Mese: febbraio 2015

Achille e Pentesilea

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“Era dunque il dodicesimo giorno e Pentesilea, regina delle Amazzoni, si scagliò contro Achille, tenendogli testa.”

Era al suo fianco, da sempre, combattendo in silenzio, come sanno combattere in silenzio alcune donne, al fianco di uomini che non vedono, di uomini che non sentono, di uomini pieni soltanto di sé.

Era al suo fianco, fedele come sanno essere fedeli alcune donne, tenaci, determinate, salde come roccia, che non cedono di un passo, anche a costo di farsi male, anche a costo di ferirsi.

Era al suo fianco, giorno dopo giorno, anno dopo anno, senza mai essere notata, senza mai ricevere una ricompensa, un riconoscimento, qualcosa che assomigliasse anche lontanamente ad un “grazie”.

“La leggenda vuole che Achille ne scoprisse la bellezza quando, colpitala a morte, le cadde l’elmo, e furono così svelati i bei tratti del volto. Neppure la Morte aveva scalfito la sua bellezza.”

Si accorse di quanto la amava nel momento in cui lei lo abbandonò per sempre.

Si accorse del vuoto incolmabile lasciato dalla sua presenza ingombrante e silenziosa.

Aveva l’amore a portata di mano e non se ne era mai accorto.

Aveva una casa con fondamenta solide di pietra,

un approdo sicuro dopo ogni naufragio,

il calore accogliente del fuoco del camino

e non lo sapeva.

Fu preso da sgomento.

L’eroe possente, invincibile, quintessenza della mascolinità e del coraggio, si piegò sulle ginocchia e pianse come un bambino.

Lacrime copiose, inconsolabili. Lacrime inutili.

© RitaLopez

A.D. 17 febbraio 1600

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E’ già da ore che una folla rumorosa e impaziente si è radunata nella piazza, proprio sotto la pira, composta da una enorme catasta di legna.

Ma il silenzio cala improvviso in questa fredda mattina dell’anno del Signore 17 febbraio 1600, quando un lungo corteo, partito dalle carceri dell’Inquisizione, si fa largo tra la folla e giunge qui, nel cuore di Roma, a Campo de’ Fiori.

Il corteo, composto da un gran numero di confratelli, accompagna il frate di Nola, il maratoneta del pensiero, il mago rinascimentale.

L’eretico.

L’uomo viene spogliato e legato e gli viene imposta la mordacchia, uno strumento terribile di tortura, che gli serra la lingua e gli impedirà di urlare quando le fiamme lo avvolgeranno, così che le bestemmie non possano ferire le orecchie degli ecclesiastici e di tutto il Sant’Uffizio assiepato sugli spalti.

Ecco, si dà fuoco alla pira e le fiamme iniziano ad avvolgere il corpo corruttibile di Giordano Bruno e bruciano le sue carni, ma non brucerà mai il suo Pensiero.

Brucia il paradigma della Strega, di chi ha a cuore libertà e dignità, ma non brucerà l’Idea che valicherà le frontiere geografiche e temporali.

Non brucerà l’amore per la Filosofia che è libera ricerca e non dogma.

Non brucerà nella pira la capacità di distinguere ancora, per chi vorrà distinguere, l’arroganza del potere, là dove dilaga.

Non brucerà la capacità di stanare ancora, per chi vorrà stanare, la meschinità accademica, là dove si annida.

Non brucerà l’ardore per l’Infinito,

e per l’Infinito Universo,

concepito dall’amore di un Infinito Dio,

composto da Mondi Infiniti,

Infinitamente da amare.

© RitaLopez

 

La massa

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Una montagna di farina sul tavoliere di legno, un piccolo cratere fatto con la mano, proprio nel centro della montagna, che assumeva ora l’aspetto di un vulcano e poi il lievito di birra sbriciolato all’interno del cratere, insieme ad un fiotto di acqua bollente.

Il vulcano in eruzione.

Ti guardavo mentre con le tue braccia forti, dopo esserti tirata su le maniche, iniziavi ad impastare.

Non parlavi mai quando impastavi.

Eri troppo concentrata nella tua battaglia con la pasta anzi “la massa”, come si dice da noi, che ancora priva di forma e compattezza, cercava di sfuggirti dalle mani, per correre verso i bordi del tavoliere, mentre tu la riacchiappavi e la riportavi al centro.

La piegavi e la ripiegavi e di tanto in tanto ti inumidivi le dita nell’acqua calda e sembravi, per un attimo, quasi accarezzarla, per poi usare invece la forza e la veemenza dei pugni chiusi.

La farina ti sporcava i vestiti neri di lutto ed anche le lenti degli occhiali.

“Ialz sti mmaniche” (tirami su le maniche), era tutto quello che mi dicevi, a volte.

Ti fermavi con le mani sporche sospese in aria, mentre io ti sistemavo le maniche per bene.

E poi riprendevi.

Niente avrebbe potuto fermarti. Niente.

Né la tragedia che si era abbattuta su di noi, né il dolore cieco e bastardo.

Né la povertà in cui sguazzavamo, né la notizia che ci avevano appena sfrattato di casa.

In quel tuo ripetere e riproporre quel rituale antico, quando meno ce lo aspettavamo, proprio nel momento in cui  l’aria sembrava esplodere e farci impazzire, in quel tuo essere completamente e testardamente immersa nel prendere a pugni una  massa bianca e informe, c’era tutta la determinazione del mondo.

C’era il coraggio testardo di chi si rialza sempre. Comunque.

C’era la priorità da dare ai bambini, alla gioia che ci sprizzava negli occhi quando dicevi : “A ma fa dù frittelle?” (Le facciamo le frittelle?).

Quando la massa era finalmente domata, trasformata in una meravigliosa palla liscia e levigata, la riponevi in uno strofinaccio pulito e poi la posavi in un recipiente sul comò di legno, nella tua camera da letto.

Al buio. Bene avvolta in una coperta di lana.

L’odore della massa che cresceva, riempiva la casa.

Inebriava le mie narici e fotteva sempre la tristezza in agguato.

Annusavo forte e mi sentivo fortunata.

Nonostante tutto.

© RitaLopez

Penelope

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Per anni ti ho aspettato.

Ho pregato il tuo ritorno, ogni notte, da sola, in un letto troppo freddo.

“Tu sei Penelope” mi dicevano, “Sei la sposa fedele, la sposa paziente”.

Ma cosa ne sa la gente del travaglio interiore che provoca la fedeltà ad un’idea?

Che ne sa la gente delle mie ribellioni silenziose al dolore, all’abbandono, alla solitudine?

Cosa ne sanno tutti della necessità d’essere, essere a tutti i costi, per non morire?

Non sei stato il solo a viaggiare, Ulisse, durante tutti questi anni.

Ho viaggiato anche io, sai?

Ho viaggiato con la mia anima, pur rimanendo ferma, apparentemente immobile.

Prigioniera della mia libertà.

Ho attraversato con la mente tutti i mondi possibili.

Sono stata tutti i personaggi che tu hai incontrato.

Io ero il Ciclope, io la Maga Circe, io Calipso, io le Sirene.

Io ero tutto e tutti, tranne il simbolo di fedeltà coniugale che mi hanno cucito addosso.

La gente non sa cosa vuol dire aspettare.

La gente parla senza sapere.

E nel momento in cui tu tornerai al tuo punto d’origine, alla tua terra, ricongiungendo così, da uomo che ha vissuto, il principio con la fine, Penelope sarà ormai lontana.

Troverai soltanto un telaio rotto, marito mio, e il sacrosanto, intoccabile, inviolabile diritto di Penelope all’assenza.

© RitaLopez