Mese: ottobre 2015

Laura, la camionista

Mario-Sironi-Cityscape-with-truck

Non mi piace andare dal parrucchiere.

Ci vado quando proprio non posso più farne a meno.

Ma quest’ultima volta non è stato noioso.

Questa volta ho conosciuto Laura, la camionista.

Siamo sedute una accanto all’altra e già penso alla scelta amletica che mi si pone ogni volta.  A):  prendere uno dei giornali disponibili e girare noiosamente le pagine patinate, stracolme di fotografie di soubrette prosperose e attrici al mare, colte impietosamente nell’atto di chinarsi a raccogliere l’asciugamano, così da mostrare al mondo sadico e ipercritico delle donne comuni i fianchi coperti di cellulite. B):  conversare del più e del meno col mio parrucchiere, il quale ti parla stando in piedi, dietro di te, e tu lo vedi dallo specchio che hai di fronte, solo che i suoi occhi non guardano te. No. Sono perennemente puntanti su se stesso. E a me dà un fastidio!

Questa volta il parrucchiere è impegnato a chiacchierare con la mia vicina e così non mi resta che agguantare uno degli interessantissimi giornali di cui sopra.

“E allora, Laurè, adesso che fai le pulizie, non è meglio di quando facevi la camionista?”,  le sta chiedendo lui.

Fa la domanda a lei, ma nello specchio guarda se stesso.

“Ma manco pè niente!” risponde Laura, con i bigodini sulla testa.

“Me rompo le palle che nun poi capì. Sempre ‘e stesse cose, sempre a’ stessa vita! E vai a casa de quella e je pulisci i vetri, e vai a casa de quell’artra e je spazzi pè tera e poi cori dalla vecchia e je sporveri ‘e bomboniere….No, quanno facevo ‘a camionista me piaceva de più”.

Poso il giornale sulle ginocchia e guardo Laura.

Avrà una sessantina d’anni, portati benissimo.

Ha un fisico asciutto, due spalli grandi, e dai jeans aderenti si indovinano un paio di gambe muscolose. Prive di cellulite.

Le chiedo timidamente: “Lei…”.

“Tu” mi dice, perentoria.

“Tu…facevi la camionista?”.

“Eccerto” mi risponde con orgoglio, “ho fatto ‘a camionista pè più de trent’anni”.

Le sorrido.

“ ‘O sai?” continua, “negli anni 70, in Italia, c’erano tre camioniste donne. Mbè: una ero io. Dovevi vedè che era, pe ‘na donna, fà sto lavoro a quei tempi!”.

Ma come hai cominciato? Le domando.

“Mì padre faceva er camionista. A 14 anni gli ho detto: a pà, io non vojo più annà a scola.

“A no?” Me fa lui! “e allora viè co me”.

E così sò salita sur camion a 14 anni e sò scesa quanno ne avevo 50. Ho iniziato cor 12 13 e poi cor 19 19. Tutti l’ho portati”.

Non la mollo un attimo, Laura.

La tempesto di domande, voglio sapere dei suoi viaggi, dei suoi sacrifici, di come riusciva a gestire il suo lavoro, quel lavoro, in un mondo dominato dai maschi.

E Laura mi racconta, non si ferma un attimo.

Parla senza pudore, senza nascondermi niente, come sanno fare alcune donne tra di loro, anche se è la prima volta che si vedono.

E raggiunge gradi di confidenza e di intimità sorprendenti, aprendoti il cuore,  quando racconta delle notti d’inverno, a dormire sul camion, nell’area di parcheggio degli autogrill. E degli approcci fastidiosi ed  insistenti di alcuni suoi colleghi, delle loro battute cattive e gratuite. Dei tradimenti continui di un marito balordo. Dell’amarezza  di veder crescere un’unica figlia, affidata per tutta la settimana alle cure di una suocera acida.

“E quella, mi socera, me fa: “Aò! È ora che fai n’artro fijo”.

Sì, pè dattelo a te! Je faccio io!”.

Le diventano lucidi gli occhi.

“Nun me la so goduta pè niente… Ma mò c’ho dù nipotine e guai a chi me ‘e tocca”.

Mi mostra le foto delle bimbe sul suo cellulare.

Le mostra anche al parrucchiere: “Sono bellissime, Lauré” le fa lui, sorridendo a se stesso nello specchio, e poi aggiunge:

“Ecco, abbiamo finito”.

Laura si alza.

“Anvedi che capello, aò! Come sto?”, mi chiede.

“Sei bellissima!” le rispondo. E lo penso davvero.

Laura paga e se ne va.

Il parrucchiere adesso si rivolge a me, anzi a se stesso.

Guardandosi intensamente negli occhi, mi chiede:

“Che facciamo? Tagliamo?”.

© RitaLopez

(nella foto: Mario Sironi “Cityscape with truck)

Nella metro

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Ci sono giorni in cui i ricordi mi assalgono come fiere impazzite.

Prendono il sopravvento sui miei pensieri e in nessun modo io riesco a domarli. In nessun modo.

Come adesso. Come allora.

 

Aspetto la metropolitana che da Termini arriva fino ad Ottaviano.

Sono sola, per la prima volta in vita mia. Sono a Roma e ho 19 anni.

Ho lasciato mamma sul treno che la riporta a Bari. L’ho salutata con la mano, ricacciando indietro le lacrime, indurendo le mascelle fino a farmi male.

(Ciao, mia dolce principessa guerriera. Ciao, mia coraggiosa combattente. Ciao, mia bella….)

E le vorrei urlare: Guarda Mà che se vuoi, non resto più qui a studiare.

Se vuoi salgo anch’io su questo dannato treno e torno a casa con te.

E invece rimango lì, sulla banchina del binario 11, le mani sprofondate nelle tasche dell’impermeabile militare di mio padre, che mi sta talmente largo che ci posso entrare dentro per altre tre volte.

Il vento freddo di gennaio mi soffia sulla faccia e mi solleva veloce i capelli.

 

L’impermeabile di mio padre. L’ho voluto a tutti i costi. Mamma aveva conservato un po’ dei suoi vestiti ed io, di nascosto, entravo nella camera da letto e aprivo piano le ante. Nonostante la polvere e l’odore intenso di naftalina, se chiudevo gli occhi ed inspiravo forte, inspiravo a fondo, riuscivo ancora a sentire quell’odore inconfondibile di dopobarba da quattro soldi.

Ho preso l’impermeabile militare e l’ho indossato il giorno in cui sono partita.

Era un modo per portare il suo odore sempre con me, addosso, dovunque fossi andata.

Era un modo per rinnovare il dolore, per risvegliare sadicamente lo strazio che avevo nel cuore, così giovane e già così perfettamente lacerato.

 

Porto il braccio sotto il naso e annuso la stoffa, mentre aspetto la metropolitana, e mi sembra di sentirlo ancora, quell’odore di dopobarba da quattro soldi.

La metro arriva. Io in una direzione ormai, mia madre in un’altra. Due linee rette che non si incroceranno più.

Repubblica.

 

Il mio letto sarà vuoto questa notte. Rimarrà freddo con le sue lenzuola a fiorellini gialli.

E anche la mia scrivania sarà vuota, liberata dai libri, e dai fogli sparsi, e dai bigliettini con gli appunti, e dalle matite.

Non girerò più tra le strade del mio quartiere malfamato, dove sono nata e cresciuta.

Quelle strade con i “bassi” di 25 metri quadrati, abitati da famiglie numerose e rumorose, e le bische dove gli uomini con le pance gonfie di birra giocano a scopone scientifico, imprecando.

Agli angoli di ogni via i contrabbandieri, dalle braccia tatuate, vendono le sigarette.

E poi gli scippi quotidiani, le urla dei ragazzini che sfrecciano sui motorini smarmittati, le donne che stendono i panni al sole e cantano.

Chiudo gli occhi.

Quanto ti ho odiato Bari!

Annuso la stoffa dell’impermeabile.

Barberini.

 

Riuscirò mai a scrollarmi di dosso questa città appiccicata al mio modo di parlare e di gesticolare e di pensare?

Riuscirò mai a scrollarmela di dosso?

Mi vengono in mente le barche che si cullano stanche nel porto vecchio, là dove i pescatori arricciano i polpi sugli scogli, per renderli più teneri, e il molo, dove io e Marco andavamo a leggere Bukowski e a sognare e a fumare di nascosto, azzannando la vita a morsi quasi, mentre le sirene delle navi da carico ruggivano in lontananza, come vecchi leoni.

E’ da lì che vengo.

E le grandi abbuffate della domenica con i parenti, la Madonna Addolorata con il suo mantello psichedelico, le bestemmie sussurrate per non ferire, le calze di nonna tenute su con l’elastico giallo, il sole a picco su una città devastata ed io, io è da lì che vengo.

E poi ancora i mea culpa, mea culpa, mea grandissima culpa, la disperazione che ti lascia senza fiato, i “ce l’hai 5.000 lire?” e i “no, non ne ho” di ogni santissima volta, la minestra scaldata del giorno dopo e del giorno dopo appresso.

E’ da lì che vengo. Lo vedono, gli altri, da dove vengo?

Spagna.

 

Guardo il mio riflesso sul vetro scuro della metro.

Sono davvero io quella?

Ho due valigie stracolme con me. Guardo anche quelle. C’è tutto quello che potevo portare.

Sì. Sono proprio io. Sono a Roma e ho 19 anni. E sono sola.

Flaminio.

 

Saprò difendermi. Starò attenta. Non mi farò mai fregare.

Sì, saprò difendermi e reagire.

Come quando ero bambina e per andare a casa di nonna dovevo prima passare davanti al pianerottolo dove abitava Manuele, il vecchio gigante con una gamba completamente amputata e il basco nero in testa.

Teneva sempre la porta di casa aperta Manuele, ed io lo sbirciavo con la coda dell’occhio, mentre lui era seduto a gambe aperte, anzi a gamba aperta, e sgusciava le cozze col coltello.

E poi un giorno me lo sono trovato davanti. Una montagna gigante senza una gamba, poggiata sulle stampelle, che mi occupava completamente il passaggio.

Ero paralizzata dal terrore. E lui era lì, fermo, in cima alle scale che stavo salendo, e mi bloccava il passaggio.

Senza chiedergli “permesso”, gli ho dato un calcio sulla gamba. Quella sana.

Un calcio, sferrato con tutta la forza dei miei cinque anni, proprio negli stinchi.

E Manuele, mostrandomi i due unici e lunghi incisivi gialli, ha aperto la bocca in un sorriso simile ad un ghigno, un ghigno terrificante e mi ha lasciato passare. Sissignori, mi ha lasciato passare.

Saprò difendermi. Anche con la forza.

Lepanto.

 

Mai avrei pensato che dire addio costasse così tanta fatica, che fosse così difficile.

Nonna prima di partire mi aveva detto “Figghia mè, iapr l’ecchj!” (apri gli occhi).

Iapr l’ecchj!!! Lo diceva sempre. A me e a mia sorella. Chi me lo avrebbe detto ora? Iapr l’ecchj.

Aveva una 850 usata, nonna. Bianca, ricoperta di macchie di ruggine.

Aveva preso la patente soltanto per andare al camposanto, a trovare il figlio morto in un incidente stradale.

Una vecchia donna del Sud, completamente vestita di nero, per le vie di un quartiere malfamato, con una 850 bianca e arrugginita, perennemente in seconda marcia, da via Garruba fino al cimitero. Mai in terza.

Aveva gli sportelli rotti l’850, e ogni volta, prima di montare su, nonna faceva finta di aprire con la chiave.

“Ma perché fai così?” le chiesi un giorno.

“Perc’ si no ci vengono a mett la droca dò inda!!!” (perché altrimenti qualcuno potrebbe nasconderci la droga qui dentro!!!).

Una notte, durante una sparatoria, un proiettile colpì il parabrezza della 850, formando una meravigliosa e sottile ragnatela sul vetro.

A Bari, nel mio quartiere, si sparava.

Anche Angelo, il nipote del boss che abitava vicino casa mia, fu ammazzato con una pallottola infilata dritta nel petto.

Era bello Angelo, aveva gli occhi scuri. Li sentivo bruciare sul mio fondoschiena quando gli passavo davanti.

Ottaviano.

 

Scendo dalla metro e mi avvio tra la calca di gente verso le scale mobili.

Le valige pesano come macigni. Le trascino a fatica, in mezzo agli spintoni dei passanti.

Basta! Ho bisogno di aria. Lasciatemi in pace. Non voglio più pensare.

Mamma che mi lascia i soldi, contandomeli davanti e sussurrando “dovrebbero bastare”, mentre io ho una fitta allo stomaco. Una fitta per ogni biglietto che conta e posa sul tavolo.

La mia scuola con le finestre che affacciano sul mare e in inverno, quando c’è il vento forte, sembra che gli spruzzi delle onde giganti debbano infrangere i vetri.

Il mercato del pesce dietro casa. Le botteghe dei pescatori con la statua di San Nicola in bella mostra, contornata da piccole luci psichedeliche.

L’odore di verdure rancide e piscio di gatti che sale dai bordi dei marciapiedi, dove l’acqua piovana scorre a fiumi, insieme alle storie d’amore e di passione e di odio della gente.

Marco che mi bacia con la lingua, sul vecchio molo, lasciandomi senza fiato.

La puzza di cavolfiore nella cucina di casa mia, ed io che spalanco le finestre perché sta per arrivare la mia amica dai quartieri alti.

Gli Lp consumati dalla puntina del mio vecchio stereo usato.

Io al buio della mia stanza. La porta chiusa. Per non impazzire.

La testa tra le mani. Per non impazzire.

Vieni con noi stasera? No. Non voglio uscire.

Dai, ti farà bene. Non mi va.

La disperazione. Mio padre che muore tra le mie braccia. La disperazione.

Basta. Basta. BASTA!!!

 

Risalgo sulla strada giusto in tempo per non svenire. Respiro a fondo l’aria fredda di gennaio.

Sento in lontananza i rintocchi di una campana e ho solo voglia di resuscitare.

Aiutami Roma.

Amami.

Accoglimi.

Salvami, ti prego.

Ho solo 19 anni. E sono sola.

©RitaLopez

 

Il suo odore

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Se ne è andata stamattina, portandosi dietro soltanto la sua vecchia valigia di pelle marrone, quella che usava da ragazza,  lasciandomi solo, in questa casa che per anni è stata “nostra”.

Se ne è andata perché mi ero abituato all’amore di cui un tempo entrambi ci stupivamo,

perché mi ero assuefatto alle sue costanti e silenziose cure quotidiane,

perché davo ormai per scontate le sue piccole attenzioni,

perché ero capace di vedere soltanto la ripetitività e non il peso e la grandezza di ogni minimo gesto, di ogni semplice azione.

Così ha detto.

Se ne è andata stamattina perché da troppo tempo avevo smesso di ascoltarla e corteggiarla,

e di essere gentile e premuroso.

Perché avevo smesso di trovarla attraente.

Perché avevo smesso di crederci.

Questo ha detto.

E così stamattina se ne è andata, lasciandomi solo, con il vuoto dentro, e la consapevolezza di non aver fatto niente, mai niente,  per non rendere la nostra vita così monotona e meccanica.

Guardo i gerani fuori dal davanzale, le tendine rosse alla finestra della cucina, la vaschetta con i pesci rossi vinti all’ultima sagra del cinghiale, la credenza con le tazzine del caffè in bella mostra e solo oggi mi sembra tutto molto grazioso e gradevole.

E solo oggi mi accorgo che qui, adesso, manca il suo odore.

Ecco, lo sento netto e inconfodibile nel naso.

Inspiro forte.

Il suo odore.

Mi ero assuefatto anche a quello.

© RitaLopez