.

Il mio bisnonno era uno delle migliaia di afro-americani liberati dalla schiavitù, ansiosi di iniziare una nuova vita per se stessi e per le proprie famiglie.

E la ferrovia, che trasformò la storia della nostra regione disseminata di fattorie, fu la sua occasione e quella di migliaia di disperati e fiduciosi come lui.

Per costruire il tunnel che attraversa la Big Bend Mountain, gli operai lavorarono contemporaneamente da entrambe le estremità della montagna.

Tre anni di scavi, utilizzando la forza delle braccia, facendo saltare la roccia con gli esplosivi.

Tre anni per la costruzione dei ponti, e la posa dei binari, servendosi dei cavalli e dei muli per i carichi più pesanti.

Senza sosta. Dal mattino alla sera. Tre anni.

Il mio bisnonno usava il martello e la forza di cento locomotive nel braccio, per trivellare a mano i fori, profondi fino a 14 piedi nella roccia, dove poi veniva messa la dinamite.

Tutti i giorni, con un martello da nove chili in mano. Per tutto il giorno, con i muscoli e la concentrazione, facendosi strada, a fatica, metro dopo metro, attraverso la Great Bend Mountain.

E poi arrivarono le trivelle a vapore e gli operai  erano preoccupati, perché in altri cantieri avevano già soppiantato le macchine agli uomini. Le trivelle erano veloci, non si facevano male, non si stancavano, non si ammalavano.

E quando la prima trivella fece la sua comparsa davanti al tunnel della Great Bend Mountain, il mio bisnonno scommise davanti a tutti che avrebbe battuto  la macchina.

“Vincerà chi scaverà il buco più profondo nel giro di cinque minuti”, disse.

La gara feroce, la battaglia epica, ebbe inizio.

L’uomo e la macchina. Fianco a fianco.

Un colpo, forte come l’acciaio, per l’Africa tutta intera, dannazione!

Un colpo per gli anni vissuti da schiavo, cazzo!

Un colpo per le catene ai polsi, ‘fanculo!|

Un colpo per tutti gli operai del cantiere che stavano là, a guardarlo, trepidanti.

Un colpo per la sua Polly Ann che lo aspettava a casa,  con suo figlio nella pancia.

Scadde il tempo.

La macchina cessò il suo rumore infernale e il mio bisnonno abbassò il martello e sputò per terra.

Le narici dilatate, il fiato corto, gli occhi rossi e infuocati di polvere, la camicia fradicia di sudore.

All’improvviso si accasciò e morì. Il martello ancora in mano.

La sua buca era profonda 27 piedi, rispetto ai 21 della macchina: aveva battuto la trivella.

E quindi signori, se vi trovate nei pressi della Great Bend Mountain e sentite il fischio di un treno lacerare il silenzio degli Appalachi, ricordate che il tunnel fu portato a termine interamente col lavoro fisico di centinaia di uomini.

Con la loro fatica, il loro sudore, il loro sangue.

Grazie all’orgoglio di un afro-americano, il mio bisnonno,  il cui nome era John Henry.

(Dedicato a te. So che leggi ogni giorno il mio blog dall’America lontana. Grazie.)

© RitaLopez

 

Liebster Award 2016

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Sono stata nominata da Elena Tamborrino, del blog Io e Pepe (e libri e altro), per partecipare al contest Liebster Award 2016, un modo per far circolare idee e suggestioni dai blog che seguiamo e amiamo di più.

Grazie Elena per aver acceso i riflettori su https://lopezrita.wordpress.com/ assegnandomi questo premio.

Ecco le mie risposte alle tue domande:

1 Qual è il libro che stai leggendo? 

In realtà non leggo mai un solo libro alla volta. Mi piace alternare contemporaneamente le letture di due o tre libri. In questo periodo ho tra le mani “Il teatro di Sabbath” di Philip Roth, “I detective selvaggi” di Roberto Bolaño, sto rileggendo “La casa di Augusto” di Andrea Carandini, e ho appena iniziato “Purity” di Jonathana Franzen.

2 Quando hai pensato di aprire un blog e perché? 

E’ una cosa a cui non ho mai pensato. Sono stati i miei amici di Facebook che mi hanno letteralmente spinto ad aprire un blog. Le principali “colpevoli” di questo losco complotto sono state due carissime amiche: una sei tu, Elena,  e l’altra è Francesca Argenti (che mi ha guidato passo passo nella parte più tecnica, quando le ho posto la fatidica domanda: “Come minchia si fa ad aprire un blog?”).

3 Qual è il primo libro che ricordi di aver letto? 

“Cuore” di De Amicis. Avevo sette anni. Me lo regalò mio nonno il giorno del mio compleanno. Venne a prendermi all’uscita di scuola, con la bicicletta. Lo vidi, in mezzo alla folla di altri bambini, che mi aspettava sotto il grande albero di pino. Teneva la bici ferma con una mano e un pacchetto incartato nell’altra. Ci aveva scritto anche la dedica. Quando sono andata via da Bari per venire a Roma, l’ho portato con me.

4 C’è un libro in particolare a cui leghi dei ricordi speciali? 

“La nostalgia non è più quella d’un tempo” di Simone Signoret. L’ho letto in uno dei periodi più bui della mia vita. Me lo prestò una mia amica (era Barbara, che tu conosci). Ho sempre pensato di comprarlo, dopo averglielo restituito, per avere una copia tutta per me, ma non l’ho mai fatto. In seguito l’ho cercato per anni, quando ormai era andato fuori produzione, e non l’ho più trovato. L’anno scorso, su Facebook, ho letto un post in cui si parlava di questo libro. Ho commentato anch’io, raccontando quanto e perchè mi sarebbe piaciuto rileggerlo. Un ragazzo che non conoscevo è intervenuto nei commenti, dicendomi che ne possedeva una copia e che sarebbe stato felice di regalarmela. Lo ha fatto davvero. Il suo libro è a casa mia. Insieme alla valanga di ricordi speciali. Non è straordinario?

5 La tua citazione preferita? 

“Bisogna essere duri senza mai perdere la tenerezza”, Che Guevara.

La durezza, il senso di responsabilità, l’autodisciplina. E l’umanità. Mi piace moltissimo.

6 Qual è il criterio con cui ordini la libreria di casa? 

Nessun criterio. Anarchia totale. Fino ad un mese fa, quando mia figlia si è messa ad ordinare i libri in ordine alfabetico per autore. Ed è fantastico. Trovo tutto.

7 Come consideri l’esperienza del tuo blog? 

E’ un’esperienza coinvolgente, divertente, a volte terapeutica. Scrivere sul blog mi ha permesso di mettermi in gioco, di sfidarmi, di ridere di me stessa. Grazie al blog ho conosciuto gente straordinaria. E poi quando mi scrivono in privato, mi fanno i complimenti… non può non essere appagante.

8 Cosa ti piace fare, oltre a curare il tuo blog? 

Mi piace leggere. Mi piace stare con la mia famiglia. “Mi piace far canzoni, bere vino, mi piace far casino” (cit. F. Guccini). Mi piace l’archeologia. E mi piace scavare.

9 Qual è  il tuo “luogo dell’anima”, se ne hai uno? 

Ne ho più di uno. Ne ho due. Uno è a Bari. L’altro a Roma.

A Bari è sul Fortino. Ci andavo spesso con mio padre, da bambina, la domenica. Il mare davanti, la città vecchia alle spalle, il lungomare con le sue luci di lato. La mia città/mamma.

A Roma è nel Foro Romano. Sono anni che vado a scavare lì. La bellezza, la magnificenza, la sacralità dell’Urbs, mi toglie il fiato. Ogni volta. La mia citta’/mamma adottiva.

10 Hai esperienze di social reading? Se sì, quali? 

Sì. LeggoNobel e TwLetteratura per esempio. E’ un’idea simpatica, anche per una lettrice indisciplinata e disordinata come me.

11 Che tipo di musica ascolti? Metti il link a un brano musicale che ti piace in modo particolare.

Sono irrimediabilmente prigioniera del rock. Ma mi piace anche il blues. So che non potrei, ma lo faccio lo stesso. Metto due link, perchè tra questi due non so decidermi.

 

Regolamento Liebster Award 2016 

Prima di rivelare i nomi degli 11 blog da me individuati per l’assegnazione del premio, vi riporto le regole da seguire nel caso in cui decidiate di partecipare:
– ringraziare il blog che ti ha nominato ed assegnato il premio, linkando il suo blog nel post;
– inserire il “widget” o “gadget” del premio nel post;
– rispondere alle domande che il blogger ti ha posto;
– formulare 11 domande per gli 11 candidati che hai menzionato;
– informare i blogger del premio assegnato;
– indicare le regole.

I miei  11 candidati al Liebster Award 2016*

L’arte spiegata ai truzzi

Energie come usarle di Nick Murdaca

Di Ruderi e di Scrittura di Gaetano Barreca

Erodaria di Chiara Bertora

Bugiesumiopadre

SoniaLambertini di Sonia Lambertini

FerruccioGianola di Ferruccio Gianola

*(ne ho scritti 7 perché gli altri 4 sono stati già nominati)

 

Queste sono le 11 domande che ho pensato per loro

  1. Quando hai iniziato a scrivere sul tuo blog?
  2. Perchè hai deciso di aprire un blog?
  3. Con che frequenza scrivi sul tuo blog?
  4. Quale post del tuo blog ti piace particolarmente? Linkalo.
  5. Quale post del tuo blog è piaciuto maggiormente ai tuoi lettori? Linkalo.
  6. Secondo te cosa piace del tuo blog ai tuoi lettori?
  7. Che consigli daresti a chi si cimenta ad aprire un blog?
  8. Che libro stai leggendo in questo periodo?
  9. Consigliami due libri che non posso non leggere.
  10. Consigliami due film che non posso non vedere.
  11. Hobby preferito?

 

L’Afrodite di Prassitele

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“Poserai nuda per me?” chiese lo scultore Prassitele alla cortigiana Frine, dopo che avevano passato la notte insieme.

“E perché mai?” chiese la puttana più famosa e più richiesta di Atene, stiracchiando le braccia e mettendo in mostra i seni strepitosi.

“Gli abitanti di Coo mi hanno chiesto una statua di Afrodite, per il loro nuovo tempio”, rispose Prassitele.

“E vuoi me come modella? Una prostituta per rappresentare una dea?” rise Frine puntandosi l’indice sul petto.

“Voglio te come modella” rispose lui, tornando avido a baciarla.

Agli abitanti di Coo non piacque la statua di culto che avevano commissionato a Prassitele  per il nuovo santuario della dea Afrodite. Rimasero a bocca aperta nel vedere che la dea era rappresentata completamente nuda, una nudità che fino ad allora era stata riservata soltanto alle rappresentazioni maschili. Non se la sentirono davvero di accettare una simile novità e preferirono invece prendere un’altra statua di Afrodite, più tradizionale, che Prassitele aveva nel suo negozio.

Di lì a poco giunsero ad Atene alcuni ambasciatori di Cnido.

Si trovarono a passare dalla bottega del famoso Prassitele. Videro la statua della dea nuda e gli piacque moltissimo.

L’acquistarono e la portarono al loro tempio di Afrodite, a Cnido, che  conquistò, da allora,  fama eterna.

Per secoli schiere di pellegrini devoti venerarono l’immagine della dea, raffigurata in procinto di partecipare al bagno sacro, nelle sembianze della procace e peccaminosa Frine, la meravigliosa sgualdrina.

La veste che mille volte era stata sfilata dalle braccia esperte della cortigiana, era posata delicatamente su un grande vaso, posto di fianco.

Lo sfacciato esibizionismo che faceva impazzire politici, notabili, filosofi e poeti, tradotto in un’apparente insicurezza, appena rivelata dalla flessuosità del corpo.

La seduzione irresistibile del ventre davanti a cui qualsiasi prezzo diventava lecito, pudicamente coperta dalla mano destra.

Il capo dalla chioma sciolta e spettinata che ad ogni amplesso si sollevava lascivo, convertito  in una testa ordinata, dai riccioli sapientemente raccolti dietro la nuca.

Prassitele, il genio, sapeva bene che ogni donna è la sintesi sublime tra la passione sfrontata e irriverente di una lussuriosa e la grazia pudica e composta di una dea.

© RitaLopez

Un pezzetto di mondo

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Preparavo il borsone militare, quello che per caso avevo scoperto tempo addietro rovistando in mezzo alle tue cose, con la foga di chi deve partire per non tornare mai più.

Infilavo all’interno tutto ciò che mi capitava sotto gli occhi, con la veemenza di chi sa di non poterne farne a meno, con il fervore di chi è certo che, prima o poi, ne potrebbe patire la mancanza.

La scatola con le conchiglie raccolte sul bagnasciuga, quando la spiaggia era tiepida di tramonto, e ancora non avevamo voglia di tornare a casa.

Vecchie fotografie in bianco e nero, alcune talmente rovinate, che era stato necessario sistemarle con l’adesivo e dove tu, sul dorso, in bella grafia, avevi diligentemente annotato il luogo dello scatto e la data.

Il basco con la visiera, acquistato con i soldi ricevuti a Natale.

Le lunghissime collane di perline colorate che io e Stefania avevamo infilato pazientemente con le nostre mani, una ad una, per venderle al mercatino della domenica di piazza Umberto. Lunghe, ma così lunghe, da poterle arrotolare due, tre, quattro volte attorno al collo.

E poi gli spartiti musicali con gli accordi per la chitarra.

Decine di quaderni stropicciati, scritti fitto fitto, quando cercavo di non impazzire.

L’armonica che Francesco aveva scordato a casa e non aveva più ripreso.

I miei ritratti, disegnati a carboncino leggero da Marco. Quello coi capelli sciolti e il basco messo di traverso, quello in cui ridevo spudoratamente, le sopracciglia alzate e le fossette ben evidenziate ai lati della bocca. Quello con gli occhi chiusi, che non si capiva bene se stessi dormendo o se invece piangevo.

Il libro di mitologia greca che ci rubavamo a vicenda: Ancora non l’hai finito? Ma lo voglio leggere anch’io. Ecco, finisco un  racconto e te lo restituisco. No, stasera tocca a me.

Cercavo di richiudere la cerniera del borsone stracolmo, senza romperla.

Non sarei mai partita per nessun posto, non sarei mai andata da nessuna parte, senza portarmi un ritaglio di quel mondo appresso.

Una fetta di mondo che trovasse spazio giusto su una mensola.

Un pezzetto di mondo da guardare, da toccare, da annusare all’occorrenza.

© RitaLopez

Adotta1blogger perché …

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… perché trovo che la  vita  generosamente proiettata all’esterno, con le antenne ben tese per captare le voci di chi ha qualcosa da dire, di chi può aprirci la mente, di chi può essere una fonte di ricchezza, è la vita più logica e più giusta da vivere.

Non esiste crescita senza condivisione, né evoluzione senza scambio.

Sono quello che sono per le esperienze che mi hanno attraversato, per le persone che ho conosciuto, per i libri che ho letto, per i film che ho visto, per la musica che ho ascoltato, per gli amici che mi hanno influenzato.

Ed ogni luogo dove è possibile prendere e dare disinteressatamente, dove il meraviglioso baratto umano delle emozioni e delle conoscenze prende forma, dove la predisposizione all’ascolto e la possibilità di farsi ascoltare sono cosa concreta, diventa il luogo più democratico per eccellenza.

L’ “adozione” in questo caso significa la mia umile, volontaria, consapevole discesa dal gradino del personale protagonismo, per mettere l’ “altro” sotto i riflettori e dire al mondo:

“Sentite signore e signori, sentite cosa ha da dirci!”.

© RitLopez

immagine in alto presa dal sito: saleinzucca.it/category/web-content/

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Il silenzio

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Dalle due alle quattro di pomeriggio nella casa dei miei nonni regnava il silenzio assoluto.

Il silenzio più totale, il silenzio più ovattato, perché nonno dalle due alle quattro si chiudeva nella camera da letto, quella  dai vecchi mobili di noce scuro, illuminata soltanto dalle lucine soffuse e  aranciate del tabernacolo della Madonna Addolorata, e dormiva.

E la casa piombava in un silenzio surreale.

Le donne lavavano i piatti e spazzavano la cucina, sussurrandosi i racconti  tra le labbra e a volte scoppiavano a ridere e ridevano in silenzio, soffocando le risate con i palmi  delle mani, per non fare rumore, fino  a diventare rosse per lo sforzo, fino quasi a soffocare.

Noi bambini facevamo i compiti e a volte ci tiravamo i calci da sotto il tavolone lungo e scrostato, e litigavamo.
“Stateve citti!!!” (fate silenzio!!)  urlava mormorando nonna, come solo lei era capace di fare, mimando un grido strozzato in gola.

Proprio così: urlava mormorando.

Gli occhi spalancati, il dito indice davanti al naso.

Mi piaceva quel silenzio, anche se era innaturale e forzato.

Mi piaceva come ti può piacere una cosa preziosa, come è preziosa qualsiasi cosa di cui senti la mancanza.

Dell’acqua quando hai sete, o del pane quando hai fame, o del sonno quando sei stanco.

Era divertente quel silenzio, perché ci obbligava a camminare in modo buffo, in punta di piedi, a compiere in modo grottesco i nostri movimenti,  per privarli di qualsiasi suono, a chiederci cento volte l’un l’altro “che hai detto?”.

Dalle due alle quattro di pomeriggio era possibile udire  il ticchettio dell’orologio alla parete, lo sgocciolio dell’acqua dal rubinetto del lavandino di pietra, il respiro lento e rassicurante delle persone stipate nella vecchia cucina.

Era un bel silenzio.

Alle quattro meno cinque nonna preparava il caffè.

Alle quattro spaccate, là nella camera da letto dai vecchi mobili di noce scuro, nonno fischiava con tutto il fiato che aveva in gola nel suo fischietto nero, quello dei tempi di quando era vigile urbano:  potevamo rompere la quiete forzata.

Quel fischio era come una doccia fredda sulla pelle arroventata dal sole, un’allegra sirena, un martello che infrange un grande vaso di cristallo rompendolo in migliaia di piccoli e aguzzi frammenti.

La casa ripiombava all’improvviso, come per incanto, nel frastuono più festoso.

“Porto io il caffè a nonno!”

“No, voglio portarglielo io!”

“No, oggi tocca a me!”

Litigavamo ancora, noi bambini, per chi dovesse portargli il caffè a letto.

Quando era il mio turno, nonna mi posava tra le mani il piattino con la tazzina ricolma del  prezioso liquido fumante e profumato.

“Non ‘u si facènn cadè”, mi diceva.

Procedevo portando la reliquia nella camera di nonno, come in una processione, seguita dagli altri bambini.

La Madonna Addolora, là sulla parete,  puntualmente mi fissava con gli occhi sgranati, quasi a presagire una catastrofe.

Ed io puntualmente facevo cadere un po’ di caffè sulle lenzuola.

“E u sapev je!!” (lo sapevo!) diceva nonno, “Semb’ tu sì!! Chiu cchiàno adda fà!”.

Abbassavo lo sguardo mortificata. Gli occhi di tutti addosso. Pure quelli della Madonna Addolorata.

Nonno si tirava su da letto e si sistemava le bretelle sulla canottiera.

“Mè,  mo la storia!”

Noi bambini correvamo di nuovo in cucina, prendendoci a  spintoni, a gomitate, per afferrare gli sgabelli di legno più comodi e sederci il più possibile vicino a lui che, come ogni pomeriggio, ci avrebbe raccontato “la storia”.

© RitaLopez

Dalla finestra

 

Persiane-Chiuse

Ricordo di essermi alzata dalla scrivania e di avere raggiunto a piedi nudi  la finestra con le persiane verdi, tenute ben chiuse per evitare che, con i raggi del sole, penetrasse nella stanza anche la canicola che toglie il respiro.

Ti ho visto uscire dal portone di casa e percorrere lentamente la strada infuocata.

Portavi una camicia marrone, di cotone, con le maniche corte.

Vene bluastre correvano sul dorso delle tue mani bianche.

Dio quanto sono bianche!, ricordo di avere pensato.

E lì, su tutto quel grigio impietoso dell’asfalto, con la tua ombra nera che ti seguiva stanca, mi sei sembrato così esageratamente solo e triste e malato.

Anche il tuo pallore mi è parso impietoso, così come quell’afa innaturale, come il silenzio assoluto di quel primo pomeriggio di quel giorno d’estate, impietoso come la via desolata, come quell’impietoso quartiere in cui abitavamo, impietoso come la nostra città impietosa, come il mondo intero e la vita baldracca così maledettamente impietosa con te.

Ho considerato per un attimo l’idea di spalancare le persiane verdi e mettermi a urlare dalla finestra:

“Aspetta! Vengo con te!”.

Ma tu hai voltato l’angolo.

Sono tornata a piedi nudi verso la mia scrivania.

Ricordo che un senso d’angoscia m’ha preso alla gola.

© RitaLopez

(Immagine copiata dal sito: luceradente.it/forum/wordpress_it_IT_271/?attachment_id=4627)

 

La vita vera

Lopez

(Fotogramma dal video The Most Beautiful Suicide- Evelyn McHale 1947 YouTube)
(liberamente tratto da un fatto di cronaca accaduto a New York il 1° maggio 1947)

 

(Trenton, 66 miglia circa da New York, Casa di Cura psichiatrica, Aprile 2007)

Rileggo con estenuante fatica le pagine, ormai ingiallite, scritte in quei giorni frenetici e deliranti in cui la mia vita è cambiata in maniera irreversibile, per diventare vita vera soltanto durante il sonno e stato di insopportabile incoscienza durante la veglia.

La mia vista è peggiorata e questo maledetto e costante tremore delle mani, mentre cerco di avvicinare i fogli di carta agli occhi, rende ancora più difficile la lettura.

La mia vita è stata un sogno: così dicono i medici della clinica psichiatrica in cui sono in cura da più di 30 anni.

Nel senso che per vivere ho avuto bisogno di chiudere gli occhi e sognare.

Solo nel sogno vivevo e nel sogno ritornavi a vivere anche tu.

Svegliarmi, essere catapultato in quello che chiamano “stato di coscienza”, rendermi conto della nuova realtà, è sempre stato inconcepibile e intollerabile da allora, da quel giorno che ti ho incrociata per strada, quella mattina del 1 maggio 1947, a pochi metri dall’ingresso dell’Empire State Building.

Non conoscevo neanche il tuo nome.

Solo in seguito ho letto sui giornali che ti chiamavi Evelyn.

Eri tu. Eri Evelyn.

La mia Evelyn.

La donna con cui avrei passato il resto della mia vita sognata.

La “ragazza dei miei sogni”, nel senso più ironicamente tragico e vero della parola.

Tutti pensano che io sia pazzo.

Ma che importa! La mia vita riprende ogni volta che mi addormento e sogno di te, Evelyn.

Sessanta anni di vita con te, oramai.

Sognata? Reale? Che importanza ha?

 

(New York, 1 maggio 1947)

Stamattina.

Stamattina la mia vita è stata inesorabilmente stravolta. Lo so.

Niente tornerà più come prima. E’ così. Sono perfettamente conscio del fatto che c’era un prima.

E sono perfettamente conscio che d’ora in avanti non sarà mai più la stessa cosa.

Questa vita non sarà mai più la stessa.

Questo mondo non sarà mai più lo stesso.

Né io sarò mai più lo stesso.

No, Robert Wiles non sarà mai più lo stesso.

 

(N.Y., 2 maggio 1947)

Non ho chiuso occhio stanotte, non sono riuscito a dormire.

Devo riordinare le idee. Devo. Per non impazzire.

Dunque, ieri mattina c’era il sole, aria tersa, niente nuvole, la luce giusta.

Mi è venuta voglia di andarmene in giro a scattare foto per conto mio, e così avevo sistemato la mia Contax in un sacchetto di tela impermeabile, insieme a due rullini e a un paio di obiettivi. Camminavo a passo spedito sulla 5th Avenue, dopo essere sceso alla fermata della metro in Times Square.

Ricordo che ero diretto al Madison Park. Avevo intenzione di ciondolare là per un po’, tra gli alberi e le aiuole in fiore, scattare foto fino a quando non avessi avuto fame, e poi scroccare il pranzo a Peter, studente del mio stesso corso di fotografia, che abita proprio a due passi dal Gramercy Theatre.

Questo pensavo, Dio mio! Solo questo pensavo.

Ho attraversato la 34esima Strada. Ed è là che l’ho vista.

Stava svoltando l’angolo. Era distratta. Mi è venuta addosso facendomi quasi cadere la sacca di tela con la Contax. Un rullino è scivolato per terra, rotolando verso i suoi piedi.

Ci siamo fermati. Entrambi sorpresi. Ci siamo guardati negli occhi.

Uno-di fronte-all’altra.

I suoi occhi, mio Dio! I suoi occhi azzurri di cielo dentro i miei.

“Mi spiace”, ha sussurrato.

“Si figuri”, le ho risposto.

Mi sono chinato a raccogliere il rullino che aveva cessato la sua corsa proprio accanto al tacco della sua scarpa sinistra.

Ho ammirato le sue caviglie. Sono risalito con lo sguardo su per le gambe, coperte fin sotto le ginocchia da una gonna a pieghe color pesca. E poi più su. La curva leggiadra dei fianchi, la vita sottile, fasciata dalla giacca stretta e sfiancata del tailleur, la lunga collana di perle bianche, il collo immacolato, la bocca rosso cremisi, fino a posarmi inebriato, ancora una volta, sui suoi occhi.

E nei suoi occhi sono finalmente precipitato. Nel baratro azzurro dei suoi occhi.

Sarei rimasto lì per ore; sarei rimasto lì per il resto della mia vita.

Dopo un tempo che non so quantificare, ha distolto improvvisamente lo sguardo, quasi con una rapida scossa nei movimenti, e ha proseguito il suo cammino.

L’ho vista infilarsi come una gazzella sperduta all’interno dell’Empire State Building, velocemente inghiottita dal buio e mastodontico ingresso.

Ho pensato: “Seguila, idiota, seguila! Offrile un caffè. Fai qualcosa, diamine!”

E invece sono rimasto lì, fermo, impalato, ancora ubriacato del suo profumo, ancora stordito dall’azzurro dei suoi occhi.

“Ok”, mi sono detto, “ok, brutto idiota. Ora aspetti qui, buono buono, fino a quando non esce da quel dannato palazzo e le parli”.

Sono entrato da Heartland Brewery, lì di fronte, e mi sono seduto a bere una birra.

Non staccavo lo sguardo dall’ingresso dell’Empire State Building.

Non sapevo cosa le avrei detto. Ma qualcosa le avrei detto. Oh sì! Mi sarei inventato qualsiasi cosa, questo era certo.

Ho ordinato una seconda birra.

Forse saranno passati 20 minuti. Mezzora. Non di più.

Ero deciso ad aspettare. Anche una vita intera.

Poi un’esplosione tremenda. Un tonfo inconfondibile di lamiere. Vetri frantumati. Un boato agghiacciante.

Dalla vetrata colorata dell’Heartland Brewery, ho visto un mare di gente correre sul marciapiede di fronte.

Anche dal locale si sono catapultati fuori.

Persino il barista dietro il bancone, presso il quale ero seduto. Persino il cassiere.

Sono uscito anch’io. Allibito. Frastornato.

Un folto gruppo di persone era accorso attorno ad una Limousine nera, parcheggiata proprio sotto l’Empire State Building.

Mi sono avvicinato. Il cuore ha iniziato a battermi all’impazzata.

Il tetto della Limousine era completamente accartocciato.

L’impatto tremendo aveva distrutto i vetri dei finestrini.

Sul tetto dell’auto, il corpo di una donna.

Ho riconosciuto subito il suo tailleur color pesca.

Mi si è fermato il cuore.

Ho smesso di respirare.

Mi sono avvicinato ancora di più.

Ho visto la mia vita reale, quella che chiamano “vita reale”, per l’ultima volta, sull’orlo di un baratro senza ritorno.

Era lì. La mia ragazza era lì, adagiata sul tetto lucido della Limousine, spiegazzato come una calda ed accogliente coperta, ad avvolgerle il corpo aggraziato.

Disarmante nella sua calma compostezza, sembrava dormisse.

Sì, sicuramente dormiva.

Alle mani portava dei guanti color panna. Non li avevo notati prima. Le dita della mano sinistra intrecciate nella collana di perle, quasi in una posa studiata e maliziosa. Le caviglie superbamente incrociate. Aveva perso le scarpe.

Così meravigliosamente bella. E quieta. E placida. E composta.

Solo le lamiere contorte facevano presagire la violenza inaudita dell’impatto.

Non ricordo a cosa ho pensato.

Non ricordo per quale motivo ho aperto la sacca di tela, ho afferrato la mia Contax, ho scattato una foto.

 

(N.Y., 4 maggio 1947)

Non riesco a dormire.

Ho il recondito terrore che, addormentandomi, io debba intraprendere una strada senza ritorno.

Mi serve un medico.

Non riesco a dormire.

 

(N.Y., 6 maggio 1947)

Evelyn.

Ti chiami Evelyn.

Evelyn McHale.

Ti ho amata dal primo momento Evelyn.

 

(N.Y., 7 maggio 1947)

Devo sviluppare quel rullino.

Devo trovare il coraggio di sviluppare quel dannato rullino.

 

(N.Y., 8 maggio 1947)

Sono andato dal dottor Harris.

Mi ha prescritto dei sonniferi.

 

(N.Y., 9 maggio 1947)

Ti ho sognato Evelyn. Ho sognato come nella mia mente sarebbe dovuta effettivamente andare quella mattina del 1 maggio, quando non ho avuto il coraggio di fermarti ed ho lasciato che tu andassi via invece, determinata, verso il tuo oscuro proposito.

Finalmente dopo averti aspettato per circa mezzora, sei uscita dall’ingresso dell’Empire State Building, fiera e spedita come una regina.

Ti sono venuto incontro e ti ho chiesto timidamente se volevi prendere un caffè con me.

Mi hai sorriso. Hai detto di sì.

Siamo entrati insieme da Heartland Brewery.

Ci siamo seduti e mi hai sorriso di nuovo. Ero felice come un bambino.

Felice come un bambino.

 

(N.Y., 10 maggio 1947)

Non sopporto il momento in cui mi sveglio dal mio sonno forzato.

Mi sembra di essere proiettato violentemente in una realtà che non mi appartiene più.

Oggi, però, ho deciso di stampare la tua foto. Sono passati dieci giorni ormai.

Ogni volta che mi accingevo a farlo, c’era sempre stato qualcosa di immensamente e potentemente doloroso a impedirmelo.

Ma oggi pomeriggio, quando l’effetto dei sonniferi è passato, ho raccolto le mie forze e l’ho fatto.

Ho acceso la lampada. La luce è passata attraverso il condensatore posto sul negativo.

Ho impostato il diaframma e poi la messa a fuoco. Agivo come in uno stato di trance, quasi fossi sotto ipnosi.

Ho regolato il tempo di esposizione.

Credo che non mi rendessi conto di quello che stavo facendo.

Credo di aver agito come agisce un sonnambulo.

Mi ricordo anche di avere pensato: “Ma dormo o sono sveglio?”

Ho preso infine il foglio di carta e l’ho fatto passare nelle bacinelle. Come in una consueta magia, col passare dei secondi, ho potuto intuire la tua immagine che pian piano sarebbe comparsa.

Con la lentezza e la disperazione acquisita negli ultimi, consapevoli movimenti, di chi è stato condannato a morte e si trova ormai vicino al patibolo, ho preso la stampa e l’ho passata sotto l’acqua corrente.

Non mi restava che metterla ad asciugare.

Ho acceso la luce, ma continuavo a tenere gli occhi chiusi.

Non so dire quanto tempo ho aspettato.

Finalmente mi sono deciso: ho aperto gli occhi.

Evelyn… Mio amore… Evelyn…

Ho pianto. Calde, copiose, inconsolabili lacrime.

 

(N.Y., 11 maggio 1947)

Continuo a dormire tutto il tempo, grazie alle pillole del dottor Harris.

Sia benedetto il dottor Harris! E’ come aver trovato la strada, la scorciatoia, che mi porta dritto a lei.

Odio risvegliarmi.

Stamattina però, ero ben determinato ad alzarmi dal letto; ho preso la foto di Evelyn e sono andato a Broadway, presso la sede di Life, il giornale.

Che strano! Solo ora mi rendo conto di avere scelto un giornale che si chiama Life, Vita, quasi a voler sbattere in faccia al mondo la vita che per me, e per te Evelyn, non può non continuare.

In qualsiasi dimensione, conscia, inconscia, razionale o irrazionale, essa ci viene offerta.

Alla sede del giornale non credevano ai loro occhi.

Mi hanno guardato sbalorditi mentre me ne andavo con la mia Contax a tracolla.

Sono tornato a casa, ho preso i sonniferi e mi sono rimesso a dormire.

 

(N.Y., 12 maggio 1947)

Hanno pubblicato la mia foto, Evelyn. La mia foto di te che dormi sul tetto accartocciato della Limousine nera, perché in realtà tu dormi.

Hanno avuto la loro esclusiva, il loro scoop.

Io, invece, mi sono imbottito di pillole e ti ho sognato.

Seduti al tavolino, da Heartland Brewery, mi hai raccontato dei tuoi 23 anni.

Mi hai raccontato di essere nata in California, di essere la sesta di sette fratelli.

Mentre parlavi, nuotavo nei tuoi occhi azzurri.

Ho persino dimenticato il mio caffè, lasciandolo completamente raffreddare.

Le tue labbra rosso cremisi hanno avuto un impercettibile tremore nel momento in cui mi hai detto che, un giorno, tua madre abbandonò te e i tuoi sei fratelli e non si fece più rivedere.

“Se non vuoi parlarne non importa”, ti ho sussurrato con tutta la delicatezza di cui ero capace.

Hai sorseggiato di nuovo il tuo caffè e hai continuato.

Dopo aver peregrinato in lungo e in largo per gli States, con tuo padre e i tuoi fratelli, finalmente sei approdata a New York.

Hai trovato lavoro e anche un fidanzato, che abita a Easton, non lontano da qui, e il giorno prima eri stata da lui, per festeggiare il suo compleanno.

“Dovremmo sposarci a giugno”.

Hai abbassato lo sguardo mentre pronunciavi queste parole.

“Stamattina ho preso il treno”, hai continuato, “e sono tornata a New York”.

“E lo sposerai?”, ti ho chiesto a mezza voce.

Hai abbassato di nuovo lo sguardo. Hai sorseggiato ancora una volta il tuo caffè.

 

(N.Y., 13 maggio 1947)

Ho letto con grande fatica l’articolo pubblicato su Life.

Mi girava la testa e mi sentivo in preda ad un incubo.

Dice che sei salita all’ottantaseiesimo piano dell’Empire State Building, dove è la piattaforma panoramica che guarda a 360 gradi tutta la città di New York.

Che hai piegato con cura il soprabito marrone che indossavi sopra il tailleur color pesca, posandolo sul parapetto della balconata.

Che hai lasciato anche la tua borsetta con alcune foto di famiglia e un taccuino nero.

Che ti sei lanciata nel vuoto.

Che nel taccuino nero era scritto il tuo messaggio di addio.

Che il messaggio diceva:

“Non voglio che nessuno, della mia famiglia o meno, veda alcuna parte di me.

Potete distruggere il mio corpo cremandolo?

Prego voi e la mia famiglia: non voglio nessun funerale o commemorazione.

Il mio fidanzato mi ha chiesto di sposarlo a giugno.

Starà molto meglio senza di me.

Dite a mio padre che ho preso troppe tendenze da mia madre”.

Nessuno di loro, Evelyn, sa che invece sei uscita dall’Empire State Building e sei venuta a prendere un caffè con me.

Nessuno sa che abbiamo chiacchierato insieme, comodamente seduti al tavolino dell’Heartland Brewery.

Nessuno sa che entrambi viviamo nei miei sogni e nei sogni ci parliamo.

Nessuno lo sa, Evelyn.

Ho afferrato le pillole del dottor Harris e ne ho mandate giù due.

Ho scelto di viver con te, anche se in un’altra dimensione.

E in fondo, chi ha mai dimostrato che la vita reale, la vita vera, sia quella che accade durante il nostro stato di veglia e non invece nel profondo, recondito, misterioso abisso dei nostri sogni?

© RitaLopez

Questo racconto è già stato pubblicato su http://exlibris20102012.blogspot.it/2016/04/la-vita-vera-di-rita-lopez.html

Un esercito

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Camminerò finché mi reggono le gambe e andrò avanti, ve lo prometto, come quei muli testardi e incaponiti che mai si fermano.

Camminerò per te, che ti alzavi alle 4 di mattina per cucinare i fagioli per il pranzo dei tuoi figli, e poi ti pettinavi i lunghi capelli, tirandoli su in una crocchia ordinata, prima di avvolgerti nello scialle lungo e uscire di casa col freddo che ti sbatteva in faccia, a testa alta, verso l’urlo della sirena della vecchia Manifattura dei Tabacchi.

E camminerò per te, che odoravi di Roxy senza filtro, per tutte le volte che hai reso speciali i miei giorni, quando mi insegnavi a ballare “I’m singing in the rain” e mi sentivo bella nella mia gonnellina a pieghe e con le mie scarpe consumate.

Camminerò, vi giuro, fino a scorticarmi i piedi.

E camminerò per te, che odoravi di lavanda e di pasta fatta in casa, simile ad un guerriero indistruttibile dalle mani artritiche che reggevano il rosario con le perline nere.

E anche per te camminerò, per i tuoi silenzi discreti, la tua gloriosa umiltà, il tuo laborioso e instancabile e quotidiano impegno da formica operaia.

Niente mi fermerà, siatene certi.

Camminerò anche per te, per i tuoi mantra religiosi, e per te che imprecavi il cielo di nascosto, e per te, che avevi la rivoluzione nel cuore, e per te, che per come mi guardavi, mi facevi arrossire.

Continuerò a camminare per tutti voi, che affollavate i marciapiedi maleodoranti del mio quartiere, quando ero  bambina, dove al puzzo di piscio di gatto e di verdure rancide si mischiava il colore acceso della vostra più commovente umanità.

Camminerò per voi e nessuno mi fermerà.

E voi camminerete insieme me. Finché io camminerò.

Saremo un esercito di anime meravigliose e disperate come nel quadro pellizziano.

Riempiremo ancora le strade con le nostre voci chiassose e le nostre grasse risate.

E tutti si scosteranno, curiosi e divertiti, al nostro passaggio.

© RitaLopez

Tiresia

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Quando ero molto giovane portavo  le pecore al pascolo sul monte Citerone e in un noioso pomeriggio d’estate, mi imbattei in due serpenti che si accoppiavano.

Ero solo un ragazzo.

Ero solo uno sciocco.

Li separai con un bastone, e la femmina rimase uccisa.

Erano uniti. Ed io li ho divisi.

 

Immediatamente il mio corpo assunse le sembianze di una donna.

Rimasi una donna per sette anni, sperimentando tutti i possibili piaceri che, da donna, si possano provare.

Ma un giorno, tra le rocce, mi capitò di rivedere la medesima scena: due serpenti intenti ad accoppiarsi.

Pensai che se avessi ripetuto gli stessi identici gesti di quel noioso pomeriggio di sette anni addietro, forse sarei ritornato quello di prima.

E difatti, dopo averli divisi, riacquistai le mie originarie sembianze maschili.

Sono stato un uomo. E sono stato una donna.

 

Quando Zeus ed Era, disinibiti dalla dolce ambrosia, intrapresero una discussione su chi, tra maschio e femmina, provasse più piacere, non riuscendo ad accordarsi, decisero di interpellarmi.

“L’uomo gode soltanto una decima parte. Le altre le completa la donna, godendo, quando è innamorata, con tutta quanta l’anima”, questa fu la mia risposta.

Ed ero sincero.

La dea si adirò moltissimo. Avrebbe voluto essere la sola a conoscere quel segreto.

Per questo, furibonda, mi rese cieco.

Avevo la luce negli occhi. Piombai nel buio più profondo.

 

Zeus, impietositosi, per ricompensarmi del danno subito, mi concesse la facoltà di diventare un indovino, l’interprete fedele degli dei.

Ero un vedente che non vede. Sono un vecchio cieco che prevede.

 

© RitaLopez

La Bellezza

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Sono su un treno che va verso Sud e, sedute vicino a me, ci sono due signore australiane che non conoscono una parola d’italiano.
Madre e figlia. Molto colte, da come le sento parlare.
Molto ricche, da come le vedo vestite.
Sono in vacanza in Italia. Hanno già visto Venezia, Firenze, Assisi, Roma… ed ora sono dirette a Matera.
Il treno si ferma alla stazione di Caserta, proprio davanti alla Reggia del Vanvitelli.
CASSETTA, legge ad alta voce dal tabellone la figlia, che avrà più o meno la mia età. Sorrido involontariamente. Lei se ne accorge. Mi sorride a sua volta. No CASSETTA? mi chiede. No, CASERRRRRTA: scandisco, indugiando sulla erre, pavoneggiandomi quasi, per come riesco a farla vibrare tra la lingua e i denti.
“Oh look over there!!! what a beautiful building!” le dice la madre, una distintissima signora anziana, con un ridicolo cappellino simile a quello della regina Elisabetta. Spiego loro che si tratta del palazzo reale più grande d’Europa, sede dei Borbone, iniziato nel XVIII secolo.
Mi guardano enormemente interessate e mi pregano di continuare. E io continuo (capirai! l’hanno trovata!).
Racconto che è un palazzo che nella sua ideazione doveva reggere il confronto con quello di Versailles, racconto delle sale sontuose, dell’esplosione dell’architettura barocca, della Biblioteca Palatina, della Sala Ellittica che ospita un meraviglioso presepe napoletano, delle incredibili pinacoteche e soprattutto racconto del parco strabiliante, con le fontane e le cascate e le sculture dei miti greci. Hanno gli occhi spalancati. Decidono di fermarsi al ritorno e visitare il luogo.
Mi tempestano di domande: sulle città d’arte, e l’architettura, e la scultura, e le meraviglie della nostra natura, e le spiagge pazzesche del sud, e la nostra cucina, e la storia, quella recente e quella passata, e Michelangelo, e Leonardo, e Raffaello, e la civiltà romana.
Non mi fermo un attimo (capirai! l’hanno trovata!).
E quando dico loro che ho anche una laurea in archeologia e attacco a raccontare del Foro Romano e degli scavi e dell’odore che ha la terra del Palatino (capirai! l’hanno trovata!), sono prese da una sorta di orgasmo mistico.
Solo allora mi rendo conto di quanto la mia concezione della storia, del passato, sia diversa dalla loro. Solo allora mi rendo conto del Paese così giovane e sconfinato da cui provengono. Mi rendo conto di quanta Bellezza e Arte ci circonda. In uno spazio così “stretto” e “piccolo” come l’Italia. Come si fa a scordarsene? Come si fa ad abituarsi alla Bellezza fino ad ignorarla, a non prendersene cura, a non difenderla? Come si fa a non sentirsi uniti dalla Bellezza in cui abbiamo avuto la fortuna di nascere? Come si fa ad affidare tutta questa Bellezza nelle mani di quattro papponi ignobili che pretendono di gestirla insieme al nostro Paese?
Restiamo in silenzio. Loro frastornate da tutte le informazioni che le ho rovesciato addosso (capirai! l’hanno trovata!). Io, un po’ stanca, per aver parlato in un’altra lingua per più di due ore.
Guardo dal finestrino. Le distese di ulivi argentati e le vigne ben disposte in filari precisi, che tra qualche mese saranno cariche di grappoli maturi. Si vede anche il mare in lontananza adesso. E’ tutto bellissimo.
Prima di arrivare a destinazione, mi stringono la mano. Io, da buona meridionale, non riesco a non baciarle. Prima la figlia. Poi l’anziana madre, col suo ridicolo cappellino alla regina Elisabetta.
“What’s your name?” mi chiede. Rita, rispondo. “Rita, you’re so passionate!”, mi dice.
Scendo dal treno. Consapevolmente orgogliosa, mi tuffo a grandi passi nella Bellezza.

© RitaLopez

Lo vuoi un caffè?

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Avevo passato tutta la mattina a lucidare il lampadario impolverato della tua cucina.

Ero scalza sul tavolo ricoperto di fogli di giornale e di tanto in tanto mi passavi lo straccio pulito, dopo averlo sciacquato per bene sotto il rubinetto.

“Statt attìnt, non si cadènn!”

“Non cado, non cado” ti rispondevo.

E una volta finito, pigiavi l’interruttore, per vedere il risultato.

La tua bocca che si distendeva in un sorriso, contagiava anche me.

Sorridevo anch’io.

“Quanta luce! Brav’ a chedda uagnèdd!”

Brava ragazza che sei! dicevi con la testa alzata.

“U uè nu cafè?”

Lo vuoi un caffè?

Scendevo dal tavolo e mi mettevo seduta, mentre riempivi con cura la macchinetta.

La lentezza dei gesti, la pacatezza della precisione.

Ciò che ti rendeva straordinaria, ai miei occhi, era vedere come ogni piccola azione quotidiana, anche la più banale, anche la più semplice, diventasse speciale, unica, solenne, quando a compierla eri tu.

Era così sempre.

Quando cucinavi, quando impastavi la farina sul tavoliere, quando tiravi fuori dalla tasca del grembiule  100 lire perché potessi comprarmi il ghiacciolo alla menta.

Ogni mossa era talmente ricolma di amore, e di gioia di fare, e di fare bene, che assumeva ai miei occhi la magnificenza di una impresa epica.

Stendevi un tovagliolo pulito sulla tavola e vi posavi sopra la tazzina di ceramica con il suo piattino. Quella del servizio buono.

Sorridevi.

La zuccheriera di acciaio lucido e il cucchiaino accanto.

Portavi la caffettiera fumante come un piccolo scrigno prezioso.

La mia ricompensa per il lavoro svolto.

Il premio più ambito per l’opera compiuta.

Ci lasciavamo entrambe con il cuore gonfio di soddisfazione.

Io con la consapevolezza di una nuova ricchezza. Una ricchezza sconfinata. Una ricchezza senza paragoni.

Tu ancora con gli occhi puntati sul lampadario e il sorriso sulle labbra.

© RitaLopez

Pessimo Vincenzo

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Non avevo soggezione di te solo perché andavo in classe con tua sorella: sapevo che non mi avresti importunato più di tanto.

Però lo devi ammettere, Vincenzo: tu eri proprio fastidioso.

Davi fastidio alle ragazzine del quartiere, al maestro, ai vicini di casa, ai passanti sconosciuti.

Tu e la tua cricca di teppisti come te.

“Hanno bucato le gomme della 126 della maestra Florinda!”

“Scommetto che in mezzo c’era Vicìnz!”

“Hanno rotto la vetrina della salumeria dello Schignato!”

“Stavolta l’ho visto: Vicìnz e gli amici suoi sono stati!”

“Hanno toccato il culo a Mariastella, la commessa della merceria!”

“Stu disgraziat di Vicìnz!”

Eri pessimo, Vincenzo. Lo devi ammettere.

Eppure c’era qualcosa in te che mi piaceva. Lo devo ammettere anche io.

Mi piaceva, lo devo ammettere, quando ti arrampicavi sul paraurti d’acciaio della filovia arancione, che attraversava tutta via Crisanzio, e fischiavi a labbra strette per chiamarmi.

“Ma guarda quello!” diceva allibito un signore dietro di me.

Mi faceva sorridere, lo devo ammettere, vederti guidare il motorino smarmittato nell’afa dei pomeriggi estivi, con quell’altro bellimbusto dell’amico tuo, appollaiato dietro. Rigorosamente senza casco. Rigorosamente contromano. Rigorosamente a torso nudo.

Ero contenta, lo devo proprio ammettere, di quel sottile turbamento, che mi guardavo bene dal far trapelare, quando mi fissavi dritto negli occhi e, soffiandomi il fumo della sigaretta in faccia, mi proponevi:

“Quando vuoi divertirti, chiamami!”

Pessimo, pessimo Vincenzo.

Che venivi bocciato ogni anno.

Che facevi disperare tua madre.

Che a quelle due anziane turiste tedesche che si erano perse nei vicoli e che ebbero l’ardire di chiederti:

“Scusa pello pampino! Dofe essere stazzione?”

rispondesti: “Signò! Se mi dai 2000 lire te lo faccio toccare!”

Pessimo, pessimo Vincenzo.

“Diventerai una suora”, mi dicesti un giorno.

“E tu farai la fine di tuo fratello che sta in galera”, ti risposi.

I muscoli della faccia irrigiditi.

Gli occhi severi.

E sicuramente non può essere stata quella frase, sicuramente c’era dentro di te qualcosa, già da tempo, pronta a scattare. Deve essere così.

E insomma volevo dirti che sono orgogliosa di te,  che sei  il meccanico più bravo del quartiere.

Che hai tre figli belli come il sole.

Che avevi pochissime speranze di sfuggire al tuo futuro di contrabbandiere di sigarette.

Che ogni volta che ti guardo mi vengono in mente le due turiste tedesche, a cui  volevi farglielo toccare per 2000 lire, e mi viene da ridere.

© RitaLopez

La verità su Marta

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Ogni volta che vedo una farfalla non posso non pensare a mia sorella Marta.

Avevo solo 15 anni quando Marta scappò di casa, o meglio, scomparve, nel senso che dopo aver accompagnato suo figlio Toni, mio nipote, davanti alla scuola materna, non ritornò mai più.

“E non dimenticarti di soffiare il naso quando sei in classe. Ecco, ti lascio questo fazzolettino nella tasca del grembiule. Hai capito?”

“Va bene mamma”.

“Ed ora dammi un bacio”, gli disse.

Toni, un attimo prima di entrare nell’atrio, si voltò e alzò la manina in segno di saluto.

“Ma come ti era sembrata in quel momento? Come erano i suoi occhi?”

Per tutti questi anni passati ho cercato di strappare a Toni la consapevolezza di un guizzo, una luce particolare, un movimento impercettibile negli occhi di Marta, che potessero lasciar presagire anche la più labile intenzione di sparire dalla circolazione, di eclissarsi nel nulla.

“Lei tornerà”, mi ripeteva Toni da bambino.

“Lei tornerà”, continua a ripetermi Toni, che ora è un ragazzo dalle spalle larghe.

 

Andrea, mio cognato, passò la notte a macerarsi il cuore.

Accasciato sulla sedia, in cucina, le mani tra i capelli folti e neri. Lo sguardo fisso nel vuoto.

Il giorno dopo, quasi in trance, svuotò tutti i cassetti, rovistò tra i libri degli scaffali, cercò in tutte le tasche dei jeans e delle giacche di Marta, scaraventando i vestiti a terra, con rabbia, con furia. Imprecando.

Mise a soqquadro la cucina e poi la camera da letto e poi lo studio, in cerca di un indizio, anche minimo, di quello che nella sua mente fu subito percepito come un abbandono premeditato.

Ha finito per odiarla, Marta.

L’ha odiata per averlo lasciato solo, perché se ne è fregata di lui e del piccolo Toni, e se ne è andata.

“Ho sposato una stronza!”, mi urlò al telefono piangendo.

“Ho sposato una stronza”, continua a rinfacciarmi anche ora che ha i capelli grigi e radi.

 

A mia madre si spezzò il cuore.

“Lo sento, le è successo qualcosa. Lei non avrebbe mai fatto una cosa del genere”, piangeva.

“E’ così, le  è capitata una disgrazia”, si torceva le mani.

Il medico le prescrisse degli psicofarmaci per farla dormire.

Si spense l’anno dopo, col pensiero del corpo martoriato, e mai più ritrovato, di Marta nella testa.

 

Anche io, in tutti questi anni, mi sono fatta un’idea della scomparsa di Marta.

Ma non la rivelerò.

A che serve? Non cambierà la sostanza dei fatti. Non servirà a far tornare mia sorella.

E’ la mia verità.

Ed è vera come quella di Toni, come quella di Andrea, come quella di mia madre.

Ognuno si costruisce la propria verità, per sopravvivere, per difendersi, per mettere in scena una spiegazione razionale che funzioni, che metta pace al proprio cervello, al proprio dolore.

E se questa verità, anche se frutto della tua immaginazione a cui poi  finisci per credere,  serve a farti alzare dal letto la mattina, ad andare avanti, allora quella verità è vera.  E’ sacrosanta.

La farfalla che svolazza davanti alla mia finestra, una volta, era un bruco.

© RitaLopez

Mantiklos, l’immortale

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Era da giorni ormai che il mio uomo, l’abile Mantiklos, lavorava alla sua statuetta di bronzo.

Aveva intenzione di donarla al potente dio Apollo, lì nel santuario di Apollo Ismenio, nella nostra splendida Tebe.

Lo osservavo mentre era chino, seduto di spalle, alla luce della fiamma tremolante.

La figura del dio, rappresentato come un fiero guerriero, aveva preso finalmente forma tra le sue dita esperte e veloci.

Muoveva le mani con la stessa delicatezza con  cui la sera mi accarezzava i fianchi e le gambe.

L’immagine del guerriero, nudo nella sua gloriosa virilità, aveva preso vita grazie al mio amato Mantiklos.

I capelli raccolti in lunghe trecce, indicate da leggere incisioni orizzontali, ricadevano sulle spalle larghe e muscolose.

La vita stretta, avvolta dalla cintura.

L’elmo sulla testa e l’arco retto con il braccio sinistro flesso davanti a sé.

“Ti piace?” mi chiese infine Mantiklos sorridendo.

“E’ bellissimo, ma manca una cosa”.

“Cosa?” domandò.

“La tua firma”, risposi.

“La mia firma…” ripetè a bassa voce, quasi perplesso.

Stette qualche minuto a pensare, serio, gli occhi fissi sulla sua opera.

Poi, all’improvviso, con decisione, afferrò un cesello e incise qualcosa sulle gambe del dio.

Quando ebbe finito, pose la statuetta sul desco dove stava lavorando e uscì di casa.

La luce bianca della luna che entrava dalla porta aperta, faceva brillare il bronzo di mille riflessi argentati.

Misi da parte il mio fuso, e mi avvicinai in punta di piedi al desco.

Lessi con fatica quello che aveva scritto:

 

Μάντικλός μ᾿ ἀνέθεκε ϝεκαβόλοι ἀργυροτόξσοι

τᾶς {δ}δεκάτας, τὺ δέ, Φοῖβε, δίδοι χαρίϝετταν ἀμοιβ[άν].

‹‹ Mantiklos mi dedicò al (dio) abile nel lanciare, dall’arco d’argento,

come decima, e tu, Febo, da(gli) una gradita ricompensa.››

 

Non potei fare a meno di sorridere.

Apollo, il nostro dio, era immortale. E’ vero.

Ma l’Arte avrebbe reso allo stesso modo immortale l’abile Mantiklos.

Questa, questa sarebbe stata la sua ricompensa.

© RitaLopez

Luca

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E così addio  piccolo Luca, che tutti chiamavano “piccolo”, anche se avevi 24 anni.

Che avevi le gambette stecchite e traballanti come quelle di un ragazzino sofferente, ma camminavi spedito come un soldato in marcia, dentro le tue scarpe ortopediche  nere, e quando ti guardavo pensavo: “oddio ora cade! oddio ora cade!”

Che venivi bocciato ogni anno alle medie così che potessi frequentare la scuola e stare insieme agli altri ragazzini ancora per un anno. Per un altro anno ancora.

Che sei stato compagno di classe prima della mia Paola e poi della mia Dona, ed entrambe ti adoravano.

Ma ti adoravano tutti. Come si poteva non adorarti!

E quindi addio piccolo Luca, che mollavi la mano dell’insegnante di sostegno perché dovevi correre ad abbracciare la bidella ogni mattina.

Che ti facevano battere la palla ogni volta che aveva inizio  la partita di pallavolo.

Che alle recite scolastiche precedevi ogni singola battuta di ogni singolo compagno di classe sul palco.

Che chiamavi a gran voce “Paolaaaa!!!” ogni volta che incontravi per strada me o le mie due figlie, perché per te eravamo tutte indistintamente solo  e soltanto “Paola”, e agitavi le braccia, e ridevi, e agitavi le braccia, e ridevi…

E allora addio piccolo Luca, dalle molte cicatrici e dai sorrisi a profusione.

Ti accolgano quegli stessi angeli che amavi disegnare sui quaderni.

Si inchinino al tuo passaggio i cherubini dai lunghi capelli dorati. Ti cullino, stanotte, tra le loro ali.

Che possano imparare da te la dignità della sofferenza e della pazienza.

Che possano imparare da te come si fa a rimanere puri come bambini.

© RitaLopez

Lorenzino, detto “Varichina”

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Lo incontravamo spessissimo di sera, tornando a casa, in via Crisanzio, vicino alla Manifattura dei Tabacchi, nel cuore del quartiere Libertà, il quartiere dei veri figli del popolo.

Lorenzino, detto “Varichina”, sculettava sul marciapiede con i suoi jeans strizzati sui genitali e tenuti su da una cintura di pelle.

Indossava una pacchianissima camicia a motivi floreali con il colletto a punta, annodata sopra la sua gonfia pancia pelosa.

Aveva una montagna di capelli spinosi che viravano tra il biondo e il rossiccio e degli occhiali spessi come vetri di bottiglia per via della forte miopia procuratagli dal diabete.

“Uèèèè Lorenzì. Ricchiòoon!!!”, lo sfottevano i ragazzini senza cuore che sfrecciavano contromano sulla strada, in sella ai motorini smarmittati.

Urlavano e ridevano sguaiatamente.

Mamma tirava per le braccia me e mia sorella. Affrettava il passo, costringendoci ad arrancarle dietro, a fatica.

Ma io avevo gli occhi puntati su Lorenzino e soprattutto le orecchie bene aperte.

E infatti la sua risposta non si faceva mai attendere:

“Disgraziaaat!!! Rdìt, rdìt! L’ femmn hann’ a murì e tutt’ ddò avìt’ a frnèsc!”

(Disgraziati! Ridete, ridete, tanto le femmine moriranno e tutti qua dovrete venire!), rispondeva Lorenzino, battendosi il deretano con entrambe le mani.

“Sto ‘nzivùs!” (Questo sporcaccione!), mormorava mamma, strattonandoci ancora di più per le braccia.

Ma Lorenzino era immune, oramai, agli sfottò continui dei crudeli ragazzi del quartiere Libertà.

“Ciao beeeelllloooo!!!” si rivolgeva al passante che, a testa bassa, attraversava in tutta fretta la strada per non incrociarlo sullo stesso marciapiede.

Procedevamo su via Crisanzio, noi in una direzione e Varichina nell’altra.

Camminavo con la testa completamente voltata per non perdermi la vista di Lorenzino che si allontanava sempre di più. Potevo sentirlo cantare  a squarciagola “Staaasera mi butto, stasera mi butto, mi butto con teee!!!”, mentre ancheggiava come una checca pazza e si passava la mano nella zazzerra spinosa.

Lorenzino che viveva in un tugurio fetente.

Lorenzino famoso sia tra gli accattoni che tra i notabili.

Lorenzino parcheggiatore abusivo, guardiano delle battone, armato di secchio e ramazza per pulire gli androni bui dei vecchi palazzi del Libertà e guadagnarsi cinque mila lire.

Lorenzino dagli insospettabili, innominabili, impronunciabili amanti di una città del sud ipocrita e bigotta.

Pioniere inconsapevole del gay pride e dell’orgoglio omosessuale.

Morì solo, Lorenzino,  ripudiato dalla famiglia e dai suoi frequentatori abituali, che si erano divertiti con lui a poco prezzo, all’insaputa di mogli e  fidanzate.

Stroncato dal diabete che gli aveva causato l’amputazione prima di una gamba e poi dell’altra.

Hanno fatto un film su Lorenzo De Santis.

Lo avresti  immaginato mai,  Varichina?

Se lo avessero chiesto a me, allora, quando mamma mi trascinava verso casa, là in via Crisanzio, avrei scosso vigorosamente la testa.

© RitaLopez

Lo sguardo di Lukas, Aziz

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Ecco Lukas, il mio bambino dai capelli biondi e dagli occhi azzurri.

E’ sempre chiuso in sé stesso, litiga con i suoi coetanei, i maestri dicono che a scuola non è mai attento e mi mandano a chiamare in continuazione per lamentarsi di lui.

Solo il nostro gatto, Tom, lo capisce.

Lukas passa le ore ad accarezzargli il pelo rosso, mentre Tom si raggomitola tra le sue braccia e fa le fusa.

E’ mio figlio Lukas, il mio bambino, ed io lo amo.

 

Ecco Lukas, il mio adolescente problematico.

Ciondola tutto il tempo nei quartieri malfamati di Copenhagen,  insieme a una gang di poco di buono che non mi piace affatto.

So che lo hanno fermato mentre guidava un motorino rubato.

Rientra a notte fonda e se gli chiedo dove è stato, si arrabbia e prende a pugni la porta della sua stanza.

E’ mio figlio Lukas, il mio adolescente, ed io lo amo.

 

Ecco Lukas, il mio ragazzo trasformato.

So che ha nuovi amici, è sempre fuori casa e torna solo di rado ormai.

Lo vedo cambiato, solo la sua vulnerabilità è la stessa.

Un giorno, all’improvviso, mi ha chiamato al telefono, dicendomi di trovarsi al confine turco.

Era partito senza salutarmi.

E’ mio figlio Lukas, il mio ragazzo, ed io lo amo.

 

Ecco Lukas, che ora si fa chiamare Aziz, in una foto scattata in Siria.

Si è appena lavato, ha ancora il volto e i capelli bagnati. Sembra felice.

Di tanto in tanto riesco a chattare con lui.

Gli chiedo di tornare. Mi dice che non può.

Ho registrato le fusa del vecchio Tom; gliele faccio ascoltare.

Rimane in silenzio. Lacrime bollenti mi rigano il volto.

E’ mio figlio Lukas, Aziz, ed io lo amo.

 

Passo le notti a guardare i filmati orribili degli uomini dal volto coperto che tagliano le teste ad altri uomini inginocchiati sulla sabbia.

Studio ogni loro passo, scruto ogni loro mossa, e rimetto il filmato indietro e lo rivedo daccapo e lo rivedo ancora, altre dieci, cento, mille volte.

E mi soffermo sulle mani, per cogliere un particolare modo di muovere le dita che solo io conosco.

Mi soffermo sugli occhi, lasciati appena scoperti, per carpire uno sguardo, un lampo, che solo io conosco.

Lo sguardo di Lukas, che è Aziz,

o di Aziz, che era Lukas.

© RitaLopez

Un attimo prima

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“E’ bello essere qui” pensò Jean Paul, brillante studente della Sorbona, uscendo di casa.

Parigi era bella, soprattutto per uno come lui, provinciale di un piccolo paese sperduto tra le montagne del sud.

Soprattutto di sera, quando si illuminava a festa.

Soprattutto da quando nella sua vita c’era Valery.

Ecco, sarebbe andato a prenderla sotto casa. Insieme avrebbero percorso Boulevard Saint Germain e poi avrebbero preso la metropolitana. Le avrebbe stretto la vita con il braccio. Sarebbero andati al concerto e poi a mangiare una pizza e poi a casa sua. E poi… Sorrideva, Jean Paul.

“Sì”, pensò di nuovo “è bello essere qui”.

A questo pensava Jean Paul quella sera.

A questo pensava pochi attimi prima di cadere a terra con un colpo di kalashnikov sparato in testa.

 

Winnie, splendida studentessa Keniota del campus universitario di Garissa, era in ritardo per la lezione, di nuovo.

“Non accadrà più” aveva detto timidamente al professore di Ingegneria meccanica l’ultima volta, quando lui aveva interrotto la lezione guardandola sadicamente con occhi di ghiaccio, fino a che lei non aveva preso finalmente posto al suo banco.

“Al diavolo!” disse, rinunciando a sistemarsi i capelli ribelli.

Afferrò i libri e si affrettò lungo il viale alberato, verso l’edificio D del campus.

“Dai che sono in tempo, dai che sono in tempo”.

A questo pensava Winnie, pochi attimi prima di essere sgozzata senza pietà, insieme ad altri 24 studenti, da una furia cieca ed assassina.

 

“E non dimenticare le cassette di frutta!”

“Sì padre” rispose Samir.

Il mercato di Beirut a quell’ora era sempre affollato di gente.

Samir sistemò frettolosamente il cartellino con i prezzi sulle cassette.

“Posso andare ora, padre?”chiese il ragazzo.

“Va bene. Ora vai, ma stai attento. Non vi fate male tu e quel Nazim!”

Nazim lo aspettava nel cortile dietro la scuola, insieme agli altri ragazzi del quartiere, per la partita di calcio.

Samir giocava in porta. Da sempre.

Attraversò la strada, guardando a destra e a sinistra, come gli aveva insegnato suo padre.

“Oggi vinceremo”, si ripromise Samir, pochi attimi prima che una motocicletta carica di esplosivo, parcheggiata a pochi metri dal negozio di suo padre, lo facesse saltare in aria insieme alle cassette di frutta.

 

La piccola A’isha teneva stretta la sua bambola di pezza con un braccio mentre la mamma le stringeva forte la mano, obbligandola a camminare in fretta.

Faceva sempre caldo in quel villaggio sulle rive del lago Ciad e piccole gocce di sudore imperlavano la splendida fronte di A’isha, del colore della terra.

“Mi fai male, sei cattiva!” disse alla mamma.

“Sbrigati A’isha, dobbiamo tornare a casa”, la strattonò sua madre.

“Non mi tirare!” si ribellò la piccola.

“Non ti voglio bene. E neanche la mia bambola”, pensò imbronciata A’isha un attimo prima di stramazzare sulla terra battuta e polverosa, insieme a sua madre e a tutti gli abitanti del villaggio.

 

J. non aveva ancora 20 anni, ma il suo giorno era arrivato.

E  J. era pronto. Doveva essere pronto.

Cosa hai pensato, J.,  un attimo prima di farti esplodere?

Questa vita non ti ha urlato dentro?

Neanche per un attimo, J.?

Neanche per un attimo?

© RitaLopez

 

Pietre su Rokhshana

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Fa tanto caldo in questa parte del mondo dimenticata da Dio e dagli uomini.

Fa tanto caldo, nonostante sia solo mattina presto.

E pure le montagne aride, attorno a questo campo brullo, lasciano presagire l’afa impietosa che tra non molto opprimerà l’aria, rendendola irrespirabile.

Hanno scavato una buca profonda, qui, al centro di questo campo secco e ricoperto di sassi.

Ci sono uomini attorno alla buca, una trentina, alcuni in piedi, altri accovacciati sulle ginocchia, che attendono lo spettacolo.

Hanno i telefonini in mano, pronti per filmare l’avvenimento.

Dentro la buca c’è Rokhshana, di 19 anni, avvolta nel suo abito lungo e nero.

Ha le braccia tenute ferme da una grossa corda, legate strette ai lati del corpo.

L’ultimo viso che le si è parato di fronte, prima di essere calata, è stato quello di suo padre, che si è rifiutato di perdonarla.

La voce tremante di Rokhshana è scivolata lungo la distesa arida: “Ti prego, padre!”.

Ma il vecchio, dritto di fronte a lei, imperturbabile, ha scosso la testa.

Nella buca, dove Rokhshana è stata calata, iniziano ad essere scagliate le prime pietre.

Una pietra per avere disonorato l’anziano marito scelto da tuo padre e tuo fratello.

Una pietra per essere scappata, di notte, con il giovane Mohammed.

(I gemiti ovattati di Rokhshana coprono il campo riarso).

 Una pietra per aver passato la notte insieme a lui, accucciati in una grotta, tra le montagne silenziose.

Una pietra per aver provato  il piacere del calore delle sue mani sui tuoi fianchi.

(I lamenti strozzati di Rokshana si alzano fino al cielo bianco).

Una pietra per la tua pelle lucida di bronzo, sfiorata dalle sue labbra.

Una pietra per i tuoi lunghi capelli  aggrovigliati tra le sue dita.

Una pietra per le sue parole infuocate sussurrate nelle tue orecchie.

Una pietra, e una pietra, e un’altra pietra ancora.

(Il grido straziante di Rokshana raggiunge il sole impietoso).

Poi il silenzio.

Gli uomini ora si allontanano a gruppetti, compreso tuo padre, che stanotte si stenderà al fianco di tua madre scossa da singhiozzi silenziosi, mentre la tua stanza rimarrà vuota.

Il giovane Mohammed è rimasto a casa dei suoi genitori.

Se l’è cavata con qualche frustrata.

Un giorno  anche per lui sarà scelta una giovane ragazza, innamorata di un altro, ma costretta a sposarlo.

Come te, Rokshana. Proprio come te.

© RitaLopez

Laura, la camionista

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Non mi piace andare dal parrucchiere.

Ci vado quando proprio non posso più farne a meno.

Ma quest’ultima volta non è stato noioso.

Questa volta ho conosciuto Laura, la camionista.

Siamo sedute una accanto all’altra e già penso alla scelta amletica che mi si pone ogni volta.  A):  prendere uno dei giornali disponibili e girare noiosamente le pagine patinate, stracolme di fotografie di soubrette prosperose e attrici al mare, colte impietosamente nell’atto di chinarsi a raccogliere l’asciugamano, così da mostrare al mondo sadico e ipercritico delle donne comuni i fianchi coperti di cellulite. B):  conversare del più e del meno col mio parrucchiere, il quale ti parla stando in piedi, dietro di te, e tu lo vedi dallo specchio che hai di fronte, solo che i suoi occhi non guardano te. No. Sono perennemente puntanti su se stesso. E a me dà un fastidio!

Questa volta il parrucchiere è impegnato a chiacchierare con la mia vicina e così non mi resta che agguantare uno degli interessantissimi giornali di cui sopra.

“E allora, Laurè, adesso che fai le pulizie, non è meglio di quando facevi la camionista?”,  le sta chiedendo lui.

Fa la domanda a lei, ma nello specchio guarda se stesso.

“Ma manco pè niente!” risponde Laura, con i bigodini sulla testa.

“Me rompo le palle che nun poi capì. Sempre ‘e stesse cose, sempre a’ stessa vita! E vai a casa de quella e je pulisci i vetri, e vai a casa de quell’artra e je spazzi pè tera e poi cori dalla vecchia e je sporveri ‘e bomboniere….No, quanno facevo ‘a camionista me piaceva de più”.

Poso il giornale sulle ginocchia e guardo Laura.

Avrà una sessantina d’anni, portati benissimo.

Ha un fisico asciutto, due spalli grandi, e dai jeans aderenti si indovinano un paio di gambe muscolose. Prive di cellulite.

Le chiedo timidamente: “Lei…”.

“Tu” mi dice, perentoria.

“Tu…facevi la camionista?”.

“Eccerto” mi risponde con orgoglio, “ho fatto ‘a camionista pè più de trent’anni”.

Le sorrido.

“ ‘O sai?” continua, “negli anni 70, in Italia, c’erano tre camioniste donne. Mbè: una ero io. Dovevi vedè che era, pe ‘na donna, fà sto lavoro a quei tempi!”.

Ma come hai cominciato? Le domando.

“Mì padre faceva er camionista. A 14 anni gli ho detto: a pà, io non vojo più annà a scola.

“A no?” Me fa lui! “e allora viè co me”.

E così sò salita sur camion a 14 anni e sò scesa quanno ne avevo 50. Ho iniziato cor 12 13 e poi cor 19 19. Tutti l’ho portati”.

Non la mollo un attimo, Laura.

La tempesto di domande, voglio sapere dei suoi viaggi, dei suoi sacrifici, di come riusciva a gestire il suo lavoro, quel lavoro, in un mondo dominato dai maschi.

E Laura mi racconta, non si ferma un attimo.

Parla senza pudore, senza nascondermi niente, come sanno fare alcune donne tra di loro, anche se è la prima volta che si vedono.

E raggiunge gradi di confidenza e di intimità sorprendenti, aprendoti il cuore,  quando racconta delle notti d’inverno, a dormire sul camion, nell’area di parcheggio degli autogrill. E degli approcci fastidiosi ed  insistenti di alcuni suoi colleghi, delle loro battute cattive e gratuite. Dei tradimenti continui di un marito balordo. Dell’amarezza  di veder crescere un’unica figlia, affidata per tutta la settimana alle cure di una suocera acida.

“E quella, mi socera, me fa: “Aò! È ora che fai n’artro fijo”.

Sì, pè dattelo a te! Je faccio io!”.

Le diventano lucidi gli occhi.

“Nun me la so goduta pè niente… Ma mò c’ho dù nipotine e guai a chi me ‘e tocca”.

Mi mostra le foto delle bimbe sul suo cellulare.

Le mostra anche al parrucchiere: “Sono bellissime, Lauré” le fa lui, sorridendo a se stesso nello specchio, e poi aggiunge:

“Ecco, abbiamo finito”.

Laura si alza.

“Anvedi che capello, aò! Come sto?”, mi chiede.

“Sei bellissima!” le rispondo. E lo penso davvero.

Laura paga e se ne va.

Il parrucchiere adesso si rivolge a me, anzi a se stesso.

Guardandosi intensamente negli occhi, mi chiede:

“Che facciamo? Tagliamo?”.

© RitaLopez

(nella foto: Mario Sironi “Cityscape with truck)

Nella metro

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Ci sono giorni in cui i ricordi mi assalgono come fiere impazzite.

Prendono il sopravvento sui miei pensieri e in nessun modo io riesco a domarli. In nessun modo.

Come adesso. Come allora.

 

Aspetto la metropolitana che da Termini arriva fino ad Ottaviano.

Sono sola, per la prima volta in vita mia. Sono a Roma e ho 19 anni.

Ho lasciato mamma sul treno che la riporta a Bari. L’ho salutata con la mano, ricacciando indietro le lacrime, indurendo le mascelle fino a farmi male.

(Ciao, mia dolce principessa guerriera. Ciao, mia coraggiosa combattente. Ciao, mia bella….)

E le vorrei urlare: Guarda Mà che se vuoi, non resto più qui a studiare.

Se vuoi salgo anch’io su questo dannato treno e torno a casa con te.

E invece rimango lì, sulla banchina del binario 11, le mani sprofondate nelle tasche dell’impermeabile militare di mio padre, che mi sta talmente largo che ci posso entrare dentro per altre tre volte.

Il vento freddo di gennaio mi soffia sulla faccia e mi solleva veloce i capelli.

 

L’impermeabile di mio padre. L’ho voluto a tutti i costi. Mamma aveva conservato un po’ dei suoi vestiti ed io, di nascosto, entravo nella camera da letto e aprivo piano le ante. Nonostante la polvere e l’odore intenso di naftalina, se chiudevo gli occhi ed inspiravo forte, inspiravo a fondo, riuscivo ancora a sentire quell’odore inconfondibile di dopobarba da quattro soldi.

Ho preso l’impermeabile militare e l’ho indossato il giorno in cui sono partita.

Era un modo per portare il suo odore sempre con me, addosso, dovunque fossi andata.

Era un modo per rinnovare il dolore, per risvegliare sadicamente lo strazio che avevo nel cuore, così giovane e già così perfettamente lacerato.

 

Porto il braccio sotto il naso e annuso la stoffa, mentre aspetto la metropolitana, e mi sembra di sentirlo ancora, quell’odore di dopobarba da quattro soldi.

La metro arriva. Io in una direzione ormai, mia madre in un’altra. Due linee rette che non si incroceranno più.

Repubblica.

 

Il mio letto sarà vuoto questa notte. Rimarrà freddo con le sue lenzuola a fiorellini gialli.

E anche la mia scrivania sarà vuota, liberata dai libri, e dai fogli sparsi, e dai bigliettini con gli appunti, e dalle matite.

Non girerò più tra le strade del mio quartiere malfamato, dove sono nata e cresciuta.

Quelle strade con i “bassi” di 25 metri quadrati, abitati da famiglie numerose e rumorose, e le bische dove gli uomini con le pance gonfie di birra giocano a scopone scientifico, imprecando.

Agli angoli di ogni via i contrabbandieri, dalle braccia tatuate, vendono le sigarette.

E poi gli scippi quotidiani, le urla dei ragazzini che sfrecciano sui motorini smarmittati, le donne che stendono i panni al sole e cantano.

Chiudo gli occhi.

Quanto ti ho odiato Bari!

Annuso la stoffa dell’impermeabile.

Barberini.

 

Riuscirò mai a scrollarmi di dosso questa città appiccicata al mio modo di parlare e di gesticolare e di pensare?

Riuscirò mai a scrollarmela di dosso?

Mi vengono in mente le barche che si cullano stanche nel porto vecchio, là dove i pescatori arricciano i polpi sugli scogli, per renderli più teneri, e il molo, dove io e Marco andavamo a leggere Bukowski e a sognare e a fumare di nascosto, azzannando la vita a morsi quasi, mentre le sirene delle navi da carico ruggivano in lontananza, come vecchi leoni.

E’ da lì che vengo.

E le grandi abbuffate della domenica con i parenti, la Madonna Addolorata con il suo mantello psichedelico, le bestemmie sussurrate per non ferire, le calze di nonna tenute su con l’elastico giallo, il sole a picco su una città devastata ed io, io è da lì che vengo.

E poi ancora i mea culpa, mea culpa, mea grandissima culpa, la disperazione che ti lascia senza fiato, i “ce l’hai 5.000 lire?” e i “no, non ne ho” di ogni santissima volta, la minestra scaldata del giorno dopo e del giorno dopo appresso.

E’ da lì che vengo. Lo vedono, gli altri, da dove vengo?

Spagna.

 

Guardo il mio riflesso sul vetro scuro della metro.

Sono davvero io quella?

Ho due valigie stracolme con me. Guardo anche quelle. C’è tutto quello che potevo portare.

Sì. Sono proprio io. Sono a Roma e ho 19 anni. E sono sola.

Flaminio.

 

Saprò difendermi. Starò attenta. Non mi farò mai fregare.

Sì, saprò difendermi e reagire.

Come quando ero bambina e per andare a casa di nonna dovevo prima passare davanti al pianerottolo dove abitava Manuele, il vecchio gigante con una gamba completamente amputata e il basco nero in testa.

Teneva sempre la porta di casa aperta Manuele, ed io lo sbirciavo con la coda dell’occhio, mentre lui era seduto a gambe aperte, anzi a gamba aperta, e sgusciava le cozze col coltello.

E poi un giorno me lo sono trovato davanti. Una montagna gigante senza una gamba, poggiata sulle stampelle, che mi occupava completamente il passaggio.

Ero paralizzata dal terrore. E lui era lì, fermo, in cima alle scale che stavo salendo, e mi bloccava il passaggio.

Senza chiedergli “permesso”, gli ho dato un calcio sulla gamba. Quella sana.

Un calcio, sferrato con tutta la forza dei miei cinque anni, proprio negli stinchi.

E Manuele, mostrandomi i due unici e lunghi incisivi gialli, ha aperto la bocca in un sorriso simile ad un ghigno, un ghigno terrificante e mi ha lasciato passare. Sissignori, mi ha lasciato passare.

Saprò difendermi. Anche con la forza.

Lepanto.

 

Mai avrei pensato che dire addio costasse così tanta fatica, che fosse così difficile.

Nonna prima di partire mi aveva detto “Figghia mè, iapr l’ecchj!” (apri gli occhi).

Iapr l’ecchj!!! Lo diceva sempre. A me e a mia sorella. Chi me lo avrebbe detto ora? Iapr l’ecchj.

Aveva una 850 usata, nonna. Bianca, ricoperta di macchie di ruggine.

Aveva preso la patente soltanto per andare al camposanto, a trovare il figlio morto in un incidente stradale.

Una vecchia donna del Sud, completamente vestita di nero, per le vie di un quartiere malfamato, con una 850 bianca e arrugginita, perennemente in seconda marcia, da via Garruba fino al cimitero. Mai in terza.

Aveva gli sportelli rotti l’850, e ogni volta, prima di montare su, nonna faceva finta di aprire con la chiave.

“Ma perché fai così?” le chiesi un giorno.

“Perc’ si no ci vengono a mett la droca dò inda!!!” (perché altrimenti qualcuno potrebbe nasconderci la droga qui dentro!!!).

Una notte, durante una sparatoria, un proiettile colpì il parabrezza della 850, formando una meravigliosa e sottile ragnatela sul vetro.

A Bari, nel mio quartiere, si sparava.

Anche Angelo, il nipote del boss che abitava vicino casa mia, fu ammazzato con una pallottola infilata dritta nel petto.

Era bello Angelo, aveva gli occhi scuri. Li sentivo bruciare sul mio fondoschiena quando gli passavo davanti.

Ottaviano.

 

Scendo dalla metro e mi avvio tra la calca di gente verso le scale mobili.

Le valige pesano come macigni. Le trascino a fatica, in mezzo agli spintoni dei passanti.

Basta! Ho bisogno di aria. Lasciatemi in pace. Non voglio più pensare.

Mamma che mi lascia i soldi, contandomeli davanti e sussurrando “dovrebbero bastare”, mentre io ho una fitta allo stomaco. Una fitta per ogni biglietto che conta e posa sul tavolo.

La mia scuola con le finestre che affacciano sul mare e in inverno, quando c’è il vento forte, sembra che gli spruzzi delle onde giganti debbano infrangere i vetri.

Il mercato del pesce dietro casa. Le botteghe dei pescatori con la statua di San Nicola in bella mostra, contornata da piccole luci psichedeliche.

L’odore di verdure rancide e piscio di gatti che sale dai bordi dei marciapiedi, dove l’acqua piovana scorre a fiumi, insieme alle storie d’amore e di passione e di odio della gente.

Marco che mi bacia con la lingua, sul vecchio molo, lasciandomi senza fiato.

La puzza di cavolfiore nella cucina di casa mia, ed io che spalanco le finestre perché sta per arrivare la mia amica dai quartieri alti.

Gli Lp consumati dalla puntina del mio vecchio stereo usato.

Io al buio della mia stanza. La porta chiusa. Per non impazzire.

La testa tra le mani. Per non impazzire.

Vieni con noi stasera? No. Non voglio uscire.

Dai, ti farà bene. Non mi va.

La disperazione. Mio padre che muore tra le mie braccia. La disperazione.

Basta. Basta. BASTA!!!

 

Risalgo sulla strada giusto in tempo per non svenire. Respiro a fondo l’aria fredda di gennaio.

Sento in lontananza i rintocchi di una campana e ho solo voglia di resuscitare.

Aiutami Roma.

Amami.

Accoglimi.

Salvami, ti prego.

Ho solo 19 anni. E sono sola.

©RitaLopez

 

Il suo odore

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Se ne è andata stamattina, portandosi dietro soltanto la sua vecchia valigia di pelle marrone, quella che usava da ragazza,  lasciandomi solo, in questa casa che per anni è stata “nostra”.

Se ne è andata perché mi ero abituato all’amore di cui un tempo entrambi ci stupivamo,

perché mi ero assuefatto alle sue costanti e silenziose cure quotidiane,

perché davo ormai per scontate le sue piccole attenzioni,

perché ero capace di vedere soltanto la ripetitività e non il peso e la grandezza di ogni minimo gesto, di ogni semplice azione.

Così ha detto.

Se ne è andata stamattina perché da troppo tempo avevo smesso di ascoltarla e corteggiarla,

e di essere gentile e premuroso.

Perché avevo smesso di trovarla attraente.

Perché avevo smesso di crederci.

Questo ha detto.

E così stamattina se ne è andata, lasciandomi solo, con il vuoto dentro, e la consapevolezza di non aver fatto niente, mai niente,  per non rendere la nostra vita così monotona e meccanica.

Guardo i gerani fuori dal davanzale, le tendine rosse alla finestra della cucina, la vaschetta con i pesci rossi vinti all’ultima sagra del cinghiale, la credenza con le tazzine del caffè in bella mostra e solo oggi mi sembra tutto molto grazioso e gradevole.

E solo oggi mi accorgo che qui, adesso, manca il suo odore.

Ecco, lo sento netto e inconfodibile nel naso.

Inspiro forte.

Il suo odore.

Mi ero assuefatto anche a quello.

© RitaLopez

La maglia azzurro cielo

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Era nella camera da letto di nonna, appeso all’angolo tra due pareti.

Era un vecchio tabernacolo di legno scuro, scuro come il legno scuro del letto, scuro come l’armadio, scuro come il comò possente e severo, con lo specchio contornato da una cornice di legno scuro. Santa Rita era dentro il tabernacolo, vestita di nero, da suora, e si infilzava un pugnale nello sterno.

O se lo infilzava o cercava di estrarlo. Non l’ho mai capito.

E non so neanche se è vero che nella vita intrisa di mitologia di questa santa, si inserisca davvero l’episodio di un pugnale che le trafigge lo sterno.

Sarà stata l’esigenza della gente delle mie parti, di teatralizzare a tutti i costi la religiosità, di rendere plateale e passionale persino la spiritualità, di drammatizzare all’ennesima potenza la vita dei santi o degli eroi…non lo so.

La camera da letto buia, con i mobili scuri e il tabernacolo scuro, era illuminata soltanto dalle lucine gialle che circondavano la statua di Santa Rita vestita di nero  che si trafiggeva lo sterno con il pugnale (o che cercava di estrarlo. Ripeto: non l’ho mai capito).

Nonna aveva attaccato all’interno del tabernacolo le fotografie ingiallite, in bianco e nero, dei suoi cari morti nel tempo.

Sarà stata l’esigenza della gente delle mie parti, di avere davanti agli occhi appena svegli e, come ultima immagine prima di addormentarsi, le persone che abbiamo amato, di continuare a parlarci, di mescolare la morte e la vita, la vita e la morte, sempre, con insistenza, fottendosene quasi, come se nulla fosse accaduto. Come se quelli che non ci sono più continuino, a dispetto di tutto, ad essere presenti, a respirare nelle nostre case. A vivere insomma.

Il numero di quelle fotografie aumentava  di anno in anno.

Ricordo i volti rigidi e solenni dei miei avi, in bella posa, nei loro abiti migliori, perché andare dal fotografo a farsi fotografare era considerato un evento importante.

Quel tabernacolo con le foto dei morti non mi ha mai infastidito. Non mi ha mai messo a disagio. Era normale per me. Una cosa simile era in quasi tutte le case in cui bazzicavo da bambina.

Ma un giorno, tempo dopo, nonna attaccò nel tabernacolo anche la foto di mio padre.

E questa volta la foto era a colori. La prima foto a colori dentro il tabernacolo.

Gliela avevo scattata proprio io. Era d’estate, eravamo nella barca di zi’ Pietro, su un mare di azzurro cielo.

Lui indossava una maglia azzurra, azzurra come il cielo, azzurra come il mare di azzurro cielo e, incitato da me, sorrideva prima che io scattassi, strizzando gli occhi per via del sole in faccia.

Ecco: quella foto a colori era un violento flash psichedelico in mezzo a tutto quel buio di legno scuro,

era l’esplosione di un dolore lancinante nel torpore della penombra della stanza,

era l’urlo straziante di una preda catturata,

una forma di vita messa sotto vetro, in una soluzione di alcool e formalina,  che ancora voleva palpitare,

era una richiesta di aiuto, un buco nero,

un punto di implosione selvaggia che tutto fagocitava: il resto delle foto in bianco e nero, Santa Rita vestita da suora, il tabernacolo illuminato dalle lucine gialle, il letto scuro, il comò con lo specchio, la camera da letto in penombra ed infine anche me,

rigida sulla soglia della stanza,

le braccia penzoloni,

i pugni stretti,

le mascelle serrate.

© RitaLopez

Teresa T.

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Io il primo giorno di scuola della prima elementare, per quanti sforzi faccia, non me lo ricordo proprio.

Mi ricordo benissimo l’ultimo giorno della quinta però.

Sì, perché l’ultimo giorno di scuola dovevamo presentare, davanti a tutta la classe, la relazione di un libro che la maestra ci aveva assegnato un paio di mesi prima.

Libri diversi, da leggere a gruppetti di due, massimo tre alunne.

Il libro che mi era toccato era il Diario di Anna Frank.

La mia compagna di studio, scelta dalla maestra, Teresa T.: la figlia del contrabbandiere che vendeva le sigarette all’angolo di via Nicolai, esattamente dove, anni prima, durante una sparatoria, un proiettile aveva colpito il parabrezza dell’850 di nonna.

Notai le risatine dietro le mani, le sgomitate, gli sguardi ammiccanti delle mie compagne, quando la maestra annunciò con chi avrei dovuto preparare la mia relazione.

Teresa T. era arrivata nella nostra classe quell’ultimo anno.

L’anno prima era stata bocciata, per l’ennesima volta.

Aveva 13 o 14 anni Teresa.

Era alta due spanne più di noi.

Portava già il reggiseno, una terza abbondante credo.

Metteva sulle unghie lo smalto rosso della madre.

Calzava scarpe con i tacchi, Teresa.

E si truccava pure.

Rimasi impassibile alla decisione della maestra, per non dare soddisfazione alle mie compagne, anche se dentro mi sentivo bruciare.

E così, quasi ogni pomeriggio, andavo a casa di Teresa T. per leggere insieme a lei  il Diario di Anna Frank che papà aveva acquistato da Laterza, in via Sparano.

Teresa da me non poteva mai venire. Sua madre non glielo permetteva. Diceva che doveva guardare i fratelli più piccoli.

Lasciavo il libro da lei, per non dovermelo portare avanti e indietro.

Teresa non voleva mai leggere e così leggevo io, ad alta voce, ma casa sua era una bolgia infernale e non era facile concentrarsi.

No, non era per niente facile.

I suoi fratelli più piccoli litigavano in continuazione, e se le davano di santa ragione.

Teresa sopportava un po’, poi si alzava di scatto e li prendeva a schiaffoni e sculacciate.

Tornava a sedersi al tavolo della cucina, accanto a me, e si accendeva una sigaretta.

Me ne andavo appena sua madre tornava a casa.

Non era una donna molto ospitale.

Mi guardava in cagnesco.

Mi metteva soggezione.

Insomma, non so come, alla fine riuscimmo a leggere tutto il libro. Dovevamo solo scrivere la relazione; mancavano un paio di settimana alla fine della scuola ormai.

Ma un pomeriggio, dopo aver suonato al citofono di casa di Teresa, suo fratello mi rispose che non c’era.

E non si presentò neanche a scuola il giorno dopo.

E neanche i giorni successivi.

Ritornai più volte a citofonare sotto casa sua e mi dicevano sempre che Teresa non c’era.

Un giorno si affacciò sua madre dal balcone e in mezzo ai panni stesi intravidi la sua testa con i bigodini.

Mi urlò: “Teresa sta malata!!! Vattìn!”.

Scrissi la relazione da sola, ma sull’ultima pagina firmai con il mio nome e anche con quello di Teresa T.

L’ultimo giorno di scuola presentai la relazione davanti a tutta la classe, seduta accanto alla maestra, sulla cattedra.

L’ultimo giorno di scuola.

Quando suonò la campanella, l’ultima campanella delle elementari, uscimmo come al solito a urla e spintoni dal grande portone di legno incrostato.

Dopo aver superato la piazza, proprio all’angolo della Manifattura dei tabacchi, sento:

“OH!! PSSS!!! PSSS!”

Mi volto.

Era Teresa.

“Ma che fine hai fatto?” le dico. “Mi hai fatto fare tutto da sola!”.

“Tieni”, mi dice porgendomi il libro di Anna Frank “questo è tuo”.

Teresa T. mi guardava con occhi lucidi.

Si girò su se stessa e senza neanche salutarmi se ne andò sculettando sui suoi tacchi consumati.

Solo a casa mi accorsi della scritta sul retro della copertina del libro.

“Grazie che mi hai aiutato, ma a me la scuola non mi piace.”

Rividi Teresa T. quando ero già alle medie.

Tornavo a casa.

Lei era sull’altro lato della strada.

Spingeva una carrozzina per bambini, con la copertura azzurra.

Non mi vide, o fece finta di non vedermi.

Neanche io la chiamai.

© RitaLopez

Il cappotto

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A volte affiori prepotente dai ricordi. Come adesso.

Ti prepari ad uscire con me,

mentre io ti aspetto, religiosamente in silenzio, sulla soglia di casa tua.

Siamo nel pieno dell’inverno, forse gennaio.

Ho i guanti alle mani e le mani sprofondate nelle tasche della mia giacca di pelle.

“Ma pure josce avìt assì?”.  Anche oggi dovete uscire? grida tua madre dalla cucina.

Sta friggendo qualcosa, si sente un buon odore.

“Non preoccuparti mà” le rispondi. E intanto  mi guardi, ironico: “Ho il loden!”.

“Ci iè ca tin?”. Cos’è che hai? incalza lei, dalla cucina.

“Il cappotto, mà!” urli, mentre mi prendi per il braccio spingendomi ad uscire sul pianerottolo.

E non è vero. Non hai nessun cappotto. Chiami cappotto la sciarpa fatta a mano, a righe orizzontali, marroni e nere, con le frange lunghe alle estremità.

Te la avvolgi 4 o 5 volte attorno al collo.

Rido.

Ridono anche i tuoi due fratelli col moccio al naso e le scarpe sformate.

Usciamo per strada e il vento freddo di tramontana ci taglia le guance,

soprattutto agli incroci con le  vie che corrono fino al mare.

“Madonna! Madonna che freddo!” balbetto.

“Tieni il mio cappotto” mi dici, srotolandoti senza esitare la lunga sciarpa dal collo.

“Non esiste proprio” replico, sentendomi una stupida.

“Allora facciamo a metà” mi proponi.

Ti stringi a me, avvolgi la sciarpa attorno al collo di entrambi e ci fai un nodo.

Camminiamo legati e ridiamo. Ridiamo forte.

E hai ragione: non fa più freddo.

Anzi, è primavera di nuovo.

© RitaLopez

Senza avere paura

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Voglio alzarmi la mattina e vestirmi di abiti colorati, scendere in strada e andare al lavoro con passo leggero, per strade tranquille, con piante ben curate lungo i marciapiedi.

Voglio studiare e leggere e uscire di sera con le amiche, a testa alta, ridendo per ogni sciocchezza.

Senza avere paura.

Voglio dei bimbi da accompagnare di corsa alla fermata dello scuolabus, e osservarli nei loro grembiulini a quadretti mentre mi salutano dai finestrini, col  piccolo naso  rosso attaccato al vetro.

Voglio sentirmi al sicuro, avere accanto a me un uomo dagli  occhi sereni, che mi parli di vita, che mi parli di  progetti.

Voglio un divano comodo da cui guardare la televisione, scegliendo tra 100 canali insulsi, per poi decidere di spegnere perché mi sto annoiando

e andare al parco nei giorni d’estate a prendere il sole.

Voglio un frigo nuovo su cui attaccare le calamite

e un balcone dove poter  annaffiare i miei gerani dai fiori rosso scuro.

Senza avere paura.

Voglio un letto con lenzuola profumate di bucato fresco, dove dormire sonni profondi,

un posto da cui non allontanarmi,

una casa dove sentirmi a casa,

dove appendere  palloncini variopinti alle feste di compleanno,

un cielo pieno di nuvole e vento,

un cielo senza bombe.

Senza avere paura.

E poi quando morirò è qui che voglio tornare,

qui da dove sto scappando,

qui dove sono nata.

In questa terra bella e ingrata,

disperata e violentata.

Qui per sempre,

con la mente appagata per aver cercato un’opportunità per  me e per i miei figli

e il cuore colmo di rimpianto per non averla trovata proprio qui.

Qui per sempre.

Senza avere paura.

© RitaLopez