Mese: ottobre 2016

Ophelia

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Ancora credo alle prime luci dell’alba, alla linea sottile di rosa che solca il cielo all’orizzonte. Inevitabilmente il primo bagliore che squarcia il buio mi predispone all’attesa, alla fiducia verso ogni singolo nuovo giorno, alla possibilità che immagino celata dietro ogni angolo.

Idiota che ero.

Pensavo di essere una bambina dagli occhi spalancati e pieni di aspettative e invece ero solo un cane affamato in cerca dell’osso.

Ancora credo al potere delle carezze, e al miracolo dei baci. Alla forza costruttrice e propositiva della gentilezza, all’amore detto e ridetto. Ai gesti premurosi. Alle attenzioni sollecite e inaspettate. Alla complicità di un abbraccio.

Idiota che ero.

Pensavo di avere il potere di trasformare in una storia d’amore una ridicola, insulsa, banalissima, logora convivenza.

Pretendevo di essere la donna da amare, quella che è desiderata, colei che è preziosa, quando invece lui aveva soltanto bisogno di una badante.

Ma la dolce Ophelia non per questo impazzirà di dolore.

La pallida Ophelia non si lascerà annegare nel fiume della follia, permettendo che le alghe le si impiglino tra i lunghi capelli.

La bella Ophelia non ondeggerà senza vita in balia delle canne, con le vesti aperte sulla superficie dell’acqua, tra le rose e i papaveri galleggianti che le toccano il viso freddo di morte.

Sapete cosa farà Ophelia? Custodirà con cura il dolore e la delusione del fallimento e li trasformerà in nuova ricchezza e nuova forza.

E non restarà di certo ad aspettare che l’acqua la trascini lungo la corrente.

Scioglierà i suoi capelli e si sdraierà sulla terra odorosa e ferma. Il vento del Nord soffierà sul suo seno e gonfierà d’aria le sue vesti. Intreccerà ghirlande di fiori e aspetterà ancora che la luce del mattino squarci il buio del cielo.

La mancanza di vita non sarà più il suo peccato.

© RitaLopez

Un bagno senza pretese

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A molti di voi l’idea di avere un bagno con tutti i sanitari, compreso la doccia, potrebbe apparire come la cosa più naturale del mondo.

Un bagno senza pretese, signori miei! Con l’armadietto per riporre il phon e il pettine. Uno stipetto per qualche asciugamano. Un grande specchio che si appanna con il vapore, quando aprite il rubinetto dell’acqua calda. Un bagno in cui cantare quando vi fate la doccia. Un bagno normale insomma. Cosa c’è di tanto eclatante?

Beh, per nonna avere un bagno così, normale, modesto, dignitoso, conciso insomma, fu una conquista.

Il bagno di nonna io me lo ricordo bene.

Era un metro per un metro. Non così, per dire. Era, letteralmente, un metro per un metro.

Costruito abusivamente, negli anni sessanta, su un balconcino che a sua volta era stato costruito abusivamente. Prima di quello c’era un tubo, fuori dalla finestra, in cui si svuotavano gli orinali. Come in tutte le case vecchie del nostro quartiere.

E me la ricordo bene quella triste e minuscola tazza del cesso messa in un angoletto e quel triste e minuscolo lavandino, incastrato nell’angoletto opposto.

Su una parete era stata aperta una finestrella quadrata di 20 centimetri per lato. Sulla parete di fronte vi era un pensile, dove riporre il pettine, lo spazzolino da denti, il dentifricio.

Nel bagno di nonna ci si lavava a pezzi. Imprecando. Bestemmiando. Lanciando maledizioni.

“Prima ca morc m’ia fa nu bagn nuev. Quannièvveriddio!”.

Prima di morire avrò un bagno nuovo. Quanto è vero Iddio.

Ma i soldi non c’erano mai. E, oltre ai soldi, a essere sinceri, non c’era neanche lo spazio sufficiente per costruirne uno nuovo.

Ma nonna era testarda. E quando diceva una cosa la faceva, diamine!

Da una pensione miserabile riuscì a mettere da parte un risparmio sopra l’altro. Mese dopo mese. Anno dopo anno.

Il suo gruzzolo diminuiva precipitosamente in prossimità di un compleanno, o una festa comandata, o un matrimonio. Riprendeva a ricrescere a fatica, arrancando, mese dopo mese. Anno dopo anno.

A 80 anni passati nonna escogitò il suo progetto per allargare il bagno: bisognava rompere un muro di qua, chiuderne un altro di là, restringere la cucina, far passare il tubo della fogna sotto il balcone… Un lavoro immane.

A 80 anni passati nonna ebbe il suo bagno normale. Modesto. Dignitoso. Conciso.

Con tutti i sanitari. Compreso la doccia. Compreso la finestra con le tendine ricamate. Compreso un attaccapanni per l’accappatoio. Compreso un ripiano laccato di bianco per riporre le saponette profumate, e l’acqua di rose, e il bagnoschiuma alla lavanda.

Quando si faceva la doccia, la sentivamo cantare a squarciagola.

“Alleluja mio Signoooore!!! Alleluja o Dio del Cieeeeelo!”.

Ci metteva ore per lavarsi.

“Nonna apri!! Devo andare in bagno, ti prego!”.

Faceva finta di non sentire.

© RitaLopez

 

Il tubo magico

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Mi sorrise con i suoi occhi da messicana e tirò fuori dalla borsa di stoffa verde scuro, quella che usava sempre per fare la spesa, qualcosa che aveva comprato per me.

Era un tubo di cartone, con una specie di tappo, tutto colorato. Aveva un foro su ciascuna estremità.

La osservai con aria interrogativa: “Cos’è?”, le chiesi.

“Non lo so come si chiama. Ma si vedono cose belle”, rispose.

Puntò quella specie di cannocchiale verso la finestra e guardò attraverso uno dei fori, ruotando  piano il tappo con la mano.

“Tieni, guarda anche tu” mi disse poi, porgendomi lo strano oggetto.

Lo avvicinai all’occhio. Chiusi l’altro.

Era un tubo magico! Dentro c’erano delle cose. Delle cose incredibili!

Conteneva ricami dai mille colori, soli incandescenti, stelle del firmamento, mosaici di pianeti.

Ruotavo il tappo e comparivano piccoli cristalli di ghiaccio variopinti, puzzles di migliaia di tesserine luminescenti, e ancora i vetri policromi di certe chiese gotiche, e i ghirigori precisi dei tappeti persiani, e la perfezione di piccolissimi e preziosi arabeschi.

“Che bello!” esclamai, allontanando il tubo magico dalla faccia. Gli occhi spalancati.

E ho ripensato a te, questa mattina, e a quel caleidoscopio che mi regalasti da bambina.

Ho ripensato a te, perché stamattina c’era questo cielo pazzesco, dagli incredibili colori, che mi hanno ricordato le figurine colorate del tubo magico.

Tu riuscivi a vedere il bello, sempre. Anche dove il bello non c’era.

Perché il bello era in te, pensavo di fronte a questo cielo psichedelico.

Perché ti aspettavi di vedere il bello anche dove sembrava impossibile che ci fosse e riuscivi a sorprendermi, ogni volta, quando mi accorgevo che il bello, alla fine, c’era davvero.

Stamattina mi hai sorriso di nuovo, con i tuoi occhi da messicana.

© RitaLopez

La ninfa del Tevere

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Ogni ragazza, alla vigilia delle sue nozze, deponeva la propria bambola sull’ara della dea Afrodite, come segno della fine dell’infanzia e della propria verginità. Ma Crepereia, che non aveva ancora vent’anni, promessa sposa di Filetus, non lo avrebbe fatto mai. Le sue amiche non le avrebbero mai consegnato, sull’uscio della nuova casa, il fuso e la conocchia, come si usava, per rimarcare il passaggio alla vita di moglie fedele e devota. Il suo futuro marito, Filetus, non l’avrebbe mai sollevata tra le braccia, per evitare che inciampasse nel varcare la soglia, scongiurando, in questo modo,  ogni segno nefasto.

Niente di tutto questo sarebbe accaduto, perché il corpo freddo di Crepereia venne adagiato nel sarcofago di marmo finemente decorato, all’esterno, da un rilievo bassissimo che la raffigurava sul letto di morte. Al momento della sepoltura portava sul capo una coroncina di foglie di mortella, trattenuta da piccoli fiori d’argento.

Sua madre le aveva messo gli orecchini a pendente in oro e perle, che a lei piacevano tanto, e una collana d’oro con pendagli, formati da piccoli cristalli di berillo. Le aveva infilato nell’anulare sinistro l’anello nuziale su cui era inciso il nome di Filetus, l’uomo che avrebbe dovuto sposare.

E infine, nel sarcofago, misero anche me, la bambola d’avorio creata dalle mani esperte di un giovane artigiano dagli occhi nocciola e dai capelli neri: Stenius.

Crepereia mi adorava per via della mia mirabile fattura e per le mie articolazioni snodate, ma soprattutto perché mi aveva costruito Stenius.

Stenius aveva intagliato la testa e il tronco in un unico pezzo. Aveva fissato i miei arti superiori e inferiori in appositi alloggiamenti incavati, grazie ad un accurato sistema ad incastro, tenuto da piccoli perni perfettamente mimetizzati, così che io potessi muovere braccia e gambe nei loro movimenti naturali.

Pensava a Crepereia, Stenius, quando stilizzò i miei piccoli seni e modellò il mio ventre.

Pensava a Crepereia quando disegnò il morbido ovale del mio volto, il naso dritto, la bocca carnosa, gli occhi intensi e assorti.

Pensava a Crepereia quando incorniciò il mio viso con morbide trecce avvolte sulla nuca.

Mi posero dunque vicino alla testa della promessa sposa, e chiusero il coperchio del sarcofago.

Ci seppellirono entrambe in una buca profonda,  sulle sponde del Tevere.

Ho vegliato su Crepereria per tutto questo tempo. Sono stata la sua bambola fedele, giorno dopo giorno. E giorno dopo giorno una goccia del fiume penetrava nel sarcofago. Una goccia dopo l’altra, dopo l’altra, dopo l’altra, fino a che esso si riempì completamente di acqua.

Passarono molti secoli e un giorno degli uomini scoprirono il nostro nascondiglio e aprirono il sarcofago.

Enorme fu lo stupore dei loro occhi quando ci videro.

Crepereia si era trasformata in una divinità fluviale, dai lunghissimi capelli che fluttuavano nell’acqua del sarcofago.

Era diventata una ninfa.

La ninfa del fiume Tevere, la ninfa dai lunghi e morbidi capelli.

(Testimonianza dell’archeologo R. Lanciani, presente agli scavi per la costruzione del nuovo Palazzo di Giustizia, a Roma, nel 1889:

“Tolto il coperchio, e lanciato uno sguardo al cadavere attraverso il cristallo dell’acqua limpida e fresca, fummo stranamente sorpresi dall’aspetto del teschio, che ne appariva tuttora coperto dalla folta e lunga capigliatura ondeggiante sull’acqua. La fama di così mirabile ritrovamento attrasse in breve turbe di curiosi dal quartiere vicino, di maniera che l’esumazione di Crepereia Tryphaena fu compiuta con onori oltre ogni dire solenni, e ne rimarrà per lunghi anni la memoria nel quartiere Prati. Il fenomeno della capigliatura è facilmente spiegato. Con l’acqua di filtramento erano penetrati nel cavo del sarcofago bulbi di una tal pianta acquatica che produce filamenti di color d’ebano, lunghissimi, i quali bulbi avevano messo di preferenza le loro barbicine sul cranio. Il cranio era leggermente rivolto verso la spalla sinistra dove era adagiata una gentile figurina di bambola.”)

© RitaLopez