Mese: gennaio 2020

La favola del dolmen dei Paladini

In un tempo lontanissimo, in cui il tempo come noi lo intendiamo ancora non esisteva, c’era un’enorme distesa di terra, alle pendici delle Murge, ricca di vegetazione e di animali selvatici.
In quel tempo lontanissimo gli uomini e le donne non dovevano spaccarsi la schiena a zappare le dure zolle tra una roccia e l’altra, perché gli alberi offrivano frutti e olive e mandorle in quantità.
Tra i boschi di querce e le pinete si rincorrevano volpi, lepri e cinghiali.
Il barbagianni svolazzava col pettirosso.
Il falco afferrava la lucertola tra gli artigli e poi la lasciava andare.
In quella Terra benedetta c’era il mio villaggio, in cui la vita scorreva lenta e senza intoppi come l’acqua di un fiume diretta verso il mare. Passavamo i giorni nella lieta consapevolezza di vivere in pace. Nel nostro clan tutti gli uomini erano alti e forti, ma ce n’erano tre che battevano tutti gli altri in vigore e robustezza. Li chiamavamo “i giganti”. Forse era una mia impressione, ma quando uno dei tre giganti era nei paraggi, io sentivo tremare la terra e vedevo agitarsi i rami delle querce.
Un giorno i tre giganti si sfidarono a chi innalzasse la pietra più grossa per costruire una casa.
Tutto il villaggio si era radunato per assistere alla gara.
Il primo gigante afferrò un enorme masso e lo pose verticalmente sulla terra brulla. Tutti battemmo le mani.
Il secondo ne prese due, mastodontici, e li pose uno di fronte all’altro. Eravamo sbalorditi.
Poi fu la volta del terzo. Sollevò, uno dopo l’altro, tre macigni giganteschi. Più giganteschi dei tre giganti messi insieme e li sistemò in modo da formare una specie di camera.
Tutti rimanemmo senza fiato per quello che avevamo appena visto, ma il gigante non aveva ancora finito. Si guardò intorno, ansimando. I muscoli delle braccia gonfi come montagne. Ad un tratto scorse un enorme macigno, seminascosto dagli sterpi. Si diresse là, si chinò e lo sollevò tra le braccia. Lo trasportò verso i tre lastroni che aveva eretto poco prima e lo pose in cima, come se fosse un tetto. Ricordo i suoi muscoli che tremavano. Il sudore sulla schiena. Le vene del collo che sembravano esplodere.
Niente e nessuno avrebbero potuto mai più smuovere quella costruzione, l’opera di un gigante.
Né il maestrale che soffia dal mare. Né il sole cocente delle estati infuocate.
Né i più forti tra gli uomini.
Né i più feroci tra gli animali.
Né guerre. Né saccheggi.
Quella costruzione, il Dolmen dei Paladini, è ancora lì.
Solo l’idiozia, l’incuria, l’ignoranza, potranno distruggerla.

(Nella foto: il Dolmen dei Paladini, nei pressi di Corato. Monumento funerario utilizzato come sepolcro collettivo nell’età del Bronzo, 1500 a.C. circa).

IX secolo a.C.

Il giorno della mia morte il sole era alto nel cielo e faceva molto caldo.

Mio padre mi sistemò con cura nel grande dolio. Mi stese delicatamente le braccia e le gambe ai lati del corpo e mi baciò per l’ultima volta i capelli sottili.

Non avevo ancora sei anni.

«Non devi avere paura» mi sussurrò all’orecchio.

«Questa Terra ti proteggerà. E un giorno qualcuno ti troverà e rivedrai la luce. Te lo prometto».

Scavò quindi un’ampia fossa circolare e, aiutato dai parenti, vi adagiò l’anfora con me all’interno. Sapevo che non lo avrei rivisto mai più, ma feci come mi aveva chiesto. Non ebbi paura.

Lo vidi chinarsi a prendere una zolla di Terra tra le mani e lanciarla sopra di me. Anche gli uomini e le donne della mia famiglia, che erano venuti per la sepoltura, fecero lo stesso. Continuarono fino a quando mi ricoprirono completamente e fu allora che mi sentii avvolgere da due braccia forti.

Ancora una volta non ebbi paura.

«Chi sei?» chiesi.

«Sono la Madre Terra» mi rispose una voce morbida come i raggi di quel sole che prima brillavano nel cielo e che pure non erano riusciti a riscaldarmi.

Da quel momento la Madre Terra non mi abbandonò neanche un attimo.

Mi avvolgeva nei suoi abbracci odorosi di muschio umido e acqua piovana. Mi proteggeva dal caldo afoso dell’estate e dal freddo pungente dell’inverno. Mi cullava e mi accarezzava come fanno tutte le madri con i loro piccoli.

Avevo sempre in mente le parole di mio padre e per questo non ho mai avuto paura.

E poi, come avrei potuto? La Madre Terra mi raccontava ogni giorno le storie fantastiche di quello che accadeva in superficie e che io non potevo vedere.

Mi raccontava della fondazione di una città gloriosa, dalle possenti mura quadrate, e di sette Re lungimiranti, succedutisi nei secoli.

Mi raccontava di come quel posto in cui io giacevo, fosse diventato un luogo sacro. Un santuario dove i pellegrini, cantando sommessamente, recavano offerte votive in onore degli dei celesti.

Mi raccontava di grandi battaglie e astuti generali. Di imperatori magnanimi e di altri spietati. Di incendi e carestie, di vittorie e di stragi, di processioni trionfali ed esecuzioni. Di sacerdotesse custodi di un fuoco sacro e di intricati complotti politici. Della costruzione di opere ed edifici mai visti sulla terra. Di strade e acquedotti. Di templi e palazzi magnifici. Di teatri e circhi. Di gallerie e ponti.

Mi raccontava della grandezza, e del prestigio, e della fama che la città sopra di me godeva, fino a lambire i confini del mondo conosciuto. E poi della sua caduta. Del suo inesorabile declino. Di saccheggi e devastazioni. Della sua lenta ascesa e rifioritura.

Mi raccontava di grandi artisti e di uomini geniali. Di scultori eccellenti e pittori sopraffini. Di architetti e poeti. Di musicisti e letterati. Di uomini santi ed empi malvagi.

Mi raccontava, senza mai stancarsi, di guerre sanguinose e dittature. Di stragi e di morte. Di povertà e di ricrescita. Di amore sconfinato e di bellezze da capogiro.

Per un tempo senza fine la Madre Terra mi ha protetto e custodito come il bene più prezioso all’interno di uno scrigno. Come la perla più vivida e pregiata nascosta in un’ostrica.

Mi ha dato riparo per un tempo sconfinato come il mare. Come il firmamento. Come la terra stessa che mi conteneva e mi cullava… fino a quando, una mattina che faceva molto caldo, vidi di nuovo il sole alto nel cielo.

Proprio come mio padre mi aveva sussurrato all’orecchio in un passato vertiginosamente lontano, qualcuno mi trovò.

La Madre Terra mi ha baciato un’ultima volta sulla testa. Ha slegato il suo abbraccio morbido e ricolmo d’amore, e mi ha lasciato andare.

«Va’ adesso. Tutto quello che mi viene affidato, io lo custodisco con cura», ha detto.

«Qual è il tuo nome Madre?» le ho chiesto prima che due braccia forti mi sollevassero piano dal mio giaciglio secolare.

«Roma» mi ha risposto.

Il tizio che mi ha trovato aveva uno strano copricapo giallo sulla testa e la faccia sporca di fango. Mi ha sollevato con estrema attenzione, come se io fossi una specie di miracolo. La cosa più importante che gli fosse capitata nella sua vita. Sul suo volto c’era tutto lo stupore, la commozione e la meraviglia del mondo.

Non lo sapeva, non poteva saperlo, ma io gli ho sorriso.

©RitaLopez (pubblicato nella Gazzetta del Mezzogiorno del 17 novembre 2019)