Mese: marzo 2014

Il cuore rosso cremisi di Cristo e le carte napoletane

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Da quando riesco a ricordarmelo, era ormai quasi completamente cieco.

Aveva iniziato a perdere la vista quando era ancora abbastanza giovane e adesso, da vecchio, non riusciva a distinguere quasi più niente.

Ma questo non gli aveva impedito di insegnarmi a giocare a carte.

Ho imparato a giocare a scopa prima  di saper leggere e scrivere.

Entro la quinta elementare potevo battere chiunque. Chiunque, tranne lui.

Eravamo nella vecchia cucina, seduti al tavolo di legno scorticato dal tempo. Non toccavo neanche il pavimento con i piedi.

Sulla parete il quadro di Cristo, che tra le mani reggeva con cura il proprio cuore, rosso cremisi come il sangue.

Sembrava quasi volesse porgertelo e fartelo tenere per un po’. Piano, piano, piano, perché non cadesse sul pavimento.

Conosco quel quadro a memoria, perché ogni partita a scopa durava un’eternità, ed io avevo tutto il tempo per osservarlo.

Dopo avergli detto quali carte, di volta in volta, erano sul tavolo, dovevo aspettare e aspettare prima che tirasse.

Avvicinava le carte al naso e chiudeva un occhio.

Le scrutava con l’altro.

I suoi occhi! Erano come acqua torbida, non riuscivo a distinguere la pupilla dall’iride.

Chissà se gli avessi dato un occhio mio, chissà se avrebbe riacquistato la vista!

Chissà se i medici potevano farlo! Mi avrebbe visto allora? Avrebbe riconosciuto la mia faccia?

Mentre lui fissava le carte che aveva in mano, io, chiudendo un occhio, fissavo il Cristo sulla parete.

Come era possibile che avesse il petto intatto, se si era appena strappato via il cuore e me lo porgeva?

Sbamm!!!! Il colpo che risuonava nella cucina, quando sbatteva la carta sul vecchio tavolo di legno scorticato, mi faceva sussultare ogni volta.

“E mò? Mò ci stà ‘nderr?” (E ora? Ora cosa c’è a terra?)

“Il due di coppe e la donna di bastoni”.

Cristo continuava a porgermi il cuore, là in alto.

Ed io, ancora adesso, associo profanamente l’immagine di Cristo col cuore in mano alle carte napoletane.

E viceversa.

©RitaLopez

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Il torso del Belvedere

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Non so dire quanto venisse dal suo braccio, dalla sua capacità di usare lo scalpello con precisione, con maestria, con arte, e quanto venisse invece dal dio che era dentro di sè.
Non lo sapeva neanche lui.
Quello che sapeva era che di fronte ad un blocco di marmo le sue mani andavano da sole, mentre il dio dentro di sè, beffardo, sorrideva, lo scuoteva, lo agitava, fino a che non aveva finito.
E anche questa volta accadde.
C’era questo enorme blocco bianco.
Iniziò a colpirlo con lo scalpello. Piano dapprima, ma poi con sempre più sicurezza, con sempre più foga.
Il dio dentro di sè fremeva mentre lui con la fronte febbricitante, tra la smania e l’orgasmo mistico, la sofferenza e la goduria più intensa, come un pazzo completava la sua opera.
Quando smise era distrutto.
Volse le spalle al gigante meraviglioso che aveva liberato dal marmo e s’incamminò barcollando per andare finalmente ad ubriacarsi, ma nel suo folle delirio vide apparire il genio che secoli dopo avrebbe ritrovato la sua statua, il genio che avrebbe avuto dentro di sè quel suo stesso dio.
E allora tornò sui suoi passi.
Con lo scalpello incise queste parole:
“Apollonio, figlio di Nestore, l’Ateniese, fece”.
“E adesso” implorò, “theòs moù, dio mio, lasciami libero, lasciami in pace”.
Più di 1500 anni dopo, in Italia, il più grande scultore di tutti i tempi vide la statua di Apollonio. Lesse l’epigrafe.
Ed ebbe un fremito. Lui era Michelangelo.
Il dio che era dentro di sè sorrise beffardo.

“On the road”

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Sono sicura che ce l’avevamo scritto da qualche parte in faccia da dove venivamo.
Ci deve essere qualcosa che fa sì che i tuoi occhi, la tua pelle, il tuo modo di camminare, assorbano inevitabilmente la sostanza impalpabile che esala dal posto in cui vivi, dalle strade dove giochi, dai vicoli dove respiri.
Noi di sicuro ce l’avevamo scritto da qualche parte in faccia.
Sì, perché quando andavamo in centro per le vie eleganti e illuminate e pulite,  gli altri ragazzi ci fissavano dritti negli occhi e avevano quel modo di scrutarti che voleva dire:
“Guarda che so esattamente da dove vieni. Lo so esattamente, anche se cerchi di camminare in maniera diversa, e di muoverti in maniera diversa e di parlare in maniera diversa”.
Non so se anche gli altri ci facevano caso, ma io ci morivo per ‘sta cosa qua.
Avrei voluto nascondermi, per non farmi riconoscere.
E quando invece siamo diventati più grandi, c’era nell’aria quella moda naif e ipocrita di mostrare  a tutti i costi di essere assolutamente tipi da “on the road”.
Tutti quelli della nostra età volevano darsi le arie da “gente di strada” e da “nullatenenti” e da “quelli che si mantengono gli studi da soli”…..
E  stavolta noi eravamo originali.
Capite?
THE ORIGINAL.
Non avevamo più bisogno di fingere, anzi, eravamo diventati “di moda”.
‘Fanculo và!!
© RitaLopez

Ci sono persone

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Che poi alla fine non è vincere quello che conta.
Quello che conta è l’attitudine a vivere per vincere.
Ci sono persone che non realizzeranno mai i loro sogni
per quanti sforzi facciano,
eppure non smettono un attimo di crederci.
Ci sono persone a cui nulla è stato dato. Nulla dico.
E tutto quello che hanno, lo hanno conquistato a costo di prendere calci in bocca.
Ci sono persone che affrontano ogni giorno giganti e montagne
roba che tanti, al solo pensiero, non riuscirebbero nemmeno ad alzarsi dal letto la mattina.
Ci sono persone nate sotto una cattiva stella ma che brillano di luce propria,
che non hanno alternativa se non quella di vivere con coraggio.
Persone stabili come roccia, forti come acciaio,
leggere come aria, tenere come la terra friabile.
Ci sono persone che saranno comunque sconfitte,
ma la gloria delle loro imprese quotidiane
il loro vivere con l’attitudine alla vittoria, fino all’ultimo respiro,
se pure non lascerà tracce nella Storia,
resterà marchiato col fuoco in chi ha avuto la fortuna di averli accanto.

Luciana

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Lei è in tutto e per tutto un uomo.

Cammina come un uomo, fuma come un uomo, si veste come un uomo, guarda le donne come un uomo.

Ma è una donna.

Luciana abita di fronte casa mia da anni e anni. Abita là da prima che arrivassi io.

Giusto “Ciao- Ciao” quando ci si incontrava e niente di più.

Anche perché Luciana non è che abbia un aspetto così rassicurante.

Due o tre volte l’avevo vista fare a botte con l’americano che abitava là vicino e che in effetti era un rompipalle megagalattico. E tutte e due le volte lo aveva battuto alla grande, con quelle sue mani enormi e piene di graffi.

Ma per me era un uomo, non immaginavo affatto che fosse una donna.

Faceva il manovale e lo fa ancora.

La incontravo ogni mattina, presto, quando io uscivo per andare al lavoro.

Una sera d’inverno, le bimbe erano ancora piccole,  mi si incendia la cappa fumaria.

Luciana viene a bussare alla mia porta.

“Ahò, guarda che te se ‘ncendia il tetto. Guarda che te prende foco casa!!!”

Oh cazzo!!!!

Sono uscita per strada, una bimba in braccio e una per mano e guardavo allibita le fiamme che venivano fuori dal comignolo.

“Lascia ste regazzine e viemme a dà na mano coi secchi”.

Ho mollato le bimbe al salumiere sotto casa e sono salita con Luciana al piano di sopra.

Lei ha aperto la finestra del bagno e con una agilità incredibile si è arrampicata sul tetto.

Le passavo secchi e secchi d’acqua fino a quando il fuoco si è completamente spento.

“Grazie, grazie, grazie. Come posso ringraziarti?”

“Ma che me devi ringrazià??? Ma falla finita”.

Sono andata a riprendere le bimbe dal salumiere.

“Eh!!! Luciana è proprio forte” mi dice lui.

“Luciana? Chi Luciana?”

“Quella che ti ha appena aiutato” conferma il salumiere.

“Quell-A che mi ha appena aiutato?? E’ una donna?”.

“Eccerto” mi fa lui.

Da non credere.

Ma poi ho avuto la conferma definitiva quando il figlio di Luciana l’ha chiamata un giorno dalla finestra: “MAMMMMMAAAAA!!!” ha urlato.

Non c’erano dubbi. Da non credere.

Per Luciana io ho un gran rispetto.

Adesso, la mattina presto, se ho bisogno di spostare lo scooter di mia figlia che non mi permette di uscire con l’auto…..io chiamo Luciana che beve il caffè  nel bar sotto casa, prima di andare al lavoro.

Lei con la sigaretta tra le labbra, i capelli tagliati a spazzola e le sue braccia muscolose, mi dà sempre una mano.

Non mi dà neanche più fastidio che continui a guardarmi come un uomo. Non ci faccio più caso.

© Rita Lopez

Elettra

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Come facevo a non parlare di te, compagna mia di vita, anima mia?

Il padre di Elettra, Agamennone, era partito in guerra e sua moglie lo tradiva con un altro uomo.

So, Elettra, cosa vuol dire giocare col proprio padre, so come è quando lui ti prende in braccio e ti fa roteare con le sue braccia forti, mentre a te gira la testa e lo implori di smettere, ma in realtà vuoi che continui ancora, che continui per sempre.
So cosa provi quando lui ti guarda con orgoglio.
So bene la sensazione di protezione e sicurezza, quando cammini accanto a lui, mano nella mano.

Quando Agamennone tornò a casa, la moglie e il suo amante lo uccisero.

So, Elettra, cosa è lo strazio lancinante.
So cosa è il dolore che ti rende cieco, che ti marchia a vita.
So la soglia maledetta, oltre la quale mai più, mai più sarai come prima.

Elettra covò a lungo la sua vendetta fino a quando, un giorno,  con l’aiuto di suo fratello Oreste, uccise la madre e il suo amante.

So, Elettra, dei lunghi pomeriggi chiusi in una stanza a meditare la morte.
So della voragine della pazzia.
So cosa vuol dire svegliarsi nel cuore della notte, con la fronte madida di sudore e un urlo soffocato nel petto.

Abbiamo camminato insieme, Elettra, per anni.
Entrambe così giovani, entrambe così fragili, lasciate sole a  combattere col Mostro.
Alla fine, lui ha vinto te. Io ho vinto lui.
A volte mi guarda ancora, da lontano. Sembra volermi sfidare.
Gli alzo il dito medio.

© RitaLopez

(nella foto Elettra alla tomba di Agamennone, 1868, F. Leighton)

Sulla statale

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Non credo alla pace interiore che porta il perdono.
O almeno non funziona per me.
A volte non si può, non si deve perdonare.

“Guidava sulla statale, il piede affondato sull’acceleratore.
Un bolide sull’asfalto.
Il vento freddo che le scompigliava i capelli e le idee.”

Non credo che perdonare ti renda sempre una persona migliore.
O almeno non funziona per me.
A volte l’unica cosa giusta da fare è combattere fino alla fine.
Comunque vada.

“Diede uno sguardo fugace allo specchietto retrovisore.
Non si riconobbe.
Accostò l’auto ad un incrocio. Si fermò.
Lo sguardo perso avanti nel vuoto.
E poi all’improvviso inserì la retromarcia e poi prima, seconda, terza, quarta, quinta….
Ormai era il demone che aveva in sé a guidare, lei e l’auto.”

Non credo alla filosofia del “porgi l’altra guancia”
ai buonismi e ai pietismi che puzzano di stantio.
Perdonare a volte è come zittire quella parte di te che invece chiede giustizia,
che invece ha sete di vendetta.
E’ come fingere che tutto sia come prima, che tutto vada bene.
Quando non è vero.

“Rifece tutta la strada all’indietro e frenò esattamente nello spazio e nel tempo da dove era partita.
Da quel preciso punto e da quel preciso momento da cui anni prima era partita.
Prima di scendere dall’auto si riguardò nello specchietto retrovisore e riconobbe il selvaggio primitivo che la fissava negli occhi. “

Antigone

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Il vecchio re di Tebe, per motivi politici, non concesse la sepoltura a Polinice.

Chi avesse violato il suo ordine, sarebbe stato lapidato: questo ordinava la legge.

E già gli avvoltoi volavano bassi sul corpo rigido e senza vita del ragazzo.

Ma Antigone, sorella di Polinice, spiava da lontano quel corpo adagiato sulla terra polverosa, e nel suo cuore meditava.

Gli avvoltoi roteavano sempre più bassi. Antigone nel suo cuore meditava.

E alla fine prese la decisione.

Nessuna legge scritta, nessuna regola giuridica, avrebbero potuto mettere a tacere il suo amore di sorella, la pietà per suo fratello, la propria moralità, la propria libertà di coscienza.

La nobile e fiera Antigone violò l’ordine del re.

Diede sepoltura al corpo di Polinice e scatenò il conflitto.

Il conflitto tra uomini che comandano e donne che non obbediscono,

il conflitto tra vecchi potenti e giovani ribelli,

il conflitto tra la rigida e impersonale burocrazia e la realtà reale degli individui in carne e ossa,

il conflitto tra esseri umani e divinità,

il conflitto tra i diritti dei vivi e quelli dei morti.

La nobile e fiera Antigone diede retta al suo cuore, anche se aveva paura.

Il vecchio re di Tebe non ebbe neanche la soddisfazione di punirla,

perché Antigone si impiccò al ramo di una grande quercia.

Il sovrano, ai piedi dell’albero,  la guardava. Gli sembrava che la bocca di lei accennasse un leggero,  sarcastico  sorriso.

Questo, questo era davvero intollerabile.

©RitaLopez

Un pacchetto di sigarette in due

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Rubavi le sigarette a tuo fratello maggiore e poi andavamo a fumarcele insieme, al porto nuovo, in mezzo al nulla.

Da lontano vedevamo gli scaricatori trasportare i pacchi pesanti, li sentivamo bestemmiare.

La sirena di una nave rompeva il silenzio all’improvviso. Era come il ruggito straziante di  un vecchio leone ferito.

E noi, in mezzo al nulla, a fumarci tutto il pacchetto in due.

Una sigaretta dietro l’altra, per poi stenderci sul molo, storditi e ubriachi, leggeri come le nuvole veloci lassù in alto.

Tu con le gambe penzoloni sull’orlo della banchina ed io con la testa sulle tue gambe, a guardare il cielo senza fine.

Se ci ripenso, a noi, alle nostre vite, è proprio così che eravamo: sul costante orlo di un precipizio, pronti in ogni momento a cadere nel baratro o a spiccare il volo, nel bel mezzo di una voragine senza fine.

Le nostre vite acchiappate e divorate a morsi.

Sognavamo. Eravamo tutti e due troppo pieni di quella terra, e di quel mare intorno, e di quelle navi che ruggivano come leoni straziati, e sognavamo di scappare.

E alla fine ci siamo scrollati davvero quella terra e quel mare di dosso, proiettati ognuno in un mondo diverso, io a studiare nella capitale, tu a lavorare in una fabbrica del nord.

Anche tu, di tanto in tanto, risenti il ruggito straziante di quella nave?

Dimmi, lo senti anche tu?

© RitaLopez

L’amazzone ferita

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Perché tu non lo sai, ma in quel preciso momento in cui
dopo essere passata a piedi nudi sul fuoco e
aver portato sulle spalle e nel cuore dolori che ti lasciano senza fiato
in quel preciso momento in cui, ogni volta, senza parlare,
rialzavi la testa
io ci vedevo del glorioso.
Tu non lo sai, ma in quell’essere sempre di così poche chiacchiere e di così tanta sostanza,
in quel non fare mai pesare i tuoi tormenti,
nel tuo essere “eroe” senza la minima mania di protagonismo
io ci vedevo dell’epico.
Non lo sai, ma la tua virtù è sempre stata il tuo coraggio, il coraggio dei più umili, il coraggio degli ultimi, di quelli che combattono fino allo sfinimento e mai, mai avranno la gloria del trionfo.
Allora, ogni volta, ai miei occhi assumi l’aspetto di una dea ed io,
io non posso che inchinarmi davanti al sacrario della tua bellezza.

© RitaLopez
(nella foto Amazzone ferita di Policleto, V sec. a.C., Roma, Musei Capitolini)

Le nostre discrete gite al mare

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Io e lui. Da soli. Al mare.

Anzi: io, lui e due grandi teli per stenderci al sole.

SOLO due grandi teli per stenderci al sole.

Quella domenica NON sarei andata al mare con TUTTA la mia numerosa e rumorosa famiglia.

Se ci ripenso mi sento male.

Andare al mare con LA famiglia era un’impresa titanica, anzi qualsiasi impresa titanica al confronto sarebbe stata come una gita di giovani pivelli iscritti da poco nei Boy Scouts. Bisognava svegliarsi all’alba e si iniziava a caricare la macchina.

Su e giù per le scale.

Su e giù con sedie a sdraio, materassini, cuscini, ombrelloni, racchettoni da tennis, tamburelli, palla, braccioli.

E poi il tavolino pieghevole con le sedie pieghevoli, il kit di piatti, posate, bicchieri, il thermos con il caffè, la frutta già tagliata a pezzi, le carte da gioco, la settimana enigmistica.

E per finire c’era lei: la micidiale, fatidica, onnipresente, onnisciente pasta al forno di nonna, nella teglia di alluminio, quella grande, che avrebbe potuto sfamare un reggimento di soldati assatanati.

La 127 azzurra era talmente carica che sembrava sul punto di rigurgitare con un infinito rutto a ruota libera.

Sembravamo fuggiaschi da un paese che aveva appena subito un colpo di stato.

E invece quella mattina lui venne a prendermi col motorino ed io mi catapultai giù per le scale con SOLO il mio telo da mare tra le mani.

Liberi. Liberi come due farfalle appena uscite dal bozzolo.

“E accsì va?? Ma nudd ti piggh??!!!” (Trad. “E così te ne vai?? Ma non ti porti niente appresso??) mi chiese mamma con le mani giunte, quasi implorando.

NO, risposi secca: NO.

Certo che poi il sole ha iniziato a picchiare forte e la fame a farsi sentire.

E al diavolo lui e il suo motorino, lui e le sue spalle grandi e abbronzate, lui e le sue parole dolci.

Io sognavo la pasta al forno di nonna, con le polpette e la mozzarella.

Pure la mortadella in mezzo ci metteva.

© RitaLopez

Barche nel porto e birra sul muretto a secco

 

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A volte penso alle barche che si cullano stanche nel porto vecchio
alle mani nere dei pescatori che riparano le reti
ai cesti colmi di ricci di mare
le birre poggiate sul muretto a secco
le carte da gioco sbattute sul tavolo e le risate sguaiate e
mi dico: è da lì che vengo.
E le grandi abbuffate della domenica,
la Madonna Addolorata con il suo mantello psichedelico
le bestemmie sussurrate per non ferire
le calze di nonna tenute su con l’elastico giallo
il sole a picco su una città devastata ed io,
io è da lì che vengo.
E poi ancora i mea culpa, mea culpa, mea grandissima culpa
la disperazione che ti lascia senza fiato
i “ce l’hai 5.000 lire?” e i “no, non ne ho” di ogni santissima volta
la minestra scaldata del giorno dopo e del giorno dopo appresso
quelli della mia famiglia che quando ridono è di nuovo la speranza,
è di nuovo estate.
E io è da lì che vengo.