Tracce di vite silenziose

IX secolo a.C.

Il giorno della mia morte il sole era alto nel cielo e faceva molto caldo.

Mio padre mi sistemò con cura nel grande dolio. Mi stese delicatamente le braccia e le gambe ai lati del corpo e mi baciò per l’ultima volta i capelli sottili.

Non avevo ancora sei anni.

«Non devi avere paura» mi sussurrò all’orecchio.

«Questa Terra ti proteggerà. E un giorno qualcuno ti troverà e rivedrai la luce. Te lo prometto».

Scavò quindi un’ampia fossa circolare e, aiutato dai parenti, vi adagiò l’anfora con me all’interno. Sapevo che non lo avrei rivisto mai più, ma feci come mi aveva chiesto. Non ebbi paura.

Lo vidi chinarsi a prendere una zolla di Terra tra le mani e lanciarla sopra di me. Anche gli uomini e le donne della mia famiglia, che erano venuti per la sepoltura, fecero lo stesso. Continuarono fino a quando mi ricoprirono completamente e fu allora che mi sentii avvolgere da due braccia forti.

Ancora una volta non ebbi paura.

«Chi sei?» chiesi.

«Sono la Madre Terra» mi rispose una voce morbida come i raggi di quel sole che prima brillavano nel cielo e che pure non erano riusciti a riscaldarmi.

Da quel momento la Madre Terra non mi abbandonò neanche un attimo.

Mi avvolgeva nei suoi abbracci odorosi di muschio umido e acqua piovana. Mi proteggeva dal caldo afoso dell’estate e dal freddo pungente dell’inverno. Mi cullava e mi accarezzava come fanno tutte le madri con i loro piccoli.

Avevo sempre in mente le parole di mio padre e per questo non ho mai avuto paura.

E poi, come avrei potuto? La Madre Terra mi raccontava ogni giorno le storie fantastiche di quello che accadeva in superficie e che io non potevo vedere.

Mi raccontava della fondazione di una città gloriosa, dalle possenti mura quadrate, e di sette Re lungimiranti, succedutisi nei secoli.

Mi raccontava di come quel posto in cui io giacevo, fosse diventato un luogo sacro. Un santuario dove i pellegrini, cantando sommessamente, recavano offerte votive in onore degli dei celesti.

Mi raccontava di grandi battaglie e astuti generali. Di imperatori magnanimi e di altri spietati. Di incendi e carestie, di vittorie e di stragi, di processioni trionfali ed esecuzioni. Di sacerdotesse custodi di un fuoco sacro e di intricati complotti politici. Della costruzione di opere ed edifici mai visti sulla terra. Di strade e acquedotti. Di templi e palazzi magnifici. Di teatri e circhi. Di gallerie e ponti.

Mi raccontava della grandezza, e del prestigio, e della fama che la città sopra di me godeva, fino a lambire i confini del mondo conosciuto. E poi della sua caduta. Del suo inesorabile declino. Di saccheggi e devastazioni. Della sua lenta ascesa e rifioritura.

Mi raccontava di grandi artisti e di uomini geniali. Di scultori eccellenti e pittori sopraffini. Di architetti e poeti. Di musicisti e letterati. Di uomini santi ed empi malvagi.

Mi raccontava, senza mai stancarsi, di guerre sanguinose e dittature. Di stragi e di morte. Di povertà e di ricrescita. Di amore sconfinato e di bellezze da capogiro.

Per un tempo senza fine la Madre Terra mi ha protetto e custodito come il bene più prezioso all’interno di uno scrigno. Come la perla più vivida e pregiata nascosta in un’ostrica.

Mi ha dato riparo per un tempo sconfinato come il mare. Come il firmamento. Come la terra stessa che mi conteneva e mi cullava… fino a quando, una mattina che faceva molto caldo, vidi di nuovo il sole alto nel cielo.

Proprio come mio padre mi aveva sussurrato all’orecchio in un passato vertiginosamente lontano, qualcuno mi trovò.

La Madre Terra mi ha baciato un’ultima volta sulla testa. Ha slegato il suo abbraccio morbido e ricolmo d’amore, e mi ha lasciato andare.

«Va’ adesso. Tutto quello che mi viene affidato, io lo custodisco con cura», ha detto.

«Qual è il tuo nome Madre?» le ho chiesto prima che due braccia forti mi sollevassero piano dal mio giaciglio secolare.

«Roma» mi ha risposto.

Il tizio che mi ha trovato aveva uno strano copricapo giallo sulla testa e la faccia sporca di fango. Mi ha sollevato con estrema attenzione, come se io fossi una specie di miracolo. La cosa più importante che gli fosse capitata nella sua vita. Sul suo volto c’era tutto lo stupore, la commozione e la meraviglia del mondo.

Non lo sapeva, non poteva saperlo, ma io gli ho sorriso.

©RitaLopez (pubblicato nella Gazzetta del Mezzogiorno del 17 novembre 2019)

Compa’ Rafaiele

Non so perché io e Enza, allora chiamata da tutti Enzù e che soltanto pochi anni dopo sarebbe diventata Enza la tossica, avessimo preso così a cuore compa’ Rafaiele, il pescatore. Sarà stata la tenerezza che ci ispiravano le sue spalle ossute e ricurve, quando era intento a riparare le reti, o i suoi occhi velati di cataratta, del colore del mare. Per me ed Enza, Enzù o Enza la tossica, tutto iniziò come un gioco.

Compa’ Rafaiele viveva in un basso, uno di quegli stanzoni che si aprono direttamente sulla strada. Ci aveva abitato da sempre con la moglie Caterina e un tempo anche con i suoi tre figli che poi, uno dopo l’altro, emigrarono in America. Andava a pesca tutte le sere e rientrava la mattina presto, dopo aver ormeggiato la sua barca ‘nderr a la lanz. Si volevano bene Rafaiele e sua moglie. Si facevano compagnia. Poi Caterina morì. Così, all’improvviso. Le venne un infarto mentre abbrustoliva i peperoni sulla graticola rovente, là davanti al basso. Accorsero tutti i vicini. Anche io e Enza andammo a vedere. Compa’ Rafaiele stringeva la mano di sua moglie:

«Nun mi si lassànn! Nun mi si lassànn!» le ripeteva all’infinito. E invece Caterina lo lasciò da solo stavolta.

Un giorno compa’ Rafaiele era seduto davanti al basso con una lunga rete tra le mani. Era fermo, completamente imbambolato a rimirare un punto indefinito davanti a sé. Ci sembrò infinitamente triste. Quella sera stessa Enza arrivò con un involucro di carta marrone: «È una fetta del calzone di cipolla che ha fatto mia madre», disse. «Voglio portarla a compa’ Rafaiele».

Ci dirigemmo risolute verso il vicolo del pescatore. La porta del basso era socchiusa. Non si udiva alcun rumore dall’interno. Enza si avvicinò in punta di piedi alla finestrella e posò con cautela la fetta di calzone sul davanzale.

Scappammo via, verso la muraglia che dà sul mare. Non ci scambiammo una parola. Pensavamo alla faccia che avrebbe fatto compa’ Rafaiele quando avrebbe scartato l’involucro. Avrebbe annusato la fetta di calzone, circospetto. Le avrebbe dato un primo morso. Avrebbe masticato a lungo il boccone prelibato, con quelle sue guance scavate. Avrebbe assaporato la morbidezza della cipolla, cotta a lungo con le olive, a fuoco lento. E alla fine avrebbe sorriso.

Per tutta l’estate io e Enza portammo ogni sorta di prelibatezze sul davanzale della finestra di compa’ Rafaiele. Tutti i giorni, nelle ore più disparate, per non farci scoprire.

«Compa’ Rafaiele av’assùt matt» sentii dire da mia madre a mio padre.

«Va dicendo che la moglie gli porta la roba da mangiare dall’aldilà». Mi venne un colpo al cuore, ma feci finta di niente.

«Dobbiamo smettere» dissi a Enza. «Lui crede che è Caterina a portargli quelle cose, capisci?».

Enza non batté ciglio.

«E allora?» rispose. «Se pensa che sia il fantasma di Caterina, dov’è il problema?».

«Enzù, ma quello di cui lui è convinto, non è la verità!».

«E qual è la verità? Ciò che ti fa stare male o ciò che ti fa stare bene? Se quello in cui credi ti aiuta a vivere meglio, allora quella è la verità. La tua verità. Se una cosa è vera per te, allora è vera. E basta».

L’estate passò e ricominciò la scuola. Sul davanzale di Rafaiele si alternarono cachi maturi e caldarroste, frittate di funghi e marmellate di arance, fichi secchi e cartellate al vin cotto.

Tutto però ebbe termine con la fine di quell’anno scolastico: i nostri furti quotidiani e la nostra adolescenza. Anche il fantasma di Caterina smise di portare i suoi doni.

Mio padre ebbe il trasferimento a Milano e la famiglia di Enza ottenne la casa popolare a Japigia.

Il pomeriggio prima della mia partenza io e Enza, nascoste dietro un vicolo, fumavamo con foga una sigaretta dopo l’altra. Fumavamo e piangevamo. Lacrime e nicotina. Fumo e singhiozzi. Che ne sarebbe stato di noi e della nostra amicizia?

E che ne sarebbe stato di compa’ Rafaiele?

Tornai a Bari due estati dopo. Andai subito a cercare Enza a Japigia, senza trovarla. Venni a sapere che aveva preso una brutta strada. Adesso la chiamavano Enza la tossica.

Però rividi Rafaiele e non era più lo stesso. Da quando Caterina aveva smesso di portargli i suoi doni, andava ripetendo in giro che sua moglie era morta per la seconda volta. Mi fece pena, così abbattuto e incurvato.

Quale era il vero Rafaiele, quello più autentico? Il vecchio bizzarro che pedalava fischiettando sulla muraglia, con un fascio di tuberose fragranti da sistemare sotto il tabernacolo di Caterina, o il fantasma curvo, seduto davanti al basso ad aspettare la morte?

E quale era la vera Enza per me? Enzù o Enza la tossica? Quale era la mia verità, quella che mi faceva stare meglio? Avrebbe mai potuto, Enza la tossica, farmi smettere di amare la mia Enzù?

Sono passati tanti anni adesso.

Guardo il cielo grigio dall’interno del mio studio. Una farfalla si è posata sulla rosa canina sul davanzale della mia finestra.

Enza lo aveva capito già da allora. Me lo aveva detto prima che io venissi qui a Milano, prima dei miei studi, della mia laurea, del mio dottorato, prima che diventassi uno degli “strizzacervelli” più conosciuti della città. Ognuno si costruisce la propria verità, per sopravvivere, per difendersi, per mettere in scena una spiegazione razionale che funzioni, che dia pace al proprio cervello, al proprio dolore. E se quella verità, anche se frutto della propria immaginazione, cui poi si finisce per credere, serve a farci alzare dal letto la mattina, ad andare avanti, allora quella verità è vera. Quella verità è sacrosanta.

La farfalla che svolazza davanti alla mia finestra, una volta, era un bruco.

© RitaLopez

(Pubblicato nella Gazzetta del Mezzogiorno del 1° Novembre 2019)

 

La ninfa del Tevere

Era il 1889 e a Roma si effettuavano i lavori di costruzione del Palazzo di Giustizia, proprio a ridosso del Tevere, quando, scavando, emerse dal terreno impregnato d’acqua, il sarcofago della giovane Crepereia. Un sarcofago come tanti, a dire il vero, ma quando si sollevò il coperchio, la scoperta diventò leggenda. Lo scheletro della ragazza era adagiato all’interno ma il suo teschio era ancora ricoperto da una folta e lunghissima capigliatura che ondeggiava sull’acqua penetrata all’interno durante i secoli. Il volto era girato da un lato, dove giaceva anche la sua bambola.

Ogni ragazza, alla vigilia delle sue nozze, andava a deporre la propria bambola sull’altare della dea Afrodite, come segno della fine dell’infanzia e della propria verginità. Ma Crepereia, che non aveva ancora vent’anni, promessa sposa di Filetus, non lo avrebbe fatto mai. Le sue amiche non le avrebbero mai consegnato il fuso e la conocchia, come si usava, per rimarcare il passaggio alla vita di moglie fedele e devota. Il suo futuro marito, Filetus, non l’avrebbe mai sollevata tra le braccia, per evitare che inciampasse nel varcare la soglia della nuova casa, scongiurando, in questo modo, ogni segno nefasto.

Niente di tutto questo sarebbe accaduto, perché un giorno la morte misteriosa venne a prendere Crepereia. Il suo corpo freddo venne adagiato nel sarcofago di marmo finemente decorato, all’esterno, da un rilievo bassissimo che la raffigurava sul letto, defunta, mentre i genitori la compiangevano.

Al momento della sepoltura sua madre le aveva messo gli orecchini a pendente, in oro e perle, quelli che a lei piacevano tanto e una collana con i ciondoli, formati da piccoli cristalli di berillo. Con le lacrime agli occhi le aveva posato sul capo una coroncina di foglie di mirto, trattenuta da piccoli fiori d’argento. Per ultimo le aveva infilato nell’anulare sinistro l’anello nuziale su cui era inciso il nome di Filetus, l’uomo che avrebbe dovuto sposare.

«Aspettate! Fermi! La sua bambola!» disse qualcuno, prima che la tomba fosse richiusa per sempre.

Posero nel sarcofago anche me, la sua bambola d’avorio, creata dalle mani esperte di un giovane artigiano dagli occhi nocciola e dai capelli neri come la notte: Stenius.

Crepereia non mi lasciava mai. Ero il suo gioco preferito, perché ero una bambola di mirabile fattura, certo. Perché avevo le articolazioni snodate e sembravo muovermi come un essere umano, certo. Ma mi amava più di ogni altra cosa, soprattutto perché era stato Stenius a costruirmi.

Pensava a Crepereia, Stenius, quando stilizzò i miei piccoli seni e modellò il mio ventre.

Pensava a Crepereia quando disegnò il morbido ovale del mio volto. Il naso dritto. La bocca carnosa. Gli occhi intensi e assorti.

Pensava a Crepereia quando incorniciò il mio viso con morbide trecce avvolte sulla nuca.

Queste cose nessuno le sapeva. Solo io custodivo il segreto. Solo io sapevo che le carezze che Crepereia faceva a me, erano in realtà rivolte al giovane di cui era innamorata.

Mi posero dunque vicino alla testa della promessa sposa e chiusero il coperchio del sarcofago. Il suo tonfo cupo fece rabbrividire i presenti.

Ci seppellirono entrambe in una buca profonda, sulle sponde del Tevere.

Ho vegliato su Crepereia per tutto questo tempo. Sono stata la sua bambola fedele, giorno dopo giorno. E, giorno dopo giorno, una goccia del fiume penetrava nel sarcofago. Una goccia dopo l’altra, dopo l’altra, dopo l’altra, fino a che esso si riempì completamente di acqua.

Passarono molti secoli e un giorno degli uomini scoprirono il nostro nascondiglio e aprirono il sarcofago.

Enorme fu lo stupore dei loro occhi quando ci videro.

Crepereia si era trasformata in una divinità fluviale, dai lunghissimi capelli che fluttuavano nell’acqua del sarcofago.

Era diventata una ninfa.

La ninfa del fiume Tevere. La ninfa dai lunghi e morbidi capelli.

***

(Dalla testimonianza dell’archeologo R. Lanciani, presente agli scavi per la costruzione del nuovo Palazzo di Giustizia, a Roma, nel 1889:

“Tolto il coperchio, e lanciato uno sguardo al cadavere attraverso il cristallo dell’acqua limpida e fresca, fummo stranamente sorpresi dall’aspetto del teschio, che ne appariva tuttora coperto dalla folta e lunga capigliatura ondeggiante sull’acqua. La fama di così mirabile ritrovamento attrasse in breve turbe di curiosi dal quartiere vicino, di maniera che l’esumazione di Crepereia fu compiuta con onori oltre ogni dire solenni, e ne rimarrà per lunghi anni la memoria nel quartiere Prati. Il fenomeno della capigliatura è facilmente spiegato. Con l’acqua di filtramento erano penetrati nel cavo del sarcofago bulbi di una tal pianta acquatica che produce filamenti di color d’ebano, lunghissimi, i quali bulbi avevano messo di preferenza le loro barbicine sul cranio. Il cranio era leggermente rivolto verso la spalla sinistra, dove era adagiata una gentile figurina di bambola…”).

© RitaLopez

(Pubblicato nella Gazzetta del Mezzogiorno del 29 aprile 2020).

(nella foto: bambola di Crepereia, II sec. d.C., Roma Centrale Montemartini).