Mese: gennaio 2015

Hegeso figlia di Proxenos

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Passeggiavamo per i vicoli del nostro quartiere malfamato.

Io bambina e tu al mio fianco.

Saltellavo mentre mi tenevi la mano nella tua, così grande, così forte.

“Stai un po’ ferma” mi dicevi sul punto di innervosirti.

Facevo tre passi e poi ricominciavo a saltellare.

E me lo ricordo, me lo ricordo benissimo quando ho visto in una vetrina quella collana che mi piaceva tanto.

Ti ho tirato con la mano, obbligandoti a fermarti. Il mio naso schiacciato sul vetro.

“Me la compri, Pà?”.

“Costa troppo”.

“Dai, per favore”.

“Un’altra volta”.

“Mamma me l’avrebbe comprata”.

Mi hai tirato per il braccio dentro il negozio. Strattonandomi. Facendomi male quasi.

Sono uscita con la collana al collo. Ma mi veniva da piangere.

Mi bruciava sulla pelle, ne sentivo il peso, come se portassi un macigno. E mi vergognavo di me.

Era come averti tradito.

E me lo ricordo, me lo ricordo benissimo che mi hai letto dentro.

E solo come un padre può fare, hai voluto alleviarmi del peso di quel macigno appeso al collo e anche all’anima.

“Gelato?” mi hai chiesto ammiccando.

Ho accennato di sì con la testa, cercando di trattenere le lacrime.

Quella collana la custodisco ancora. Su un ciondolo d’argento, tempo fa, vi ho fatto incidere queste parole: “Hegeso figlia di Proxenos”.

Il desiderio, la vergogna, il dolore, l’amore: mi porto tutto quanto appeso al collo quando la indosso.

Sono ancora Hegeso, figlia di Proxenos. Lo sono sempre stata. Lo sarò sempre.

© RitaLopez

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Calipso

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Si narra che sia stata io a trattenerti con me, per sette lunghi anni.

Ma tu lo sai che non è vero.

Tu lo sai come è andata.

Eri un naufrago alla deriva, approdato sul mio corpo e  sulle spiagge bianche della mia isola, dopo aver attraversato  la disperazione del mare  e dell’anima in tempesta.

Ti ho visto stremato sulla riva e  ti ho dato da mangiare e da bere.

Ti ho ospitato nella mia grotta, ti ho offerto il mio giaciglio, ti ho sommerso di carezze.

Si narra che io abbia cercato di persuaderti a rimanere con me, offrendoti in cambio l’immortalità.

Ma tu lo sai che non è vero.

Tu lo sai quanto ti piaceva passeggiare con me sotto i pioppi bianchi, nel buio della sera, mentre i gufi ci osservavano dai rami alti.

Ti piaceva addormentarti mentre mi cingevi forte la vita e l’aria era piena del profumo dei narcisi.

Si narra che Ermes sia venuto da me un giorno, ad ordinarmi di lasciarti andare.

Ma tu lo sai che non è vero.

Ti eri solo  stancato delle mie carezze.

Ti sorprendevo a volte, seduto sulla spiaggia, a fissare malinconico il mare. Ed ero triste per te. E per me.

Sono io che ti ho lasciato andare Ulisse. Nessuno me l’ha imposto.

Ti ho aiutato a costruire la tua zattera, ti ho procurato le provviste per il viaggio e non ho mai  cercato di trattenerti.

Perché ti amavo.

Tu mi hai congedato con un bacio, hai aspettato il vento favorevole e sei partito senza più voltarti.

Calipso è stata solo una parentesi. Un’avventura da raccontare ai tuoi amici, ubriachi di vino, davanti al fuoco nelle sere d’inverno.

Tu invece sei la ferita che non si rimarginerà più.

La cicatrice indelebile.

Il dolore mai più mitigato.

© RitaLopez

Aminah e gli altri

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“E tu chi sei?” le chiese Dio quando la vide arrivare.
“Sono Aminah. Vengo da un piccolo villaggio della Nigeria. Ho 10 anni.”
“E perchè sei qui?” continuò Dio aggrottando le sopracciglia.
“Perchè mi hanno fatto esplodere in mezzo ad un mercato. Sono esplosa in centinaia di piccoli pezzettini. BUUMMM ho fatto! E mi è saltato un dito da una parte e un braccio dall’altra e la testa da un’altra parte ancora. E sono saltate in aria, insieme a me, altre 20 persone. E chi mi ha fatto esplodere ha detto che era nel nome di Dio”.

E Aminah divenne David, 8 anni.
“…e così questo tipo con la kefiah al collo aveva questo fucile enorme…sai? kalashnikov si chiama… ed io l’ho visto solo per un attimo, mentre uscivo dalla sinagoga. Ero insieme a mio fratello. Gli stavo giusto dicendo che avrei riferito alla mamma dello schiaffo che mi aveva dato quella mattina, quando all’improvviso il tipo ha sparato…ed io ho visto cadere mio fratello, accanto a me. Il suo cervello sulla strada, insieme alla kippah che portava in testa …e poi sono caduto anch’io. “Nel nome di Dio!!!” così ha urlato il tipo”.

E David divenne Mohammed, 12 anni.
“…e questo soldato enorme dell’esercito della stella di David, grande grande grande, come un armadio, capisci? mi ha preso per il collo e mi ha trascinato come un tacchino morto…Solo la punta delle mie scarpe toccava la polvere della strada…Ero come uno scudo. Il suo scudo. Nel nome di Dio”.

E Mohammed divenne Rawa, 9 anni.
“…e la prima notte di nozze ho avuto una forte emorragia…io piangevo…non volevo farlo…volevo solo tornare a casa, dalla mamma…ma lui, che era più vecchio anche di mio padre, diceva che adesso ero sua moglie, la sua sposa bambina, sposa nel nome di Dio…e non potevo rifiutarmi…”

E Rawa divenne Jean Paul, e Jean Paul divenne Alì, e Alì divenne Jacob, e Vania, e Franz, e Maria…
Dio col cuore gonfio di rabbia si inginocchiò e iniziò a sbattere infuriato i pugni per terra.

E imprecava. Sissignori, Dio imprecava.

Quando si fu calmato, sollevò la testa.

Aveva gli occhi pieni di lacrime.

“Nessuno di loro sarà perdonato” disse. “Nessuno. Te lo prometto”.

© RitaLopez