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Per le strade del Libertà

Ci cammino, per queste strade del Libertà, il quartiere dove sono nata e cresciuta, come un segugio. Ci cammino ogni volta che posso. Ogni volta che torno. Ci cammino come una disperata che cerca di evocare le voci, gli odori, i volti, per farne una scorta di emozioni da portarmi via. E puntualmente, come d’incanto, quelle voci, e quegli odori, e quei volti ritornano, richiamati da una sorta di rito sacrificale, di una danza propiziatoria della pioggia. E ogni volta me lo domando: cos’è che mi tiene attaccata a questo posto? Cos’è che faceva, che fa ancora del Libertà una meravigliosa macchia indelebile stampata nel mio cuore, come il marchio a fuoco impresso sulle cosce del bestiame di una fattoria? E l’unica risposta che ho, è questa: è la sua gente. La mia gente. C’era la mia famiglia, certo. Le storie di mio nonno raccontate davanti alla stufa elettrica, nelle sere d’inverno. Il calore degli abbracci di carne e amore di nonna, certo. Ma oltre alla famiglia c’era la maestra. Il senso del rispetto che ci veniva insegnato. La solidarietà con le compagne di classe. Certo. La maestra, la scuola. Ma oltre alla scuola c’era l’oratorio del Redentore, con il suo teatro, che era il nostro punto di riferimento, la nostra ancora di salvezza. Là cantavamo, suonavamo la chitarra, ci passavamo le cassette, i libri. Là litigavamo. Facevamo pace. Ci innamoravamo. Il Redentore, certo. Ma oltre al Redentore c’era il cinema Jolly. E oltre al cinema Jolly, c’era Lorenzino detto Varichina. E poi ancora la signora del panificio dove correvi a prendere la focaccia e ti dileguavi, dicendo che più tardi passava papà a pagare. E Pasquale, che vendeva le sigarette di contrabbando tra l’angolo di via Crisanzio e via Trevisani e che una volta mi difese da un “vastaso” della mia età che voleva per forza baciarmi.

Ecco cos’era. Ecco cos’è, che rende forte un quartiere. Che lo rende inattaccabile. La sua identità. Il senso di appartenenza della sua gente. La solidarietà delle persone che ci abitano. Tutte. Quelle che c’erano e quelle che sono arrivate. Quelle più fortunate e quelle che devono lottare con le unghie e con i denti. L’umanità scorre a fiumi per le strade del Libertà. Non ci credete? Praticatela. Cercatela. Annusatela. Riconoscetela.

Niente è più bello che venire qui e “sentirsi a casa”. Potreste partire e non tornare più. Potreste cambiare città per lavoro o per qualsiasi altro motivo. Ma sentire di “essere tornati a casa” ogni volta che si cammina per queste strade, come un segugio, tra la Manifattura dei Tabacchi e il Redentore, tra i binari della ferrovia e l’ex Ospedaletto dei Bambini, tra il fatiscente cinema Giardino con i suoi altissimi eucalipti e il Tribunale, è amore allo stato puro. Credetemi.

Amatelo il Libertà. E il Libertà amerà voi.

©RitaLopez

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Ciccillo u’ furnar

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Mi piaceva andare a prendere il pane al forno di Ciccillo.

Il contrasto tra il freddo pungente che mi pizzicava le guance e il tepore da braccia materne che mi accoglieva quando entravo, era quanto di più appagante avessi potuto immaginare.

Ciccillo lavorava in canottiera, anche in inverno.

Canottiera bianca, pantaloni ascellari tenuti su dalle bretelle e coppola nera in testa.

Si muoveva con la sua grossa pancia all’interno del forno, strisciando i piedi sul pavimento antico di pietra bianca di Puglia, e preparava il pane, le focacce, le pizze, i dolci.

Attizzava il fuoco come un vecchio stregone della foresta, come un domatore buono di serpenti, e mentre aspettavo la mia pagnotta di semola gialla da un chilo, mi porgeva una pastarella di farina di mandorle.

Ciccillo non era un fornaio qualunque.

Ciccillo faceva un pane che “parlava”.

Uscivo per strada stringendomi al petto la pagnotta calda appena sfornata.

L’odore di pane fresco sotto il naso…

Non potevo resistere: ne staccavo un pezzo e lo mangiavo.

Io non so come spiegarlo, ma il suo pane era allegro, sapeva di “buono”, di festa, di abbracci, di baci. Sapeva di vita semplice, di calore e di miracoli.

E poi successe l’irreparabile, la tragedia senza ritorno.

Il mostro colpì anche Ciccillo. E la sua casa. E il suo forno. E persino il suo pane.

Morì uno dei suoi figli. Ucciso sulla provinciale mentre tornava a casa in motocicletta, investito da un camion.

Io non so come spiegarlo, ma  il suo pane, in quel periodo, cambiò sapore.

Adesso che rifacevo la strada per tornare a casa e masticavo il solito pezzo di pagnotta, io potevo sentire nella bocca lo strazio di Ciccillo, il vuoto del cuore, il baratro senza fondo.

Il suo dolore risaliva su fino ai miei occhi, mentre addentavo la crosta scura.

Ed io davvero non so come spiegarlo, ma certo non poteva essere frutto della mia immaginazione.

Il suo pane “parlava” davvero, perché a me sembrava che facesse lo stesso effetto anche agli altri della mia famiglia.

Avremmo riconosciuto il pane di Ciccillo tra mille, ad occhi chiusi, semplicemente masticandolo.

©RitaLopez