Mese: agosto 2014

Dentro il basso di zia Marietta

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Abitava in uno di quei bassi che affacciavano direttamente sulla strada.

La cucina in un angolo, il letto nascosto da un separè con i disegni giapponesi, la mensola dove riponeva i taralli fatti in casi, che per metà vendeva e per metà regalava.

I più buoni del pianeta.

Dall’altro lato della parete, disposti in bella mostra, la sua collezione di Madonne e Gesù e Santi Antoni da Padova e Sante Rite da Cascia e al centro, come una star su un palco illuminato, San Nicola di Bari.

Zia Marietta sapeva fare le punture ed io, dopo l’ennesima tonsillite, dovevo recarmi ogni pomeriggio, alle cinque in punto, nel basso di trenta metri quadri lei dove abitava, a due passi da casa mia.

“Permesso?” chiedevo sull’uscio della porta perennemente spalancata.

“Tras tras! (entra entra!)”.

Il “blob blob blob” dell’acqua del bollitore per siringa dove zia Marietta aveva messo a bollire, da chissà quanto, la stessa dannata siringa che aveva massacrato quasi tutti i culi del quartiere Libertà, mi dava ai nervi.

Il rumore che il piccolo coperchio di alluminio produceva sbattendo sul contenitore, per il ribollio continuo dell’acqua, era più snervante di quello prodotto da un martello a percussione.

L’agonia aveva inizio.

Tiravo su il gonnellino a pieghe, giusto il minimo indispensabile, mentre zia Marietta con la siringa in mano si sedeva pesanemente sulla vecchia sedia impagliata.

Tonf! le cosce così enormi che non riusciva a chiuderle. Gli occhiali con i vetri spessi 3 centimetri sul naso.

Mi strofinava il sedere con l’ovatta imbevuta di alcool.

Ed  io facevo un passo avanti.

“Addòvvà?? (dove vai?)”.

Con pazienza avvicinava la sedia verso di me. E si risedeva. Tonf!

Mi ristrofinava di nuovo con l’ovatta. Ed io facevo un altro passo avanti.

“Arrèt?? (di nuovo?).

Per la seconda volta spostava la sedia in avanti. Totonf!

Nel frattempo i passanti passeggiavano avanti e indietro, incuranti della mia personale tragedia, lì dentro il basso di zia Marietta.

Con pazienza, per la terza volta, mi strofinava l’ovatta sulla chiappa.

Ed io, per la terza volta, facevo un passo in avanti e arrivavo proprio sotto la mensola con tutti i Santi e le Madonne e San Nicola sulla caravella illuminata. Non avevo più scampo.

“Figghia mè. Mo u levc u uagg, u vì?? La facim senz u uag!!  (figlia mia!!! ora lo tolgo l’ago, vedi? La facciamo senza ago!!).

E sfilava l’ago, che aveva fatto bollire e ribollire per ore, con le sue mani callose e batteriche e ancora mezze sporche di farina.

Ero braccata. Il muro di fronte, dietro zia Marietta sulla sedia impagliata e in alto tutti i santi del paradiso che mi puntavano gli occhi addosso.

Forse è lì da Marietta che ho imparato a non urlare, a soffrire stoicamente e in silenzio.

Alla fine dell’operazione mi sedevo imbronciata e mangiavo uno dei taralli dalle proprietà stupefacenti di zia Marietta.

Lì sulla mensola, in alto, tutti i santi del paradiso mi fissavano.

Tanto non piango, pensavo. Tanto non piango.

© RitaLopez

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