Born to run

corsia

Policlinico di Bari. Reparto di Ortopedia pediatrica. Anni ’70.

Era pomeriggio, uno di quei pomeriggi di primavera quando l’aria è frizzante e le rondini vorticano tra i vicoli e ti domandi come mai  non vadano a spiaccicarsi sulle case.

Ma lì dentro l’ospedale tutto questo non si vedeva.

Ero in uno stanzone dal soffitto altissimo, io ed altri sei.

E una serie di altri stanzoni, stipati di ragazzini, si affacciavano su una lunga corsia.

O almeno io così me la ricordo. Lunga, lunghissima.

Giocavamo a correre. Noi di ortopedia.

Partivamo dal grosso finestrone affacciato sul cortile, ad una estremità della corsia, giù giù fino alla statua della Vergine Maria con le braccia spalancate e il mantello azzurro che le ricadeva dietro le spalle.

Io con le stampelle, Nicola sulla sedia a rotelle, Giampiero che aveva il gesso che partiva  dal ginocchio e arrivava a coprire quasi tutto il piede, lasciando libere solo la punta zozzissima delle dita, e una ragazzina, di cui non ricordo il nome, con una protesi all’anca.

Michele no. Lui non lo facevamo correre. Aveva solo il braccio rotto e avrebbe vinto di sicuro.

Però poteva dare il via.

Era seduto sul basso ripiano sotto  l’alto  finestrone e fumava di nascosto, con la finestra semiaperta, perché non si sentisse la puzza.

“Via!!!” urlò Michele, dopo che ebbe espirato il fumo dalle narici attraverso le ante socchiuse della persiana  verde, dalla vernice scrostata.

E noi lì ad annaspare, ad anelare, a zoppicare, verso la statua della Vergine Maria con le braccia spalancate, posta all’altra estremità della corsia.

Dalle soglie degli stanzoni gli altri ragazzini facevano il tifo.

Tutti, tranne Marisa. Lei non poteva. Aveva certi chiodi lunghi nella colonna vertebrale ed era costretta a stare sempre sdraiata sul letto.

Vinse Nicola, quello con la sedia a rotelle.

Però fece cadere i vasi con i fiori freschi che le nostre mamme  portavano ogni mattina, disponendoli sotto la statua della Madonna.

Anna, l’infermiera, arrivò trafelata.

Chiudeva sempre un occhio sui nostri giochi movimentati. Ci consolava quando piangevamo e ci portava il ciambellone al cioccolato da casa.

Ma quella volta si arrabbiò.

“E ci jè do!? Mò avast mò! Sciatavinn tutt quant!”

(E che succede qua!? Ora basta! Sparite tutti quanti!)

Ognuno tornò mollemente al suo letto.

Michele buttò subito la sigaretta dal finestrone.

Marisa dal suo  letto mi chiese,  mentre passavo davanti alla sua stanza: “Chi ha vinto?”

“Nicola!” le risposi.

Si era fatto buio.

La palla bianca con la lampadina a neon del mio stanzone si rifletteva sul vetro della finestra.

Facevo finta che fosse la luna piena.

L’indomani sarebbe venuta mamma a trovarmi.

© RitaLopez

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...