Mese: settembre 2019

Partenope

Che compito scellerato quello che gli dei affidarono a me e alle mie due sorelle!

Leucosìa, la dea bianca, Lìgeia, colei che ha la voce chiara, ed io, Partenope, la virginale, abitavamo sull’isola di Antemoessa, circondata dalle onde spumeggianti del Mediterraneo.

Che destino infame il nostro, che non dovevamo consentire il passaggio, attraverso le coste rocciose, di essere umani che restassero vivi, pena la nostra stessa morte.

Provavo pena per quei marinai, costretti a passarci davanti e a essere ammaliati dal suono di miele che usciva dalle nostre bocche. Obbligati a impazzire, fino a gettarsi in mare. Fino a essere scaraventati contro gli scogli acuminati che avrebbero ridotto le loro carni in brandelli.

Che sorte avversa la nostra, che ci voleva appostate con le nostre brutte zampe d’uccello su una rupe, le ali spiegate al vento, costrette a impedire la gioia del ritorno a casa.

Eravamo prigioniere di una terra ricoperta di cadaveri in putrefazione periti a causa della nostra voce, che pure era soave come un giglio.

La voce di morte delle Sirene “dolci fino a morire”.

Il canto come perdizione.

Il canto come traviamento.

Peccato mortale.

E poi è arrivato il più grande mentitore dell’antichità, Ulisse, l’infaticabile esploratore dell’ignoto. Tappò con la cera le orecchie dei compagni e si fece legare all’albero maestro della nave, pur di ascoltare il nostro canto.

La sua nave passò indenne e noi fummo sconfitte.

Non ci rimase altro da fare che gettarci dalla rupe e andarci a schiantare sulle rocce. I nostri corpi, il mio e quello delle mie due sorelle, furono trasportati dalle correnti in tre direzioni diverse. Le mie spoglie giunsero sulla spiaggia di Megaride, in Campania. Lì mi trovarono dei pescatori che mi venerarono come una dea. In mio onore eressero un altare e organizzarono giochi sulla spiaggia. Nel punto esatto in cui il mio corpo si dissolse, fu fondata la città di Partenope.

Che beffa atroce per gli dei, quando vennero a sapere che in quella città il canto era diventato simbolo di gioia, e di amore, e di passione.

Che smacco, per loro, quando si resero conto che a Partenope si canta. Si è sempre cantato. Si canterà sempre.

Si canta quando si è innamorati.

Si canta quando si soffre.

Quando ci si ribella.

Il canto della Sirena s’è trasformato da simbolo di morte a simbolo d’amore e vita.

“Viento trase dint’e piazze,  rump’e fenestre e nun te fermà’.

Viento viento, puorteme ‘e voci e’ chi vo’ alluccà’”.

©RitaLopez

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“Apri gli occhi” di Rita Lopez (Florestano edizioni)

Onorata di essere su Libroguerriero…

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Risultati immagini per apri gli occhi florestanoRecensione di Raffaella Tamba

“Apri gli occhi”, il mantra che veniva gridato piuttosto che detto a tutte le ragazze, fin da piccole, “apri gli occhi!” e stai in guardia perchè il mondo è un predatore a caccia di prede. E le bambine, le ragazze, le donne, sono le prede designate.

Fin dalle prime pagine è evidente l’amarezza soffusa alla vita di una parte della popolazione, la più debole, la più ingenua per natura. Per questo il grido “Apri gli occhi!” che, nel dialetto barese dell’autrice, “Iapr l’ecchij” è ancora più denso di primordiale ineluttabilità, è il motto formativo delle femmine: “Un monito fattosi ormai consuetudine. Al posto di “ciao”, “ci vediamo domani”, o “stammi bene”. Apri gli occhi! Non dare confidenza a nessuno. Non fermarti a parlare con gli sconosciuti. Apri gli occhi! Non rispondere alle provocazioni. Non immischiarti in cose che non ti riguardano. Apri gli…

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La dea Giustizia del Libertà

È una mattina piovigginosa di inverno e cammino al fianco di mio padre per le vie del nostro quartiere. Ho solo dodici anni, la mia testa non raggiunge ancora la sua spalla. Sa che mi vergogno a dargli la mano. Non sono più una bambina ormai. Di tanto in tanto però sento le sue dita poggiarsi discrete sul mio omero. Camminiamo in silenzio sul marciapiede bagnato dalla pioggia fine fine. Superiamo la Manifattura dei Tabacchi, uno dei baluardi che formano il perimetro di quello che è il mondo a me familiare, e poi le palazzine basse delle case popolari. Procediamo in via Ettore Fieramosca. La percorriamo a lungo, fino in fondo, fino a raggiungere zone che non bazzico quasi mai, lontano dalle strade note che costituiscono la meravigliosa concretezza della mia quotidianità. A un certo punto svoltiamo a sinistra ed eccolo proprio davanti a me. È la prima volta che lo vedo. Si trova all’interno di una cancellata, con un’enorme piazzale di fronte. È un palazzo grande, lunghissimo, con una fila ininterrotta di vetrate severe. Una costruzione che a me sembra modernissima, nulla a che vedere con le basse e vecchie palazzine delle strade in cui gioco, lì a ridosso della ferrovia appulo-lucana. Al di sopra dell’ingresso, che si trova in cima a una doppia scalinata, campeggia una scritta inequivocabile. Esplicita. Eloquentissima. PALAZZO DI GIUSTIZIA.

Avverto una specie di groppo in gola.

Io e mio padre siamo lì perché oggi c’è questa cosa che si chiama “udienza”. Papà mi ha spiegato che in una udienza il giudice incontra i difensori delle parti, cioè gli avvocati e, se lo ritiene opportuno, anche le parti, cioè io. A ottobre ero stata investita da un’auto mentre attraversavo le strisce pedonali all’inizio di viale Ennio, proprio prima di imboccare le scale che portano al sottopassaggio di via Quintino Sella. La compagnia assicurativa dell’automobilista che mi aveva investito aveva fatto storie per pagare e papà stavolta si era proprio incazzato. Io quel giorno dell’incidente me lo ricordo bene anche adesso. All’uscita da scuola dovevo incontrare Nicola. Ci eravamo dati appuntamento in Corso Italia, angolo via Manzoni. Mi piaceva un sacco Nicola. Suo padre faceva il contrabbandiere di sigarette, ma a me non importava niente. Mi piacevano i suoi occhi chiari come il ghiaccio, la sua aria un po’ teppista e un po’ spavalda, e l’idea di avere un appuntamento con lui mi scombussolava lo stomaco. Ho attraversato la strada senza guardare, sbucando all’improvviso da dietro un furgoncino parcheggiato in doppia fila. Non ho sentito dolore. Solo un gran botto. BUM! Sono caduta nel bel mezzo della strada, sulle strisce zebrate, senza riuscire più ad alzarmi. Sopra di me un capannello di persone, le teste dei miei compagni di classe, e il cielo azzurro di ottobre. Fui portata in ambulanza al Policlinico mentre il povero Nicola aspettava inutilmente all’angolo di via Manzoni. Mi operarono dopo qualche giorno. Il mio malleolo si era completamente rotto in due parti e il mitico professor Solarino, chirurgo del reparto di Ortopedia infantile, “me lo riattaccò con un bel chiodo”. Così mi disse. Nessuno seppe mai che io quel giorno correvo come un cerbiatto disperato per andare a incontrare Nicola dagli occhi di ghiaccio.

Io e mio padre oltrepassiamo quindi i cancelli del Palazzo di Giustizia. Mi accorgo di una statua che giganteggia su un piedistallo di marmo in mezzo a fiotti di acqua che spruzzano allegri da una fontana. Si tratta di una donna. Una donna fiera e meravigliosa. I capelli svolazzanti come la criniere di una giumenta.

«È la Giustizia» mi dice papà.

E io non so perché, ma sento lo stomaco vibrare come quel giorno che dovevo incontrare Nicola all’uscita da scuola.

Mi fermo ad ammirare quella donna orgogliosa e impettita. L’indice della sua mano destra indica una bilancia, con i bracci perfettamente simmetrici. Già, perché la dea Giustizia è ponderata. Equilibrata. Equa.

La sua mano sinistra impugna una spada. Già, perché la dea Giustizia deve avere la forza e il potere per far rispettare i propri giudizi.

I suoi occhi sono chiusi. Già, perché la dea Giustizia è imparziale.

Sono completamente assorbita dalla sua vista. La guardo con ammirazione. Con reverenza, quasi. Mio padre mi prende per il braccio:

«Entriamo ora?», mi dice.

«Cosa devo fare?» gli chiedo con una punta di preoccupazione.

«Niente di particolare», mi rassicura papà. «Devi solo essere onesta e dire la verità».

Il mio avvocato difensore ci riceve nel suo studio. È un tipo alto e allampanato, ma mi sta simpatico.

«A te dispiace avere questa brutta cicatrice sulla caviglia, vero? » mi chiede, aspettandosi una mia conferma.

Lo guardo leggermente perplessa.

«No, a dire il vero a me piace».

«Ti piace?» sgrana gli occhi. «E non pensi a quando diventerai grande e porterai i sandali con i tacchi alti? Non t’importa che questa cicatrice si vedrà così tanto?».

«No» gli rispondo. «A me piace la mia cicatrice». Ed è questa la verità.

Il mio simpatico e allampanato avvocato scuote la testa. Si rivolge al suo collega che ha la scrivania vicino alla sua.

«Miche’» gli domanda con aria ironica «ma ti rendi conto chi devo difendere io oggi?».

L’avvocato Michele ride.

Quando l’udienza è terminata esco con mio padre nel piazzale del Tribunale. La donna con gli occhi chiusi e la spada ben stretta nella mano mi appare più orgogliosa e superba che mai. Torno a casa ripercorrendo le strade del Libertà con mio padre al mio fianco. Con la fierezza nel cuore.

Quelli dell’assicurazione dovettero pagare.

La mia cicatrice dopo tutti questi anni è ancora qui, sulla mia caviglia.

Anche se è molto più sbiadita di allora, a me piace sempre tanto. Ed è questa la verità.

© RitaLopez