#guerra

Il pagliaccio di Aleppo

100213433-bed55f55-c1ca-4ef4-9405-3ca972788091

Mi chiamo Arwa. Io e mio fratello più piccolo, Khalid, viviamo con mia zia, nel quartiere di Mashhad, nella parte orientale di Aleppo. Viviamo là da quando i nostri genitori sono morti, proprio sulla soglia della nostra bella casa, durante un bombardamento. Eravamo per strada, io e Khalid, e all’improvviso sono arrivati gli aerei e hanno iniziato a sganciare le bombe. Ho afferrato mio fratello per un braccio e ci siamo precipitati verso la nostra abitazione. Ma casa nostra non c’era più. Mamma e papà erano caduti là sulla soglia, semisommersi dalle macerie e dalla polvere. Sicuramente avevano aperto la porta per cercarci, per richiamarci in casa. “Arwa!!!Khalid!!! Arwaaaaa!!!”.

E adesso erano lì, tutte e due. Da sotto il velo che mamma indossava sulla testa scendeva una lunga striscia di sangue, che le arrivava fino alla bocca. Papà aveva gli occhi semiaperti, diretti verso la nostra direzione. Sembrava guardarci.

E’ da quel giorno che Khalid non ha più parlato.

Mia zia è buona con noi, ma non è come la mamma. Ogni giorno ci porta in uno di quegli asili che hanno costruito sotto terra, per permettere a noi bambini di giocare al sicuro dai bombardamenti.

Khalid per tutti quei mesi rimase in un angolo. Senza mai intervenire. Mai partecipare. Mai parlare. Poi un giorno arrivò un pagliaccio con i capelli arancioni, un cappellone giallo e la punta del naso dipinta di rosso.

Lo ricordo bene. Noi bambini giocavamo alla corsa nei sacchi. A un certo punto ho dato un’occhiata a Khalid, accovacciato come al solito nell’angolo della grande sala, e quasi non credevo a quello che vedevo. Il pagliaccio stava parlando a mio fratello. E mio fratello gli rispondeva. Gli occhi bassi. La testa china. Ma gli rispondeva.

Quella sera a casa di mia zia, Khalid parlò di nuovo, dopo mesi e mesi di mutismo.

Disse: “Posso avere un altro po’ di minestra, per favore?” e mia zia, con la mano tremante, gli mise dell’altra zuppa nel piatto.

Khalid ricominciò anche a giocare. Andavamo all’asilo sotterraneo tutti i giorni e tutti i giorni, per due o tre ore, eravamo bambini normali. Volevamo bene al pagliaccio dai capelli arancioni e lui voleva bene a tutti quanti noi. Ma a Khalid di più.

Oggi ho saputo che è morto. Il nostro pagliaccio, dai capelli arancioni e col cappello giallo e la punta del naso dipinta di rosso, è morto. Sotto le bombe.

Ma io non lo dirò a Khalid. Ho deciso che non glielo dirò.

© RitaLopez

(nella foto: Anas al Basha, 24 anni, che strappava un sorriso ai bambini di Aleppo e che  ha perso la vita nel cuore dell’inferno).

Annunci

Ifigenia

Immagine

 

Tutto era pronto per la spedizione contro Troia, ma il vento non spirava da troppi giorni e le navi degli Achei erano ferme in Aulide, senza che potessero salpare.

Il re Agamennone fremeva come un vecchio bisonte infuriato. Voleva partire. Voleva andare in guerra.

Fu chiesto il parere dell’indovino Calcante e Calcante arrivò col suo responso: solo sacrificando agli dei la bella figlia di Agamennone, Ifigenia, i venti avrebbero permesso alle navi di partire.

Gli uomini di potere si riunirono tra di loro e decisero di attrarre con un pretesto Ifigenia, che era rimasta a casa, con le altre donne.

Le mandarono a dire che Achille, il suo amato, voleva sposarla prima di  salpare.

Le dissero di affrettarsi, che tutto era pronto per le nozze.

Ifigenia giunse in Aulide più radiosa che mai, bella come la luna piena, splendente nel  suo abito da sposa.

Quando osservò le facce scure di suo padre Agamennone, di suo zio Menelao, del suo amato Achille, capì di essere stata vittima di un inganno.

Vide la lunga passerella che doveva condurla presso l’altare del tempio, i sacerdoti pronti per il suo sacrificio, i soldati che mormoravano tra di loro.

Il terrore si impossessò di lei e grosse lacrime le annebbiarono la vista.

Si asciugò gli occhi con un lembo del suo mantello da sposa.

Due ancelle la accompagnavano lentamente verso l’altare.

In quei pochi metri che mancavano al suo destino, Ifigenia divenne donna.

Scrutò i volti degli uomini che detenevano il comando e mai come allora le fu chiara la loro vile impotenza, la loro mancanza di scrupoli di fronte al potere.

“Non voglio diventare come voi” pensò.

In quei pochi metri che mancavano al suo destino, Ifigenia da ragazzina terrorizzata si trasformò in donna fiera e coraggiosa.

Nei pressi dell’altare si fermò, si girò verso i comandanti della spedizione e fredda come il  ghiaccio disse: “Procedete pure”.

Agamennone fece un cenno al sacerdote.

Un brivido attraversò la schiena a lui e agli altri potenti.

Achille era chiuso nella sua tenda.

© RitaLopez