Born to run

corsia

Policlinico di Bari. Reparto di Ortopedia pediatrica. Anni ’70.

Era pomeriggio, uno di quei pomeriggi di primavera quando l’aria è frizzante e le rondini vorticano tra i vicoli e ti domandi come mai  non vadano a spiaccicarsi sulle case.

Ma lì dentro l’ospedale tutto questo non si vedeva.

Ero in uno stanzone dal soffitto altissimo, io ed altri sei.

E una serie di altri stanzoni, stipati di ragazzini, si affacciavano su una lunga corsia.

O almeno io così me la ricordo. Lunga, lunghissima.

Giocavamo a correre. Noi di ortopedia.

Partivamo dal grosso finestrone affacciato sul cortile, ad una estremità della corsia, giù giù fino alla statua della Vergine Maria con le braccia spalancate e il mantello azzurro che le ricadeva dietro le spalle.

Io con le stampelle, Nicola sulla sedia a rotelle, Giampiero che aveva il gesso che partiva  dal ginocchio e arrivava a coprire quasi tutto il piede, lasciando libere solo la punta zozzissima delle dita, e una ragazzina, di cui non ricordo il nome, con una protesi all’anca.

Michele no. Lui non lo facevamo correre. Aveva solo il braccio rotto e avrebbe vinto di sicuro.

Però poteva dare il via.

Era seduto sul basso ripiano sotto  l’alto  finestrone e fumava di nascosto, con la finestra semiaperta, perché non si sentisse la puzza.

“Via!!!” urlò Michele, dopo che ebbe espirato il fumo dalle narici attraverso le ante socchiuse della persiana  verde, dalla vernice scrostata.

E noi lì ad annaspare, ad anelare, a zoppicare, verso la statua della Vergine Maria con le braccia spalancate, posta all’altra estremità della corsia.

Dalle soglie degli stanzoni gli altri ragazzini facevano il tifo.

Tutti, tranne Marisa. Lei non poteva. Aveva certi chiodi lunghi nella colonna vertebrale ed era costretta a stare sempre sdraiata sul letto.

Vinse Nicola, quello con la sedia a rotelle.

Però fece cadere i vasi con i fiori freschi che le nostre mamme  portavano ogni mattina, disponendoli sotto la statua della Madonna.

Anna, l’infermiera, arrivò trafelata.

Chiudeva sempre un occhio sui nostri giochi movimentati. Ci consolava quando piangevamo e ci portava il ciambellone al cioccolato da casa.

Ma quella volta si arrabbiò.

“E ci jè do!? Mò avast mò! Sciatavinn tutt quant!”

(E che succede qua!? Ora basta! Sparite tutti quanti!)

Ognuno tornò mollemente al suo letto.

Michele buttò subito la sigaretta dal finestrone.

Marisa dal suo  letto mi chiese,  mentre passavo davanti alla sua stanza: “Chi ha vinto?”

“Nicola!” le risposi.

Si era fatto buio.

La palla bianca con la lampadina a neon del mio stanzone si rifletteva sul vetro della finestra.

Facevo finta che fosse la luna piena.

L’indomani sarebbe venuta mamma a trovarmi.

© RitaLopez

Lapidata da migliaia di “mi piace”

 

Alla “rete” non si sfugge. E la “rete” mi ha catturata.

La “rete” che ha reso liberi e degni di parola la maggior parte di voi, in una brodaglia di amorevole democrazia, ha fatto schiava me.

Sono stata lapidata da migliaia di “mi piace”.

Linciata per qualcosa che non è reato, non più di rubare immagini private e darle in pasto ai pescecani morbosi con la bava alla bocca.

Sono stata lapidata da quegli stessi uomini e donne che si soffiano rumorosamente il naso quando i talebani, a centinaia di chilometri di distanza da noi, scavano un buca, vi pongono una donna tremante  e piangente, con le mani incatenate dietro la schiena, e la massacrano a colpi di pietre.

Beffeggiata, umiliata, messa alla gogna dalle risate sguaiate, dagli ammiccamenti vomitevoli, dal fango lanciatomi addosso.

Sono stata lapidata dagli insulti, paparazzata fin nei minimi dettagli della mia intimità, derubata della mia vita privata, del mio cognome.

Sono stata lo scandalo sulle bocche di tutti. Bocche che mai si sono scandalizzate per la mafia e la camorra, bocche pronte a spalancarsi per inveire contro di me. Bocche di uomini e bocche di donne, a cui piacciono le stesse cose che piacevano a me.

Non mi sono suicidata.

Sono stata massacrata dai vostri “se l’è cercata”.

Non mi sono suicidata.

Sono stata lapidata da migliaia di “mi piace”.

© RitaLopez

 

Artemisia

GENTILESCHI_Judith

Ero insieme a  mio padre, che era un grande pittore,  la prima volta che osservai da vicino i capolavori di Caravaggio nelle cappelle di San Luigi dei Francesi e di  Santa Maria del Popolo. Ne rimasi estasiata.  E fu grazie a mio padre che, fin da piccola, frequentai artisti famosi, e bazzicai botteghe, e imparai a combinare tra loro i colori.

Amavo dipingere, ma le donne nella Roma dei primi anni del ‘600, non erano ammesse nelle accademie o nei grandi cantieri. La carriera di “pittore” ci  era preclusa. Potevamo soltanto dipingere in casa. Cose piccole, senza importanza: ritrattini, piante, fiori.

Ma io dipingevo con mio padre, e con mio padre ho imparato a dipingere come un uomo.

Mi affidò al suo amico, il maestro Agostino Tassi, perché apprendessi l’arte della prospettiva nell’architettura dei dipinti.

Un  giorno di pioggia, Agostino entrò nello studio dove stavo lavorando.

Mandò via l’altra donna che era con me. I suoi modi mi sembrarono piuttosto strani  e, una volta soli, finsi di sentirmi male. Lui non se ne curò. Mi scaraventò per terra e mi saltò  addosso come un toro infuriato.

Gli ho resistito come ho potuto. A morsi. A calci.  A graffi.  Alla fine il boia mi ha sopraffatta.

Litigai con mio padre, perché non voleva che  parlassi. Diceva che dovevo  mantenere salvo  l’onore mio e della mia famiglia. Ma io non accetto il sopruso. Non l’ho mai accettato.

Denunciai Agostino.

Ho subito l’umiliazione del processo.

Ho dovuto dimostrare, sottoponendomi alla visita di due ostetriche, di essere stata sverginata.

Ho dovuto sopportare la tortura più crudele per un pittore: lo schiacciamento dei pollici per pubblica esibizione, per dimostrare che non mentivo.

Il processo si concluse con la condanna, anche se breve,  del mio carnefice, e con la mia fuga  a Firenze, per mettere a tacere i pettegolezzi  di  Roma.

Non  ho mai dimenticato la sua violenza  e tutto il male che mi è costato.

Nel 1614 ho dipinto “Giuditta che decapita Oloferne” per il serenissimo Granduca Cosimo II.

E ho dipinto servendomi della rabbia, e dell’odio, e della sete di vendetta  che da sempre covavo per il mostro.

Oloferne, il re assiro, ha le sembianze del  bastardo. E’ disteso su candide lenzuola. Giuditta, con il volto di Artemisia, lo sgozza, aiutato da un’altra donna. Due donne.  Di estrazioni sociali diverse. Ma potrebbero essere decine, centinaia, migliaia di donne, di ogni appartenenza sociale e culturale,  intente a vendicarsi, con freddezza, con lucidità,  delle violenze subite.

Decine, centinaia, migliaia di donne col viso impassibile, inespressivo, che ammazzano il proprio stupratore, con la stessa determinazione con cui si sgozza  un maiale.

Il sangue sprizza a fiotti dal collo, imbrattando le lenzuola.

Ecco, Agostino! L’ho dipinta la violenza che ho subito. E me ne sono liberata, finalmente!| Che te ne pare?

Con la denuncia dello stupro non ho ottenuto alcun  risarcimento morale, né la mia verginità perduta. Ma se devo essere sincera, di quello poco mi importava e poco mi importa.

La mia vittoria più grande è stata il riconoscimento della mia personalità artistica. Ho conquistato la libertà di essere una donna pittrice. Dopo “Giuditta e Oloferne”, principi e cardinali, tutti hanno voluto i miei quadri.

Sono diventata un’artista famosa, mentre nessuno si ricorda di Agostino Tassi. Che te ne pare?

Alla fine la mia più grande virtù non è stata la verginità, ma la pittura. E io l’ho difesa Agostino!

Io l’ho difesa. Ed eccomi qua.

© Rita Lopez

Il lupo di Monte Gorzano

lupo-ibrido

Non so perché sono qui. Non so cosa sia successo. So solo che non riesco a muovermi e mi fa male la gamba.
Tutto ciò che ricordo è che ieri papà ci ha promesso che ci avrebbe portato su, a monte Gorzano, che è il monte più alto del Lazio. Lo so bene perché l’ho studiato a scuola.
Papà ci ha detto che là ci sono delle sorgenti da cui scorre acqua buonissima.
Tutto ciò che ricordo è che ho litigato con Anna, mia sorella, per chi avrebbe dovuto portare la borraccia con la custodia di cuoio. Una borraccia vera, come quella degli alpinisti.
“Io sono più grande!” le ho detto, “La porto io!”.
Ma Anna si è messa a piagnucolare, come al solito, e papà ha deciso che l’avremmo portata un po’ per uno.
“E dovrete anche stare attenti ai lupi, domani! I lupi odiano i bambini che si lagnano. Quindi niente piagnistei. Chiaro?” ha aggiunto.
Ci ha dato il bacio della buonanotte ed è uscito dalla stanza, chiudendo la porta.
Poi non ricordo più niente. Solo un boato, un ruggito feroce e spaventoso.
Ed ora sono qui e non so da quanto tempo e non so perché. E non riesco a muovermi. E mi viene da piangere.
Non è possibile che io sia morto, perché i morti non provano dolore, mentre io ho tanto male alla gamba e respiro a fatica, per via della polvere che ho dentro le narici e la bocca.
Provo a chiamare mia sorella: “Anna…”.
Vorrei urlare, ma non ci riesco.
Forse è un incubo. Forse sto solo sognando.
Ho paura. Voglio solo mio padre e mia madre. E mia sorella.
Le lacrime mi escono dagli occhi e mi bruciano la faccia.
E proprio quando comincio a pensare che sono andati tutti via, lasciandomi completamente solo, avverto che qualcosa si muove, sopra di me.
No, non mi sto sbagliando, sento dei rumori, li sento davvero, dapprima attutiti e poi sempre più netti.
Improvvisamente un fascio di luce mi acceca gli occhi. Devo richiuderli per il dolore. Li riapro a fatica e scorgo il muso nero di un cane lupo.
E’ lui! E’ uno dei lupi di Monte Gorzano, quelli di cui papà ci aveva parlato.
Ricaccio indietro le lacrime, perché il lupo non pensi che mi stia lagnando.
Stiro il collo più che posso e alzo il volto verso il fascio di luce.
Sono qui!, grido. Salvami! Sono qui!
© RitaLopez

 

L’uomo e la macchina

 

13672516_525432387648832_332424897_n

La costruzione della Eastern Railroads, la  linea ferroviaria che  dal confine della Virginia occidentale arriva fino al fiume Ohio, fu un’impresa monumentale.

E’ là che sono nato e cresciuto, in un villaggio annidato sulle alte e sterminate colline degli Appalachi.

Il mio bisnonno era uno delle migliaia di afro-americani liberati dalla schiavitù, ansiosi di iniziare una nuova vita per se stessi e per le proprie famiglie.

E la ferrovia, che trasformò la storia della nostra regione disseminata di fattorie, fu la sua occasione e quella di migliaia di disperati e fiduciosi come lui.

Per costruire il tunnel che attraversa la Big Bend Mountain, gli operai lavorarono contemporaneamente da entrambe le estremità della montagna.

Tre anni di scavi, utilizzando la forza delle braccia, facendo saltare la roccia con gli esplosivi.

Tre anni per la costruzione dei ponti, e la posa dei binari, servendosi dei cavalli e dei muli per i carichi più pesanti.

Senza sosta. Dal mattino alla sera. Tre anni.

Il mio bisnonno usava il martello e la forza di cento locomotive nel braccio, per trivellare a mano i fori, profondi fino a 14 piedi nella roccia, dove poi veniva messa la dinamite.

Tutti i giorni, con un martello da nove chili in mano. Per tutto il giorno, con i muscoli e la concentrazione, facendosi strada, a fatica, metro dopo metro, attraverso la Great Bend Mountain.

E poi arrivarono le trivelle a vapore e gli operai  erano preoccupati, perché in altri cantieri avevano già soppiantato le macchine agli uomini. Le trivelle erano veloci, non si facevano male, non si stancavano, non si ammalavano.

E quando la prima trivella fece la sua comparsa davanti al tunnel della Great Bend Mountain, il mio bisnonno scommise davanti a tutti che avrebbe battuto  la macchina.

“Vincerà chi scaverà il buco più profondo nel giro di cinque minuti”, disse.

La gara feroce, la battaglia epica, ebbe inizio.

L’uomo e la macchina. Fianco a fianco.

Un colpo, forte come l’acciaio, per l’Africa tutta intera, dannazione!

Un colpo per gli anni vissuti da schiavo, cazzo!

Un colpo per le catene ai polsi, ‘fanculo!|

Un colpo per tutti gli operai del cantiere che stavano là, a guardarlo, trepidanti.

Un colpo per la sua Polly Ann che lo aspettava a casa,  con suo figlio nella pancia.

Scadde il tempo.

La macchina cessò il suo rumore infernale e il mio bisnonno abbassò il martello e sputò per terra.

Le narici dilatate, il fiato corto, gli occhi rossi e infuocati di polvere, la camicia fradicia di sudore.

All’improvviso si accasciò e morì. Il martello ancora in mano.

La sua buca era profonda 27 piedi, rispetto ai 21 della macchina: aveva battuto la trivella.

E quindi signori, se vi trovate nei pressi della Great Bend Mountain e sentite il fischio di un treno lacerare il silenzio degli Appalachi, ricordate che il tunnel fu portato a termine interamente col lavoro fisico di centinaia di uomini.

Con la loro fatica, il loro sudore, il loro sangue.

Grazie all’orgoglio di un afro-americano, il mio bisnonno,  il cui nome era John Henry.

(Dedicato a te. So che leggi ogni giorno il mio blog dall’America lontana. Grazie.)

© RitaLopez

 

Liebster Award 2016

LiebsterAward

Sono stata nominata da Elena Tamborrino, del blog Io e Pepe (e libri e altro), per partecipare al contest Liebster Award 2016, un modo per far circolare idee e suggestioni dai blog che seguiamo e amiamo di più.

Grazie Elena per aver acceso i riflettori su https://lopezrita.wordpress.com/ assegnandomi questo premio.

Ecco le mie risposte alle tue domande:

1 Qual è il libro che stai leggendo? 

In realtà non leggo mai un solo libro alla volta. Mi piace alternare contemporaneamente le letture di due o tre libri. In questo periodo ho tra le mani “Il teatro di Sabbath” di Philip Roth, “I detective selvaggi” di Roberto Bolaño, sto rileggendo “La casa di Augusto” di Andrea Carandini, e ho appena iniziato “Purity” di Jonathana Franzen.

2 Quando hai pensato di aprire un blog e perché? 

E’ una cosa a cui non ho mai pensato. Sono stati i miei amici di Facebook che mi hanno letteralmente spinto ad aprire un blog. Le principali “colpevoli” di questo losco complotto sono state due carissime amiche: una sei tu, Elena,  e l’altra è Francesca Argenti (che mi ha guidato passo passo nella parte più tecnica, quando le ho posto la fatidica domanda: “Come minchia si fa ad aprire un blog?”).

3 Qual è il primo libro che ricordi di aver letto? 

“Cuore” di De Amicis. Avevo sette anni. Me lo regalò mio nonno il giorno del mio compleanno. Venne a prendermi all’uscita di scuola, con la bicicletta. Lo vidi, in mezzo alla folla di altri bambini, che mi aspettava sotto il grande albero di pino. Teneva la bici ferma con una mano e un pacchetto incartato nell’altra. Ci aveva scritto anche la dedica. Quando sono andata via da Bari per venire a Roma, l’ho portato con me.

4 C’è un libro in particolare a cui leghi dei ricordi speciali? 

“La nostalgia non è più quella d’un tempo” di Simone Signoret. L’ho letto in uno dei periodi più bui della mia vita. Me lo prestò una mia amica (era Barbara, che tu conosci). Ho sempre pensato di comprarlo, dopo averglielo restituito, per avere una copia tutta per me, ma non l’ho mai fatto. In seguito l’ho cercato per anni, quando ormai era andato fuori produzione, e non l’ho più trovato. L’anno scorso, su Facebook, ho letto un post in cui si parlava di questo libro. Ho commentato anch’io, raccontando quanto e perchè mi sarebbe piaciuto rileggerlo. Un ragazzo che non conoscevo è intervenuto nei commenti, dicendomi che ne possedeva una copia e che sarebbe stato felice di regalarmela. Lo ha fatto davvero. Il suo libro è a casa mia. Insieme alla valanga di ricordi speciali. Non è straordinario?

5 La tua citazione preferita? 

“Bisogna essere duri senza mai perdere la tenerezza”, Che Guevara.

La durezza, il senso di responsabilità, l’autodisciplina. E l’umanità. Mi piace moltissimo.

6 Qual è il criterio con cui ordini la libreria di casa? 

Nessun criterio. Anarchia totale. Fino ad un mese fa, quando mia figlia si è messa ad ordinare i libri in ordine alfabetico per autore. Ed è fantastico. Trovo tutto.

7 Come consideri l’esperienza del tuo blog? 

E’ un’esperienza coinvolgente, divertente, a volte terapeutica. Scrivere sul blog mi ha permesso di mettermi in gioco, di sfidarmi, di ridere di me stessa. Grazie al blog ho conosciuto gente straordinaria. E poi quando mi scrivono in privato, mi fanno i complimenti… non può non essere appagante.

8 Cosa ti piace fare, oltre a curare il tuo blog? 

Mi piace leggere. Mi piace stare con la mia famiglia. “Mi piace far canzoni, bere vino, mi piace far casino” (cit. F. Guccini). Mi piace l’archeologia. E mi piace scavare.

9 Qual è  il tuo “luogo dell’anima”, se ne hai uno? 

Ne ho più di uno. Ne ho due. Uno è a Bari. L’altro a Roma.

A Bari è sul Fortino. Ci andavo spesso con mio padre, da bambina, la domenica. Il mare davanti, la città vecchia alle spalle, il lungomare con le sue luci di lato. La mia città/mamma.

A Roma è nel Foro Romano. Sono anni che vado a scavare lì. La bellezza, la magnificenza, la sacralità dell’Urbs, mi toglie il fiato. Ogni volta. La mia citta’/mamma adottiva.

10 Hai esperienze di social reading? Se sì, quali? 

Sì. LeggoNobel e TwLetteratura per esempio. E’ un’idea simpatica, anche per una lettrice indisciplinata e disordinata come me.

11 Che tipo di musica ascolti? Metti il link a un brano musicale che ti piace in modo particolare.

Sono irrimediabilmente prigioniera del rock. Ma mi piace anche il blues. So che non potrei, ma lo faccio lo stesso. Metto due link, perchè tra questi due non so decidermi.

 

Regolamento Liebster Award 2016 

Prima di rivelare i nomi degli 11 blog da me individuati per l’assegnazione del premio, vi riporto le regole da seguire nel caso in cui decidiate di partecipare:
– ringraziare il blog che ti ha nominato ed assegnato il premio, linkando il suo blog nel post;
– inserire il “widget” o “gadget” del premio nel post;
– rispondere alle domande che il blogger ti ha posto;
– formulare 11 domande per gli 11 candidati che hai menzionato;
– informare i blogger del premio assegnato;
– indicare le regole.

I miei  11 candidati al Liebster Award 2016*

L’arte spiegata ai truzzi

Energie come usarle di Nick Murdaca

Di Ruderi e di Scrittura di Gaetano Barreca

Erodaria di Chiara Bertora

Bugiesumiopadre

SoniaLambertini di Sonia Lambertini

FerruccioGianola di Ferruccio Gianola

*(ne ho scritti 7 perché gli altri 4 sono stati già nominati)

 

Queste sono le 11 domande che ho pensato per loro

  1. Quando hai iniziato a scrivere sul tuo blog?
  2. Perchè hai deciso di aprire un blog?
  3. Con che frequenza scrivi sul tuo blog?
  4. Quale post del tuo blog ti piace particolarmente? Linkalo.
  5. Quale post del tuo blog è piaciuto maggiormente ai tuoi lettori? Linkalo.
  6. Secondo te cosa piace del tuo blog ai tuoi lettori?
  7. Che consigli daresti a chi si cimenta ad aprire un blog?
  8. Che libro stai leggendo in questo periodo?
  9. Consigliami due libri che non posso non leggere.
  10. Consigliami due film che non posso non vedere.
  11. Hobby preferito?

 

Sibilla

Cuma-Antro-sibilla

Apollo le promise che avrebbe esaudito qualsiasi suo desiderio, se lei fosse diventata la sua amante.

La Sibilla Cumana afferrò una manciata di terra e disse:

“Voglio vivere tanti anni quanti sono i granelli che ho in questa mano”.

Si dimenticò però di chiedere anche l’eterna giovinezza.

I granelli erano mille.

Passarono gli anni e passarono i secoli.

La Sibilla divenne così vecchia e raggrinzita, con il corpo così piccolo e consumato, simile a quello di una cicala, che fu deciso di rinchiuderla in una gabbietta, all’ingresso dell’antro di Cuma.

Trascriveva i suoi vaticini su delle foglie di palma, ma i venti, provenienti dalle 100 aperture dell’antro lungo e misterioso, sollevavano e mescolavano le foglie, rendendo ogni volta estremamente arduo ricomporre esattamente il responso.

Quando un giorno dei bambini le chiesero cosa desiderasse di più, la Sibilla rispose:
“Voglio morire.”

Il suo corpo scomparve.

Di lei rimase solo la voce.

© RitaLopez

Lavinia

12912720_251122575242386_1081182592_n

Su Lavinia troverete scritte solo poche righe.

Di me non si danno descrizioni dettagliate.

Lavinia figlia del re Latino.

Lavinia promessa in sposa a Turno, valoroso re italico.

Lavinia costretta dal padre a contrarre matrimonio con uno straniero, Enea di Troia, per sancire un patto di alleanza.

La guerra da una parte e il matrimonio riparatore dall’altra.

Il fuoco ardente di Turno da una parte e il distacco calcolatore di Enea dall’altra.

Di me, di Lavinia, non saprete mai le parole, perché Lavinia, quando compare, resta in silenzio.

La mia è una figura marginale.

Al margine tra due culture, quella latina e quella troiana.

Al margine di una società retta da uomini.

Della donna Lavinia non conoscerete mai la passione.

Sono solo la vergine che ha garantito la correttezza del processo riproduttivo per il futuro e glorioso popolo romano.

Sono semplicemente la figlia ubbidiente che ha fatto da collante tra due popoli.

Di Lavinia innamorata tra le braccia di Turno, nessuno vi racconterà mai.

Leggerete soltanto della sposa di Enea, dai begli occhi abbassati per la timidezza, dalle guance arrossate per la vergogna e la sottomissione.

Ma una cosa, a voi che siete i miei discendenti,  ve la voglio svelare.

Il mio rossore non era dovuto alla pudicizia verso Enea, come vi è stato raccontato, ma al ricordo dell’amore infuocato con Turno.

©RitaLopez

L’Afrodite di Prassitele

Afrodite_cnidia

“Poserai nuda per me?” chiese lo scultore Prassitele alla cortigiana Frine, dopo che avevano passato la notte insieme.

“E perché mai?” chiese la puttana più famosa e più richiesta di Atene, stiracchiando le braccia e mettendo in mostra i seni strepitosi.

“Gli abitanti di Coo mi hanno chiesto una statua di Afrodite, per il loro nuovo tempio”, rispose Prassitele.

“E vuoi me come modella? Una prostituta per rappresentare una dea?” rise Frine puntandosi l’indice sul petto.

“Voglio te come modella” rispose lui, tornando avido a baciarla.

Agli abitanti di Coo non piacque la statua di culto che avevano commissionato a Prassitele  per il nuovo santuario della dea Afrodite. Rimasero a bocca aperta nel vedere che la dea era rappresentata completamente nuda, una nudità che fino ad allora era stata riservata soltanto alle rappresentazioni maschili. Non se la sentirono davvero di accettare una simile novità e preferirono invece prendere un’altra statua di Afrodite, più tradizionale, che Prassitele aveva nel suo negozio.

Di lì a poco giunsero ad Atene alcuni ambasciatori di Cnido.

Si trovarono a passare dalla bottega del famoso Prassitele. Videro la statua della dea nuda e gli piacque moltissimo.

L’acquistarono e la portarono al loro tempio di Afrodite, a Cnido, che  conquistò, da allora,  fama eterna.

Per secoli schiere di pellegrini devoti venerarono l’immagine della dea, raffigurata in procinto di partecipare al bagno sacro, nelle sembianze della procace e peccaminosa Frine, la meravigliosa sgualdrina.

La veste che mille volte era stata sfilata dalle braccia esperte della cortigiana, era posata delicatamente su un grande vaso, posto di fianco.

Lo sfacciato esibizionismo che faceva impazzire politici, notabili, filosofi e poeti, tradotto in un’apparente insicurezza, appena rivelata dalla flessuosità del corpo.

La seduzione irresistibile del ventre davanti a cui qualsiasi prezzo diventava lecito, pudicamente coperta dalla mano destra.

Il capo dalla chioma sciolta e spettinata che ad ogni amplesso si sollevava lascivo, convertito  in una testa ordinata, dai riccioli sapientemente raccolti dietro la nuca.

Prassitele, il genio, sapeva bene che ogni donna è la sintesi sublime tra la passione sfrontata e irriverente di una lussuriosa e la grazia pudica e composta di una dea.

© RitaLopez

Un pezzetto di mondo

0d3fd34e21677779d1d0351b44b98664_orig

Preparavo il borsone militare, quello che per caso avevo scoperto tempo addietro rovistando in mezzo alle tue cose, con la foga di chi deve partire per non tornare mai più.

Infilavo all’interno tutto ciò che mi capitava sotto gli occhi, con la veemenza di chi sa di non poterne farne a meno, con il fervore di chi è certo che, prima o poi, ne potrebbe patire la mancanza.

La scatola con le conchiglie raccolte sul bagnasciuga, quando la spiaggia era tiepida di tramonto, e ancora non avevamo voglia di tornare a casa.

Vecchie fotografie in bianco e nero, alcune talmente rovinate, che era stato necessario sistemarle con l’adesivo e dove tu, sul dorso, in bella grafia, avevi diligentemente annotato il luogo dello scatto e la data.

Il basco con la visiera, acquistato con i soldi ricevuti a Natale.

Le lunghissime collane di perline colorate che io e Stefania avevamo infilato pazientemente con le nostre mani, una ad una, per venderle al mercatino della domenica di piazza Umberto. Lunghe, ma così lunghe, da poterle arrotolare due, tre, quattro volte attorno al collo.

E poi gli spartiti musicali con gli accordi per la chitarra.

Decine di quaderni stropicciati, scritti fitto fitto, quando cercavo di non impazzire.

L’armonica che Francesco aveva scordato a casa e non aveva più ripreso.

I miei ritratti, disegnati a carboncino leggero da Marco. Quello coi capelli sciolti e il basco messo di traverso, quello in cui ridevo spudoratamente, le sopracciglia alzate e le fossette ben evidenziate ai lati della bocca. Quello con gli occhi chiusi, che non si capiva bene se stessi dormendo o se invece piangevo.

Il libro di mitologia greca che ci rubavamo a vicenda: Ancora non l’hai finito? Ma lo voglio leggere anch’io. Ecco, finisco un  racconto e te lo restituisco. No, stasera tocca a me.

Cercavo di richiudere la cerniera del borsone stracolmo, senza romperla.

Non sarei mai partita per nessun posto, non sarei mai andata da nessuna parte, senza portarmi un ritaglio di quel mondo appresso.

Una fetta di mondo che trovasse spazio giusto su una mensola.

Un pezzetto di mondo da guardare, da toccare, da annusare all’occorrenza.

© RitaLopez

La vera storia di Didone

121096

Hanno fatto di te la donna follemente innamorata dell’eroe leggendario Enea, la regina cartaginese che avrebbe potuto ostacolare la fondazione predestinata di Roma, stabilita dagli dei.

Ti hanno ridotto a sovrana succube della fragilità femminile, quella che la letteratura, da sempre, affibbia alle fanciulle sedotte e poi abbandonate.

Hanno raccontato che è stato facile farti perdere il pudore, che è stato facile venir meno alla promessa fatta al tuo defunto marito,  di non legarti più, mai più, con nessun altro uomo.

Ci hanno restituito l’immagine di una sovrana debole ed insicura, profondamente offesa dall’onta subita, che soffre indicibilmente per il tradimento dell’uomo amato, al punto da  annientare se stessa, fino ad uccidersi.

Ma nei racconti farciti per esaltare i potenti, hanno omesso di dire che tu, Didone, regina che hai fondato  Cartagine nel IX sec. a.C., non avresti mai potuto incontrare Enea le cui vicende, legate alla guerra di Troia, sono antecedenti di più di tre secoli.

Dalla letteratura non commissionata da chi comanda si viene a sapere che tu, Didone,  eri profondamente innamorata di Sicheo, tuo sposo, ucciso dal tuo crudele fratello, Pigmalione.

Nelle versioni tramandate da chi non doveva compiacere Roma, immenso appare il tuo coraggio e la tua risolutezza nello sfuggire al pericolo, quando sei stata costretta a scappare dalla tua patria e a salpare sulle rive di una terra lontana e sconosciuta.

Là, sulla costa settentrionale dell’Africa, hai chiesto al re locale, Jarba, un terreno su cui poter edificare la tua casa.

E Jarba, deridendoti,  ti ha consegnato una pelle di toro dicendo:

“Ma certo! Prendi tanta terra quanta questa pelle riesce a contenere”.

Hai tagliato a striscioline sottilissime la pelle e con esse hai tracciato un perimetro che conteneva tutta la collina e la campagna circostante.

Così hai  fondato Cartagine, Didone,  e l’hai resa una città florida e potente.

Jarba si è accorto di averti deriso a sproposito e ti ha chiesto in sposa, giungedo persino a minacciare di muoverti guerra se non avessi accettato la sua proposta.

Ma tu, pur di non venir meno alla promessa fatta al tuo defunto marito, hai preferito conficcarti una lama nel petto.

Nell’Eneide tu, Didone, regina gloriosa e astuta,  guida combattiva,  fondatrice di una città potente, sei sopraffatta dall’immagine di una donna fragile e lamentosa, accecata da una passione esageratamente sconsiderata e da un dolore troppo travolgente.

La figura di Enea, naturalmente, è quella dell’uomo eroico, che ha saputo rinunciare all’amore di una regina per seguire, obbediente, il volere degli dei, esaltare le proprie virtù guerriere, e compiere l’alta missione che il Fato gli aveva assegnato.

© RitaLopez

Adotta1blogger perché …

SocialHands-2zkpjjve1afvdqxgfctgcg-1

… perché trovo che la  vita  generosamente proiettata all’esterno, con le antenne ben tese per captare le voci di chi ha qualcosa da dire, di chi può aprirci la mente, di chi può essere una fonte di ricchezza, è la vita più logica e più giusta da vivere.

Non esiste crescita senza condivisione, né evoluzione senza scambio.

Sono quello che sono per le esperienze che mi hanno attraversato, per le persone che ho conosciuto, per i libri che ho letto, per i film che ho visto, per la musica che ho ascoltato, per gli amici che mi hanno influenzato.

Ed ogni luogo dove è possibile prendere e dare disinteressatamente, dove il meraviglioso baratto umano delle emozioni e delle conoscenze prende forma, dove la predisposizione all’ascolto e la possibilità di farsi ascoltare sono cosa concreta, diventa il luogo più democratico per eccellenza.

L’ “adozione” in questo caso significa la mia umile, volontaria, consapevole discesa dal gradino del personale protagonismo, per mettere l’ “altro” sotto i riflettori e dire al mondo:

“Sentite signore e signori, sentite cosa ha da dirci!”.

© RitLopez

immagine in alto presa dal sito: saleinzucca.it/category/web-content/

adotta1blogger-rettangolare

Il silenzio

Eduardo-de-Filippo-e1326917078515

Dalle due alle quattro di pomeriggio nella casa dei miei nonni regnava il silenzio assoluto.

Il silenzio più totale, il silenzio più ovattato, perché nonno dalle due alle quattro si chiudeva nella camera da letto, quella  dai vecchi mobili di noce scuro, illuminata soltanto dalle lucine soffuse e  aranciate del tabernacolo della Madonna Addolorata, e dormiva.

E la casa piombava in un silenzio surreale.

Le donne lavavano i piatti e spazzavano la cucina, sussurrandosi i racconti  tra le labbra e a volte scoppiavano a ridere e ridevano in silenzio, soffocando le risate con i palmi  delle mani, per non fare rumore, fino  a diventare rosse per lo sforzo, fino quasi a soffocare.

Noi bambini facevamo i compiti e a volte ci tiravamo i calci da sotto il tavolone lungo e scrostato, e litigavamo.
“Stateve citti!!!” (fate silenzio!!)  urlava mormorando nonna, come solo lei era capace di fare, mimando un grido strozzato in gola.

Proprio così: urlava mormorando.

Gli occhi spalancati, il dito indice davanti al naso.

Mi piaceva quel silenzio, anche se era innaturale e forzato.

Mi piaceva come ti può piacere una cosa preziosa, come è preziosa qualsiasi cosa di cui senti la mancanza.

Dell’acqua quando hai sete, o del pane quando hai fame, o del sonno quando sei stanco.

Era divertente quel silenzio, perché ci obbligava a camminare in modo buffo, in punta di piedi, a compiere in modo grottesco i nostri movimenti,  per privarli di qualsiasi suono, a chiederci cento volte l’un l’altro “che hai detto?”.

Dalle due alle quattro di pomeriggio era possibile udire  il ticchettio dell’orologio alla parete, lo sgocciolio dell’acqua dal rubinetto del lavandino di pietra, il respiro lento e rassicurante delle persone stipate nella vecchia cucina.

Era un bel silenzio.

Alle quattro meno cinque nonna preparava il caffè.

Alle quattro spaccate, là nella camera da letto dai vecchi mobili di noce scuro, nonno fischiava con tutto il fiato che aveva in gola nel suo fischietto nero, quello dei tempi di quando era vigile urbano:  potevamo rompere la quiete forzata.

Quel fischio era come una doccia fredda sulla pelle arroventata dal sole, un’allegra sirena, un martello che infrange un grande vaso di cristallo rompendolo in migliaia di piccoli e aguzzi frammenti.

La casa ripiombava all’improvviso, come per incanto, nel frastuono più festoso.

“Porto io il caffè a nonno!”

“No, voglio portarglielo io!”

“No, oggi tocca a me!”

Litigavamo ancora, noi bambini, per chi dovesse portargli il caffè a letto.

Quando era il mio turno, nonna mi posava tra le mani il piattino con la tazzina ricolma del  prezioso liquido fumante e profumato.

“Non ‘u si facènn cadè”, mi diceva.

Procedevo portando la reliquia nella camera di nonno, come in una processione, seguita dagli altri bambini.

La Madonna Addolora, là sulla parete,  puntualmente mi fissava con gli occhi sgranati, quasi a presagire una catastrofe.

Ed io puntualmente facevo cadere un po’ di caffè sulle lenzuola.

“E u sapev je!!” (lo sapevo!) diceva nonno, “Semb’ tu sì!! Chiu cchiàno adda fà!”.

Abbassavo lo sguardo mortificata. Gli occhi di tutti addosso. Pure quelli della Madonna Addolorata.

Nonno si tirava su da letto e si sistemava le bretelle sulla canottiera.

“Mè,  mo la storia!”

Noi bambini correvamo di nuovo in cucina, prendendoci a  spintoni, a gomitate, per afferrare gli sgabelli di legno più comodi e sederci il più possibile vicino a lui che, come ogni pomeriggio, ci avrebbe raccontato “la storia”.

© RitaLopez

Dalla finestra

 

Persiane-Chiuse

Ricordo di essermi alzata dalla scrivania e di avere raggiunto a piedi nudi  la finestra con le persiane verdi, tenute ben chiuse per evitare che, con i raggi del sole, penetrasse nella stanza anche la canicola che toglie il respiro.

Ti ho visto uscire dal portone di casa e percorrere lentamente la strada infuocata.

Portavi una camicia marrone, di cotone, con le maniche corte.

Vene bluastre correvano sul dorso delle tue mani bianche.

Dio quanto sono bianche!, ricordo di avere pensato.

E lì, su tutto quel grigio impietoso dell’asfalto, con la tua ombra nera che ti seguiva stanca, mi sei sembrato così esageratamente solo e triste e malato.

Anche il tuo pallore mi è parso impietoso, così come quell’afa innaturale, come il silenzio assoluto di quel primo pomeriggio di quel giorno d’estate, impietoso come la via desolata, come quell’impietoso quartiere in cui abitavamo, impietoso come la nostra città impietosa, come il mondo intero e la vita baldracca così maledettamente impietosa con te.

Ho considerato per un attimo l’idea di spalancare le persiane verdi e mettermi a urlare dalla finestra:

“Aspetta! Vengo con te!”.

Ma tu hai voltato l’angolo.

Sono tornata a piedi nudi verso la mia scrivania.

Ricordo che un senso d’angoscia m’ha preso alla gola.

© RitaLopez

(Immagine copiata dal sito: luceradente.it/forum/wordpress_it_IT_271/?attachment_id=4627)

 

La vita vera

Lopez

(Fotogramma dal video The Most Beautiful Suicide- Evelyn McHale 1947 YouTube)
(liberamente tratto da un fatto di cronaca accaduto a New York il 1° maggio 1947)

 

(Trenton, 66 miglia circa da New York, Casa di Cura psichiatrica, Aprile 2007)

Rileggo con estenuante fatica le pagine, ormai ingiallite, scritte in quei giorni frenetici e deliranti in cui la mia vita è cambiata in maniera irreversibile, per diventare vita vera soltanto durante il sonno e stato di insopportabile incoscienza durante la veglia.

La mia vista è peggiorata e questo maledetto e costante tremore delle mani, mentre cerco di avvicinare i fogli di carta agli occhi, rende ancora più difficile la lettura.

La mia vita è stata un sogno: così dicono i medici della clinica psichiatrica in cui sono in cura da più di 30 anni.

Nel senso che per vivere ho avuto bisogno di chiudere gli occhi e sognare.

Solo nel sogno vivevo e nel sogno ritornavi a vivere anche tu.

Svegliarmi, essere catapultato in quello che chiamano “stato di coscienza”, rendermi conto della nuova realtà, è sempre stato inconcepibile e intollerabile da allora, da quel giorno che ti ho incrociata per strada, quella mattina del 1 maggio 1947, a pochi metri dall’ingresso dell’Empire State Building.

Non conoscevo neanche il tuo nome.

Solo in seguito ho letto sui giornali che ti chiamavi Evelyn.

Eri tu. Eri Evelyn.

La mia Evelyn.

La donna con cui avrei passato il resto della mia vita sognata.

La “ragazza dei miei sogni”, nel senso più ironicamente tragico e vero della parola.

Tutti pensano che io sia pazzo.

Ma che importa! La mia vita riprende ogni volta che mi addormento e sogno di te, Evelyn.

Sessanta anni di vita con te, oramai.

Sognata? Reale? Che importanza ha?

 

(New York, 1 maggio 1947)

Stamattina.

Stamattina la mia vita è stata inesorabilmente stravolta. Lo so.

Niente tornerà più come prima. E’ così. Sono perfettamente conscio del fatto che c’era un prima.

E sono perfettamente conscio che d’ora in avanti non sarà mai più la stessa cosa.

Questa vita non sarà mai più la stessa.

Questo mondo non sarà mai più lo stesso.

Né io sarò mai più lo stesso.

No, Robert Wiles non sarà mai più lo stesso.

 

(N.Y., 2 maggio 1947)

Non ho chiuso occhio stanotte, non sono riuscito a dormire.

Devo riordinare le idee. Devo. Per non impazzire.

Dunque, ieri mattina c’era il sole, aria tersa, niente nuvole, la luce giusta.

Mi è venuta voglia di andarmene in giro a scattare foto per conto mio, e così avevo sistemato la mia Contax in un sacchetto di tela impermeabile, insieme a due rullini e a un paio di obiettivi. Camminavo a passo spedito sulla 5th Avenue, dopo essere sceso alla fermata della metro in Times Square.

Ricordo che ero diretto al Madison Park. Avevo intenzione di ciondolare là per un po’, tra gli alberi e le aiuole in fiore, scattare foto fino a quando non avessi avuto fame, e poi scroccare il pranzo a Peter, studente del mio stesso corso di fotografia, che abita proprio a due passi dal Gramercy Theatre.

Questo pensavo, Dio mio! Solo questo pensavo.

Ho attraversato la 34esima Strada. Ed è là che l’ho vista.

Stava svoltando l’angolo. Era distratta. Mi è venuta addosso facendomi quasi cadere la sacca di tela con la Contax. Un rullino è scivolato per terra, rotolando verso i suoi piedi.

Ci siamo fermati. Entrambi sorpresi. Ci siamo guardati negli occhi.

Uno-di fronte-all’altra.

I suoi occhi, mio Dio! I suoi occhi azzurri di cielo dentro i miei.

“Mi spiace”, ha sussurrato.

“Si figuri”, le ho risposto.

Mi sono chinato a raccogliere il rullino che aveva cessato la sua corsa proprio accanto al tacco della sua scarpa sinistra.

Ho ammirato le sue caviglie. Sono risalito con lo sguardo su per le gambe, coperte fin sotto le ginocchia da una gonna a pieghe color pesca. E poi più su. La curva leggiadra dei fianchi, la vita sottile, fasciata dalla giacca stretta e sfiancata del tailleur, la lunga collana di perle bianche, il collo immacolato, la bocca rosso cremisi, fino a posarmi inebriato, ancora una volta, sui suoi occhi.

E nei suoi occhi sono finalmente precipitato. Nel baratro azzurro dei suoi occhi.

Sarei rimasto lì per ore; sarei rimasto lì per il resto della mia vita.

Dopo un tempo che non so quantificare, ha distolto improvvisamente lo sguardo, quasi con una rapida scossa nei movimenti, e ha proseguito il suo cammino.

L’ho vista infilarsi come una gazzella sperduta all’interno dell’Empire State Building, velocemente inghiottita dal buio e mastodontico ingresso.

Ho pensato: “Seguila, idiota, seguila! Offrile un caffè. Fai qualcosa, diamine!”

E invece sono rimasto lì, fermo, impalato, ancora ubriacato del suo profumo, ancora stordito dall’azzurro dei suoi occhi.

“Ok”, mi sono detto, “ok, brutto idiota. Ora aspetti qui, buono buono, fino a quando non esce da quel dannato palazzo e le parli”.

Sono entrato da Heartland Brewery, lì di fronte, e mi sono seduto a bere una birra.

Non staccavo lo sguardo dall’ingresso dell’Empire State Building.

Non sapevo cosa le avrei detto. Ma qualcosa le avrei detto. Oh sì! Mi sarei inventato qualsiasi cosa, questo era certo.

Ho ordinato una seconda birra.

Forse saranno passati 20 minuti. Mezzora. Non di più.

Ero deciso ad aspettare. Anche una vita intera.

Poi un’esplosione tremenda. Un tonfo inconfondibile di lamiere. Vetri frantumati. Un boato agghiacciante.

Dalla vetrata colorata dell’Heartland Brewery, ho visto un mare di gente correre sul marciapiede di fronte.

Anche dal locale si sono catapultati fuori.

Persino il barista dietro il bancone, presso il quale ero seduto. Persino il cassiere.

Sono uscito anch’io. Allibito. Frastornato.

Un folto gruppo di persone era accorso attorno ad una Limousine nera, parcheggiata proprio sotto l’Empire State Building.

Mi sono avvicinato. Il cuore ha iniziato a battermi all’impazzata.

Il tetto della Limousine era completamente accartocciato.

L’impatto tremendo aveva distrutto i vetri dei finestrini.

Sul tetto dell’auto, il corpo di una donna.

Ho riconosciuto subito il suo tailleur color pesca.

Mi si è fermato il cuore.

Ho smesso di respirare.

Mi sono avvicinato ancora di più.

Ho visto la mia vita reale, quella che chiamano “vita reale”, per l’ultima volta, sull’orlo di un baratro senza ritorno.

Era lì. La mia ragazza era lì, adagiata sul tetto lucido della Limousine, spiegazzato come una calda ed accogliente coperta, ad avvolgerle il corpo aggraziato.

Disarmante nella sua calma compostezza, sembrava dormisse.

Sì, sicuramente dormiva.

Alle mani portava dei guanti color panna. Non li avevo notati prima. Le dita della mano sinistra intrecciate nella collana di perle, quasi in una posa studiata e maliziosa. Le caviglie superbamente incrociate. Aveva perso le scarpe.

Così meravigliosamente bella. E quieta. E placida. E composta.

Solo le lamiere contorte facevano presagire la violenza inaudita dell’impatto.

Non ricordo a cosa ho pensato.

Non ricordo per quale motivo ho aperto la sacca di tela, ho afferrato la mia Contax, ho scattato una foto.

 

(N.Y., 4 maggio 1947)

Non riesco a dormire.

Ho il recondito terrore che, addormentandomi, io debba intraprendere una strada senza ritorno.

Mi serve un medico.

Non riesco a dormire.

 

(N.Y., 6 maggio 1947)

Evelyn.

Ti chiami Evelyn.

Evelyn McHale.

Ti ho amata dal primo momento Evelyn.

 

(N.Y., 7 maggio 1947)

Devo sviluppare quel rullino.

Devo trovare il coraggio di sviluppare quel dannato rullino.

 

(N.Y., 8 maggio 1947)

Sono andato dal dottor Harris.

Mi ha prescritto dei sonniferi.

 

(N.Y., 9 maggio 1947)

Ti ho sognato Evelyn. Ho sognato come nella mia mente sarebbe dovuta effettivamente andare quella mattina del 1 maggio, quando non ho avuto il coraggio di fermarti ed ho lasciato che tu andassi via invece, determinata, verso il tuo oscuro proposito.

Finalmente dopo averti aspettato per circa mezzora, sei uscita dall’ingresso dell’Empire State Building, fiera e spedita come una regina.

Ti sono venuto incontro e ti ho chiesto timidamente se volevi prendere un caffè con me.

Mi hai sorriso. Hai detto di sì.

Siamo entrati insieme da Heartland Brewery.

Ci siamo seduti e mi hai sorriso di nuovo. Ero felice come un bambino.

Felice come un bambino.

 

(N.Y., 10 maggio 1947)

Non sopporto il momento in cui mi sveglio dal mio sonno forzato.

Mi sembra di essere proiettato violentemente in una realtà che non mi appartiene più.

Oggi, però, ho deciso di stampare la tua foto. Sono passati dieci giorni ormai.

Ogni volta che mi accingevo a farlo, c’era sempre stato qualcosa di immensamente e potentemente doloroso a impedirmelo.

Ma oggi pomeriggio, quando l’effetto dei sonniferi è passato, ho raccolto le mie forze e l’ho fatto.

Ho acceso la lampada. La luce è passata attraverso il condensatore posto sul negativo.

Ho impostato il diaframma e poi la messa a fuoco. Agivo come in uno stato di trance, quasi fossi sotto ipnosi.

Ho regolato il tempo di esposizione.

Credo che non mi rendessi conto di quello che stavo facendo.

Credo di aver agito come agisce un sonnambulo.

Mi ricordo anche di avere pensato: “Ma dormo o sono sveglio?”

Ho preso infine il foglio di carta e l’ho fatto passare nelle bacinelle. Come in una consueta magia, col passare dei secondi, ho potuto intuire la tua immagine che pian piano sarebbe comparsa.

Con la lentezza e la disperazione acquisita negli ultimi, consapevoli movimenti, di chi è stato condannato a morte e si trova ormai vicino al patibolo, ho preso la stampa e l’ho passata sotto l’acqua corrente.

Non mi restava che metterla ad asciugare.

Ho acceso la luce, ma continuavo a tenere gli occhi chiusi.

Non so dire quanto tempo ho aspettato.

Finalmente mi sono deciso: ho aperto gli occhi.

Evelyn… Mio amore… Evelyn…

Ho pianto. Calde, copiose, inconsolabili lacrime.

 

(N.Y., 11 maggio 1947)

Continuo a dormire tutto il tempo, grazie alle pillole del dottor Harris.

Sia benedetto il dottor Harris! E’ come aver trovato la strada, la scorciatoia, che mi porta dritto a lei.

Odio risvegliarmi.

Stamattina però, ero ben determinato ad alzarmi dal letto; ho preso la foto di Evelyn e sono andato a Broadway, presso la sede di Life, il giornale.

Che strano! Solo ora mi rendo conto di avere scelto un giornale che si chiama Life, Vita, quasi a voler sbattere in faccia al mondo la vita che per me, e per te Evelyn, non può non continuare.

In qualsiasi dimensione, conscia, inconscia, razionale o irrazionale, essa ci viene offerta.

Alla sede del giornale non credevano ai loro occhi.

Mi hanno guardato sbalorditi mentre me ne andavo con la mia Contax a tracolla.

Sono tornato a casa, ho preso i sonniferi e mi sono rimesso a dormire.

 

(N.Y., 12 maggio 1947)

Hanno pubblicato la mia foto, Evelyn. La mia foto di te che dormi sul tetto accartocciato della Limousine nera, perché in realtà tu dormi.

Hanno avuto la loro esclusiva, il loro scoop.

Io, invece, mi sono imbottito di pillole e ti ho sognato.

Seduti al tavolino, da Heartland Brewery, mi hai raccontato dei tuoi 23 anni.

Mi hai raccontato di essere nata in California, di essere la sesta di sette fratelli.

Mentre parlavi, nuotavo nei tuoi occhi azzurri.

Ho persino dimenticato il mio caffè, lasciandolo completamente raffreddare.

Le tue labbra rosso cremisi hanno avuto un impercettibile tremore nel momento in cui mi hai detto che, un giorno, tua madre abbandonò te e i tuoi sei fratelli e non si fece più rivedere.

“Se non vuoi parlarne non importa”, ti ho sussurrato con tutta la delicatezza di cui ero capace.

Hai sorseggiato di nuovo il tuo caffè e hai continuato.

Dopo aver peregrinato in lungo e in largo per gli States, con tuo padre e i tuoi fratelli, finalmente sei approdata a New York.

Hai trovato lavoro e anche un fidanzato, che abita a Easton, non lontano da qui, e il giorno prima eri stata da lui, per festeggiare il suo compleanno.

“Dovremmo sposarci a giugno”.

Hai abbassato lo sguardo mentre pronunciavi queste parole.

“Stamattina ho preso il treno”, hai continuato, “e sono tornata a New York”.

“E lo sposerai?”, ti ho chiesto a mezza voce.

Hai abbassato di nuovo lo sguardo. Hai sorseggiato ancora una volta il tuo caffè.

 

(N.Y., 13 maggio 1947)

Ho letto con grande fatica l’articolo pubblicato su Life.

Mi girava la testa e mi sentivo in preda ad un incubo.

Dice che sei salita all’ottantaseiesimo piano dell’Empire State Building, dove è la piattaforma panoramica che guarda a 360 gradi tutta la città di New York.

Che hai piegato con cura il soprabito marrone che indossavi sopra il tailleur color pesca, posandolo sul parapetto della balconata.

Che hai lasciato anche la tua borsetta con alcune foto di famiglia e un taccuino nero.

Che ti sei lanciata nel vuoto.

Che nel taccuino nero era scritto il tuo messaggio di addio.

Che il messaggio diceva:

“Non voglio che nessuno, della mia famiglia o meno, veda alcuna parte di me.

Potete distruggere il mio corpo cremandolo?

Prego voi e la mia famiglia: non voglio nessun funerale o commemorazione.

Il mio fidanzato mi ha chiesto di sposarlo a giugno.

Starà molto meglio senza di me.

Dite a mio padre che ho preso troppe tendenze da mia madre”.

Nessuno di loro, Evelyn, sa che invece sei uscita dall’Empire State Building e sei venuta a prendere un caffè con me.

Nessuno sa che abbiamo chiacchierato insieme, comodamente seduti al tavolino dell’Heartland Brewery.

Nessuno sa che entrambi viviamo nei miei sogni e nei sogni ci parliamo.

Nessuno lo sa, Evelyn.

Ho afferrato le pillole del dottor Harris e ne ho mandate giù due.

Ho scelto di viver con te, anche se in un’altra dimensione.

E in fondo, chi ha mai dimostrato che la vita reale, la vita vera, sia quella che accade durante il nostro stato di veglia e non invece nel profondo, recondito, misterioso abisso dei nostri sogni?

© RitaLopez

Questo racconto è già stato pubblicato su http://exlibris20102012.blogspot.it/2016/04/la-vita-vera-di-rita-lopez.html

Un esercito

1920px-Quarto_Stato

Camminerò finché mi reggono le gambe e andrò avanti, ve lo prometto, come quei muli testardi e incaponiti che mai si fermano.

Camminerò per te, che ti alzavi alle 4 di mattina per cucinare i fagioli per il pranzo dei tuoi figli, e poi ti pettinavi i lunghi capelli, tirandoli su in una crocchia ordinata, prima di avvolgerti nello scialle lungo e uscire di casa col freddo che ti sbatteva in faccia, a testa alta, verso l’urlo della sirena della vecchia Manifattura dei Tabacchi.

E camminerò per te, che odoravi di Roxy senza filtro, per tutte le volte che hai reso speciali i miei giorni, quando mi insegnavi a ballare “I’m singing in the rain” e mi sentivo bella nella mia gonnellina a pieghe e con le mie scarpe consumate.

Camminerò, vi giuro, fino a scorticarmi i piedi.

E camminerò per te, che odoravi di lavanda e di pasta fatta in casa, simile ad un guerriero indistruttibile dalle mani artritiche che reggevano il rosario con le perline nere.

E anche per te camminerò, per i tuoi silenzi discreti, la tua gloriosa umiltà, il tuo laborioso e instancabile e quotidiano impegno da formica operaia.

Niente mi fermerà, siatene certi.

Camminerò anche per te, per i tuoi mantra religiosi, e per te che imprecavi il cielo di nascosto, e per te, che avevi la rivoluzione nel cuore, e per te, che per come mi guardavi, mi facevi arrossire.

Continuerò a camminare per tutti voi, che affollavate i marciapiedi maleodoranti del mio quartiere, quando ero  bambina, dove al puzzo di piscio di gatto e di verdure rancide si mischiava il colore acceso della vostra più commovente umanità.

Camminerò per voi e nessuno mi fermerà.

E voi camminerete insieme me. Finché io camminerò.

Saremo un esercito di anime meravigliose e disperate come nel quadro pellizziano.

Riempiremo ancora le strade con le nostre voci chiassose e le nostre grasse risate.

E tutti si scosteranno, curiosi e divertiti, al nostro passaggio.

© RitaLopez

Tiresia

800px-Johann_Heinrich_Füssli_063

Quando ero molto giovane portavo  le pecore al pascolo sul monte Citerone e in un noioso pomeriggio d’estate, mi imbattei in due serpenti che si accoppiavano.

Ero solo un ragazzo.

Ero solo uno sciocco.

Li separai con un bastone, e la femmina rimase uccisa.

Erano uniti. Ed io li ho divisi.

 

Immediatamente il mio corpo assunse le sembianze di una donna.

Rimasi una donna per sette anni, sperimentando tutti i possibili piaceri che, da donna, si possano provare.

Ma un giorno, tra le rocce, mi capitò di rivedere la medesima scena: due serpenti intenti ad accoppiarsi.

Pensai che se avessi ripetuto gli stessi identici gesti di quel noioso pomeriggio di sette anni addietro, forse sarei ritornato quello di prima.

E difatti, dopo averli divisi, riacquistai le mie originarie sembianze maschili.

Sono stato un uomo. E sono stato una donna.

 

Quando Zeus ed Era, disinibiti dalla dolce ambrosia, intrapresero una discussione su chi, tra maschio e femmina, provasse più piacere, non riuscendo ad accordarsi, decisero di interpellarmi.

“L’uomo gode soltanto una decima parte. Le altre le completa la donna, godendo, quando è innamorata, con tutta quanta l’anima”, questa fu la mia risposta.

Ed ero sincero.

La dea si adirò moltissimo. Avrebbe voluto essere la sola a conoscere quel segreto.

Per questo, furibonda, mi rese cieco.

Avevo la luce negli occhi. Piombai nel buio più profondo.

 

Zeus, impietositosi, per ricompensarmi del danno subito, mi concesse la facoltà di diventare un indovino, l’interprete fedele degli dei.

Ero un vedente che non vede. Sono un vecchio cieco che prevede.

 

© RitaLopez

La Bellezza

a_reggia

Sono su un treno che va verso Sud e, sedute vicino a me, ci sono due signore australiane che non conoscono una parola d’italiano.
Madre e figlia. Molto colte, da come le sento parlare.
Molto ricche, da come le vedo vestite.
Sono in vacanza in Italia. Hanno già visto Venezia, Firenze, Assisi, Roma… ed ora sono dirette a Matera.
Il treno si ferma alla stazione di Caserta, proprio davanti alla Reggia del Vanvitelli.
CASSETTA, legge ad alta voce dal tabellone la figlia, che avrà più o meno la mia età. Sorrido involontariamente. Lei se ne accorge. Mi sorride a sua volta. No CASSETTA? mi chiede. No, CASERRRRRTA: scandisco, indugiando sulla erre, pavoneggiandomi quasi, per come riesco a farla vibrare tra la lingua e i denti.
“Oh look over there!!! what a beautiful building!” le dice la madre, una distintissima signora anziana, con un ridicolo cappellino simile a quello della regina Elisabetta. Spiego loro che si tratta del palazzo reale più grande d’Europa, sede dei Borbone, iniziato nel XVIII secolo.
Mi guardano enormemente interessate e mi pregano di continuare. E io continuo (capirai! l’hanno trovata!).
Racconto che è un palazzo che nella sua ideazione doveva reggere il confronto con quello di Versailles, racconto delle sale sontuose, dell’esplosione dell’architettura barocca, della Biblioteca Palatina, della Sala Ellittica che ospita un meraviglioso presepe napoletano, delle incredibili pinacoteche e soprattutto racconto del parco strabiliante, con le fontane e le cascate e le sculture dei miti greci. Hanno gli occhi spalancati. Decidono di fermarsi al ritorno e visitare il luogo.
Mi tempestano di domande: sulle città d’arte, e l’architettura, e la scultura, e le meraviglie della nostra natura, e le spiagge pazzesche del sud, e la nostra cucina, e la storia, quella recente e quella passata, e Michelangelo, e Leonardo, e Raffaello, e la civiltà romana.
Non mi fermo un attimo (capirai! l’hanno trovata!).
E quando dico loro che ho anche una laurea in archeologia e attacco a raccontare del Foro Romano e degli scavi e dell’odore che ha la terra del Palatino (capirai! l’hanno trovata!), sono prese da una sorta di orgasmo mistico.
Solo allora mi rendo conto di quanto la mia concezione della storia, del passato, sia diversa dalla loro. Solo allora mi rendo conto del Paese così giovane e sconfinato da cui provengono. Mi rendo conto di quanta Bellezza e Arte ci circonda. In uno spazio così “stretto” e “piccolo” come l’Italia. Come si fa a scordarsene? Come si fa ad abituarsi alla Bellezza fino ad ignorarla, a non prendersene cura, a non difenderla? Come si fa a non sentirsi uniti dalla Bellezza in cui abbiamo avuto la fortuna di nascere? Come si fa ad affidare tutta questa Bellezza nelle mani di quattro papponi ignobili che pretendono di gestirla insieme al nostro Paese?
Restiamo in silenzio. Loro frastornate da tutte le informazioni che le ho rovesciato addosso (capirai! l’hanno trovata!). Io, un po’ stanca, per aver parlato in un’altra lingua per più di due ore.
Guardo dal finestrino. Le distese di ulivi argentati e le vigne ben disposte in filari precisi, che tra qualche mese saranno cariche di grappoli maturi. Si vede anche il mare in lontananza adesso. E’ tutto bellissimo.
Prima di arrivare a destinazione, mi stringono la mano. Io, da buona meridionale, non riesco a non baciarle. Prima la figlia. Poi l’anziana madre, col suo ridicolo cappellino alla regina Elisabetta.
“What’s your name?” mi chiede. Rita, rispondo. “Rita, you’re so passionate!”, mi dice.
Scendo dal treno. Consapevolmente orgogliosa, mi tuffo a grandi passi nella Bellezza.

© RitaLopez

Lo vuoi un caffè?

images

Avevo passato tutta la mattina a lucidare il lampadario impolverato della tua cucina.

Ero scalza sul tavolo ricoperto di fogli di giornale e di tanto in tanto mi passavi lo straccio pulito, dopo averlo sciacquato per bene sotto il rubinetto.

“Statt attìnt, non si cadènn!”

“Non cado, non cado” ti rispondevo.

E una volta finito, pigiavi l’interruttore, per vedere il risultato.

La tua bocca che si distendeva in un sorriso, contagiava anche me.

Sorridevo anch’io.

“Quanta luce! Brav’ a chedda uagnèdd!”

Brava ragazza che sei! dicevi con la testa alzata.

“U uè nu cafè?”

Lo vuoi un caffè?

Scendevo dal tavolo e mi mettevo seduta, mentre riempivi con cura la macchinetta.

La lentezza dei gesti, la pacatezza della precisione.

Ciò che ti rendeva straordinaria, ai miei occhi, era vedere come ogni piccola azione quotidiana, anche la più banale, anche la più semplice, diventasse speciale, unica, solenne, quando a compierla eri tu.

Era così sempre.

Quando cucinavi, quando impastavi la farina sul tavoliere, quando tiravi fuori dalla tasca del grembiule  100 lire perché potessi comprarmi il ghiacciolo alla menta.

Ogni mossa era talmente ricolma di amore, e di gioia di fare, e di fare bene, che assumeva ai miei occhi la magnificenza di una impresa epica.

Stendevi un tovagliolo pulito sulla tavola e vi posavi sopra la tazzina di ceramica con il suo piattino. Quella del servizio buono.

Sorridevi.

La zuccheriera di acciaio lucido e il cucchiaino accanto.

Portavi la caffettiera fumante come un piccolo scrigno prezioso.

La mia ricompensa per il lavoro svolto.

Il premio più ambito per l’opera compiuta.

Ci lasciavamo entrambe con il cuore gonfio di soddisfazione.

Io con la consapevolezza di una nuova ricchezza. Una ricchezza sconfinata. Una ricchezza senza paragoni.

Tu ancora con gli occhi puntati sul lampadario e il sorriso sulle labbra.

© RitaLopez

Pessimo Vincenzo

topini-300x205

Non avevo soggezione di te solo perché andavo in classe con tua sorella: sapevo che non mi avresti importunato più di tanto.

Però lo devi ammettere, Vincenzo: tu eri proprio fastidioso.

Davi fastidio alle ragazzine del quartiere, al maestro, ai vicini di casa, ai passanti sconosciuti.

Tu e la tua cricca di teppisti come te.

“Hanno bucato le gomme della 126 della maestra Florinda!”

“Scommetto che in mezzo c’era Vicìnz!”

“Hanno rotto la vetrina della salumeria dello Schignato!”

“Stavolta l’ho visto: Vicìnz e gli amici suoi sono stati!”

“Hanno toccato il culo a Mariastella, la commessa della merceria!”

“Stu disgraziat di Vicìnz!”

Eri pessimo, Vincenzo. Lo devi ammettere.

Eppure c’era qualcosa in te che mi piaceva. Lo devo ammettere anche io.

Mi piaceva, lo devo ammettere, quando ti arrampicavi sul paraurti d’acciaio della filovia arancione, che attraversava tutta via Crisanzio, e fischiavi a labbra strette per chiamarmi.

“Ma guarda quello!” diceva allibito un signore dietro di me.

Mi faceva sorridere, lo devo ammettere, vederti guidare il motorino smarmittato nell’afa dei pomeriggi estivi, con quell’altro bellimbusto dell’amico tuo, appollaiato dietro. Rigorosamente senza casco. Rigorosamente contromano. Rigorosamente a torso nudo.

Ero contenta, lo devo proprio ammettere, di quel sottile turbamento, che mi guardavo bene dal far trapelare, quando mi fissavi dritto negli occhi e, soffiandomi il fumo della sigaretta in faccia, mi proponevi:

“Quando vuoi divertirti, chiamami!”

Pessimo, pessimo Vincenzo.

Che venivi bocciato ogni anno.

Che facevi disperare tua madre.

Che a quelle due anziane turiste tedesche che si erano perse nei vicoli e che ebbero l’ardire di chiederti:

“Scusa pello pampino! Dofe essere stazzione?”

rispondesti: “Signò! Se mi dai 2000 lire te lo faccio toccare!”

Pessimo, pessimo Vincenzo.

“Diventerai una suora”, mi dicesti un giorno.

“E tu farai la fine di tuo fratello che sta in galera”, ti risposi.

I muscoli della faccia irrigiditi.

Gli occhi severi.

E sicuramente non può essere stata quella frase, sicuramente c’era dentro di te qualcosa, già da tempo, pronta a scattare. Deve essere così.

E insomma volevo dirti che sono orgogliosa di te,  che sei  il meccanico più bravo del quartiere.

Che hai tre figli belli come il sole.

Che avevi pochissime speranze di sfuggire al tuo futuro di contrabbandiere di sigarette.

Che ogni volta che ti guardo mi vengono in mente le due turiste tedesche, a cui  volevi farglielo toccare per 2000 lire, e mi viene da ridere.

© RitaLopez

La verità su Marta

relativityescher

Ogni volta che vedo una farfalla non posso non pensare a mia sorella Marta.

Avevo solo 15 anni quando Marta scappò di casa, o meglio, scomparve, nel senso che dopo aver accompagnato suo figlio Toni, mio nipote, davanti alla scuola materna, non ritornò mai più.

“E non dimenticarti di soffiare il naso quando sei in classe. Ecco, ti lascio questo fazzolettino nella tasca del grembiule. Hai capito?”

“Va bene mamma”.

“Ed ora dammi un bacio”, gli disse.

Toni, un attimo prima di entrare nell’atrio, si voltò e alzò la manina in segno di saluto.

“Ma come ti era sembrata in quel momento? Come erano i suoi occhi?”

Per tutti questi anni passati ho cercato di strappare a Toni la consapevolezza di un guizzo, una luce particolare, un movimento impercettibile negli occhi di Marta, che potessero lasciar presagire anche la più labile intenzione di sparire dalla circolazione, di eclissarsi nel nulla.

“Lei tornerà”, mi ripeteva Toni da bambino.

“Lei tornerà”, continua a ripetermi Toni, che ora è un ragazzo dalle spalle larghe.

 

Andrea, mio cognato, passò la notte a macerarsi il cuore.

Accasciato sulla sedia, in cucina, le mani tra i capelli folti e neri. Lo sguardo fisso nel vuoto.

Il giorno dopo, quasi in trance, svuotò tutti i cassetti, rovistò tra i libri degli scaffali, cercò in tutte le tasche dei jeans e delle giacche di Marta, scaraventando i vestiti a terra, con rabbia, con furia. Imprecando.

Mise a soqquadro la cucina e poi la camera da letto e poi lo studio, in cerca di un indizio, anche minimo, di quello che nella sua mente fu subito percepito come un abbandono premeditato.

Ha finito per odiarla, Marta.

L’ha odiata per averlo lasciato solo, perché se ne è fregata di lui e del piccolo Toni, e se ne è andata.

“Ho sposato una stronza!”, mi urlò al telefono piangendo.

“Ho sposato una stronza”, continua a rinfacciarmi anche ora che ha i capelli grigi e radi.

 

A mia madre si spezzò il cuore.

“Lo sento, le è successo qualcosa. Lei non avrebbe mai fatto una cosa del genere”, piangeva.

“E’ così, le  è capitata una disgrazia”, si torceva le mani.

Il medico le prescrisse degli psicofarmaci per farla dormire.

Si spense l’anno dopo, col pensiero del corpo martoriato, e mai più ritrovato, di Marta nella testa.

 

Anche io, in tutti questi anni, mi sono fatta un’idea della scomparsa di Marta.

Ma non la rivelerò.

A che serve? Non cambierà la sostanza dei fatti. Non servirà a far tornare mia sorella.

E’ la mia verità.

Ed è vera come quella di Toni, come quella di Andrea, come quella di mia madre.

Ognuno si costruisce la propria verità, per sopravvivere, per difendersi, per mettere in scena una spiegazione razionale che funzioni, che metta pace al proprio cervello, al proprio dolore.

E se questa verità, anche se frutto della tua immaginazione a cui poi  finisci per credere,  serve a farti alzare dal letto la mattina, ad andare avanti, allora quella verità è vera.  E’ sacrosanta.

La farfalla che svolazza davanti alla mia finestra, una volta, era un bruco.

© RitaLopez

Mantiklos, l’immortale

SC185722-2

Era da giorni ormai che il mio uomo, l’abile Mantiklos, lavorava alla sua statuetta di bronzo.

Aveva intenzione di donarla al potente dio Apollo, lì nel santuario di Apollo Ismenio, nella nostra splendida Tebe.

Lo osservavo mentre era chino, seduto di spalle, alla luce della fiamma tremolante.

La figura del dio, rappresentato come un fiero guerriero, aveva preso finalmente forma tra le sue dita esperte e veloci.

Muoveva le mani con la stessa delicatezza con  cui la sera mi accarezzava i fianchi e le gambe.

L’immagine del guerriero, nudo nella sua gloriosa virilità, aveva preso vita grazie al mio amato Mantiklos.

I capelli raccolti in lunghe trecce, indicate da leggere incisioni orizzontali, ricadevano sulle spalle larghe e muscolose.

La vita stretta, avvolta dalla cintura.

L’elmo sulla testa e l’arco retto con il braccio sinistro flesso davanti a sé.

“Ti piace?” mi chiese infine Mantiklos sorridendo.

“E’ bellissimo, ma manca una cosa”.

“Cosa?” domandò.

“La tua firma”, risposi.

“La mia firma…” ripetè a bassa voce, quasi perplesso.

Stette qualche minuto a pensare, serio, gli occhi fissi sulla sua opera.

Poi, all’improvviso, con decisione, afferrò un cesello e incise qualcosa sulle gambe del dio.

Quando ebbe finito, pose la statuetta sul desco dove stava lavorando e uscì di casa.

La luce bianca della luna che entrava dalla porta aperta, faceva brillare il bronzo di mille riflessi argentati.

Misi da parte il mio fuso, e mi avvicinai in punta di piedi al desco.

Lessi con fatica quello che aveva scritto:

 

Μάντικλός μ᾿ ἀνέθεκε ϝεκαβόλοι ἀργυροτόξσοι

τᾶς {δ}δεκάτας, τὺ δέ, Φοῖβε, δίδοι χαρίϝετταν ἀμοιβ[άν].

‹‹ Mantiklos mi dedicò al (dio) abile nel lanciare, dall’arco d’argento,

come decima, e tu, Febo, da(gli) una gradita ricompensa.››

 

Non potei fare a meno di sorridere.

Apollo, il nostro dio, era immortale. E’ vero.

Ma l’Arte avrebbe reso allo stesso modo immortale l’abile Mantiklos.

Questa, questa sarebbe stata la sua ricompensa.

© RitaLopez

figtorque5

La regina guerriera

Mio padre era un re fantoccio, messo dai Romani alla guida della nostra gloriosa tribù, solo per rendere meno traumatica la consapevolezza che ormai erano altri a governarci.

Era già anziano e malato quando sposò la giovane e fiera Boudica, da cui ebbe due figlie e prima di morire, nominò erede del suo regno la bella moglie  dai lunghi capelli rossi.

Ma alla morte del re fantoccio i Romani, ignorando la volontà del vecchio, occuparono le nostre terre.

La nobile e audace Boudica si recò di persona davanti ai legionari, per rivendicare il suo regno, tenendo per mano le sue bambine.

La statura enorme, gli occhi e i capelli di brace, il torques celtico attorno al collo, la voce possente e amplificata: tutto, in lei, emanava fierezza ed energia.

La reazione dei Romani fu violentissima.

La giovane regina fu denudata e frustata.

Le sue bambine stuprate.

“Mangerò il vostro cuore”, sibilò tra il sangue e le lacrime la rossa Boudica.

“Mangerò il cuore di ognuno di voi!”.

Il giorno seguente la guerriera dai capelli di fuoco radunò le sue genti e alla guida di un carro, su cui aveva posto le due figlie, scorreva le fila del suo popolo, urlando con la  voce di tuono possente, simile ad una dea:

“Non vi chiedo vendetta come una regina che ha perso il suo regno e le sue ricchezze.

Vi chiedo vendetta come una donna qualunque.

Una donna qualunque a cui è stata tolta la libertà.

Una donna qualunque, offesa nel corpo e nell’anima.

In questa guerra o si vince o si muore.

Questa è la decisione di una donna.

Gli uomini possono anche scegliere di continuare a vivere da schiavi!”

L’esercito di Boudica, composto da donne e da uomini, da famiglie intere, sconfisse i Romani a Camulodunum, e poi al Londinium e poi anche a Verulanium, lasciando i nemici esterrefatti di fronte alla furia e al coraggio di un  popolo armato soltanto di lance e scudi, privo di armatura, guidato dalla regina guerriera dai lunghi capelli di fuoco.

Ma alla fine le micidiali armi dei Romani ebbero il sopravvento.

La giovane e fiera Boudica, prima di avvelenarsi, si tolse il torques celtico dal collo e me lo porse.

“Nascondilo in un posto sicuro” mi disse.

“E’ il simbolo della Libertà, del Valore individuale e dell’Onore.

Che una Donna qualunque possa trovarlo e indossarlo.”

La regina guerriera, mia madre, mi accarezzò sulla testa: “Vai!” mi disse.

Sotterrai il torques in una buca profonda della terra, in un posto che solo io sapevo.

Scappai nei boschi dietro  Watling Street, trascinando mia sorella con me.

Nessuno ebbe più notizie di noi due.

© RitaLopez

Luca

palloncini-400x334

E così addio  piccolo Luca, che tutti chiamavano “piccolo”, anche se avevi 24 anni.

Che avevi le gambette stecchite e traballanti come quelle di un ragazzino sofferente, ma camminavi spedito come un soldato in marcia, dentro le tue scarpe ortopediche  nere, e quando ti guardavo pensavo: “oddio ora cade! oddio ora cade!”

Che venivi bocciato ogni anno alle medie così che potessi frequentare la scuola e stare insieme agli altri ragazzini ancora per un anno. Per un altro anno ancora.

Che sei stato compagno di classe prima della mia Paola e poi della mia Dona, ed entrambe ti adoravano.

Ma ti adoravano tutti. Come si poteva non adorarti!

E quindi addio piccolo Luca, che mollavi la mano dell’insegnante di sostegno perché dovevi correre ad abbracciare la bidella ogni mattina.

Che ti facevano battere la palla ogni volta che aveva inizio  la partita di pallavolo.

Che alle recite scolastiche precedevi ogni singola battuta di ogni singolo compagno di classe sul palco.

Che chiamavi a gran voce “Paolaaaa!!!” ogni volta che incontravi per strada me o le mie due figlie, perché per te eravamo tutte indistintamente solo  e soltanto “Paola”, e agitavi le braccia, e ridevi, e agitavi le braccia, e ridevi…

E allora addio piccolo Luca, dalle molte cicatrici e dai sorrisi a profusione.

Ti accolgano quegli stessi angeli che amavi disegnare sui quaderni.

Si inchinino al tuo passaggio i cherubini dai lunghi capelli dorati. Ti cullino, stanotte, tra le loro ali.

Che possano imparare da te la dignità della sofferenza e della pazienza.

Che possano imparare da te come si fa a rimanere puri come bambini.

© RitaLopez

Lorenzino, detto “Varichina”

66432

Lo incontravamo spessissimo di sera, tornando a casa, in via Crisanzio, vicino alla Manifattura dei Tabacchi, nel cuore del quartiere Libertà, il quartiere dei veri figli del popolo.

Lorenzino, detto “Varichina”, sculettava sul marciapiede con i suoi jeans strizzati sui genitali e tenuti su da una cintura di pelle.

Indossava una pacchianissima camicia a motivi floreali con il colletto a punta, annodata sopra la sua gonfia pancia pelosa.

Aveva una montagna di capelli spinosi che viravano tra il biondiccio e il rossiccio e degli occhiali spessi come vetri di bottiglia per via della forte miopia procuratagli dal diabete.

“Uèèèè Lorenzì. Ricchiòoon!!!”, lo sfottevano i ragazzini senza cuore che sfrecciavano contromano sulla strada, in sella ai motorini smarmittati.

Urlavano e ridevano sguaiatamente.

Mamma tirava per le braccia me e mia sorella.

Affrettava il passo, costringendoci ad arrancarle dietro, a fatica.

Ma io avevo gli occhi puntati su Lorenzino e soprattutto le orecchie bene aperte.

E infatti la sua risposta non si faceva mai attendere:

“Disgraziaaat!!! Rdìt, rdìt! L’ femmn hann’ a murì e tutt’ ddò avìt’ a frnèsc!”

(Disgraziati! Ridete, ridete, tanto le femmine moriranno e tutti qua dovrete venire!), rispondeva Lorenzino, battendosi il deretano con entrambe le mani.

“Sto ‘nzivùs!” (Questo sporcaccione!), mormorava mamma, strattonandoci ancora di più per le braccia.

Ma Lorenzino era immune, oramai, agli sfottò continui dei crudeli ragazzi del quartiere Libertà.

Si dimenticava subito di loro e “Ciao beeeelllloooo!!!” si rivolgeva al passante che, a testa bassa, attraversava in tutta fretta la strada per non incrociarlo sullo stesso marciapiede.

Procedevamo su via Crisanzio, noi in una direzione e Varichina nell’altra.

Camminavo con la testa completamente voltata per non perdermi la vista di Lorenzino che si allontanava sempre di più. Potevo sentirlo cantare  a squarciagola “Staaasera mi butto, stasera mi butto, mi butto con teee!!!”, mentre ancheggiava come una checca pazza e si passava la mano nella zazzerra spinosa.

Lorenzino che viveva in un tugurio fetente.

Lorenzino famoso sia tra gli accattoni che tra i notabili.

Lorenzino parcheggiatore abusivo, guardiano delle battone, armato di secchio e ramazza per pulire gli androni bui dei vecchi palazzi del Libertà e guadagnarsi cinque mila lire.

Lorenzino dagli insospettabili, innominabili, impronunciabili amanti di una città del sud ipocrita e bigotta.

Pioniere inconsapevole del gay pride e dell’orgoglio omosessuale.

Morì solo, Lorenzino,  ripudiato dalla famiglia e dai suoi frequentatori abituali, che si erano divertiti con lui a poco prezzo, all’insaputa di mogli e  fidanzate.

Stroncato dal diabete che gli aveva causato l’amputazione prima di una gamba e poi dell’altra.

Ho saputo che faranno un film su Lorenzo De Santis.

Lo avresti  immaginato mai,  Varichina?

Se lo avessero chiesto a me, allora, quando mamma mi trascinava verso casa, là in via Crisanzio, avrei scosso vigorosamente la testa.

© RitaLopez

Lo sguardo di Lukas, Aziz

isis_hero

Ecco Lukas, il mio bambino dai capelli biondi e dagli occhi azzurri.

E’ sempre chiuso in sé stesso, litiga con i suoi coetanei, i maestri dicono che a scuola non è mai attento e mi mandano a chiamare in continuazione per lamentarsi di lui.

Solo il nostro gatto, Tom, lo capisce.

Lukas passa le ore ad accarezzargli il pelo rosso, mentre Tom si raggomitola tra le sue braccia e fa le fusa.

E’ mio figlio Lukas, il mio bambino, ed io lo amo.

 

Ecco Lukas, il mio adolescente problematico.

Ciondola tutto il tempo nei quartieri malfamati di Copenhagen,  insieme a una gang di poco di buono che non mi piace affatto.

So che lo hanno fermato mentre guidava un motorino rubato.

Rientra a notte fonda e se gli chiedo dove è stato, si arrabbia e prende a pugni la porta della sua stanza.

E’ mio figlio Lukas, il mio adolescente, ed io lo amo.

 

Ecco Lukas, il mio ragazzo trasformato.

So che ha nuovi amici, è sempre fuori casa e torna solo di rado ormai.

Lo vedo cambiato, solo la sua vulnerabilità è la stessa.

Un giorno, all’improvviso, mi ha chiamato al telefono, dicendomi di trovarsi al confine turco.

Era partito senza salutarmi.

E’ mio figlio Lukas, il mio ragazzo, ed io lo amo.

 

Ecco Lukas, che ora si fa chiamare Aziz, in una foto scattata in Siria.

Si è appena lavato, ha ancora il volto e i capelli bagnati. Sembra felice.

Di tanto in tanto riesco a chattare con lui.

Gli chiedo di tornare. Mi dice che non può.

Ho registrato le fusa del vecchio Tom; gliele faccio ascoltare.

Rimane in silenzio. Lacrime bollenti mi rigano il volto.

E’ mio figlio Lukas, Aziz, ed io lo amo.

 

Passo le notti a guardare i filmati orribili degli uomini dal volto coperto che tagliano le teste ad altri uomini inginocchiati sulla sabbia.

Studio ogni loro passo, scruto ogni loro mossa, e rimetto il filmato indietro e lo rivedo daccapo e lo rivedo ancora, altre dieci, cento, mille volte.

E mi soffermo sulle mani, per cogliere un particolare modo di muovere le dita che solo io conosco.

Mi soffermo sugli occhi, lasciati appena scoperti, per carpire uno sguardo, un lampo, che solo io conosco.

Lo sguardo di Lukas, che è Aziz,

o di Aziz, che era Lukas.

© RitaLopez

Un attimo prima

cropped-cielo-stellato

“E’ bello essere qui” pensò Jean Paul, brillante studente della Sorbona, uscendo di casa.

Parigi era bella, soprattutto per uno come lui, provinciale di un piccolo paese sperduto tra le montagne del sud.

Soprattutto di sera, quando si illuminava a festa.

Soprattutto da quando nella sua vita c’era Valery.

Ecco, sarebbe andato a prenderla sotto casa. Insieme avrebbero percorso Boulevard Saint Germain e poi avrebbero preso la metropolitana. Le avrebbe stretto la vita con il braccio. Sarebbero andati al concerto e poi a mangiare una pizza e poi a casa sua. E poi… Sorrideva, Jean Paul.

“Sì”, pensò di nuovo “è bello essere qui”.

A questo pensava Jean Paul quella sera.

A questo pensava pochi attimi prima di cadere a terra con un colpo di kalashnikov sparato in testa.

 

Winnie, splendida studentessa Keniota del campus universitario di Garissa, era in ritardo per la lezione, ancora una volta.

“Non accadrà più” aveva detto timidamente al professore di Ingegneria meccanica l’ultima volta, quando lui aveva interrotto la lezione guardandola sadicamente con occhi di ghiaccio, fino a che lei non aveva preso finalmente posto al suo banco.

“Al diavolo!” disse, rinunciando a sistemarsi i capelli ribelli.

Afferrò i libri e si affrettò lungo il viale alberato, verso l’edificio D del campus.

“Dai che sono in tempo, dai che sono in tempo”.

A questo pensava Winnie, pochi attimi prima di essere sgozzata senza pietà, insieme ad altri 24 studenti, da una furia cieca ed assassina.

 

“E non dimenticare le cassette di frutta!”

“Sì padre” rispose Samir.

Il mercato di Beirut a quell’ora era sempre affollato di gente.

Samir sistemò frettolosamente il cartellino con i prezzi sulle cassette.

“Posso andare ora, padre?”chiese il ragazzo.

“Va bene. Ora vai, ma stai attento. Non vi fate male tu e quel Nazim!”

Nazim lo aspettava nel cortile dietro la scuola, insieme agli altri ragazzi del quartiere, per la partita di calcio.

Samir giocava in porta. Da sempre.

Attraversò la strada, guardando a destra e a sinistra, come gli aveva insegnato suo padre.

“Oggi vinceremo”, si ripromise Samir, pochi attimi prima che una motocicletta carica di esplosivo, parcheggiata a pochi metri dal negozio di suo padre, lo facesse saltare in aria insieme alle cassette di frutta.

 

La piccola A’isha teneva stretta la sua bambola di pezza con un braccio mentre la mamma le stringeva forte la mano, obbligandola a camminare in fretta.

Faceva sempre caldo in quel villaggio sulle rive del lago Ciad e piccole gocce di sudore imperlavano la splendida fronte di A’isha, del colore della terra.

“Mi fai male, sei cattiva!” disse alla mamma.

“Sbrigati A’isha, dobbiamo tornare a casa”, la strattonò sua madre.

“Non mi tirare!” si ribellò la piccola.

“Non ti voglio bene. E neanche la mia bambola”, pensò imbronciata A’isha un attimo prima di stramazzare sulla terra battuta e polverosa, insieme a sua madre e a tutti gli abitanti del villaggio.

 

J. non aveva ancora 20 anni, ma il suo giorno era arrivato.

E  J. era pronto. Doveva essere pronto.

Cosa hai pensato, J.,  un attimo prima di farti esplodere?

Questa vita non ti ha urlato dentro?

Neanche per un attimo, J.?

Neanche per un attimo?

© RitaLopez

 

Pietre su Rokhshana

LAPIDAZIONE

Fa tanto caldo in questa parte del mondo dimenticata da Dio e dagli uomini.

Fa tanto caldo, nonostante sia solo mattina presto.

E pure le montagne aride, attorno a questo campo brullo, lasciano presagire l’afa impietosa che tra non molto opprimerà l’aria, rendendola irrespirabile.

Hanno scavato una buca profonda, qui, al centro di questo campo secco e ricoperto di sassi.

Ci sono uomini attorno alla buca, una trentina, alcuni in piedi, altri accovacciati sulle ginocchia, che attendono lo spettacolo.

Hanno i telefonini in mano, pronti per filmare l’avvenimento.

Dentro la buca c’è Rokhshana, di 19 anni, avvolta nel suo abito lungo e nero.

Ha le braccia tenute ferme da una grossa corda, legate strette ai lati del corpo.

L’ultimo viso che le si è parato di fronte, prima di essere calata, è stato quello di suo padre, che si è rifiutato di perdonarla.

La voce tremante di Rokhshana è scivolata lungo la distesa arida: “Ti prego, padre!”.

Ma il vecchio, dritto di fronte a lei, imperturbabile, ha scosso la testa.

Nella buca, dove Rokhshana è stata calata, iniziano ad essere scagliate le prime pietre.

Una pietra per avere disonorato l’anziano marito scelto da tuo padre e tuo fratello.

Una pietra per essere scappata, di notte, con il giovane Mohammed.

(I gemiti ovattati di Rokhshana coprono il campo riarso).

 Una pietra per aver passato la notte insieme, accucciati in una grotta, tra le montagne silenziose.

Una pietra per aver provato  il piacere del calore delle sue mani sui tuoi fianchi.

(I lamenti strozzati di Rokshana si alzano fino al cielo bianco).

 Una pietra per la tua pelle lucida di bronzo, sfiorata dalle sue labbra.

Una pietra per i tuoi lunghi capelli  aggrovigliati tra le sue dita.

Una pietra per le sue parole infuocate sussurrate nelle tue orecchie.

Una pietra, e una pietra, e un’altra pietra ancora.

(Il grido straziante di Rokshana raggiunge il sole impietoso).

Poi il silenzio.

Gli uomini ora si allontanano a gruppetti, compreso tuo padre, che stanotte si stenderà al fianco di tua madre, mentre la tua stanza rimarrà vuota.

Il giovane Mohammed è rimasto a casa dei suoi genitori.

Se l’è cavata con qualche frustrata.

Un giorno  anche per lui sarà scelta una giovane ragazza, innamorata di un altro, ma costretta a sposarlo.

Come te, Rokshana. Proprio come te.

© RitaLopez

Laura, la camionista

Mario-Sironi-Cityscape-with-truck

Non mi piace andare dal parrucchiere.

Ci vado quando proprio non posso più farne a meno.

Ma quest’ultima volta non è stato noioso.

Questa volta ho conosciuto Laura, la camionista.

Siamo sedute una accanto all’altra e già penso alla scelta amletica che mi si pone ogni volta: prendere uno dei giornali disponibili e girare noiosamente le pagine patinate, stracolme di fotografie di soubrette prosperose e attrici al mare, colte impietosamente nell’atto di chinarsi a prendere l’asciugamano, così da mostrare al mondo sadico e ipercritico delle donne comuni i fianchi coperti di cellulite, oppure conversare del più e del meno col mio parrucchiere, il quale ti parla stando in piedi dietro di te, e tu lo vedi dallo specchio che hai di fronte, solo che i suoi occhi non guardano te: sono perennemente puntanti su se stesso. E a me dà un fastidio!

Questa volta il parrucchiere è impegnato a chiacchierare con la mia vicina e così non mi resta che agguantare uno degli interessantissimi giornali di cui sopra.

“E allora, Laurè, adesso che fai le pulizie, non è meglio di quando facevi la camionista?” le sta chiedendo lui.

Fa la domanda a lei, ma nello specchio guarda se stesso.

“Ma manco pè niente!” risponde Laura, con i bigodini sulla testa.

“Me rompo le palle che nun puoi capì. Sempre ‘e stesse cose, sempre a’ stessa vita! E vai a casa de quella e je pulisci i vetri, e vai a casa de quell’artra e je spazzi pè tera e poi cori dalla vecchia e je sporveri ‘e bomboniere….No, quanno facevo ‘a camionista me piaceva de più.”

Poso il giornale sulle ginocchia e guardo Laura.

Avrà una sessantina d’anni, portati benissimo.

Ha un fisico asciutto, due spalli grandi, e dai jeans aderenti si indovinano un paio di gambe muscolose. Prive di cellulite.

Le chiedo timidamente: “Lei…”

“Tu.” mi dice, seria.

“Tu…facevi la camionista?”

“Eccerto.” mi risponde con orgoglio, “ho fatto ‘a camionista pè più de trent’anni”.

Le sorrido.

“ ‘O sai?” continua, “negli anni 70, in Italia, c’erano tre camioniste donne. Mbè: una ero io. Dovevi vedè che era, pe ‘na donna, fà sto lavoro a quei tempi!”

Ma come hai cominciato? Le domando.

“Mì padre faceva er camionista. A 14 anni gli ho detto: a pà, io non vojo più annà a scola.

“A no?” Me fa lui! “e allora viè co me.”

E così so salita sur camion a 14 anni e so scesa quanno ne avevo 50. Ho iniziato cor 12 13 e poi cor 19 19. Tutti l’ho portati.”

Non la mollo un attimo, Laura.

La tempesto di domande, voglio sapere dei suoi viaggi, dei suoi sacrifici, di come riusciva a gestire il suo lavoro, quel lavoro, in un mondo dominato dai maschi.

E Laura mi racconta, non si ferma un attimo.

Racconta senza pudore, senza nascondermi niente, come sanno fare alcune donne tra di loro, anche se è la prima volta che si vedono.

E raggiunge gradi di confidenza e di intimità sorprendenti, aprendoti il cuore,  quando racconta delle notti d’inverno a dormire sul camion, nell’area di parcheggio degli autogrill, e degli approcci fastidiosi ed  insistenti di alcuni suoi colleghi, delle loro battute cattive e gratuite, dei tradimenti continui di un marito balordo, dell’amarezza  di veder crescere un’unica figlia, affidata per tutta la settimana alle cure della suocera.

“E quella me fa: “Aò! È ora che fai n’artro fijo.”

Sì, pè dattelo a te! Je faccio io!”

Le diventano lucidi gli occhi.

“Nun me la so goduta pè niente… Ma mò c’ho dù nipotine e guai a chi me le tocca”.

Mi mostra le foto delle bimbe sul suo cellulare.

Le mostra anche al parrucchiere: “Sono bellissime, Lauré” le fa lui, sorridendo a se stesso nello specchio, e poi aggiunge:

“Ecco, abbiamo finito.”

Laura si alza.

“Anvedi che capello, aò! Come sto?”, mi chiede.

“Sei bellissima!” le rispondo. E lo penso davvero.

Laura paga e se ne va.

Il parrucchiere adesso si rivolge a me, anzi a se stesso.

Guardandosi intensamente negli occhi, mi chiede:

“Che facciamo? Tagliamo?”

 

© RitaLopez

(nella foto: Mario Sironi “Cityscape with truck)

Nella metro

th

 

Ci sono giorni in cui i ricordi mi assalgono come fiere impazzite.

Prendono il sopravvento sui miei pensieri e in nessun modo io riesco a domarli. In nessun modo.

Come adesso. Come allora.

 

Aspetto la metropolitana che da Termini arriva fino ad Ottaviano.

Sono sola, per la prima volta in vita mia. Sono a Roma e ho 19 anni.

Ho lasciato mamma sul treno che la riporta a Bari. L’ho salutata con la mano, ricacciando indietro le lacrime, indurendo le mascelle fino a farmi male.

(Ciao, mia dolce principessa guerriera. Ciao, mia coraggiosa combattente. Ciao, mia bella….)

E le vorrei urlare: Guarda Mà che se vuoi, non resto più qui a studiare.

Se vuoi salgo anch’io su questo dannato treno e torno a casa con te.

E invece rimango lì, sulla banchina del binario 11, le mani sprofondate nelle tasche dell’impermeabile militare di mio padre, che mi sta talmente largo che ci posso entrare dentro per altre tre volte.

Il vento freddo di gennaio mi soffia sulla faccia e mi solleva veloce i capelli.

 

L’impermeabile di mio padre. L’ho voluto a tutti i costi. Mamma aveva conservato un po’ dei suoi vestiti ed io, di nascosto, entravo nella camera da letto e aprivo piano le ante. Nonostante la polvere e l’odore intenso di naftalina, se chiudevo gli occhi ed inspiravo forte, inspiravo a fondo, riuscivo ancora a sentire quell’odore inconfondibile di dopobarba da quattro soldi.

Ho preso l’impermeabile militare e l’ho indossato il giorno in cui sono partita.

Era un modo per portare il suo odore sempre con me, addosso, dovunque fossi andata.

Era un modo per rinnovare il dolore, per risvegliare sadicamente lo strazio che avevo nel cuore, così giovane e già così perfettamente lacerato.

 

Porto il braccio sotto il naso e annuso la stoffa, mentre aspetto la metropolitana, e mi sembra di sentirlo ancora, quell’odore di dopobarba da quattro soldi.

La metro arriva. Io in una direzione ormai, mia madre in un’altra. Due linee rette che non si incroceranno più.

Repubblica.

 

Il mio letto sarà vuoto questa notte. Rimarrà freddo con le sue lenzuola a fiorellini gialli.

E anche la mia scrivania sarà vuota, liberata dai libri, e dai fogli sparsi, e dai bigliettini con gli appunti, e dalle matite.

Non girerò più tra le strade del mio quartiere malfamato, dove sono nata e cresciuta.

Quelle strade con i “bassi” di 25 metri quadrati, abitati da famiglie numerose e rumorose, e le bische dove gli uomini con le pance gonfie di birra giocano a scopone scientifico, imprecando.

Agli angoli di ogni via i contrabbandieri, dalle braccia tatuate, vendono le sigarette.

E poi gli scippi quotidiani, le urla dei ragazzini che sfrecciano sui motorini smarmittati, le donne che stendono i panni al sole e cantano.

Chiudo gli occhi.

Quanto ti ho odiato Bari!

Annuso la stoffa dell’impermeabile.

Barberini.

 

Riuscirò mai a scrollarmi di dosso questa città appiccicata al mio modo di parlare e di gesticolare e di pensare?

Riuscirò mai a scrollarmela di dosso?

Mi vengono in mente le barche che si cullano stanche nel porto vecchio, là dove i pescatori arricciano i polpi sugli scogli, per renderli più teneri, e il molo, dove io e Marco andavamo a leggere Bukowski e a sognare e a fumare di nascosto, azzannando la vita a morsi quasi, mentre le sirene delle navi da carico ruggivano in lontananza, come vecchi leoni.

E’ da lì che vengo.

E le grandi abbuffate della domenica con i parenti, la Madonna Addolorata con il suo mantello psichedelico, le bestemmie sussurrate per non ferire, le calze di nonna tenute su con l’elastico giallo, il sole a picco su una città devastata ed io, io è da lì che vengo.

E poi ancora i mea culpa, mea culpa, mea grandissima culpa, la disperazione che ti lascia senza fiato, i “ce l’hai 5.000 lire?” e i “no, non ne ho” di ogni santissima volta, la minestra scaldata del giorno dopo e del giorno dopo appresso.

E’ da lì che vengo. Lo vedono, gli altri, da dove vengo?

Spagna.

 

Guardo il mio riflesso sul vetro scuro della metro.

Sono davvero io quella?

Ho due valigie stracolme con me. Guardo anche quelle. C’è tutto quello che potevo portare.

Sì. Sono proprio io. Sono a Roma e ho 19 anni. E sono sola.

Flaminio.

 

Saprò difendermi. Starò attenta. Non mi farò mai fregare.

Sì, saprò difendermi e reagire.

Come quando ero bambina e per andare a casa di nonna dovevo prima passare davanti al pianerottolo dove abitava Manuele, il vecchio gigante con una gamba completamente amputata e il basco nero in testa.

Teneva sempre la porta di casa aperta Manuele, ed io lo sbirciavo con la coda dell’occhio, mentre lui era seduto a gambe aperte, anzi a gamba aperta, e sgusciava le cozze col coltello.

E poi un giorno me lo sono trovato davanti. Una montagna gigante senza una gamba, poggiata sulle stampelle, che mi occupava completamente il passaggio.

Ero paralizzata dal terrore. E lui era lì, fermo, in cima alle scale che stavo salendo, e mi bloccava il passaggio.

Senza chiedergli “permesso”, gli ho dato un calcio sulla gamba. Quella sana.

Un calcio, sferrato con tutta la forza dei miei cinque anni, proprio negli stinchi.

E Manuele, mostrandomi i due unici e lunghi incisivi gialli, ha aperto la bocca in un sorriso simile ad un ghigno, un ghigno terrificante e mi ha lasciato passare. Sissignori, mi ha lasciato passare.

Saprò difendermi. Anche con la forza.

Lepanto.

 

Mai avrei pensato che dire addio costasse così tanta fatica, che fosse così difficile.

Nonna prima di partire mi aveva detto “Figghia mè, iapr l’ecchj!” (apri gli occhi).

Iapr l’ecchj!!! Lo diceva sempre. A me e a mia sorella. Chi me lo avrebbe detto ora? Iapr l’ecchj.

Aveva una 850 usata, nonna. Bianca, ricoperta di macchie di ruggine.

Aveva preso la patente soltanto per andare al camposanto, a trovare il figlio morto in un incidente stradale.

Una vecchia donna del Sud, completamente vestita di nero, per le vie di un quartiere malfamato, con una 850 bianca e arrugginita, perennemente in seconda marcia, da via Garruba fino al cimitero. Mai in terza.

Aveva gli sportelli rotti l’850, e ogni volta, prima di montare su, nonna faceva finta di aprire con la chiave.

“Ma perché fai così?” le chiesi un giorno.

“Perc’ si no ci vengono a mett la droca dò inda!!!” (perché altrimenti qualcuno potrebbe nasconderci la droga qui dentro!!!).

Una notte, durante una sparatoria, un proiettile colpì il parabrezza della 850, formando una meravigliosa e sottile ragnatela sul vetro.

A Bari, nel mio quartiere, si sparava.

Anche Angelo, il nipote del boss che abitava vicino casa mia, fu ammazzato con una pallottola infilata dritta nel petto.

Era bello Angelo, aveva gli occhi scuri. Li sentivo bruciare sul mio fondoschiena quando gli passavo davanti.

Ottaviano.

 

Scendo dalla metro e mi avvio tra la calca di gente verso le scale mobili.

Le valige pesano come macigni. Le trascino a fatica, in mezzo agli spintoni dei passanti.

Basta! Ho bisogno di aria. Lasciatemi in pace. Non voglio più pensare.

Mamma che mi lascia i soldi, contandomeli davanti e sussurrando “dovrebbero bastare”, mentre io ho una fitta allo stomaco. Una fitta per ogni biglietto che conta e posa sul tavolo.

La mia scuola con le finestre che affacciano sul mare e in inverno, quando c’è il vento forte, sembra che gli spruzzi delle onde giganti debbano infrangere i vetri.

Il mercato del pesce dietro casa. Le botteghe dei pescatori con la statua di San Nicola in bella mostra, contornata da piccole luci psichedeliche.

L’odore di verdure rancide e piscio di gatti che sale dai bordi dei marciapiedi, dove l’acqua piovana scorre a fiumi, insieme alle storie d’amore e di passione e di odio della gente.

Marco che mi bacia con la lingua, sul vecchio molo, lasciandomi senza fiato.

La puzza di cavolfiore nella cucina di casa mia, ed io che spalanco le finestre perché sta per arrivare la mia amica dai quartieri alti.

Gli Lp consumati dalla puntina del mio vecchio stereo usato.

Io al buio della mia stanza. La porta chiusa. Per non impazzire.

La testa tra le mani. Per non impazzire.

Vieni con noi stasera? No. Non voglio uscire.

Dai, ti farà bene. Non mi va.

La disperazione. Mio padre che muore tra le mie braccia. La disperazione.

Basta. Basta. BASTA!!!

 

Risalgo sulla strada giusto in tempo per non svenire. Respiro a fondo l’aria fredda di gennaio.

Sento in lontananza i rintocchi di una campana e ho solo voglia di resuscitare.

Aiutami Roma.

Amami.

Accoglimi.

Salvami, ti prego.

Ho solo 19 anni. E sono sola.

©RitaLopez

 

Il suo odore

la-mancanza-di-qualcuno-che-ti-fa-sentire-solo-pur-essendo-circondato-da-moltissime-persone-fb9880fa-ebe7-4094-be40-2251de1a9b9d

Se ne è andata stamattina, portandosi dietro soltanto la sua vecchia valigia di pelle marrone, quella che usava da ragazza,  lasciandomi solo, in questa casa che per anni è stata “nostra”.

Se ne è andata perché mi ero abituato all’amore di cui un tempo entrambi ci stupivamo,

perché mi ero assuefatto alle sue costanti e silenziose cure quotidiane,

perché davo ormai per scontate le sue piccole attenzioni,

perché ero capace di vedere soltanto la ripetitività e non il peso e la grandezza di ogni minimo gesto, di ogni semplice azione.

Così ha detto.

Se ne è andata stamattina perché da troppo tempo avevo smesso di ascoltarla e corteggiarla,

e di essere gentile e premuroso.

Perché avevo smesso di trovarla attraente.

Perché avevo smesso di crederci.

Questo ha detto.

E così stamattina se ne è andata, lasciandomi solo, con il vuoto dentro, e la consapevolezza di non aver fatto niente, mai niente,  per non rendere la nostra vita così monotona e meccanica.

Guardo i gerani fuori dal davanzale, le tendine rosse alla finestra della cucina, la vaschetta con i pesci rossi vinti all’ultima sagra del cinghiale, la credenza con le tazzine del caffè in bella mostra e solo oggi mi sembra tutto molto grazioso e gradevole.

E solo oggi mi accorgo che qui, adesso, manca il suo odore.

Ecco, lo sento netto e inconfodibile nel naso.

Inspiro forte.

Il suo odore.

Mi ero assuefatto anche a quello.

© RitaLopez

La maglia azzurro cielo

5031784_barca_in_mare_,_n.3

Era nella camera da letto di nonna, appeso all’angolo tra due pareti.

Era un vecchio tabernacolo di legno scuro, scuro come il legno scuro del letto, scuro come l’armadio, scuro come il comò possente e severo, con lo specchio contornato da una cornice di legno scuro. Santa Rita era dentro il tabernacolo, vestita di nero, da suora, e si infilzava un pugnale nello sterno.

O se lo infilzava o cercava di estrarlo. Non l’ho mai capito.

E non so neanche se è vero che nella vita intrisa di mitologia di questa santa, si inserisca davvero l’episodio di un pugnale che le trafigge lo sterno.

Sarà stata l’esigenza della gente delle mie parti, di teatralizzare a tutti i costi la religiosità, di rendere plateale e passionale persino la spiritualità, di drammatizzare all’ennesima potenza la vita dei santi o degli eroi…non lo so.

La camera da letto buia, con i mobili scuri e il tabernacolo scuro, era illuminata soltanto dalle lucine gialle che circondavano la statua di Santa Rita vestita di nero  che si trafiggeva lo sterno con il pugnale (o che cercava di estrarlo. Ripeto: non l’ho mai capito).

Nonna aveva attaccato all’interno del tabernacolo le fotografie ingiallite, in bianco e nero, dei suoi cari morti nel tempo.

Sarà stata l’esigenza della gente delle mie parti, di avere davanti agli occhi appena svegli e, come ultima immagine prima di addormentarsi, le persone che abbiamo amato, di continuare a parlarci, di mescolare la morte e la vita, la vita e la morte, sempre, con insistenza, fottendosene quasi, come se nulla fosse accaduto, come se quelli che non ci sono più continuino, a dispetto di tutto, ad essere presenti, a respirare nelle nostre case. A vivere insomma.

Il numero di quelle fotografie aumentava  di anno in anno.

Ricordo i volti rigidi e solenni dei miei avi, in bella posa, nei loro abiti migliori, perché andare dal fotografo a farsi fotografare era considerato un evento importante.

Quel tabernacolo con le foto dei morti non mi ha mai infastidito. Non mi ha mai messo a disagio. Era normale per me. Una cosa simile era in quasi tutte le case in cui bazzicavo da bambina.

Ma un giorno, tempo dopo, nonna attaccò nel tabernacolo anche la foto di mio padre.

E questa volta la foto era a colori. La prima foto a colori dentro il tabernacolo.

Gliela avevo scattata proprio io. Era d’estate, eravamo nella barca di zi’ Pietro, su un mare di azzurro cielo.

Lui indossava una maglia azzurra, azzurra come il cielo, azzurra come il mare di azzurro cielo e, incitato da me, sorrideva prima che io scattassi, strizzando gli occhi per via del sole in faccia.

Ecco: quella foto a colori era un violento flash psichedelico in mezzo a tutto quel buio di legno scuro,

era l’esplosione di un dolore lancinante nel torpore della penombra della stanza,

era l’urlo straziante di una preda catturata,

una forma di vita messa sotto vetro, in una soluzione di alcool e formalina, e che ancora voleva palpitare,

era una richiesta di aiuto, un buco nero,

un punto di implosione selvaggia che tutto fagocitava: il resto delle foto in bianco e nero, Santa Rita vestita da suora, il tabernacolo illuminato dalle lucine gialle, il letto scuro, il comò con lo specchio, la camera da letto in penombra ed infine anche me,

rigida sulla soglia della stanza,

le braccia penzoloni,

i pugni stretti,

le mascelle serrate.

© RitaLopez

Teresa T.

772793

Io il primo giorno di scuola della prima elementare, per quanti sforzi faccia, non me lo ricordo proprio.

Mi ricordo benissimo l’ultimo giorno della quinta però.

Sì, perché l’ultimo giorno di scuola dovevamo presentare, davanti a tutta la classe, la relazione di un libro che la maestra ci aveva assegnato un paio di mesi prima.

Libri diversi, da leggere a gruppetti di due, massimo tre alunne.

Il libro che mi era toccato era il Diario di Anna Frank.

La mia compagna di studio, scelta dalla maestra, Teresa T.: la figlia del contrabbandiere che vendeva le sigarette all’angolo di via Nicolai, esattamente dove, anni prima, durante una sparatoria, un proiettile aveva colpito il parabrezza dell’850 di nonna.

Notai le risatine dietro le mani, le sgomitate, gli sguardi ammiccanti delle mie compagne, quando la maestra annunciò con chi avrei dovuto preparare la mia relazione.

Teresa T. era arrivata nella nostra classe quell’ultimo anno.

L’anno prima era stata bocciata, per l’ennesima volta.

Aveva 13 o 14 anni Teresa.

Era alta due spanne più di noi.

Portava già il reggiseno, una terza abbondante credo.

Metteva sulle unghie lo smalto rosso della madre.

Calzava scarpe con i tacchi, Teresa.

E si truccava pure.

Rimasi impassibile alla decisione della maestra, per non dare soddisfazione alle mie compagne, anche se dentro mi sentivo bruciare.

E così, quasi ogni pomeriggio, andavo a casa di Teresa T. per leggere insieme a lei  il Diario di Anna Frank che papà aveva acquistato da Laterza, in via Sparano.

Teresa da me non poteva mai venire. Sua madre non glielo permetteva. Diceva che doveva guardare i fratelli più piccoli.

Lasciavo il libro da lei, per non dovermelo portare avanti e indietro.

Teresa non voleva mai leggere e così leggevo io, ad alta voce, ma casa sua era una bolgia infernale e non era facile concentrarsi.

No, non era per niente facile.

I suoi fratelli più piccoli litigavano in continuazione, e se le davano di santa ragione.

Teresa sopportava un po’, poi si alzava di scatto e li prendeva a schiaffoni e sculacciate.

Tornava a sedersi al tavolo della cucina, accanto a me, e si accendeva una sigaretta.

Me ne andavo appena sua madre tornava a casa.

Non era una donna molto ospitale.

Mi guardava in cagnesco.

Mi metteva soggezione.

Insomma, non so come, alla fine riuscimmo a leggere tutto il libro. Dovevamo solo scrivere la relazione; mancavano un paio di settimana alla fine della scuola ormai.

Ma un pomeriggio, dopo aver suonato al citofono di casa di Teresa, suo fratello mi rispose che non c’era.

E non si presentò neanche a scuola il giorno dopo.

E neanche i giorni successivi.

Ritornai più volte a citofonare sotto casa sua e mi dicevano sempre che Teresa non c’era.

Un giorno si affacciò sua madre dal balcone e in mezzo ai panni stesi intravidi la sua testa con i bigodini.

Mi urlò: “Teresa sta malata!!! Vattìn!”.

Scrissi la relazione da sola, ma sull’ultima pagina firmai con il mio nome e anche con quello di Teresa T.

L’ultimo giorno di scuola presentai la relazione davanti a tutta la classe, seduta accanto alla maestra, sulla cattedra.

L’ultimo giorno di scuola.

Quando suonò la campanella, l’ultima campanella delle elementari, uscimmo come al solito a urla e spintoni dal grande portone di legno incrostato.

Dopo aver superato la piazza, proprio all’angolo della Manifattura dei tabacchi, sento:

“OH!! PSSS!!! PSSS!”

Mi volto.

Era Teresa.

“Ma che fine hai fatto?” le dico. “Mi hai fatto fare tutto da sola!”.

“Tieni”, mi dice porgendomi il libro di Anna Frank “questo è tuo”.

Teresa T. mi guardava con occhi lucidi.

Si girò su se stessa e senza neanche salutarmi se ne andò sculettando sui suoi tacchi consumati.

Solo a casa mi accorsi della scritta sul retro della copertina del libro.

“Grazie che mi hai aiutato, ma a me la scuola non mi piace.”

Rividi Teresa T. quando ero già alle medie.

Tornavo a casa.

Lei era sull’altro lato della strada.

Spingeva una carrozzina per bambini, con la copertura azzurra.

Non mi vide, o fece finta di non vedermi.

Neanche io la chiamai.

© RitaLopez

Il cappotto

8197073

A volte affiori prepotente dai ricordi,

come adesso, che ti rivedo prepararti ad uscire con me,

mentre io ti aspetto, religiosamente in silenzio, sulla soglia di casa tua.

Siamo nel pieno dell’inverno, forse gennaio,

ho i guanti alle mani e le mani sprofondate nelle tasche della mia giacca di pelle.

“Ma pure josce avìt assì?” anche oggi dovete uscire? grida tua madre dalla cucina.

Sta friggendo qualcosa, si sente un buon odore.

“Non preoccuparti mà” le rispondi mentre mi guardi ironico, “Ho il loden!”

“Che? Il lode? e ci è stu lode?” (cosa è questo “lode”?), incalza lei dalla cucina.

“Il cappotto, mà!” urli, mentre mi prendi per il braccio invitandomi ad uscire sul pianerottolo.

E non è vero. Non hai nessun cappotto. Chiami cappotto la sciarpa fatta a mano, a righe orizzontali, marroni e nere, con le frange lunghe alle estremità.

Te la avvolgi 4 o 5 volte attorno al collo.

Rido.

Ridono anche i tuoi due fratelli col moccio al naso e le scarpe sformate.

Usciamo per strada e il vento freddo di tramontana ci taglia le guance,

soprattutto nelle vie che corrono fino al mare.

“Madonna! Madonna che freddo!” balbetto come una stupida.

“Tieni il mio cappotto” mi dici, svolgendoti senza esitare la lunga sciarpa dal collo.

“Non esiste proprio” replico, sentendomi sempre più stupida.

“Allora facciamo a metà” mi proponi.

Ti stringi a me, arrotoli la sciarpa attorno al collo di entrambi e ci fai un nodo.

Camminiamo legati come due salami e ridiamo forte.

E hai ragione: non fa più freddo.

Anzi, è primavera di nuovo.

© RitaLopez

Senza avere paura

020142760-4283d0ee-cb75-448b-bbd0-68da93181120

Voglio alzarmi la mattina e vestirmi di abiti colorati, scendere in strada e andare al lavoro con passo leggero, per strade tranquille, con piante ben curate lungo i marciapiedi.

Voglio studiare e leggere e uscire di sera con le amiche, a testa alta, ridendo per ogni sciocchezza.

Senza avere paura.

Voglio dei bimbi da accompagnare di corsa alla fermata dello scuolabus, e osservarli nei loro grembiulini a quadretti mentre mi salutano dai finestrini, col  piccolo naso  rosso attaccato al vetro.

Voglio sentirmi al sicuro, avere accanto a me un uomo dagli  occhi sereni, che mi parli di vita, che mi parli di  progetti.

Voglio un divano comodo da cui guardare la televisione, scegliendo tra 100 canali insulsi, per poi decidere di spegnere perché mi sto annoiando

e andare al parco nei giorni d’estate a prendere il sole.

Voglio un frigo nuovo su cui attaccare le calamite

e un balcone dove poter  annaffiare i miei gerani dai fiori rosso scuro.

Senza avere paura.

Voglio un letto con lenzuola profumate di bucato fresco, dove dormire sonni profondi,

un posto da cui non allontanarmi,

una casa dove sentirmi a casa,

dove appendere  palloncini variopinti alle feste di compleanno,

un cielo pieno di nuvole e vento,

un cielo senza bombe.

Senza avere paura.

E poi quando morirò è qui che voglio tornare,

qui da dove sto scappando,

qui dove sono nata.

In questa terra bella e ingrata,

disperata e violentata.

Qui per sempre,

con la mente appagata per aver cercato un’opportunità per  me e per i miei figli

e il cuore colmo di rimpianto per non averla trovata proprio qui.

Qui per sempre.

Senza avere paura.

© RitaLopez

 

Casilina blues

maxresdefault

Le 4,30 di mattina ed è ancora buio pesto.

Sono qui, all’incrocio della Casilina, ad aspettare la corriera che mi porta al lavoro.

C’è un cane che abbaia in lontananza, mentre fumo la mia prima sigaretta.

Inspiro forte e penso a te che dormi ancora nel nostro letto, il respiro calmo che ti fa sollevare il petto bianco, e l’amaro mi sale in bocca.

Spengo la sigaretta, ancora a metà, sotto la scarpa, prima di montare sulla corriera silenziosa, stipata di operai come me, addormentati con la testa poggiata al vetro umido o alla finta pelle del sedile.

Hanno la borsa col pranzo sulle gambe.

Sprofondo nel primo posto libero e chiudo gli occhi, cercando di rubare ancora un’ora di sonno.

E invece penso a te che ti sveglierai tra poco, nel nostro letto, e mi si stringe lo stomaco.

Dodici ore al giorno, di ogni giorno della mia vita, per poter vivere.

Dodici ore al giorno, di ogni giorno della mia vita, per stare con te.

Dodici ore al giorno.

Di ogni giorno della mia vita.

Di ogni giorno della mia vita.

Una linea rosa solca il cielo all’orizzonte, mentre la Casilina inizia a trafficarsi.

Fisso il vetro appannato e rivedo mia madre, con gli occhi lucidi d’orgoglio, il giorno che  mi presero in fabbrica,

il mio amico Maurizio che si sbatte l’anima seduto al bar del paese,

te che continui a ripetermi che dobbiamo ringraziare il cielo perché almeno io lavoro.

Dobbiamo ringraziare il cielo.

Dobbiamo ringraziare il cielo.

Scendo dalla corriera insieme agli altri, ognuno diretto al proprio destino, a capo chino, a passo deciso.

Mi riaccendo una sigaretta e penso che non voglio ringraziare nessuno.

Che io sia dannato: non voglio ringraziare nessuno.

© RitaLopez

E non mi sentirò mai sola

porto-di-bari_908061

“Quando morirò voglio essere portata a Bari”, così ho risposto alla mia Dona, quando me lo ha chiesto.

C’era questa specie di piccolo monumento funerario che nonna aveva comprato quando era viva, grande abbastanza per ospitare quattro o cinque corpi, non di più.

Il primo ad essere calato là dentro fu suo figlio, poco più che ventenne,  ucciso in un agosto infuocato, su una polverosa provinciale dell’entroterra pugliese, da un pirata della strada che neanche ebbe la misericordia di fermarsi a prestargli soccorso.  Il bastardo lo lasciò così, accasciato sul volante, con la testa fracassata e la materia grigia, che faceva capolino dal cranio spaccato,  ancora palpitante.

Da bambina giocavo attorno a questo sepolcro, mentre nonna metteva fiori freschi sulla tomba e mi diceva: “pur jì  ja venì dò, arricuerdàteve.” (anche io devo venire qui, ricordatelo.)

Ma prima di nonna ci andò mio padre.

E dopo mio padre, mio nonno.

E alla fine toccò a nonna.

“L’ultimo posto della tomba è il mio!” diceva mia madre l’altro giorno a me e alle mie figlie, un tantino sbigottite del fatto che si parlasse di morte così, tra un bicchiere di vino ed un altro, come se si parlasse di scarpe, o di smalto per unghie, o di cosa preparare per cena.

Mi hanno fatto sorridere: non sono abituate ai discorsi sui morti e sulla morte come era normale che si facesse da noi, con la gente delle mie parti, quando io ero bambina.

E’ stato allora che la mia Dona mi ha chiesto: “ma tu mamma, quando morirai, dove vuoi essere sepolta?”.

E quando le ho risposto che volevo tornare a Bari, mi ha detto: “Ma il sepolcro sarà al completo!”.

“Si dovranno stringere” le ho risposto.

“Ci stà disci?” è intervenuta subito mia madre, “ti so ditt ca non ci sta cchiù  u post dopp à me”.

“Cioè, spiegami, voi dovete stare tutti insieme e io no? Voglio venire anch’io” ho replicato.

“Nun puet venì”, mi ha risposto.

“E io mi faccio cremare. Ci sarà posto per un po’ di cenere! O no?”.

“Sì, accusì sì”.

“Ok. Allora è stabilito. Avete capito bene ragazze? Quando muoio, mi fate cremare, mi portate a Bari e mi mettete in un angolino, lì in quel sepolcro, insieme a loro”.

Non scherzavo. Non scherzavo affatto. E loro lo hanno capito. Ho preteso che me lo promettessero.

Hanno annuito in silenzio.

Ed ora io, non so perché, mi sento più tranquilla.

Non ci avevo mai pensato alla mia morte. Non mi interessava.

Ma adesso la certezza di tornare insieme a quelli che ho amato, a due passi dal mare, per sempre, mi riempie il cuore di gioia.

E non mi sentirò mai sola.

©RitaLopez

Il piccolo Gianni

occhiali_rotti

E così ce l’hai fatta piccolo Gianni.

Sei un “dottore della testa” come dicevi da bambino, quando ti si chiedeva: che vuoi fare da grande?

Il mio piccolo Gianni, che mi guardava stupita quando tornavo a casa per Natale, neanche il tempo di disfare lo zaino e me lo trovavo alle costole a tempestarmi di domande.

“Come sta tua madre Gianni?” e intanto ti scrutavo per cercare i segni delle botte da qualche parte sul tuo corpo.

“Sempre uguale”, tagliavi corto.

Tutti sapevano che tua madre stava male da tempo.

Era “malata di testa” come dicevano i vicini.

Gridava tutto il giorno e poi piangeva.

Litigava con tuo padre e poi piangeva.

Ti menava e poi piangeva.

Il mio piccolo Gianni con i graffi sulle braccia.

Il mio piccolo Gianni con le stanghette degli occhiali rotte e un elastico delle mutande sistemato sulla montatura e messo attorno alla testa, perché non cadessero dal naso.

“Come hai fatto a romperli?”

“Sono caduto” mentivi.

Disfacevo lo zaino per cercare il libro che mi avevi chiesto come regalo di Natale: “Il linguaggio del corpo” di Alexander Lowen.

“Come puoi leggere questa roba alla tua età?” ti domandavo.

“Voglio diventare un dottore della testa”.

Stamattina mi hanno detto della tua Laurea a pieni voti in Psichiatria e Psicoterapia.

Mi hanno detto che eri bellissimo mentre discutevi la tesi, con una camicia bianca sulla pelle abbronzata e un paio di occhiali dalla montatura leggera che ti stavano proprio bene.

Tuo padre si è anche commosso.

E tua madre…tua madre sarebbe stata fiera di te.

© RitaLopez

La mansarda all’Esquilino

mercato-frutta-e-verdura-chiavari

Dalla mansarda di 50 metri quadri nel cuore dell’Esquilino, là dove abitavi, si sentivano le voci allegre dei venditori di frutta e verdura che sistemavano, la mattina presto, le loro bancarelle al mercato di piazza Vittorio.

Ti osservavo mentre ancora dormivi nel sacco a pelo adagiato sul pavimento.

Ammiravo le tue doti intellettuali, la tua preparazione politica, le tue capacità di oratore coinvolgente e conturbante alle assemblee, quando tutti gli studenti assiepati nell’Aula Magna pendevano seri e concentrati dalle tue labbra.

Guardavo i tuoi libri sparsi per il monolocale, sulle sedie, per terra, ai piedi del letto, accanto ai fornelli della cucina, e mi sentivo una piccola sprovveduta e ignorante al tuo confronto.

Solo una piccola sprovveduta e ignorante.

Amavo la tua passione rivoluzionaria, il tuo credere nella possibilità di risvegliare le coscienze assopite della gente umile, della gente più debole, come quella che io conoscevo bene.

Ti sommergevo di domande, ti chiedevo spiegazioni, mi nutrivo dei tuoi discorsi accalorati e dopo, tutto mi sembrava chiaro e ovvio.

Lì nella mansarda all’Esquilino tutto era possibile, tutto sarebbe stato possibile.

Persino la rivalsa mia, della mia famiglia, della gente del mio quartiere, della mia città, che pure allora mi sembrava così lontana, così inestricabilmente legata ad un recondito ambito del mio cervello. Quasi il ricordo di un’altra vita.

Te, la tua mansarda, le tue promesse, le mie speranze: tutto mi è tornato in mente perché ho visto la tua foto sul giornale.

Ho letto avidamente l’intervista al grande economista e politico, e non ho riconosciuto una sola parola dei discorsi infuocati del ragazzo di piazza Vittorio, neanche un’ombra sottile, neppure un flebile richiamo, un’eco lontana.

Eppure sono sicura che tu fossi sincero allora, che tu non mentissi neanche lontanamente a me, agli studenti, o a te stesso.

Tuo padre ti pagò il master in America ed io non vidi più né te, né i tuoi libri, né la mansarda all’Esquilino, dove tutto mi era sembrato possibile, mentre quella che ero, e che sempre sarei stata, la mia famiglia, la gente del mio quartiere, la mia città, sono qui, attaccati come ventose tenaci al mio cervello e al mio cuore.

©RitaLopez

 

L’ablativo assoluto e l’odore di cime di rapa

libri_accatastati_quadratizzata_2

Elvis Presley, il ragazzo del piano di sotto, teneva il volume dello stereo a palla. Come al solito.

Faceva un caldo che potevi metterti anche a piangere ed io studiavo nella stanza dove era il tavolo grande, con la finestra spalancata. Ed era difficile concentrarmi sulla democrazia ateniese con Elvis che con l’accento barese urlava “Bibappalula sciis mai beiiiiibeee”.

E mio padre, come al solito, si affacciava alla finestra: “Uagliò!!” gli urlava in canottiera “E abbascia sta radio. C’è fighjama ca sta studje…..”

e poi, voltandosi velocemente verso di me, mi chiedeva “Che studi?”.

“Storia” rispondevo di malavoglia.

“…ca sta studje storia. E ci ccazz!”

Come se avesse importanza quello che stavo studiando.

Non aveva importanza. Certo non per me.

Studiavo come una pazza.

Studiavo con disperazione, con la rabbia in corpo.

Come se Clistene mi avrebbe un giorno riscattato dalla mia condizione.

Come se l’aoristo e l’ablativo assoluto mi avrebbero permesso di scollarmi finalmente di dosso le strade viscide del mio quartiere, con tutti i personaggi che lo popolavano.

Studiavo con la voracità di un lupo affamato, con la bava alla bocca,

come se la consecutio temporum mi avrebbe concesso la facoltà di cancellare per sempre l’odore di cime di rapa che impregnava l’aria della cucina,

come se grazie a Saffo o a Orazio sarei un giorno potuta sfuggire alle cozze sgusciate,

ai bibappalula di Elvis,

al mio accento da meridionale ogni volta che aprivo bocca,

alle preghiere sussurrate di nonna

alla tosse soffocante di mio padre, di notte, che toglieva il sonno a lui e a noi.

Studiavo come chi vuole farsi del male, vuole ferirsi,

pur di non fare la fine di Rosa, la mia amica di infanzia già fidanzata in casa con Mario, che ogni domenica pranzava dai futuri suoceri, portando un vassoio di paste di mandorla.

Pur di cancellare gli androni bui e maleodoranti del posto dove abitavo e

le urla dei venditori ambulanti di pesce fresco.

Aiutami Saffo, aiutami Orazio.

Non mi hanno aiutato. Quei bastardi. E’ stato tutto inutile. Ovviamente.

©RitaLopez

Il Generale Marzano

50297508

Entro in una farmacia in via di Santa Maria Maggiore.

Subito dopo entra anche il generale Marzano.

Non lo conosco ma la farmicista, una signora distinta sulla sessantina, salutandandolo lo chiama così.

Il generale Marzano è un uomo possente, vicino più agli 80 che ai 70, e ha dei grandi baffi grigi.

La sua testa e le sue mani sono attraversate da un evidente tremolio.

Si siede spossato su una sedia vicino all’apparecchio per misurare la pressione.

“Generale non si sente bene? Perché è uscito stamattina?”

Percepisco che la farmacista è preoccupata, aggrotta le sopracciglia, e poi a bassa voce mi sussurra:

“Ha un inizio di Alzheimer, vive da solo, qua vicino….Esce di casa e dimentica le chiavi all’interno dell’appartamento…un disastro!”, e poi, ad alta voce, rivolta a lui: “Ha preso le chiavi di casa generale?”.

“Sì.” risponde il generale, le tempie umide di sudore per il gran caldo, “Eccole!” gliele mostra come un bambino diligente, facendole tintinnare in aria.

“E dove pensa di andare ora, generale Marzano?”

“Devo andare a Piazza Venezia, c’è mio figlio che mi aspetta”.

Dalla faccia della farmacista capisco che non c’è nessun figlio che lo aspetta a Piazza Venezia.

“Generale fa molto caldo, non può andare da solo fino a piazza Venezia, è lontano. La prego torni a casa. Non posso lasciare il negozio, altrimenti l’avrei accompagnata io….”

“Lo accompagno io il generale” dico d’istinto.

“Oh! grazie mille”, mi sussurra la farmacista “abita a due portoni da qui”.

Mi avvicino al generale e lo invito ad alzarsi prendendogli piano un braccio.

A fatica si mette in piedi. E’ altissimo. E’ una montagna enorme scossa da tremolii gentili.

Arriviamo sotto il portone di casa. Prende da bravo le chiavi dalla tasca e apre con la mano tremante, ma comunque avvezza ad un gesto ripetuto chissà quante volte, per chissà quanti anni.

Gli reggo l’anta del portone per lasciarlo passare.

“Buongiorno Generale”, gli dico prima di chiudere.

Si volta verso di me e si porta la mano tesa e tremolante vicino la tempia sudata in segno di saluto.

Mi metto sull’attenti, la schiena rigida, le gambe unite, e mi porto anch’io la mano destra alla testa.

Rimango così fino a che entra nell’ascensore.

Richiudo il portone.

Vado. E’ tardi.

© RitaLopez

Solo per un attimo

Senza titolo

(III sec. a.C.)

Non so bene come andarono i fatti, perché io non ero ancora nato.

Non ne avevo avuto ancora il tempo.

So soltanto che mia madre quel giorno aveva iniziato ad avere le doglie: si preparava per me.

So soltanto che camminò tanto: riuscivo a sentirla, comodamente adagiato dentro la sua pancia.

Forse andava a cercarsi un posto tranquillo per partorire.

All’improvviso ha avuto un sussulto, ne sono sicuro.

Ha iniziato a correre e il suo respiro si faceva sempre più corto, sempre più corto.

Avvertivo la sua paura, l’affanno, l’angoscia, le doglie che continuavano sempre più ravvicinate.

So soltanto che qualcuno le ha fracassato la testa, fratturandole il cranio.

E’ caduta sulla terra umida e odorosa.

Ancora viva. Il suo cuore batteva ancora.

Giusto il tempo perché io nascessi e fossi per un attimo accecato dalla luce abbagliante del sole. Solo per un attimo.

Poi, più niente.

……………………………………

(Settembre 2001)

Stamattina un gruppo di archeologi ha trovato lo scheletro, osteologicamente ben rappresentato, di un giovane adulto di sesso femminile e i resti ossei di un feto a termine, tra i femori della donna.

Gli studiosi interpretano questa situazione come “parto nella tomba”, caratterizzato dall’espulsione del feto, per fenomeni putrefattivi del corpo della madre, qualche mese dopo il decesso.

Alcune lesioni riscontrate sul cranio della donna, fanno supporre una morte per cause accidentali.

Per ora è tutto. Il prossimo notiziario alle ore 13. Pubblicità.

©RitaLopez

“Cosa vedi?”

284426

Era giugno, ricordi?

Mi dissero della morte di tuo padre un pomeriggio di afa soffocante.

Fino a pochi giorni prima ridevamo nella grande piazza di pietra bianca, accecati dalla luce.

Ridevamo ad alta voce insieme agli altri. Eravamo come rondini impazzite nel cielo.

E poi ti ho rivisto un pomeriggio, al calare della sera, seduto sul muretto a strapiombo sul mare.

Fissavi un punto all’orizzonte, le mani in tasca.

Mi sono avvicinata, mi sono seduta accanto a te.

“Cosa stai guardando?” ti ho chiesto, “Cosa vedi? Sembri irraggiungibile”.

“Non posso spiegartelo”, mi hai risposto, continuando a fissare lontano, “ma è spaventoso”.

Avrei voluto prenderti la mano e stringerla, ma mi sentivo inopportuna.

Inopportuna come le rondini che urlavano impazzite nel cielo.

E poi successe anche a me.

A giugno, un mese così bello e così straziante.

Dopo giorni di autolesionismo, mi sono ricordata di te.

Sono venuta a cercarti.

Ti ho trovato al solito posto. Eri seduto sul muretto a strapiombo sul mare.

Gli occhi puntati all’orizzonte, a fissare un punto imprecisato.

Di nuovo mi sono seduta accanto a te.

“So cosa vedi”, ti ho sussurrato con le mie ultime forze.

“E’ spaventoso”.

Senza distogliere lo sguardo dal punto in cui il cielo diventa mare e il mare diventa cielo, mi hai preso la mano.

Le rondini vorticavano e urlavano impazzite sopra di noi.

©RitaLopez

Mia sorella Tullia

Statue-Vestali

 

Portarono Tullia al tempio che non aveva ancora compiuto 10 anni.

Ero gelosa di mia sorella maggiore, scelta per diventare una Vestale, la sacerdotessa della Dea del fuoco perenne di Roma.

Mi infastidivano gli elogi di mia madre, gli occhi lucidi e gonfi di lacrime ogni volta che a casa si parlava di lei.

Morivo di invidia quando incontravo Tullia per strada, insieme alle altre sacerdotesse.

Persino i magistrati si inchinavano e le lasciavano passare.

Tullia era tra le più belle. Il velo bianco, che le copriva il capo, abbagliava come il marmo di Roma sotto il sole d’estate.

Ci guardavamo un attimo.

Mi sorrideva ogni volta.

Ma io non ricambiavo il sorriso.

Mai.

Volevo essere al suo posto.

Ecco cosa volevo.

L’ho incontrata per le strade del Foro quando ero bambina, e poi adolescente, e poi ancora quando sono diventata la moglie del ricco patrizio che non ho mai amato.

Tullia mi ha sempre cercato con lo sguardo e con lo sguardo mi ha sempre sorriso.

Ma questa mattina Tullia non mi guarda.

Questa mattina portano Tullia al Campus Scelleratus per essere sepolta viva: è così che puniscono una Vestale quando perde la sua verginità.

Mia sorella è sdraiata su una lettiga, legata alle braccia e alle gambe con delle cinghie di cuoio.

E’ come se fosse già morta.

Mia sorella, la vergine impura, procede nel corteo funebre che la porta alla tomba.

La folla è silenziosa e costernata.

Giungiamo presso Porta Collina.

Tullia verrà introdotta in un sepolcro sotterraneo, dove hanno preparato una tavola imbandita, una fiaccola accesa, pane, acqua in un vaso, latte ed olio, quasi a volersi discolpare della morte di un corpo fino a quel momento considerato sacro e solenne.

Mi intrufolo tra la folla e mi avvicino più che posso alla lettiga, dove mia sorella è sdraiata. La raggiungo. Sono accanto a lei. La guardo. E’ ancora bellissima, nonostante indossi il suo abito funebre.

Mi guarda. E’ sperduta. Le sorrido.

Io sorrido a mia sorella Tullia.

Fra un attimo il sepolcro verrà chiuso.

La sua memoria cancellata per sempre.

© RitaLopez

Se ti avanzano li riporti indietro

images

“Allora: questi sono per i libri”.

Metteva i soldi sul tavolo.

Guardavo le sue mani mentre contava le banconote e mi sentivo i crampi allo stomaco.

“E questi sono per mangiare. Di più non posso.”

Un moto convulso mi agitava il petto, non so dire se per rabbia o per disperazione.

“Guarda che sono troppi!” mentivo.

“S’avànzan l’annùsce ‘ndret”. (Se ti avanzano li riporti indietro).

Lasciava i soldi in bella mostra, perché il giorno dopo sarei dovuta partire all’alba, prima che lei si svegliasse.

Mi salutava già dalla sera.

“Iàpr l’ecchje” (apri gli occhi).

Sapevo che non avrei mai potuto ripagarla. Mai.

Anche se un giorno fossi diventata ricca, sarebbe stato impossibile ricambiarla di quello che faceva per me, anche se ci avessi aggiunto il massimo degli interessi.

Non sarebbe mai stata la stessa cosa.

Ci sono attimi, gesti, azioni che acquistano una valenza talmente elevata, che non potrà mai essere eguagliata.

Ci sono doni che hanno la solennità dell’imparagonabile.

Ed io mai avrei potuto ripagarla. Lo sapevo.

Mi alzavo dal letto che era ancora buio.

Mi mettevo lo zaino pesante sulle spalle.

Mi avvicinavo al tavolo. Prendevo i soldi.

Prima di metterli in tasca li contavo.

Mi avviavo verso la porta.

A metà strada, tornavo indietro.

Riprendevo i soldi dalla tasca.

Li ricontavo.

Ne lasciavo metà sul tavolo.

Chiudevo più piano possibile la porta alla mie spalle.

©RitaLopez

Compà Rafaiele

Sarci-a-rezza.OK_

Non so perché io ed Enza, allora chiamata da tutti Enzù, e che soltanto pochi anni dopo sarebbe diventata Enza la tossica, avessimo preso così a cuore compà Rafaiele.

Sarà stata la tenerezza che ci ispiravano le sue spalle ricurve, quando era intento a riparare le reti, o i suoi occhi velati di cataratta, che per tutta la vita avevano conosciuto  le molteplici  possibilità del mare, in ogni  stagione dell’anno, in tutte le sue mutevoli forme, in tutti i suoi infiniti colori.
Aveva la pelle rugosa, compà Rafaiele, simile alla corteccia di un ulivo saraceno avvezzo al sole cocente d’estate e al vento di maestrale in inverno.

Viveva da solo. Sua moglie era morta tanti anni prima.

Io ed Enzù neanche ce la ricordavamo.

Per me ed Enza, Enzù, insomma Enza la tossica, tutto iniziò come un gioco.

Compà Rafaiele indossava sempre una maglia blu scuro, completamente consunta su entrambi i gomiti, ed un giorno Enza arrivò con un vecchio maglione preso dall’armadio di suo padre, uno di quelli che non metteva più, ma ancora in buone condizioni.

Lo infilammo in una busta di plastica bianca e lo legammo alle maniglie mezzo arrugginite del portone scrostato della casa di Rafaiele.

Fu così che iniziò il nostro gioco.

Non c’era un giorno che non lasciassimo un regalo dietro la porta del vecchio pescatore.

Un pacco di pasta sottratto dalla dispensa di mamma.

Gli spiccioli rubati dal salvadanaio di nonna.

I taralli freschi che zia Marietta mi regalava quando andavo a trovarla.

Un pezzo di focaccia di Ciccillo il fornaio.

E un giorno io ed Enzù vedemmo compà Rafaiele, intento a riparare le reti, che aveva addosso il maglione del padre di Enza. Ci guardammo, con gli occhi che ci brillavano.

E la nostra ricerca di nuovi regali divenne ancora più frenetica.

Il torrone di mandorle più buono del quartiere, fatto dalla mamma di Enza la tossica.

I guanti di pelle che mio padre cercò inutilmente per due giorni interi in tutti i cassetti dell’armadio: “Ma io qua l’avevo messi! Qua!” sbraitava rivolto a mia madre.

La lente di ingrandimento che la maestra riponeva nel portapenne sulla cattedra, perché neanche con gli occhiali ci vedeva più bene.

Ecco, era solo un gioco. Compà Rafaiele, noi giocavamo.

E se tu fossi ancora vivo, adesso, per mettermi l’anima in pace, te lo  direi che non era uno spirito umanitario a portarti  i nostri doni segreti, ma solo un gioco di bambini.

Però, Compà Rafaiele, a noi quel gioco piaceva assai.

E un’altra cosa: io, quella che ero, e la donna inquieta che sono, ed Enza, chiamata da tutti Enzù, e Enza la tossica trovata morta anni dopo sotto il ponte non lontano da casa tua, con  l’ago della siringa ancora in vena, insomma quelle bambine eravamo noi.

Sì, compà: quelle bambine là siamo noi.

©RitaLopez

Zenobia di Palmira

Herbert_Schmalz-Zenobia

Per anni abbiamo combattuto insieme, io e la mia Regina, la bellissima Zenobia, fiera al pari di un’Amazzone, coraggiosa quanto una leonessa.

L’elmo fiammante sulla testa, i capelli acconciati in sottilissime treccine, lunghe fino alla vita, gli occhi di nero carbone, cupi, senza ombra di paura: mi toglievano il fiato.

Abbiamo combattuto fianco a fianco, io e lei.

E l’amavo.

L’amavo per come aveva eliminato l’uomo che era stata costretta a sposare, il re fantoccio che Roma aveva posto a capo della nostra gloriosa Palmira, perché facesse da Stato cuscinetto contro i pericolosi Persiani.

L’amavo per il suo sogno di indipendenza da Roma.

Per la sua visione delirante di un grande Impero d’Oriente, che comprendesse la Siria e poi  l’Egitto e poi l’Asia Minore e poi l’Arabia.

Ero accanto a lei quando infuriava nella battaglia.

Quando conquistava nuovi territori.

Ed ero accanto a lei quando la sera, davanti al fuoco, beveva felice insieme ai suoi soldati.

Sì, l’amavo.

L’Imperatore di Roma fu costretto ad intervenire di persona.

Soggiogò con la forza ed il denaro le tribù locali e sottomise la fiera Zenobia.

Ero ancora con lei quando ne fecero il trofeo più nobile e prezioso, e le legarono i polsi con lunghe catene d’oro.

I suoi occhi di nero carbone, cupi, senza neanche una lacrima, erano fissi sulla nostra città conquistata.

Piangi ora mia Zenobia?

Piangi ora, per la nostra Palmira gloriosa?

Mai, come in questi giorni tristi, io sento di amarti, mia superba Regina Guerriera.

© RitaLopez

 

 

Corri Gaetà, corri!

campagne-salento

Oltrepassavo i binari ricoperti dall’erba della vecchia ferrovia e venivo a prenderti a casa tua.

Pigiavo forte l’indice sul pulsante del citofono. Il suono era talmente forte che potevo sentirlo sotto il tuo balcone spalancato del primo piano.

Si affacciava tua madre con i suoi occhi da assassina e uno strofinaccio tra le mani.

“Che vuoi?” mi urlava.

“Fate scendere Gaetano per favore?”.

Ti sentivo mentre ti precipitavi dalle scale, saltando i gradini a due, a tre alla volta. Il mio naso schiacciato sul vetro del portone chiuso.

Mi sorridevi mentre toglievi il catenaccio al Ciao rosso, legato al palo del cortile.

“Così tardi?” chiedevi.

“Ho dovuto finire i compiti, prima”.

Mi sistemavo dietro il sellino del Ciao, sul ferro freddo e scomodo, che dopo un po’ ti segava le gambe e abbracciavo la tua vita, quasi all’altezza della mia faccia.

“Corri Gaetà, corri!” ti incitavo, mentre sfrecciavamo come due dannati tra le auto in coda, sorpassandole a destra e a sinistra, in uno slalom che sembrava essere questione di vita o di morte.

L’aria tiepida del pomeriggio gonfiava le nostre magliette colorate.

Presto i palazzi della periferia si diradavano e solo quando gli uliveti secolari diventavano più fitti, si preannunciavano le prime ville.

Svoltavi in una strada sterrata, spegnevi il Ciao e lo accostavi sotto un ulivo dal tronco contorto.

Proseguivamo a piedi fino all’ingresso della Villa grande, nascosta dagli alberi di magnolia, e seguivamo la recinzione, fino a giungere nella parte retrostante. Nascosti dai possenti fichi d’India, potevamo intravedere la grande piscina con l’acqua turchese e i bagliori dorati che esplodevano sulla superficie.

Spiavo i fratelli che abitavano lì, un ragazzo e due sorelle più piccole, che facevano il bagno, ogni pomeriggio, nella loro piscina. Guardavo estasiata i  corpi già abbronzati, e i tuffi  dal trampolino, il prato verde smeraldo su cui correvano a piedi nudi, le siepi curate di bosso fitto, il tavolino di vimini con i bicchieri colmi di menta ghiacciata, il patio ricoperto dalla vite americana, l’acqua turchese in cui si tuffavano e da cui riemergevano…

Io guardavo loro, e tu guardavi me, mentre fumavi la mezza sigaretta rubata a tuo padre, che ti eri portato da casa.

“Noi teniamo il mare vero. E il mare vero è meglio”.

Mi giravo e ti fissavo, infastidita, senza crederti.

“Andiamo mò?” mi chiedevi impaziente.

A malincuore mi staccavo dalla terra rossa su cui mi ero accovacciata.

Rimontavamo sul Ciao rosso.
“Madonna mia è tardi! Mò chi lo sente mio padre”, realizzavo guardando l’orologio.

“Corri Gaetà, corri!”.

Sfrecciavamo verso il cuore della città, come due dannati.

L’odore del porto, sempre più intenso, sempre più prepotente, nelle mie narici.

© RitaLopez

 

L’ora del capitone

capitone

Ci accalchiamo attorno al vecchio tavolo di legno, graffiato dal tempo, io e gli altri bambini.

Nonna afferra il capitone per la testa.

Incredibilmente è ancora vivo, completamente stordito dalle lunghe ore passate nel contenitore di terracotta, al buio e quasi senza ossigeno, ma vivo.

Il  corpo lungo e nero antracite sul dorso, quasi bianco nella parte inferiore, lucido e viscido.

Nonna prende un foglio della Gazzetta del Mezzogiorno, lo stropiccia ben bene e si aiuta con quello, per evitare che l’animale le sgusci dalle mani.

Lo tiene fermo sul tagliere con la sinistra, con la destra impugna un lungo coltello e inizia a tagliargli la testa.

La lama del coltello va avanti e indietro, posizionata proprio sotto le fessure branchiali, avanti e indietro, avanti e indietro, i piccoli occhi dell’animale puntati su di me, i miei occhi fissi su di lui, avanti e indietro, sempre più a fondo, il resto del corpo mucoso che si dimena, la muscolatura incredibilmente potente, la coda che sbatte in alto e in basso, producendo un tonfo sordo sul tavolo, la lama che penetra più a fondo, avanti e indietro, avanti e indietro, la Gazzetta intrisa di sangue, la bocca che ancora si apre, posso vedere i denti conici e tutti uguali, e mi manca il respiro, eppure non riesco a staccare gli occhi dalla scena, la mandibola che si allarga, avanti e indietro, e la testa che alla fine si stacca, e la osservo, e qualcosa dentro ancora si muove e palpita.

“Moc, ci iè tèst!” (accidenti quanto è duro!) dice nonna. Si tira su gli occhiali scivolati sulla punta del naso con il dorso della mano sinistra, ed è un attimo.

Il corpo senza testa del capitone guizza di vita propria e balza dal vecchio tavolo di legno.

Tutti noi bambini saliamo rapidi sulle sedie e urliamo e ridiamo con gli occhi spalancati.

“Auanddàtue, Auanddàtue!” (acchiappatelo, acchiappatelo!) urla nonna.

Ma siamo paralizzati dal terrore e dall’eccitazione.

L’animale decapitato striscia sotto il tavolo, gira attorno alle gambe delle sedie, scappa senza meta, ora a destra ora a sinistra, senza sapere dove va, perché non ha più la testa, non ha più gli occhi per vedere, e alla fine si intrufola proprio tra i piedi di nonna.

Lei si china e lo agguanta con le pagine della Gazzetta del Mezzogiorno.

“Disgraziato!” dice.

Lo ripone sul tagliere e riprende il coltello.

Scendiamo uno a uno dalle sedie e ci avviciniamo nuovamente attorno al tavolo.

Guardo la testa staccata del capitone. Non si muove più. Ma i suoi occhi ancora mi guardano.

Le mani di nonna sono piene di sangue e di vita e di violenza e di carezze.

© RitaLopez

 

Cassandra

Roma-2199Big

La strada lastricata di sampietrini grigi scorre veloce.

Hai la testa poggiata sul finestrino del tram che ti porta al lavoro e gli occhi fissi in un punto imprecisato là fuori, anche se non guardi nulla in particolare.

E niente riesce a scrollarti dal tuo sogno visionario: né i sobbalzi del tram, né l’odore rassicurante di caffè appena tostato, né l’alone di vapore che si è formato sul vetro, col respiro caldo che ti viene da dentro.

“Sono stanca” hai detto, ma nessuno ti ha dato retta.

“Mi sembra di camminare sull’orlo di un baratro. Sto per cadere”.

Ma chi vuoi che ascolti Cassandra?

Ogni volta che provi a parlare, con la volontà recondita di esorcizzare i fantasmi che ti ballano nella testa e nel petto, rimani con la stessa sensazione di impotenza di sempre.

La stessa frustrazione di incomunicabilità.

E’ scontato che tu ci sia.

E’ scontato che tu ritorni.

Non hai ancora capito Cassandra, che nessuno vede quello che non vuole vedere?

E’ la tua maledizione: saper riconoscere la realtà, ma niente di quello che dici  potrà mai cambiare le cose, se parli a chi non vuole ascoltare.

Nessuno ti crederà Cassandra, se non ha voglia di crederti.

E allora svegliati dal tuo torpore, fallo per te stessa.

Smettila di guardare il mondo attraverso quella finestra silenziosa e fai quello che devi fare.

Ti chiameranno Cassandra la visionaria, Cassandra la pazza, ma che importa?

Tu, mia triste profetessa, per una volta nella tua vita, avrai la soddisfazione di fissarli negli occhi e pronunciare le parole liberatorie: “Ve-l’avevo-detto-io!”.

© RitaLopez