Mese: maggio 2014

Ifigenia

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Tutto era pronto per la spedizione contro Troia, ma il vento non spirava da troppi giorni e le navi degli Achei erano ferme in Aulide, senza che potessero salpare.

Il re Agamennone fremeva come un vecchio bisonte infuriato. Voleva partire. Voleva andare in guerra.

Fu chiesto il parere dell’indovino Calcante e Calcante arrivò col suo responso: solo sacrificando agli dei la bella figlia di Agamennone, Ifigenia, i venti avrebbero permesso alle navi di partire.

Gli uomini di potere si riunirono tra di loro e decisero di attrarre con un pretesto Ifigenia, che era rimasta a casa, con le altre donne.

Le mandarono a dire che Achille, il suo amato, voleva sposarla prima di  salpare.

Le dissero di affrettarsi, che tutto era pronto per le nozze.

Ifigenia giunse in Aulide più radiosa che mai, bella come la luna piena, splendente nel  suo abito da sposa.

Quando osservò le facce scure di suo padre Agamennone, di suo zio Menelao, del suo amato Achille, capì di essere stata vittima di un inganno.

Vide la lunga passerella che doveva condurla presso l’altare del tempio, i sacerdoti pronti per il suo sacrificio, i soldati che mormoravano tra di loro.

Il terrore si impossessò di lei e grosse lacrime le annebbiarono la vista.

Si asciugò gli occhi con un lembo del suo mantello da sposa.

Due ancelle la accompagnavano lentamente verso l’altare.

In quei pochi metri che mancavano al suo destino, Ifigenia divenne donna.

Scrutò i volti degli uomini che detenevano il comando e mai come allora le fu chiara la loro vile impotenza, la loro mancanza di scrupoli di fronte al potere.

“Non voglio diventare come voi” pensò.

In quei pochi metri che mancavano al suo destino, Ifigenia da ragazzina terrorizzata si trasformò in donna fiera e coraggiosa.

Nei pressi dell’altare si fermò, si girò verso i comandanti della spedizione e fredda come il  ghiaccio disse: “Procedete pure”.

Agamennone fece un cenno al sacerdote.

Un brivido attraversò la schiena a lui e agli altri potenti.

Achille era chiuso nella sua tenda.

© RitaLopez

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Le sere di maggio e le rondini

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Quelle sere di maggio, giù nel mio quartiere, io me le ricordo bene.

Quando soffiava il maestrale l’aria di mare arrivava fin lì, in mezzo a quelle strade dove non esisteva né Stato né legge, ma l’umanità intera scorreva a fiumi.

L’aria di mare cancellava via la puzza delle verdure rancide del mercato della mattina, ammucchiate ai lati del marciapiede, impregnata con quella del piscio dei cani randagi.

Tornavo a casa dopo aver passato il pomeriggio con gli amici, e dovevo percorrere il lungo isolato della vecchia manifattura dei tabacchi.

La vecchia manifattura. Uno spettro. Un vecchio edificio fatiscente, da anni ormai, con i vetri rotti e ricoperto di scritte sui muri scrostati di giallo.

Ma io riuscivo ancora a sentire le voci delle operaie e degli operai, dietro le grate scure, che salutavano me e gli altri bambini quando andavamo alla scuola elementare.

Potevo sentire l’odore intenso delle foglie seccate di tabacco. E se chiudo gli occhi io quell’odore lo sento nel naso,  anche adesso.

C’erano i bassi proprio lì, sul marciapiede, dove abitavano le famiglie intere e quando ci passavi davanti, le porte spalancate, potevi vedere il marito di Marietta in canottiera, sbracato sul letto che si guardava la televisione a tutto volume.

Il quadro della Madonna Incoronata appeso alla parete, con una miriade di luci stellate attorno alla testa velata.

Marietta seduta proprio là davanti, sul marciapiede, con le gambe così grosse che non riusciva a chiuderle.

 “Zio Pasquale” all’angolo che vendeva le sigarette di contrabbando e la casa di Angelo, che morì morto ammazzato.  E la sua famiglia di mafiosi.

Il vecchio palazzo di nonna con i parenti seduti là fuori, sul balcone, che giocavano a scopone e urlavano maledizioni.

“Ciao nonna!! ciao nonno!!!” li chiamavo giù dalla strada e li salutavo.

“Ancor girann và!??? Camìn a cast”!! (Ancora in giro sei? torna subito a casa!!).

Le rondini garrivano assordanti e volavano basse sui tetti delle case.

Era il mio mondo. Quello conoscevo. Quello mi era toccato.

Alla fine mi piaceva pure. 

A  poter tornare indietro,  non lo cambierei con niente altro. Con niente altro.

(foto di Ivana Marinosci)

(© R.L. )

Io e Guido

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Conobbi Guido quella sera che ero seduta sul muretto di Ponte Milvio, proprio sotto il lampione dalla luce arancione.

Avevo il cuore frantumato dalla delusione e lasciavo che i pezzi cadessero giù nel fiume.

Un pezzo dopo l’altro. Li guardavo precipitare nell’acqua torbida. Splashhhh!!

Guido non era semplicemente un gay, per di più completamente pelato.

Era, era, era……Ok: era una checca. Completamente pelata.

Io conoscevo di vista lui. Lui conosceva di vista me. Ciao ciao. Niente di più.

Mi riconobbe: “Ehi!!!! tesoro!!! ma che è ‘sta storia?” mi chiese con la sua voce cantilenante.

Gli raccontai del tipo di cui mi ero innamorata. Gli dissi che non gli piacevo.

Che non mi trovava abbastanza femminile. Così aveva detto il tipo.

“E c’ha ragione!!!! Guarda come ti vesti, tesoro!!!! Guarda come cammini!!!”

“Come cammino??” gli chiesi.

“Cammini senza passione. Senza sapere che SEI femmina” e accompagnò la parola “femmina” con un fremito delle braccia e delle mani.

“E tu? Tu lo sai come cammina una femmina che SA di essere femmina?” gli chiesi, asciugandomi le lacrime.

“E certo!!! Ti faccio vedere.”

E lì,  dove quasi 1700 anni prima Costantino aveva sbaragliato l’armata di Massenzio, stravolgendo il corso della storia, proprio lì, Guido iniziò ad ancheggiare.

Ancheggiava su e giù per il ponte, il cranio lucido che rifletteva la luce arancione del lampione, davanti ai miei occhi sbalorditi e a quelli altrettanto sbalorditi dei passanti, sculettando enormemente a destra e poi enormemente a sinistra, con le braccia alzate e i polsi morbidi che lasciavano ciondolare giù le mani.

Non riuscii a trattenermi e scoppiai in una risata fragorosa.

“Ma Guido!!!” esclamai “se dovessi camminare così, più che una femmina, mi sentirei un’idiota!!!”

Si fermò e si voltò verso di me. “A nì, c’hai ragione!! Tu sei femmina già così. E poi magari al tipo gli piaccio io!”

Passammo la serata nella birreria lì vicino. Fino a tardi.

A ridere come matti. Fino alle lacrime.

Diventammo amici: io e Guido.”

(foto di Ivana Marinosci)

Il Trace

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Mia madre non conosceva neanche il suo nome.
Il Trace, così lo chiamavano tutti.
Il Trace, il gladiatore rispettato dagli uomini e venerato dalle donne.
Il Trace dai muscoli che scoppiavano sotto la pelle lucida, dalle gambe forti come rocce, dai lunghi capelli castani e dagli occhi di brace.
Come poteva, mia madre, non perdere la testa per lui?
Come poteva non dimenticare la finestra socchiusa per permettergli, nel cuore della notte, di intrufolarsi nell’atrio e infilarsi nel suo letto?
Il cuore che batteva a mille di fronte alla realtà concretissima di trovarsi lì, tra le sue braccia, e all’idea di suo padre e sua madre che nella camera accanto dormivano già da un pezzo.
E ogni volta che lui combatteva sulla sabbia infuocata dell’Anfiteatro, lei si recava nel tempio a pregare gli dei, perchè la sua vita fosse risparmiata un’altra volta.
O dei, vi prego, ancora una volta, ancora una volta!
E in uno di quei giorni infuocati di Roma, mentre lui combatteva nell’Anfiteatro, mia madre si accorse di essere incinta.
Per nove volte il Trace aveva vinto nei combattimenti. Nove volte.
Ma quel giorno gli fracassarono il cranio con la mazza chiodata e il suo sangue tinse di rosso la sabbia bollente dell’Arena.
Mia madre lo venne a sapere il giorno dopo. Si precipitò al tempio. I capelli bagnati di lacrime.
In un punto nascosto, poco prima della cella buia del tempio, dietro una colonna,  incise queste parole sul muro:
“Il Trace ha vinto per la decima volta”.
Si toccava la pancia. E piangeva.
Quella scritta è ancora lì.
Anche ora che sono vecchio, di tanto in tanto, vado a rileggerla.
 © RitaLopez

Tommaso

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Tommaso era il tipo meno raccomandabile, meno affidabile, meno credibile dell’intero creato.

Veniva da un paese della Campania ed era dovuto scappare per non so quale problema con la malavita locale.

Uno dei nostri amici, suo paesano, lo ospitò per un po’ di mesi.

Tutti sapevano che Tommaso rubava.

Rubava i portafogli nella metropolitana e gli stereo dalle auto nei parcheggi.

Rubava gli orologi, i motorini e le biciclette, i copertoni, i dischi, le cassette dei registratori e pure i registratori.

Noi, noi non avevamo nulla da farci rubare.

A turno gli facevamo il lavaggio del cervello sul fatto che non si ruba, che le cose te le devi guadagnare, e poi la storia che il lavoro nobilita l’uomo e come è bello ottenere una cosa con il sudore della fronte…… eccetera eccetera eccetera. Cose così.

Ma Tommaso era irrecuperabile. Un caso disperato.

Era sempre in mezzo ai casini e da quando si era messo a vendere il fumo, c’era un pellegrinaggio di gente, un andirivieni perpetuo di ragazzi, un via vai di brutti ceffi e tipi loschi.

Una umanità di un certo impatto sociale insomma.

Non vedevamo l’ora che andasse via.

La mattina ognuno di noi usciva, chi per andare in facoltà, chi per andare in biblioteca, chi per andare a guadagnarsi due lire come manovale.

Tommaso, tu che fai? Gli chiedevamo sempre con un po’  di angoscia all’idea che rimanesse da solo con le nostre quattro misere cose.

“Eh!! Aggia ascì pur io mò!!”

Ah si? E dove vai di bello??

“Eh!! Aggia ì a fatigà!!!”.

Si va bè, a lavorare!!!pensavamo tutti all’unisono.

Il giorno che diedi il mio ultimo esame, Tommaso per regalo mi porse un ciondolo d’argento.

“Se lo hai rubato, Tommaso, sappi che non lo voglio”.

“Chistu cà è u miu!!”.

Gli guardai il collo. Aveva ragione. Il ciondolo che portava al collo,  attaccato  al laccio di cuoio, non c’era più.

Lo presi.

“Grazie” gli dissi.

“Prego. E nun to fà fregà da niusciun”.

©RitaLopez

 

(foto di Ivana Marinosci)

Per sempre giovane

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Che tu possa non prenderti mai sul serio e avere un enorme senso di responsabilità.

Che tu possa godere e soffrire intensamente anche delle cose infinitamente piccole.

Che tu possa scrollarti di dosso qualsiasi individuo da quattro soldi che abbia intenzione di tarparti le ali.

Che tu possa ridere in faccia a chi ti dice che non puoi farcela.

Che tu possa avere un coraggio infinito e ricevere in cambio un amore smisurato.

Che tu possa non credere mai a chi ti ammorba l’anima blaterando che non è più tempo, che sei troppo vecchia, che è meglio che ti metta l’anima in pace.

Dito medio alzato e la risata beffarda di tua madre nel cuore.

Se tu vuoi, amore mio, sarai per sempre giovane.

PER-SEM-PRE

(foto di Ivana Marinosci)

Il mostro

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Ed ora, signore e signori, è meglio che scappiate.

Sono il mostro dall’orribile aspetto.

Sono la bestia, il selvaggio cresciuto nella foresta, il vostro lato oscuro e disumano.

Scappate pure da me e dai miei bagordi, dalle mie risate sguaiate e dai miei accoppiamenti esasperati.

Scappate dalla mia eterna fame di sesso, dalla mia propensione brutale e dal mio odore selvatico.

Scappate da questo istinto che tormenta me e turba i sogni a voi , dal mio impeto violento, dal mio aspetto di caprone dal pelo irsuto.

Siete terrorizzati all’idea di incontrarmi. Avete paura della mia indole perchè avete paura di voi stessi.

Persino mia madre, dopo avermi partorito, mi abbandonò sotto il grande albero di quercia, urlando la sua disperazione e il suo terrore.

Scappate, scappate pure, ma il piccolo Pan dentro di voi è lì, in agguato.

Sorride sornione e si fa beffe di voi.

E’ lui che dovete temere. Stolti.

Barche nel porto e birra sui muretti a secco

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Le barche  si cullano stanche nel porto vecchio e
i pescatori, dalle mani scure,  riparano le reti.
I cesti ricolmi di ricci di mare,
le birre poggiate sul muretto a secco,
le carte da gioco sbattute sul tavolo e le risate sguaiate e
mi dico: è da lì che vengo.
E le grandi abbuffate della domenica,
la Madonna Addolorata con il suo mantello psichedelico,
le bestemmie sussurrate per non ferire,
le calze di nonna tenute su con l’elastico bianco,
il sole a picco su una città devastata ed io,
io è da lì che vengo.
E poi ancora i mea culpa, mea culpa, mea grandissima culpa.
La disperazione che ti lascia senza fiato.
I “ce l’hai 5.000 lire?” e i “no, non ne ho” di ogni santissima volta.
La minestra scaldata del giorno dopo e del giorno dopo appresso.
Quelli della mia famiglia che quando ridono è di nuovo la speranza,
è di nuovo estate.
E io è da lì che vengo.

(foto di Ivana Marinosci)

© RitaLopez

Il bacio

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Ogni notte, per tutti questi anni, sono venuto a trovarti

e ti ho guardata mentre dormivi da sola nel nostro letto troppo grande.

Il tuo braccio proteso sul cuscino vuoto

e il tuo volto segnato, giorno dopo giorno, dal tempo e dalle rughe.

Ogni notte, per tutti questi anni,  ti ho presa tra le braccia e ti ho baciata.

Solo alle prime luci dell’alba ti lasciavo,

quando il tuo respiro si faceva più sereno.

Niente può impedirmi di amarti. Niente.

Neanche la morte.

Lo capisci? Niente.

© RitaLopez

 

24 agosto 79 d.C.

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“Eccomi Etia. Sto tornando.

Due anni di lontananza sono davvero troppi per chi è innamorato. Una eternità.

Ma non partirò più, te lo prometto.

Ora che ho il denaro sufficiente diventerai mia moglie e farò riaffrescare la nostra casa, là tra il foro principale e il sacello degli augustali.

Odio questa nave che non va più in fretta di così.

Vedo Herculaneum da lontano, si staglia sotto la nostra montagna possente e penso che mi è mancata da morire.

E mi sei mancata da morire tu, Etia.

Stasera ti avrò di nuovo tra le mie braccia così come ti ho sognato per tutte queste notti passate.

E credimi se ti dico che non c’è un posto al mondo più bello e accogliente della nostra Herculaneum affacciata sul mare.

E non c’è al mondo un posto più bello e accogliente di te.

Svegliarmi aggrovigliato tra i tuoi capelli e le tue braccia e le tue gambe: questo è tutto ciò che desidero”.

Fu un attimo.

Dalla nave in lontananza tutti i marinai assistettero increduli alla immensa colonna di fumo che si alzava per chilometri su per il cielo e all’enorme nube nera che piombava su Herculaneum, oscurandola completamente.

(©) R.L.

Come palle impazzite su un tavolo da biliardo

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Un ragazzo del liceo e suo fratello maggiore ai primi anni dell’università, insieme, in auto, sulla provinciale infuocata dal sole di un’estate della metà degli anni 60.

Questa è la scena.

Una scena come tante, niente di speciale.

Ma accade a volte che le nostre vite abbiano virate improvvise e travolgenti.

Mi sono sempre chiesta cosa accade, per quale misteriosa ragione, all’improvviso, il corso di un’esistenza venga interrotto da qualcosa che letteralmente lo sconquassa, lo travolge e fa cambiare inspiegabilmente i percorsi su cui un attimo prima stavamo camminando.

Come palle impazzite su un tavolo da biliardo, sconvolte da quella impercettibile piccola mossa della pallina rossa.

Un’auto che sorpassa da dietro, in curva, ad altissima velocità.

Il fratello alla guida che cerca di accostarsi quanto più possibile sulla destra.

L’auto che sbanda e va a schiantarsi sui muretti a secco sul ciglio della strada.

L’impatto fortissimo.

Un attimo. Un brevissimo, bastardissimo, fottutissimo attimo.

E l’attimo dopo il ragazzo si trova accanto il fratello maggiore accasciato sul sedile, con la testa spaccata e il volto coperto di sangue.

Quello stesso fratello maggiore che un attimo prima era lì al volante e lo prendeva in giro, e rideva.

Il fungo di una bomba nucleare di inaudita potenza esploso nel cielo azzurro di agosto, che collassa all’improvviso con ferocia cieca sulla provinciale infuocata e sugli alberi secolari di ulivo, dove prima cantavano le cicale, e sui trulli disseminati nella campagna, giù giù fino a raggiungere il mare.

Un attimo. Solo un attimo. E la nostra vita può essere stravolta per sempre.

Un dolore troppo grande per delle spalle troppo giovani.

Un dolore che come il fungo di una bomba nucleare sarebbe arrivato, anni dopo, col suo velo di morte, fino a me.

Il ragazzo e l’orlo del baratro.

Da una parte l’abisso senza fondo che portava alla pazzia.

Dall’altra gli anni di piombo che erano all’orizzonte e le organizzazioni militanti dell’estrema sinistra in cui buttarsi a capofitto. Per sopravvivere.

Le palle da biliardo cambiarono completamente la loro traiettoria.

©RitaLopez

Pietro il poliziotto

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Io e Gigi lo conoscemmo una notte che tornavamo dalla nostra solita birreria in via Germanico.

Avevamo perso il notturno e ci veniva da piangere, ma siccome avevamo bevuto, ridevamo come due idioti.

Eravamo lì ad accusarci a vicenda per non esserci accorti dell’ora così tarda e l’idea di farci quei 4 o 5 chilometri a piedi con la testa che ci girava, ci faceva ridere ancora di più.

Lungo la strada deserta ci affianca una volante della polizia.

“Problemi?” fa il tizio dentro. Bassetto, magrissimo, sulla trentina.

“Ecco qua” ho pensato.

Gigi gli spiega la situazione, gli occhi lucidi e il sorriso ebete stampato sulla bocca.

“Ecco qua”, ho ripensato. “Ora stiamo proprio apposto”.

E invece il poliziotto ci fa: “Montate su. Vi accompagno io”.

Pietro. Così si chiamava. Io e Gigi seduti sul sedile posteriore ci guardiamo allibiti.

Quando la volante si è fermata vicino la casa dello studente, i ragazzi seduti sui gradini là fuori ci hanno visto scendere dall’auto, barcollanti e felici come due dementi.

Siamo passati in mezzo a una ventina di persone ammutolite per lo stupore.

Abbiamo rivisto Pietro anche altre notti. Ci caricava in auto e prima di riportarci a destinazione ci faceva fare dei giri pazzeschi per Roma.

Per me e Gigi era un’avventura ridicola, una storia divertente da raccontare agli amici.

Per Pietro credo fosse diverso.

Era come se fosse in bilico, nel tentativo di voler afferrare ancora una volta una vita che ormai non gli apparteneva più.

Penso che quelle due ore insieme a noi, sbrindellati sul sedile posteriore a ridere delle cose più assurde, lo facessero stare bene.

Come se fosse in bilico. Un uomo in divisa e il suo cuore da ragazzo ancora palpitante.

Che buffo! Solo ora mi rendo conto della sua situazione così paradossale.

E forse fu a causa mia e di Gigi che lo trasferirono.

© R.L.