Mese: settembre 2016

Born to run

corsia

Policlinico di Bari. Reparto di Ortopedia pediatrica. Anni ’70.

Era pomeriggio, uno di quei pomeriggi di primavera quando l’aria è frizzante e le rondini vorticano tra i vicoli e ti domandi come mai  non vadano a spiaccicarsi sulle case.

Ma lì dentro l’ospedale tutto questo non si vedeva.

Ero in uno stanzone dal soffitto altissimo, io ed altri sei.

E una serie di altri stanzoni, stipati di ragazzini, si affacciavano su una lunga corsia.

O almeno io così me la ricordo. Lunga, lunghissima.

Giocavamo a correre. Noi di ortopedia.

Partivamo dal grosso finestrone affacciato sul cortile, ad una estremità della corsia, giù giù fino alla statua della Vergine Maria con le braccia spalancate e il mantello azzurro che le ricadeva dietro le spalle.

Io con le stampelle, Nicola sulla sedia a rotelle, Giampiero che aveva il gesso che partiva  dal ginocchio e arrivava a coprire quasi tutto il piede, lasciando libere solo la punta zozzissima delle dita, e una ragazzina, di cui non ricordo il nome, con una protesi all’anca.

Michele no. Lui non lo facevamo correre. Aveva solo il braccio rotto e avrebbe vinto di sicuro.

Però poteva dare il via.

Era seduto sul basso ripiano sotto  l’alto  finestrone e fumava di nascosto, con la finestra semiaperta, perché non si sentisse la puzza.

“Via!!!” urlò Michele, dopo che ebbe espirato il fumo dalle narici attraverso le ante socchiuse della persiana  verde, dalla vernice scrostata.

E noi lì ad annaspare, ad anelare, a zoppicare, verso la statua della Vergine Maria con le braccia spalancate, posta all’altra estremità della corsia.

Dalle soglie degli stanzoni gli altri ragazzini facevano il tifo.

Tutti, tranne Marisa. Lei non poteva. Aveva certi chiodi lunghi nella colonna vertebrale ed era costretta a stare sempre sdraiata sul letto.

Vinse Nicola, quello con la sedia a rotelle.

Però fece cadere i vasi con i fiori freschi che le nostre mamme  portavano ogni mattina, disponendoli sotto la statua della Madonna.

Anna, l’infermiera, arrivò trafelata.

Chiudeva sempre un occhio sui nostri giochi movimentati. Ci consolava quando piangevamo e ci portava il ciambellone al cioccolato da casa.

Ma quella volta si arrabbiò.

“E ci jè do!? Mò avast mò! Sciatavinn tutt quant!”

(E che succede qua!? Ora basta! Sparite tutti quanti!)

Ognuno tornò mollemente al suo letto.

Michele buttò subito la sigaretta dal finestrone.

Marisa dal suo  letto mi chiese,  mentre passavo davanti alla sua stanza: “Chi ha vinto?”

“Nicola!” le risposi.

Si era fatto buio.

La palla bianca con la lampadina a neon del mio stanzone si rifletteva sul vetro della finestra.

Facevo finta che fosse la luna piena.

L’indomani sarebbe venuta mamma a trovarmi.

© RitaLopez

Lapidata da migliaia di “mi piace”

 

Alla “rete” non si sfugge. E la “rete” mi ha catturata.

La “rete” che ha reso liberi e degni di parola la maggior parte di voi, in una brodaglia di amorevole democrazia, ha fatto schiava me.

Sono stata lapidata da migliaia di “mi piace”.

Linciata per qualcosa che non è reato, non più di rubare immagini private e darle in pasto ai pescecani morbosi con la bava alla bocca.

Sono stata lapidata da quegli stessi uomini e donne che si soffiano rumorosamente il naso quando i talebani, a centinaia di chilometri di distanza da noi, scavano un buca, vi pongono una donna tremante  e piangente, con le mani incatenate dietro la schiena, e la massacrano a colpi di pietre.

Beffeggiata, umiliata, messa alla gogna dalle risate sguaiate, dagli ammiccamenti vomitevoli, dal fango lanciatomi addosso.

Sono stata lapidata dagli insulti, paparazzata fin nei minimi dettagli della mia intimità, derubata della mia vita privata, del mio cognome.

Sono stata lo scandalo sulle bocche di tutti. Bocche che mai si sono scandalizzate per la mafia e la camorra, bocche pronte a spalancarsi per inveire contro di me. Bocche di uomini e bocche di donne, a cui piacciono le stesse cose che piacevano a me.

Non mi sono suicidata.

Sono stata massacrata dai vostri “se l’è cercata”.

Non mi sono suicidata.

Sono stata lapidata da migliaia di “mi piace”.

© RitaLopez

 

Artemisia

GENTILESCHI_Judith

Ero insieme a  mio padre, che era un grande pittore,  la prima volta che osservai da vicino i capolavori di Caravaggio nelle cappelle di San Luigi dei Francesi e di  Santa Maria del Popolo. Ne rimasi estasiata.  E fu grazie a mio padre che, fin da piccola, frequentai artisti famosi, e bazzicai botteghe, e imparai a combinare tra loro i colori.

Amavo dipingere, ma le donne nella Roma dei primi anni del ‘600, non erano ammesse nelle accademie o nei grandi cantieri. La carriera di “pittore” ci  era preclusa. Potevamo soltanto dipingere in casa. Cose piccole, senza importanza: ritrattini, piante, fiori.

Ma io dipingevo con mio padre, e con mio padre ho imparato a dipingere come un uomo.

Mi affidò al suo amico, il maestro Agostino Tassi, perché apprendessi l’arte della prospettiva nell’architettura dei dipinti.

Un  giorno di pioggia, Agostino entrò nello studio dove stavo lavorando.

Mandò via l’altra donna che era con me. I suoi modi mi sembrarono piuttosto strani  e, una volta soli, finsi di sentirmi male. Lui non se ne curò. Mi scaraventò per terra e mi saltò  addosso come un toro infuriato.

Gli ho resistito come ho potuto. A morsi. A calci.  A graffi.  Alla fine il boia mi ha sopraffatta.

Litigai con mio padre, perché non voleva che  parlassi. Diceva che dovevo  mantenere salvo  l’onore mio e della mia famiglia. Ma io non accetto il sopruso. Non l’ho mai accettato.

Denunciai Agostino.

Ho subito l’umiliazione del processo.

Ho dovuto dimostrare, sottoponendomi alla visita di due ostetriche, di essere stata sverginata.

Ho dovuto sopportare la tortura più crudele per un pittore: lo schiacciamento dei pollici per pubblica esibizione, per dimostrare che non mentivo.

Il processo si concluse con la condanna, anche se breve,  del mio carnefice, e con la mia fuga  a Firenze, per mettere a tacere i pettegolezzi  di  Roma.

Non  ho mai dimenticato la sua violenza  e tutto il male che mi è costato.

Nel 1614 ho dipinto “Giuditta che decapita Oloferne” per il serenissimo Granduca Cosimo II.

E ho dipinto servendomi della rabbia, e dell’odio, e della sete di vendetta  che da sempre covavo per il mostro.

Oloferne, il re assiro, ha le sembianze del  bastardo. E’ disteso su candide lenzuola. Giuditta, con il volto di Artemisia, lo sgozza, aiutato da un’altra donna. Due donne.  Di estrazioni sociali diverse. Ma potrebbero essere decine, centinaia, migliaia di donne, di ogni appartenenza sociale e culturale,  intente a vendicarsi, con freddezza, con lucidità,  delle violenze subite.

Decine, centinaia, migliaia di donne col viso impassibile, inespressivo, che ammazzano il proprio stupratore, con la stessa determinazione con cui si sgozza  un maiale.

Il sangue sprizza a fiotti dal collo, imbrattando le lenzuola.

Ecco, Agostino! L’ho dipinta la violenza che ho subito. E me ne sono liberata, finalmente!| Che te ne pare?

Con la denuncia dello stupro non ho ottenuto alcun  risarcimento morale, né la mia verginità perduta. Ma se devo essere sincera, di quello poco mi importava e poco mi importa.

La mia vittoria più grande è stata il riconoscimento della mia personalità artistica. Ho conquistato la libertà di essere una donna pittrice. Dopo “Giuditta e Oloferne”, principi e cardinali, tutti hanno voluto i miei quadri.

Sono diventata un’artista famosa, mentre nessuno si ricorda di Agostino Tassi. Che te ne pare?

Alla fine la mia più grande virtù non è stata la verginità, ma la pittura. E io l’ho difesa Agostino!

Io l’ho difesa. Ed eccomi qua.

© Rita Lopez