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Un bagno senza pretese

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A molti di voi l’idea di avere un bagno con tutti i sanitari, compreso la doccia, potrebbe apparire come la cosa più naturale del mondo.

Un bagno senza pretese, signori miei! Con l’armadietto per riporre il phon e il pettine. Uno stipetto per qualche asciugamano. Un grande specchio che si appanna con il vapore, quando aprite il rubinetto dell’acqua calda. Un bagno in cui cantare quando vi fate la doccia. Un bagno normale insomma. Cosa c’è di tanto eclatante?

Beh, per nonna avere un bagno così, normale, modesto, dignitoso, conciso insomma, fu una conquista.

Il bagno di nonna io me lo ricordo bene.

Era un metro per un metro. Non così, per dire. Era, letteralmente, un metro per un metro.

Costruito abusivamente, negli anni sessanta, su un balconcino che a sua volta era stato costruito abusivamente. Prima di quello c’era un tubo, fuori dalla finestra, in cui si svuotavano gli orinali. Come in tutte le case vecchie del nostro quartiere.

E me la ricordo bene quella triste e minuscola tazza del cesso messa in un angoletto e quel triste e minuscolo lavandino, incastrato nell’angoletto opposto.

Su una parete era stata aperta una finestrella quadrata di 20 centimetri per lato. Sulla parete di fronte vi era un pensile, dove riporre il pettine, lo spazzolino da denti, il dentifricio.

Nel bagno di nonna ci si lavava a pezzi. Imprecando. Bestemmiando. Lanciando maledizioni.

“Prima ca morc m’ia fa nu bagn nuev. Quannièvveriddio!”.

Prima di morire avrò un bagno nuovo. Quanto è vero Iddio.

Ma i soldi non c’erano mai. E, oltre ai soldi, a essere sinceri, non c’era neanche lo spazio sufficiente per costruirne uno nuovo.

Ma nonna era testarda. E quando diceva una cosa la faceva, diamine!

Da una pensione miserabile riuscì a mettere da parte un risparmio sopra l’altro. Mese dopo mese. Anno dopo anno.

Il suo gruzzolo diminuiva precipitosamente in prossimità di un compleanno, o una festa comandata, o un matrimonio. Riprendeva a ricrescere a fatica, arrancando, mese dopo mese. Anno dopo anno.

A 80 anni passati nonna escogitò il suo progetto per allargare il bagno: bisognava rompere un muro di qua, chiuderne un altro di là, restringere la cucina, far passare il tubo della fogna sotto il balcone… Un lavoro immane.

A 80 anni passati nonna ebbe il suo bagno normale. Modesto. Dignitoso. Conciso.

Con tutti i sanitari. Compreso la doccia. Compreso la finestra con le tendine ricamate. Compreso un attaccapanni per l’accappatoio. Compreso un ripiano laccato di bianco per riporre le saponette profumate, e l’acqua di rose, e il bagnoschiuma alla lavanda.

Quando si faceva la doccia, la sentivamo cantare a squarciagola.

“Alleluja mio Signoooore!!! Alleluja o Dio del Cieeeeelo!”.

Ci metteva ore per lavarsi.

“Nonna apri!! Devo andare in bagno, ti prego!”.

Faceva finta di non sentire.

© RitaLopez

 

Il tubo magico

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Mi sorrise con i suoi occhi da messicana e tirò fuori dalla borsa di stoffa verde scuro, quella che usava sempre per fare la spesa, qualcosa che aveva comprato per me.

Era un tubo di cartone, con una specie di tappo, tutto colorato. Aveva un foro su ciascuna estremità.

La osservai con aria interrogativa: “Cos’è?”, le chiesi.

“Non lo so come si chiama. Ma si vedono cose belle”, rispose.

Puntò quella specie di cannocchiale verso la finestra e guardò attraverso uno dei fori, ruotando  piano il tappo con la mano.

“Tieni, guarda anche tu” mi disse poi, porgendomi lo strano oggetto.

Lo avvicinai all’occhio. Chiusi l’altro.

Era un tubo magico! Dentro c’erano delle cose. Delle cose incredibili!

Conteneva ricami dai mille colori, soli incandescenti, stelle del firmamento, mosaici di pianeti.

Ruotavo il tappo e comparivano piccoli cristalli di ghiaccio variopinti, puzzles di migliaia di tesserine luminescenti, e ancora i vetri policromi di certe chiese gotiche, e i ghirigori precisi dei tappeti persiani, e la perfezione di piccolissimi e preziosi arabeschi.

“Che bello!” esclamai, allontanando il tubo magico dalla faccia. Gli occhi spalancati.

E ho ripensato a te, questa mattina, e a quel caleidoscopio che mi regalasti da bambina.

Ho ripensato a te, perché stamattina c’era questo cielo pazzesco, dagli incredibili colori, che mi hanno ricordato le figurine colorate del tubo magico.

Tu riuscivi a vedere il bello, sempre. Anche dove il bello non c’era.

Perché il bello era in te, pensavo di fronte a questo cielo psichedelico.

Perché ti aspettavi di vedere il bello anche dove sembrava impossibile che ci fosse e riuscivi a sorprendermi, ogni volta, quando mi accorgevo che il bello, alla fine, c’era davvero.

Stamattina mi hai sorriso di nuovo, con i tuoi occhi da messicana.

© RitaLopez

Lo vuoi un caffè?

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Avevo passato tutta la mattina a lucidare il lampadario impolverato della tua cucina.

Ero scalza sul tavolo ricoperto di fogli di giornale e di tanto in tanto mi passavi lo straccio pulito, dopo averlo sciacquato per bene sotto il rubinetto.

“Statt attìnt, non si cadènn!”

“Non cado, non cado” ti rispondevo.

E una volta finito, pigiavi l’interruttore, per vedere il risultato.

La tua bocca che si distendeva in un sorriso, contagiava anche me.

Sorridevo anch’io.

“Quanta luce! Brav’ a chedda uagnèdd!”

Brava ragazza che sei! dicevi con la testa alzata.

“U uè nu cafè?”

Lo vuoi un caffè?

Scendevo dal tavolo e mi mettevo seduta, mentre riempivi con cura la macchinetta.

La lentezza dei gesti, la pacatezza della precisione.

Ciò che ti rendeva straordinaria, ai miei occhi, era vedere come ogni piccola azione quotidiana, anche la più banale, anche la più semplice, diventasse speciale, unica, solenne, quando a compierla eri tu.

Era così sempre.

Quando cucinavi, quando impastavi la farina sul tavoliere, quando tiravi fuori dalla tasca del grembiule  100 lire perché potessi comprarmi il ghiacciolo alla menta.

Ogni mossa era talmente ricolma di amore, e di gioia di fare, e di fare bene, che assumeva ai miei occhi la magnificenza di una impresa epica.

Stendevi un tovagliolo pulito sulla tavola e vi posavi sopra la tazzina di ceramica con il suo piattino. Quella del servizio buono.

Sorridevi.

La zuccheriera di acciaio lucido e il cucchiaino accanto.

Portavi la caffettiera fumante come un piccolo scrigno prezioso.

La mia ricompensa per il lavoro svolto.

Il premio più ambito per l’opera compiuta.

Ci lasciavamo entrambe con il cuore gonfio di soddisfazione.

Io con la consapevolezza di una nuova ricchezza. Una ricchezza sconfinata. Una ricchezza senza paragoni.

Tu ancora con gli occhi puntati sul lampadario e il sorriso sulle labbra.

© RitaLopez