#teatro

Le vite di Teresa

«Perché proprio io?» protestai piagnucolando.
La prima volta che i miei genitori mi obbligarono ad accompagnare zia Teresa al teatro Petruzzelli, a vedere l’opera, avevo otto anni.
Zia Teresa era una delle sorelle di nonna. L’unica a non essersi sposata.
«Non ti dispiace non avere una famiglia tua?» le chiedevamo a volte noi bambini.
«La nonna è la mia famiglia» rispondeva zia Teresa, scrutandoci sopra le lenti spesse dei suoi occhiali, dalla pesante montatura nera.
Era così che aveva sempre vissuto zia Teresa, fin da quando era ragazza. Giorno dopo giorno. Incondizionatamente mite e servizievole nei confronti della vecchia madre. Giorno dopo giorno. Senza mai osare un rigurgito di impazienza o di nervosismo. Giorno dopo giorno. Senza mai rivendicare la possibilità di una vita diversa. Fino a veder sfiorire la propria giovinezza. Un giorno dopo l’altro. Un giorno identico all’atro.
Una domenica al mese però, quando si apriva la stagione operistica, zia Teresa andava a vedere l’opera al teatro Petruzzelli, con Lina, la vedova del calzolaio. Aveva una passione sviscerata per l’opera. Non solo conosceva i testi delle arie più famose, ma ricordava a memoria anche i recitativi, e quando ci raccontava le trame ingarbugliate, gli amori disperati, i tradimenti, i colpi di scena, gli occhi le brillavano dietro le spesse lenti degli occhiali.
Conservava, nella credenza, delle vecchie scatole di latta per biscotti, ancora odorose di zenzero e cannella. Su ognuna vi aveva apposto un’etichetta. Spesa. Bollette. Medicine. Regalo nipoti. Varie. E poi ce n’era una dove era scritto: Petruzzelli.
Quando anche Lina, la vedova, morì, per un po’ zia Teresa non andò più a vedere l’opera.
«Addummànn a qualche nipòt, ca vene cu tè!». Chiedi a qualche nipote se ti fa compagnia, le propose un giorno la mia bisnonna, mentre Teresa, pensierosa, le intrecciava i lunghissimi capelli argentati.
Ma i miei cugini si defilarono tutti e così, dopo un frettoloso consulto tra i parenti, la scelta, molto “democraticamente”, ricadde su di me.
«Ma perché proprio io?», chiesi per la seconda volta, esasperando il tono lamentoso, mentre mamma mi tirava su la cerniera del vestito buono.
«E non ti dispiace per zia Teresa? Guarda che l’opera è bella!» mi disse aprendo la porta di casa, per farmi uscire.
Arrivai da zia Teresa che era già pronta.
«Sì cuntent ca va’ a u tiàtr?» mi chiese la mia bisnonna, accarezzandomi i capelli.
«Sì» mentii.
Camminavamo per strada, io e zia Teresa, mano nella mano. Lei avvolta nel suo collo di pelliccia di volpe, felice come una bambina. Io con la stessa baldanza di un condannato a morte diretto al patibolo.
In fondo a via Putignani, il Petruzzelli ci aspettava. Rosso. Fiammante.
***
Mi innamorai a prima vista del Petruzzelli. Dalla nostra postazione, sulla gradinata di V ordine centrale, subito sotto il loggione, potevo ammirare l’enormità di quel contenitore sfavillante, acceso dai rossi delle tappezzerie e dagli ori abbaglianti che ricoprivano gli stucchi. Sul sipario, che ancora celava il palco, era riprodotta la liberazione di Bari dai Saraceni ad opera dei potenti Veneziani, nel lontano 1002. Sollevai la testa. Anche la cupola era dipinta. C’era un matador che sventolava un grande drappo, rosso sangue, davanti agli occhi di un possente toro infuriato. Aquile e scudi ingentilivano la potenza della volta, insieme alle immagini di Omero, Eschilo, Plauto, Terenzio. Non avevo mai visto niente del genere. All’improvviso piombò il silenzio più totale. A un gesto magico e perentorio del direttore d’orchestra, la musica riempì il teatro, e anche il mio stomaco, e i miei polmoni, e la mia testa, con un boato vibrante, un’ondata travolgente da cui non potevi, anzi non volevi, non lasciarti trascinare. Era La Norma. E fu quella sera che successe. Mi ero voltata un attimo a guardare zia Teresa e quello che vidi mi lasciò interdetta. Il suo volto, pur nella penombra soffusa del teatro, mi parve completamente rapito, in estasi quasi. Teneva gli occhi socchiusi, completamente risucchiata dalla scena. Le labbra stavano pronunciando le stesse parole di Norma, là sul palco. Non riuscivo a levarle gli occhi di dosso. Ero testimone di una sorta di miracolo estetico, un incredibile gioco illusionistico tra reale e irreale. Zia Teresa non era più accanto a me. Era sul palco. Cantava insieme a Norma. Era nel luogo di Norma, nello spazio di Norma, nel tempo di Norma. Era Norma. Zia Teresa era Norma! A partire da quel momento non riuscii più a scollare la figura della protagonista sul palcoscenico, con quella della donna che odorava di naftalina, che mi sedeva accanto. Guardavo zia Teresa e la vedevo catapultata nella vita di un’altra, di una sacerdotessa druida. Era carne della sua carne. Pelle della sua pelle. Tra lo stupore mio e la costernazione generale, Norma, che era Teresa, o Teresa stessa, trasfigurata in Norma, diede l’ordine di erigere il rogo su cui si sarebbe immolata. Solo le ripetute gomitate nel fianco di zia Teresa mi scossero dal mio stato di trance e mi riportarono alla realtà. La scrutai bene in volto, stupita, frastornata. Era ritornata. Zia Teresa era di nuovo accanto a me. «Andiamo?», mi chiese.
Tornammo a casa. Io con i piedi che mi facevano male nelle strette scarpe di vernice nera.
Zia Teresa avvolta nel suo cappotto che odorava di naftalina, verso la sua vita di sempre.
Ebbi la fortuna di sbirciare tra le molte vite vissute da Teresa. Accadeva sempre. All’interno del Petruzzelli la magia si ripresentava ed io potevo spiarla, allibita, col fiato sospeso. Solo per la durata dello spettacolo. Solo per un’occhiata, una rapida occhiata, ma da capogiro. Da brivido.
Teresa era Tosca, dal grande temperamento, pronta a tutto, drammaticamente risoluta, che per la sua passione è pronta al suicidio, lanciandosi dal parapetto del ponte di Castel Sant’Angelo. Teresa era Violetta, malata di tisi e di solitudine, costretta a sacrificare il suo sogno d’amore per la malattia e per la morale sociale gretta e ipocrita. Teresa era Madama Butterfly che, da fanciulla fragile, devota, innamorata, evolve e trasfigura in una figura femminile monumentale, irremovibile nella sua naturale vocazione a donare amore a quell’uomo che pure l’aveva rinnegata e la vita al proprio bambino. Teresa era l’affascinante e focosa Carmen, che fuma il sigaro e poi lo getta via, così come fa con gli uomini. Era Aida, sepolta viva insieme a Radamès. Era Gilda, era Manon Lescaut, era Mimì. Teresa e le sue innumerevoli vite avrebbero potuto sopportare qualsiasi rinuncia, qualsiasi sacrificio. Questo, ormai, mi era ben chiaro. La fissavo intenta a pettinare i lunghi capelli argentati della mia bisnonna. Si accorgeva di me. Mi sorrideva.
***
Molti anni dopo ero nella mia casa di Roma. Vidi le immagini al telegiornale. Nella notte precedente il Petruzzelli aveva subito un incendio spaventoso. Ciò che avevo davanti agli occhi, mi lasciò senza fiato. La cupola era demolita, crollata. Da quello che sembrava il cratere di un vulcano in eruzione, fuoriuscivano, con tremenda violenza, fiamme selvagge, alte, abbacinanti. Le strade tutt’intorno erano coperte di fumo spesso e bianco. Le sirene dei pompieri urlavano come impazzite. Il teatro fu completamento distrutto da un rogo immenso. Era l’inferno. Un incubo. Non c’era più niente. Niente era rimasto dei dipinti di Raffaele Armenise sul sipario e sulla volta. Niente era rimasto della platea e dei palchi, delle rosse tappezzerie e degli stucchi dorati. Attorno al teatro scoperchiato si era radunata una folla allibita, disperata, piangente. Il Petruzzelli non c’era più. Di quel teatro glorioso, rimanevano soltanto macerie. Poche ore prima era stata messa in scena la Norma, di Vincenzo Bellini. La prima opera della mia vita. La mia prima volta al Petruzzelli, insieme a zia Teresa. La Norma, che finisce con un rogo. Il teatro, esso stesso, trasformato in un rogo.
Avevo il volto rigato dalle lacrime. Ero lì di fronte alla schermo, ferita da un dolore indicibile. Ripensavo a me, bambina, che assistevo agli spettacoli dalla mia postazione sulla gr dinata di V ordine centrale. Al cappotto che odorava di naftalina. Al toro infuriato dipinto sulla cupola. Alla liberazione di Bari dai Saraceni. Alla magia cui mi era stato concesso di assistere durante le rappresentazioni. Alle trasfigurazioni puntuali di zia Teresa e alle sue molteplici vite nascoste. Mi assalì un’enorme tristezza a immaginarla nella sua casa, giù a Bari, tutta sola, dopo la morte della mia bisnonna, mentre costernata guardava anche lei quelle stesse immagini trasmesse dalla televisione.
Il 27 ottobre 1991 tutte le vite di zia Teresa ebbero fine. Contemporaneamente. Morirono Norma e Tosca, Mimì e Madam Lescaut. Morirono Carmen, Gilda e Aida. Tutte morirono, e lasciarono zia Teresa, ancora per molti anni, costretta a vivere da sola con se stessa.

©RitaLopez

(estratto da “Vie d’uscita. Salvarsi con i Led Zeppelin, Bach e Nilla Pizzi”, ed. Florestano).

Pubblicato nella Gazzetta del Mezzogiorno del 14 maggio 2020

Il teatro nel cuore del Libertà

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L’edificio che mi sta nel cuore non si trova nel centro luccicante della città, regno dello shopping selvaggio e del passeggio. E neppure nel suo cuore storico. Non ha affatto un aspetto maestoso. Anzi, a vederlo, dall’esterno, non è neanche bello.

L’edificio che mi è rimasto nel cuore si trova nel Libertà, il quartiere dove sono nata e cresciuta. E’ uno dei baluardi che segnano il perimetro immaginario di quel quadrilatero in cui il destino ha deciso che nascessi. Una sorta di cinta muraria della mia fantasia, dove mi sentivo a casa. Una specie di pomerio, niente a che vedere con quello celeberrimo del Palatino, ma ugualmente sacro e invalicabile ai miei occhi di ragazzina. I limiti di quel mio quadrilatero erano definiti dai binari sopraelevati della ferrovia appulo-lucana da una parte, dalla Manifattura dei Tabacchi dall’altra, dall’ex Ospedaletto dei bambini, che in quei turbolenti anni ’70 era un orrido fantasma color rosa fucsia popolato dai topi e dai piccioni e, infine, dal posto più bello del mondo: il teatro del Redentore, di proprietà dei salesiani. Vi si accedeva affiancando tutto l’oratorio maschile e poi imboccando una via senza uscita, a sinistra, proprio alle spalle della chiesa. A vederlo dall’esterno, somigliava più a un vecchio capannone industriale in disuso. Una costruzione squallida. In una via squallida. Ma dentro, signori! Oh! dentro si celava il regno incantato delle favole. Il luna park della fantasia. Il non-luogo per eccellenza, dove tutte le possibilità correvano il meraviglioso rischio di diventare reali. Riuscite a immaginare un gruppo di ragazzi del Libertà, in quegli anni ’70, a cui viene dato il permesso di utilizzare un teatro, per poterci rappresentare uno spettacolo tutto loro? Riuscite a capire che razza di sogno fantasmagorico era, per noi che abitavamo in un quartiere senza giardini, senza parchi, senza piazze? Era “IL” SOGNO. Il nostro sogno. Ed è di quel sogno che vi voglio raccontare, soprattutto adesso, soprattutto oggi, perché quel teatro sta morendo e per noi, che lo abbiamo amato, è come vedere agonizzare un vecchio amico.

***

Alle note di “Selling England by the pound”, sparata a tutto volume dallo stereo di Nico, il teatro fu ripulito da cima a fondo: la platea con i sedili il legno, le scale che portavano al piano rialzato, ogni singola panca della galleria, gli assi del palcoscenico, gli ambienti dietro il palco che fungevano da camerini, i vecchi gabinetti incrostati, l’ingresso. Eravamo al teatro ogni giorno. Eravamo là sempre. Ogni volta che potevamo. C’era bisogno di scrivere i testi, rileggerli, correggerli, rivedere le battute. Dovevamo pensare alla scenografia. E poi ai costumi. Al trucco. Dovevamo comporre le musiche. E scrivere le parole. E fare le prove di canto. Per mesi e mesi lo spettacolo fu la nostra occupazione principale, l’impegno meraviglioso e febbrile, il pensiero costante, il chiodo fisso. E il numero dei ragazzi del Libertà, che si lasciavano coinvolgere, cresceva di continuo, come un fiume in piena. Avrei voluto trascinare con me anche Angelo, per il quale avevo sempre avuto un debole, da quando era bambina. Da quando mi ricordo. Angelo, il cui cognome incuteva timore solo a pronunciarlo, perché suo nonno era uno dei boss della mala barese e il cui nome, invece, risuonava totalmente inappropriato per uno che di angelico non aveva nulla. Avvertivo il suo sguardo poggiarsi fastidioso sul mio fondoschiena, ogni volta che lo incontravo per la via e lo superavo. Una volta, per strada, vicino casa mia, fece scivolare tra le mie mani un bigliettino stropicciato. Lo lessi non appena mi ritrovai al sicuro della mia stanza. Leggevo e arrossivo, e pensavo con orrore se fosse capitato sotto gli occhi di mio padre.

“Stiamo preparando uno spettacolo al teatro del Redentore. Vuoi venire?” gli chiesi un giorno, facendomi coraggio.

“Io uno spettacolo da farti vedere ce l’avrei pure mo’!” rispose Angelo, con uno sguardo così allusivo che mi sentii tremare le gambe.

“Non è che diventi una suora con tutti quei preti?” continuò, scrutandomi con i suoi occhi neri di demonio, il sorriso sulla bella bocca carnosa.

“E tu farai la fine di tuo fratello che sta in galera” gli risposi, con le guance in fiamme.

E invece Angelo fece una fine persino peggiore di suo fratello. Gli spararono molti anni dopo, là, su quella stessa strada dove mi aveva passato il bigliettino stropicciato.

Due colpi di pistola. Dietro la schiena.

***

Il giorno dello spettacolo il teatro era gremito di gente. Sul palco non hai difese. E’ come ritrovarsi nudi. Ti rendi conto che quel che è fatto è fatto e che il verdetto finale non avrà sconti. Qualsiasi esso sia. Soprattutto con un pubblico come quello che avevamo noi di fronte. Nonostante la debole illuminazione, dal palco riuscivo a distinguere i volti di quelli seduti in platea. C’era tutto il quartiere. Riconobbi il padre di Antonio, elettricista, che ci aveva sistemato l’impianto elettrico. Arrivava al teatro ogni sera, stanco morto dopo una giornata di lavoro e maneggiava i cavi, tenendosi in bilico su una scala sopra il palco. E noi cantammo per lui.

Individuai il padre di Gianni, tappezziere, che aveva smontato il vecchio sipario, completamente rovinato e rosicchiato dalle tarme, sostituendolo con uno nuovo, rosso fiammante. Fu anche per lui che cantammo.

Intravidi la madre di Nico, insegnante, che ci aveva dato una mano durante le prove di recitazione e le altre donne del Libertà, mamme, zie, nonne, che avevano cucito i costumi. E cantammo anche per loro. Vidi Angelo, insieme a quei brutti ceffi dei suoi amici. Il volto bellissimo e serio. Cantammo anche per lui. Io più degli altri. E per tutti i “topini” assiepati sotto il palco, incredibilmente silenziosi e assorti ad ascoltarci. E per Vito, che vendeva le bombole a gas in via Garruba, seduto accanto alla moglie e alla sua schiera di figli. E per Ciccillo il fornaio, da cui nonna portava a cuocere le enormi teglie di pasta al forno e i dolci di Natale. E per Pasquale cantammo, che vendeva le sigarette di contrabbando all’angolo tra via Crisanzio e via Trevisani. E anche per i pescatori del mercato all’aperto di via Nicolai. E per Lorenzino, detto Varichina, seduto in prima fila, che si tirava continuamente su gli occhiali, con le lenti spesse come fondi di bottiglia.

Fu un successo lo spettacolo. In tutti i sensi. Perché il teatro era pieno come un uovo, quella prima sera e ogni serata di replica. Perché la gente si divertì e si spellò le mani a forza di applaudire. Perché per tanto tempo nel quartiere non si parlò d’altro. Ma fu un successo soprattutto per noi, per quei ragazzi che eravamo, che nel Libertà siamo nati e cresciuti e che durante quei mesi di preparazione esaltante osammo, per la prima volta, guardare lontano. Che riuscimmo a sopravvivere anche grazie a quel piccolo teatro di parrocchia, che dall’esterno ricordava un capannone industriale. Che sognammo e vedemmo realizzarsi il sogno, in un tempo e in un luogo dove sognare, e ancor di più realizzare i sogni, sembrava quasi impossibile.

In quei lunghi mesi, frenetici e indimenticabili, il Libertà si era trasformato nel posto più bello del mondo. In quel dannato quadrilatero l’umanità sembrava scorrere a fiumi per le vie, insieme all’acqua spruzzata dalle pompe dei camion che passavano ogni pomeriggio a ripulire, sotto i marciapiedi, le immondizie lasciate dai venditori ambulanti del mercato della mattina.

Nessuno di noi, che oggi siamo madri e padri, siamo idraulici, operai, impiegati, meccanici, siamo professori stimati, musicisti di qualità, gente di spettacolo e persino registi famosi, nessuno di noi, dico, in quei giorni, maledisse mai il destino per il fatto di essere nato e cresciuto tra quelle strade, in quel pezzo di mondo dimenticato dallo Stato e da Dio.