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La dea Giustizia del Libertà

È una mattina piovigginosa di inverno e cammino al fianco di mio padre per le vie del nostro quartiere. Ho solo dodici anni, la mia testa non raggiunge ancora la sua spalla. Sa che mi vergogno a dargli la mano. Non sono più una bambina ormai. Di tanto in tanto però sento le sue dita poggiarsi discrete sul mio omero. Camminiamo in silenzio sul marciapiede bagnato dalla pioggia fine fine. Superiamo la Manifattura dei Tabacchi, uno dei baluardi che formano il perimetro di quello che è il mondo a me familiare, e poi le palazzine basse delle case popolari. Procediamo in via Ettore Fieramosca. La percorriamo a lungo, fino in fondo, fino a raggiungere zone che non bazzico quasi mai, lontano dalle strade note che costituiscono la meravigliosa concretezza della mia quotidianità. A un certo punto svoltiamo a sinistra ed eccolo proprio davanti a me. È la prima volta che lo vedo. Si trova all’interno di una cancellata, con un’enorme piazzale di fronte. È un palazzo grande, lunghissimo, con una fila ininterrotta di vetrate severe. Una costruzione che a me sembra modernissima, nulla a che vedere con le basse e vecchie palazzine delle strade in cui gioco, lì a ridosso della ferrovia appulo-lucana. Al di sopra dell’ingresso, che si trova in cima a una doppia scalinata, campeggia una scritta inequivocabile. Esplicita. Eloquentissima. PALAZZO DI GIUSTIZIA.

Avverto una specie di groppo in gola.

Io e mio padre siamo lì perché oggi c’è questa cosa che si chiama “udienza”. Papà mi ha spiegato che in una udienza il giudice incontra i difensori delle parti, cioè gli avvocati e, se lo ritiene opportuno, anche le parti, cioè io. A ottobre ero stata investita da un’auto mentre attraversavo le strisce pedonali all’inizio di viale Ennio, proprio prima di imboccare le scale che portano al sottopassaggio di via Quintino Sella. La compagnia assicurativa dell’automobilista che mi aveva investito aveva fatto storie per pagare e papà stavolta si era proprio incazzato. Io quel giorno dell’incidente me lo ricordo bene anche adesso. All’uscita da scuola dovevo incontrare Nicola. Ci eravamo dati appuntamento in Corso Italia, angolo via Manzoni. Mi piaceva un sacco Nicola. Suo padre faceva il contrabbandiere di sigarette, ma a me non importava niente. Mi piacevano i suoi occhi chiari come il ghiaccio, la sua aria un po’ teppista e un po’ spavalda, e l’idea di avere un appuntamento con lui mi scombussolava lo stomaco. Ho attraversato la strada senza guardare, sbucando all’improvviso da dietro un furgoncino parcheggiato in doppia fila. Non ho sentito dolore. Solo un gran botto. BUM! Sono caduta nel bel mezzo della strada, sulle strisce zebrate, senza riuscire più ad alzarmi. Sopra di me un capannello di persone, le teste dei miei compagni di classe, e il cielo azzurro di ottobre. Fui portata in ambulanza al Policlinico mentre il povero Nicola aspettava inutilmente all’angolo di via Manzoni. Mi operarono dopo qualche giorno. Il mio malleolo si era completamente rotto in due parti e il mitico professor Solarino, chirurgo del reparto di Ortopedia infantile, “me lo riattaccò con un bel chiodo”. Così mi disse. Nessuno seppe mai che io quel giorno correvo come un cerbiatto disperato per andare a incontrare Nicola dagli occhi di ghiaccio.

Io e mio padre oltrepassiamo quindi i cancelli del Palazzo di Giustizia. Mi accorgo di una statua che giganteggia su un piedistallo di marmo in mezzo a fiotti di acqua che spruzzano allegri da una fontana. Si tratta di una donna. Una donna fiera e meravigliosa. I capelli svolazzanti come la criniere di una giumenta.

«È la Giustizia» mi dice papà.

E io non so perché, ma sento lo stomaco vibrare come quel giorno che dovevo incontrare Nicola all’uscita da scuola.

Mi fermo ad ammirare quella donna orgogliosa e impettita. L’indice della sua mano destra indica una bilancia, con i bracci perfettamente simmetrici. Già, perché la dea Giustizia è ponderata. Equilibrata. Equa.

La sua mano sinistra impugna una spada. Già, perché la dea Giustizia deve avere la forza e il potere per far rispettare i propri giudizi.

I suoi occhi sono chiusi. Già, perché la dea Giustizia è imparziale.

Sono completamente assorbita dalla sua vista. La guardo con ammirazione. Con reverenza, quasi. Mio padre mi prende per il braccio:

«Entriamo ora?», mi dice.

«Cosa devo fare?» gli chiedo con una punta di preoccupazione.

«Niente di particolare», mi rassicura papà. «Devi solo essere onesta e dire la verità».

Il mio avvocato difensore ci riceve nel suo studio. È un tipo alto e allampanato, ma mi sta simpatico.

«A te dispiace avere questa brutta cicatrice sulla caviglia, vero? » mi chiede, aspettandosi una mia conferma.

Lo guardo leggermente perplessa.

«No, a dire il vero a me piace».

«Ti piace?» sgrana gli occhi. «E non pensi a quando diventerai grande e porterai i sandali con i tacchi alti? Non t’importa che questa cicatrice si vedrà così tanto?».

«No» gli rispondo. «A me piace la mia cicatrice». Ed è questa la verità.

Il mio simpatico e allampanato avvocato scuote la testa. Si rivolge al suo collega che ha la scrivania vicino alla sua.

«Miche’» gli domanda con aria ironica «ma ti rendi conto chi devo difendere io oggi?».

L’avvocato Michele ride.

Quando l’udienza è terminata esco con mio padre nel piazzale del Tribunale. La donna con gli occhi chiusi e la spada ben stretta nella mano mi appare più orgogliosa e superba che mai. Torno a casa ripercorrendo le strade del Libertà con mio padre al mio fianco. Con la fierezza nel cuore.

Quelli dell’assicurazione dovettero pagare.

La mia cicatrice dopo tutti questi anni è ancora qui, sulla mia caviglia.

Anche se è molto più sbiadita di allora, a me piace sempre tanto. Ed è questa la verità.

© RitaLopez

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Per le strade del Libertà

Ci cammino, per queste strade del Libertà, il quartiere dove sono nata e cresciuta, come un segugio. Ci cammino ogni volta che posso. Ogni volta che torno. Ci cammino come una disperata che cerca di evocare le voci, gli odori, i volti, per farne una scorta di emozioni da portarmi via. E puntualmente, come d’incanto, quelle voci, e quegli odori, e quei volti ritornano, richiamati da una sorta di rito sacrificale, di una danza propiziatoria della pioggia. E ogni volta me lo domando: cos’è che mi tiene attaccata a questo posto? Cos’è che faceva, che fa ancora del Libertà una meravigliosa macchia indelebile stampata nel mio cuore, come il marchio a fuoco impresso sulle cosce del bestiame di una fattoria? E l’unica risposta che ho, è questa: è la sua gente. La mia gente. C’era la mia famiglia, certo. Le storie di mio nonno raccontate davanti alla stufa elettrica, nelle sere d’inverno. Il calore degli abbracci di carne e amore di nonna, certo. Ma oltre alla famiglia c’era la maestra. Il senso del rispetto che ci veniva insegnato. La solidarietà con le compagne di classe. Certo. La maestra, la scuola. Ma oltre alla scuola c’era l’oratorio del Redentore, con il suo teatro, che era il nostro punto di riferimento, la nostra ancora di salvezza. Là cantavamo, suonavamo la chitarra, ci passavamo le cassette, i libri. Là litigavamo. Facevamo pace. Ci innamoravamo. Il Redentore, certo. Ma oltre al Redentore c’era il cinema Jolly. E oltre al cinema Jolly, c’era Lorenzino detto Varichina. E poi ancora la signora del panificio dove correvi a prendere la focaccia e ti dileguavi, dicendo che più tardi passava papà a pagare. E Pasquale, che vendeva le sigarette di contrabbando tra l’angolo di via Crisanzio e via Trevisani e che una volta mi difese da un “vastaso” della mia età che voleva per forza baciarmi.

Ecco cos’era. Ecco cos’è, che rende forte un quartiere. Che lo rende inattaccabile. La sua identità. Il senso di appartenenza della sua gente. La solidarietà delle persone che ci abitano. Tutte. Quelle che c’erano e quelle che sono arrivate. Quelle più fortunate e quelle che devono lottare con le unghie e con i denti. L’umanità scorre a fiumi per le strade del Libertà. Non ci credete? Praticatela. Cercatela. Annusatela. Riconoscetela.

Niente è più bello che venire qui e “sentirsi a casa”. Potreste partire e non tornare più. Potreste cambiare città per lavoro o per qualsiasi altro motivo. Ma sentire di “essere tornati a casa” ogni volta che si cammina per queste strade, come un segugio, tra la Manifattura dei Tabacchi e il Redentore, tra i binari della ferrovia e l’ex Ospedaletto dei Bambini, tra il fatiscente cinema Giardino con i suoi altissimi eucalipti e il Tribunale, è amore allo stato puro. Credetemi.

Amatelo il Libertà. E il Libertà amerà voi.

©RitaLopez

Ciccillo u’ furnar

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Mi piaceva andare a prendere il pane al forno di Ciccillo.

Il contrasto tra il freddo pungente che mi pizzicava le guance e il tepore da braccia materne che mi accoglieva quando entravo, era quanto di più appagante avessi potuto immaginare.

Ciccillo lavorava in canottiera, anche in inverno.

Canottiera bianca, pantaloni ascellari tenuti su dalle bretelle e coppola nera in testa.

Si muoveva con la sua grossa pancia all’interno del forno, strisciando i piedi sul pavimento antico di pietra bianca di Puglia, e preparava il pane, le focacce, le pizze, i dolci.

Attizzava il fuoco come un vecchio stregone della foresta, come un domatore buono di serpenti, e mentre aspettavo la mia pagnotta di semola gialla da un chilo, mi porgeva una pastarella di farina di mandorle.

Ciccillo non era un fornaio qualunque.

Ciccillo faceva un pane che “parlava”.

Uscivo per strada stringendomi al petto la pagnotta calda appena sfornata.

L’odore di pane fresco sotto il naso…

Non potevo resistere: ne staccavo un pezzo e lo mangiavo.

Io non so come spiegarlo, ma il suo pane era allegro, sapeva di “buono”, di festa, di abbracci, di baci. Sapeva di vita semplice, di calore e di miracoli.

E poi successe l’irreparabile, la tragedia senza ritorno.

Il mostro colpì anche Ciccillo. E la sua casa. E il suo forno. E persino il suo pane.

Morì uno dei suoi figli. Ucciso sulla provinciale mentre tornava a casa in motocicletta, investito da un camion.

Io non so come spiegarlo, ma  il suo pane, in quel periodo, cambiò sapore.

Adesso che rifacevo la strada per tornare a casa e masticavo il solito pezzo di pagnotta, io potevo sentire nella bocca lo strazio di Ciccillo, il vuoto del cuore, il baratro senza fondo.

Il suo dolore risaliva su fino ai miei occhi, mentre addentavo la crosta scura.

Ed io davvero non so come spiegarlo, ma certo non poteva essere frutto della mia immaginazione.

Il suo pane “parlava” davvero, perché a me sembrava che facesse lo stesso effetto anche agli altri della mia famiglia.

Avremmo riconosciuto il pane di Ciccillo tra mille, ad occhi chiusi, semplicemente masticandolo.

©RitaLopez