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La dea Giustizia del Libertà

È una mattina piovigginosa di inverno e cammino al fianco di mio padre per le vie del nostro quartiere. Ho solo dodici anni, la mia testa non raggiunge ancora la sua spalla. Sa che mi vergogno a dargli la mano. Non sono più una bambina ormai. Di tanto in tanto però sento le sue dita poggiarsi discrete sul mio omero. Camminiamo in silenzio sul marciapiede bagnato dalla pioggia fine fine. Superiamo la Manifattura dei Tabacchi, uno dei baluardi che formano il perimetro di quello che è il mondo a me familiare, e poi le palazzine basse delle case popolari. Procediamo in via Ettore Fieramosca. La percorriamo a lungo, fino in fondo, fino a raggiungere zone che non bazzico quasi mai, lontano dalle strade note che costituiscono la meravigliosa concretezza della mia quotidianità. A un certo punto svoltiamo a sinistra ed eccolo proprio davanti a me. È la prima volta che lo vedo. Si trova all’interno di una cancellata, con un’enorme piazzale di fronte. È un palazzo grande, lunghissimo, con una fila ininterrotta di vetrate severe. Una costruzione che a me sembra modernissima, nulla a che vedere con le basse e vecchie palazzine delle strade in cui gioco, lì a ridosso della ferrovia appulo-lucana. Al di sopra dell’ingresso, che si trova in cima a una doppia scalinata, campeggia una scritta inequivocabile. Esplicita. Eloquentissima. PALAZZO DI GIUSTIZIA.

Avverto una specie di groppo in gola.

Io e mio padre siamo lì perché oggi c’è questa cosa che si chiama “udienza”. Papà mi ha spiegato che in una udienza il giudice incontra i difensori delle parti, cioè gli avvocati e, se lo ritiene opportuno, anche le parti, cioè io. A ottobre ero stata investita da un’auto mentre attraversavo le strisce pedonali all’inizio di viale Ennio, proprio prima di imboccare le scale che portano al sottopassaggio di via Quintino Sella. La compagnia assicurativa dell’automobilista che mi aveva investito aveva fatto storie per pagare e papà stavolta si era proprio incazzato. Io quel giorno dell’incidente me lo ricordo bene anche adesso. All’uscita da scuola dovevo incontrare Nicola. Ci eravamo dati appuntamento in Corso Italia, angolo via Manzoni. Mi piaceva un sacco Nicola. Suo padre faceva il contrabbandiere di sigarette, ma a me non importava niente. Mi piacevano i suoi occhi chiari come il ghiaccio, la sua aria un po’ teppista e un po’ spavalda, e l’idea di avere un appuntamento con lui mi scombussolava lo stomaco. Ho attraversato la strada senza guardare, sbucando all’improvviso da dietro un furgoncino parcheggiato in doppia fila. Non ho sentito dolore. Solo un gran botto. BUM! Sono caduta nel bel mezzo della strada, sulle strisce zebrate, senza riuscire più ad alzarmi. Sopra di me un capannello di persone, le teste dei miei compagni di classe, e il cielo azzurro di ottobre. Fui portata in ambulanza al Policlinico mentre il povero Nicola aspettava inutilmente all’angolo di via Manzoni. Mi operarono dopo qualche giorno. Il mio malleolo si era completamente rotto in due parti e il mitico professor Solarino, chirurgo del reparto di Ortopedia infantile, “me lo riattaccò con un bel chiodo”. Così mi disse. Nessuno seppe mai che io quel giorno correvo come un cerbiatto disperato per andare a incontrare Nicola dagli occhi di ghiaccio.

Io e mio padre oltrepassiamo quindi i cancelli del Palazzo di Giustizia. Mi accorgo di una statua che giganteggia su un piedistallo di marmo in mezzo a fiotti di acqua che spruzzano allegri da una fontana. Si tratta di una donna. Una donna fiera e meravigliosa. I capelli svolazzanti come la criniere di una giumenta.

«È la Giustizia» mi dice papà.

E io non so perché, ma sento lo stomaco vibrare come quel giorno che dovevo incontrare Nicola all’uscita da scuola.

Mi fermo ad ammirare quella donna orgogliosa e impettita. L’indice della sua mano destra indica una bilancia, con i bracci perfettamente simmetrici. Già, perché la dea Giustizia è ponderata. Equilibrata. Equa.

La sua mano sinistra impugna una spada. Già, perché la dea Giustizia deve avere la forza e il potere per far rispettare i propri giudizi.

I suoi occhi sono chiusi. Già, perché la dea Giustizia è imparziale.

Sono completamente assorbita dalla sua vista. La guardo con ammirazione. Con reverenza, quasi. Mio padre mi prende per il braccio:

«Entriamo ora?», mi dice.

«Cosa devo fare?» gli chiedo con una punta di preoccupazione.

«Niente di particolare», mi rassicura papà. «Devi solo essere onesta e dire la verità».

Il mio avvocato difensore ci riceve nel suo studio. È un tipo alto e allampanato, ma mi sta simpatico.

«A te dispiace avere questa brutta cicatrice sulla caviglia, vero? » mi chiede, aspettandosi una mia conferma.

Lo guardo leggermente perplessa.

«No, a dire il vero a me piace».

«Ti piace?» sgrana gli occhi. «E non pensi a quando diventerai grande e porterai i sandali con i tacchi alti? Non t’importa che questa cicatrice si vedrà così tanto?».

«No» gli rispondo. «A me piace la mia cicatrice». Ed è questa la verità.

Il mio simpatico e allampanato avvocato scuote la testa. Si rivolge al suo collega che ha la scrivania vicino alla sua.

«Miche’» gli domanda con aria ironica «ma ti rendi conto chi devo difendere io oggi?».

L’avvocato Michele ride.

Quando l’udienza è terminata esco con mio padre nel piazzale del Tribunale. La donna con gli occhi chiusi e la spada ben stretta nella mano mi appare più orgogliosa e superba che mai. Torno a casa ripercorrendo le strade del Libertà con mio padre al mio fianco. Con la fierezza nel cuore.

Quelli dell’assicurazione dovettero pagare.

La mia cicatrice dopo tutti questi anni è ancora qui, sulla mia caviglia.

Anche se è molto più sbiadita di allora, a me piace sempre tanto. Ed è questa la verità.

© RitaLopez

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Sirio B

vignetta

Si dice che la mia tribù, quella dei Dogon, nella Repubblica del Mali, si sia messa in contatto, in un passato lontanissimo, con  misteriosi alieni abitanti di altri mondi. Si dice che essere evoluti, provenienti da un pianeta della stella Sirio, abbiano svelato alla mia gente l’origine della vita.

Io avevo solo 14 anni e anche se sono stato uno dei pochi fortunati a frequentare la scuola, credevo a quello che dicevano i nostri vecchi saggi.

Solo pochi anni fa gli astronomi moderni hanno potuto confermare l’effettiva esistenza del pianeta della stella Sirio, che hanno chiamato Sirio B. Ma noi della tribù dei Dogon lo sappiamo da sempre che Sirio è una stella multipla e che l’orbita ellittica di Sirio B richiede un tempo di quasi 60 anni. Per questo, da sempre, la nostra festa più importante si svolge ogni 60 anni. Si costruiscono maschere enormi a forma di serpente, lunghe anche 10 metri.

Io a scuola ero tra i più bravi. Percorrevo otto chilometri al giorno, fra andata e ritorno, per raggiungere la città di Timbuktu. Ero bravo in tutte le materie, anche in scienze ma, nonostante questo, non ho mai smesso di credere alle leggende misteriose dei nostri vecchi e al nostro legame speciale con la stella Sirio B.

Un pomeriggio un gruppo di jihadisti colpì la città. Undici mortai lanciati in direzione del “super camp” dell’Onu. Tre autobombe mascherate da vetture delle Nazioni Unite e dell’esercito maliano. Una cinquantina di assalitori con armi automatiche, cinture esplosive e finti caschi blu. Fu un massacro. Riuscii a scappare tra la folla urlante e arrivai al villaggio con i vestiti sporchi di fango e del sangue schizzato dai morti esplosi vicino a me.

Fu allora che la mia famiglia e i saggi della tribù dei Dogon, decisero che dovevo andare via. Dovevo abbandonare la mia Terra e tentare la fortuna in Europa. Lì, secondo la mia gente, uno bravo e studioso come me avrebbe avuto l’opportunità di diventare qualcuno. Mi ribellai. Piansi. Strepitai. Ma così era stato deciso per il mio bene. Il giorno della partenza mamma ripiegò con cura la mia pagella e la cucì delicatamente all’interno della mia giacca migliore, quella che avrei indossato per il viaggio.

“Fai vedere a quella gente chi sei, quanto sei bravo. E ti vorranno bene”.

Mi baciò sui capelli ed entrò nella nostra capanna, senza più voltarsi.

Mio padre e mio zio mi accompagnarono. Fu un viaggio lunghissimo e pericoloso. Sulle coste a est di Tripoli c’era un grande barcone, che mi aspettava. Ricordo una moltitudine di gente accalcata, che cercava di salire. Urla. Pianti di bambini. Donne spaventate. Guardai mio padre con occhi imploranti.

“Va’” mi disse. “Che la tua vita sia felice”.

Non ebbi neanche il tempo di abbracciarlo. Fui spinto letteralmente nella stiva del barcone.

E poi non so più niente. So solo che viaggiammo al buio, intrappolati come topi nella pancia del peschereccio. Tra il vomito. E la puzza degli escrementi. E il sudore. E le lacrime.

So solo che chi guidava quel barcone stracarico di migranti, era ubriaco e fumava hashish.

So solo che fu la tragedia più grande di sempre e che morimmo in più di 700. Alcuni dicono più di 900.

Ma la cosa più importante che so, è che i saggi della mia tribù avevano ragione.

Sirio B è bellissima. Si sta lentamente spegnendo ma, fino ad allora, ci vorranno miliardi di anni.

La pagella che mamma mi aveva cucito all’interno della giacca, qui non mi servirà.

© RitaLopez

Il calzone di cipolla e il tajine di pollo

Oggi è il mio ultimo giorno a Bari. Domani torno a Roma. Come di consueto, sono andata al mercato della Manifattura dei Tabacchi, nel Libertà, a fare scorta di taralli con i semi di finocchio, di orecchiette, di vasetti di ricotta forte, così da poterci condire pasta e cavoli e riempire la mia cucina dell’odore di questa Terra, che le mie figlie ormai hanno ribattezzato come “odore di Puglia”. La signora della bancarella mi sta spiegando come un solo cucchiaino di ricotta forte riesca a insaporire un intero calzone di cipolla, rendendolo la prova tangibile dell’esistenza divina. Non sa, la signora della bancarella, che io conosco esattamente quel sapore. Che le mie papille gustative iniziano a salivare come impazzite, anche soltanto al ricordo di quell’odore. Non sa che quando nonna lo infornava, il suo mitico calzone di cipolla, io ne annusavo l’odore intenso già quando salivo per le scale di casa sua. Non sa che io, in questo quartiere, ci sono nata e cresciuta. Sicuramente è disorientata dal mio accento, un po’ romano, un po’ ibrido, che mi si è appiccicato addosso. Non lo sa. E io non glielo dico. Perché mi piace starla a sentire. E mentre sono lì, ad ascoltarla, con il sorriso nel cuore, si avvicina una donna con la pelle scura, giovane, il capo completamente coperto da un foulard che le lascia libero solo il bel viso ovale. Porta un passeggino con un bimbo, di circa due anni. La giovane donna sta scegliendo delle cipolle dorate e ad un certo punto si ferma e ascolta la signora della bancarella, che sta raccontando del momento esatto in cui le donne antiche, dopo aver sistemato la pasta nella teglia, ripiena di cipolle e olive, praticavano un buco nella sfoglia superiore e ci soffiavano dentro, così che il calzone si gonfiasse, e ricoprivano poi il buco con un pezzetto di pasta, come tappo. Rivedo nonna che compie quel gesto magico, mentre io la guardo estasiata.

E il mio cuore continua a sorridere.

La giovane donna si ferma ad ascoltare stupita. Anche lei. “Mia mamma faceva tajine di pollo, con cipolle caramellate, olive e mele…” interviene all’improvviso.

“Ta…line?” chiede la signora della bancarella. “E ci jè u talin?”.

La giovane donna ride. Rido anch’io. “Tajine” spiega “è pentola di terracotta dove nostre donne cucinano carne a fuoco lento. Ha coperchio a forma di cono e calore rimane costante, dentro. E così carne diventa tenera tenera e cipolle prendono tutto sapore di carne”.

“Mè? E com jè la ricett? Dì u’fatt!” chiede la signora della bancarella, mentre attorno a noi, nel frattempo, si è formato un gruppetto di donne che ascoltano.

La giovane mamma spiega come si fa il tajine di pollo. Sono tutte attente. Il mio cuore continua a sorridere.

Le guardo, queste donne. A una a una. E non posso non pensare a quanto sia cambiato, il Libertà. Il quartiere dove sono nata e cresciuta non è più quello di trentacinque, quarant’anni fa. Ovviamente. Non può più esserlo. E’ inutile e ingiusto ripensare a quello che il Libertà ERA. Bisogna porre l’attenzione su quello che il Libertà E’. Adesso. Ora. Perché il Libertà, come tutti i quartieri, come tutte le città, è un posto in evoluzione. E’ un animale vivo e vegeto, che respira, che cambia, che si trasforma. Niente e nessuno può fermare questo processo. Sarebbe completamente inutile. E anche ingiusto. Osservo queste donne che si scambiano le ricette e penso: diamine! E’ così che si fa. E’ così che deve essere. I cambiamenti possono provocare periodi di crisi. Chi lo mette in dubbio? Ma la crisi ha anche un valore epifanico. La crisi rivela un problema. Richiede un “aggiustamento”. E il grado di civiltà di un popolo, di ogni popolo, sta proprio nel rispondere, a ogni periodo di crisi, con un nuovo aggiustamento. Un ri-adattamento. Ogni chiusura è deleteria. Non porta a niente. Lo scambio, il dialogo, la condivisione sono l’unica risposta possibile.

“Alì, buono!” dice la giovane donna dalla pelle scura al bimbo, che ha iniziato a frignare.

La signora della bancarella gli offre un tarallo e il bimbo s’azzittisce subito.

Un giorno Alì andrà a scuola col figlio di Colino “lo schignato”. Imparerà la nostra storia, il nostro meraviglioso dialetto, mangerà forse il calzone di cipolla che sua mamma nel frattempo avrà imparato a cucinare. Chi lo sa! Forse il figlio di Colino “lo schignato”, a sua volta, andrà pazzo per il cous cous della mamma di Alì e ogni volta che entrerà a casa sua, si toglierà le scarpe, lasciandole nell’ingresso, in segno di rispetto. Forse un giorno tutti e due mangeranno sgagliozze alla festa di San Nicola. “Sì, però u’ tajine di pollo di mamma, jè chiù megghje” dirà Alì, scherzando.

Mi allontano, lasciando le donne che parlano ancora. Devo andare preparare la valigia.

Il mio cuore? Ancora sorride.

©RitaLopez

Liebster Award 2016

LiebsterAward

Sono stata nominata da Elena Tamborrino, del blog Io e Pepe (e libri e altro), per partecipare al contest Liebster Award 2016, un modo per far circolare idee e suggestioni dai blog che seguiamo e amiamo di più.

Grazie Elena per aver acceso i riflettori su https://lopezrita.wordpress.com/ assegnandomi questo premio.

Ecco le mie risposte alle tue domande:

1 Qual è il libro che stai leggendo? 

In realtà non leggo mai un solo libro alla volta. Mi piace alternare contemporaneamente le letture di due o tre libri. In questo periodo ho tra le mani “Il teatro di Sabbath” di Philip Roth, “I detective selvaggi” di Roberto Bolaño, sto rileggendo “La casa di Augusto” di Andrea Carandini, e ho appena iniziato “Purity” di Jonathana Franzen.

2 Quando hai pensato di aprire un blog e perché? 

E’ una cosa a cui non ho mai pensato. Sono stati i miei amici di Facebook che mi hanno letteralmente spinto ad aprire un blog. Le principali “colpevoli” di questo losco complotto sono state due carissime amiche: una sei tu, Elena,  e l’altra è Francesca Argenti (che mi ha guidato passo passo nella parte più tecnica, quando le ho posto la fatidica domanda: “Come minchia si fa ad aprire un blog?”).

3 Qual è il primo libro che ricordi di aver letto? 

“Cuore” di De Amicis. Avevo sette anni. Me lo regalò mio nonno il giorno del mio compleanno. Venne a prendermi all’uscita di scuola, con la bicicletta. Lo vidi, in mezzo alla folla di altri bambini, che mi aspettava sotto il grande albero di pino. Teneva la bici ferma con una mano e un pacchetto incartato nell’altra. Ci aveva scritto anche la dedica. Quando sono andata via da Bari per venire a Roma, l’ho portato con me.

4 C’è un libro in particolare a cui leghi dei ricordi speciali? 

“La nostalgia non è più quella d’un tempo” di Simone Signoret. L’ho letto in uno dei periodi più bui della mia vita. Me lo prestò una mia amica (era Barbara, che tu conosci). Ho sempre pensato di comprarlo, dopo averglielo restituito, per avere una copia tutta per me, ma non l’ho mai fatto. In seguito l’ho cercato per anni, quando ormai era andato fuori produzione, e non l’ho più trovato. L’anno scorso, su Facebook, ho letto un post in cui si parlava di questo libro. Ho commentato anch’io, raccontando quanto e perchè mi sarebbe piaciuto rileggerlo. Un ragazzo che non conoscevo è intervenuto nei commenti, dicendomi che ne possedeva una copia e che sarebbe stato felice di regalarmela. Lo ha fatto davvero. Il suo libro è a casa mia. Insieme alla valanga di ricordi speciali. Non è straordinario?

5 La tua citazione preferita? 

“Bisogna essere duri senza mai perdere la tenerezza”, Che Guevara.

La durezza, il senso di responsabilità, l’autodisciplina. E l’umanità. Mi piace moltissimo.

6 Qual è il criterio con cui ordini la libreria di casa? 

Nessun criterio. Anarchia totale. Fino ad un mese fa, quando mia figlia si è messa ad ordinare i libri in ordine alfabetico per autore. Ed è fantastico. Trovo tutto.

7 Come consideri l’esperienza del tuo blog? 

E’ un’esperienza coinvolgente, divertente, a volte terapeutica. Scrivere sul blog mi ha permesso di mettermi in gioco, di sfidarmi, di ridere di me stessa. Grazie al blog ho conosciuto gente straordinaria. E poi quando mi scrivono in privato, mi fanno i complimenti… non può non essere appagante.

8 Cosa ti piace fare, oltre a curare il tuo blog? 

Mi piace leggere. Mi piace stare con la mia famiglia. “Mi piace far canzoni, bere vino, mi piace far casino” (cit. F. Guccini). Mi piace l’archeologia. E mi piace scavare.

9 Qual è  il tuo “luogo dell’anima”, se ne hai uno? 

Ne ho più di uno. Ne ho due. Uno è a Bari. L’altro a Roma.

A Bari è sul Fortino. Ci andavo spesso con mio padre, da bambina, la domenica. Il mare davanti, la città vecchia alle spalle, il lungomare con le sue luci di lato. La mia città/mamma.

A Roma è nel Foro Romano. Sono anni che vado a scavare lì. La bellezza, la magnificenza, la sacralità dell’Urbs, mi toglie il fiato. Ogni volta. La mia citta’/mamma adottiva.

10 Hai esperienze di social reading? Se sì, quali? 

Sì. LeggoNobel e TwLetteratura per esempio. E’ un’idea simpatica, anche per una lettrice indisciplinata e disordinata come me.

11 Che tipo di musica ascolti? Metti il link a un brano musicale che ti piace in modo particolare.

Sono irrimediabilmente prigioniera del rock. Ma mi piace anche il blues. So che non potrei, ma lo faccio lo stesso. Metto due link, perchè tra questi due non so decidermi.

 

Regolamento Liebster Award 2016 

Prima di rivelare i nomi degli 11 blog da me individuati per l’assegnazione del premio, vi riporto le regole da seguire nel caso in cui decidiate di partecipare:
– ringraziare il blog che ti ha nominato ed assegnato il premio, linkando il suo blog nel post;
– inserire il “widget” o “gadget” del premio nel post;
– rispondere alle domande che il blogger ti ha posto;
– formulare 11 domande per gli 11 candidati che hai menzionato;
– informare i blogger del premio assegnato;
– indicare le regole.

I miei  11 candidati al Liebster Award 2016*

L’arte spiegata ai truzzi

Energie come usarle di Nick Murdaca

Di Ruderi e di Scrittura di Gaetano Barreca

Erodaria di Chiara Bertora

Bugiesumiopadre

SoniaLambertini di Sonia Lambertini

FerruccioGianola di Ferruccio Gianola

*(ne ho scritti 7 perché gli altri 4 sono stati già nominati)

 

Queste sono le 11 domande che ho pensato per loro

  1. Quando hai iniziato a scrivere sul tuo blog?
  2. Perchè hai deciso di aprire un blog?
  3. Con che frequenza scrivi sul tuo blog?
  4. Quale post del tuo blog ti piace particolarmente? Linkalo.
  5. Quale post del tuo blog è piaciuto maggiormente ai tuoi lettori? Linkalo.
  6. Secondo te cosa piace del tuo blog ai tuoi lettori?
  7. Che consigli daresti a chi si cimenta ad aprire un blog?
  8. Che libro stai leggendo in questo periodo?
  9. Consigliami due libri che non posso non leggere.
  10. Consigliami due film che non posso non vedere.
  11. Hobby preferito?

 

L’Afrodite di Prassitele

Afrodite_cnidia

“Poserai nuda per me?” chiese lo scultore Prassitele alla cortigiana Frine, dopo che avevano passato la notte insieme.

“E perché mai?” chiese la puttana più famosa e più richiesta di Atene, stiracchiando le braccia e mettendo in mostra i seni strepitosi.

“Gli abitanti di Coo mi hanno chiesto una statua di Afrodite, per il loro nuovo tempio”, rispose Prassitele.

“E vuoi me come modella? Una prostituta per rappresentare una dea?” rise Frine puntandosi l’indice sul petto.

“Voglio te come modella” rispose lui, tornando avido a baciarla.

Agli abitanti di Coo non piacque la statua di culto che avevano commissionato a Prassitele  per il nuovo santuario della dea Afrodite. Rimasero a bocca aperta nel vedere che la dea era rappresentata completamente nuda, una nudità che fino ad allora era stata riservata soltanto alle rappresentazioni maschili. Non se la sentirono davvero di accettare una simile novità e preferirono invece prendere un’altra statua di Afrodite, più tradizionale, che Prassitele aveva nel suo negozio.

Di lì a poco giunsero ad Atene alcuni ambasciatori di Cnido.

Si trovarono a passare dalla bottega del famoso Prassitele. Videro la statua della dea nuda e gli piacque moltissimo.

L’acquistarono e la portarono al loro tempio di Afrodite, a Cnido, che  conquistò, da allora,  fama eterna.

Per secoli schiere di pellegrini devoti venerarono l’immagine della dea, raffigurata in procinto di partecipare al bagno sacro, nelle sembianze della procace e peccaminosa Frine, la meravigliosa sgualdrina.

La veste che mille volte era stata sfilata dalle braccia esperte della cortigiana, era posata delicatamente su un grande vaso, posto di fianco.

Lo sfacciato esibizionismo che faceva impazzire politici, notabili, filosofi e poeti, tradotto in un’apparente insicurezza, appena rivelata dalla flessuosità del corpo.

La seduzione irresistibile del ventre davanti a cui qualsiasi prezzo diventava lecito, pudicamente coperta dalla mano destra.

Il capo dalla chioma sciolta e spettinata che ad ogni amplesso si sollevava lascivo, convertito  in una testa ordinata, dai riccioli sapientemente raccolti dietro la nuca.

Prassitele, il genio, sapeva bene che ogni donna è la sintesi sublime tra la passione sfrontata e irriverente di una lussuriosa e la grazia pudica e composta di una dea.

© RitaLopez

Maddalena

maddalena

 

Una vita intera a preparare di corsa i pranzi e le cene,

ad accudire i figli piccoli, a cambiare i pannolini.

E accanto un uomo pieno di promesse e poca sostanza.

Una vita intera ad alzarsi all’alba, a ritirare i panni stesi prima di uscire per andare al lavoro,

ad aiutare i figli a fare i compiti di pomeriggio, quando andavano a scuola,

a lavare per terra prima di andare a dormire.

E accanto un uomo stanco più di lei, stravaccato sul divano a ronfare davanti alla televisione accesa.

Una vita intera a fare la fila per le bollette, a fare da sola  la spesa del  sabato mattina con le buste stracolme e un macigno nel cuore,

e mai una vacanza, mai un cinema, mai un gelato sul lungomare al tramonto.

E i suoi figli crescevano e le sue occhiaie erano sempre più scure.

E accanto un uomo che non riconosceva più.

Lo guardava di notte, nel letto, mentre russava senza ritegno, a bocca spalancata, appagato da quelle quattro stronzate in cui si era ridotta la sua vita,  incurante di tutto:

della tristezza della sua donna, della sua solitudine, dell’amore di un tempo che era morto e sepolto sotto una coltre di pigrizia e di rinunce e di “lascia perdere”.

Ma quel giorno Maddalena aprì la porta di casa, compiendo il gesto più rivoluzionario, e sognato, e messo da parte, e poi di nuovo agognato, di tutta la vita sua intera.

Aprì la porta di casa, uscì, e non tornò più. A cinquant’anni passati, questa donna di un Sud bigotto ed impiccione, uscì e non tornò più.

Suo marito imprecava in canottiera bianca, facendo sobbalzare  il crocifisso d’oro massiccio appeso al collo .

I figli, ormai grandi, guardavano per terra, come due bambini messi in punizione.

Tutto il quartiere bisbigliava e avrebbe bisbigliato per mesi.

Ma io, ve lo  giuro, facevo il tifo per Maddalena, godendo come una Menade ebbra e  impazzita.

(©) Rita Lopez

Il torso del Belvedere

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Non so dire quanto venisse dal suo braccio, dalla sua capacità di usare lo scalpello con precisione, con maestria, con arte, e quanto venisse invece dal dio impetuoso che era dentro di sé.
Non lo sapeva neanche lui.
Quello che sapeva era che di fronte a un blocco di marmo le sue mani andavano da sole, mentre il dio dentro di sé, beffardo, lo scuoteva, lo agitava, fino a che non aveva finito.
E anche questa volta accadde.
C’era questo enorme blocco bianco.
Iniziò a colpirlo con lo scalpello. Piano dapprima, ma poi con sempre più sicurezza. Con sempre più veemenza.
Il dio dentro di sé fremeva mentre lui con la fronte febbricitante, tra la smania e l’orgasmo mistico, la sofferenza e la goduria più intensa e dolorosa, come un pazzo, completava la sua opera.
Quando smise si sentì distrutto.
Volse le spalle al gigante meraviglioso che aveva liberato dal marmo e s’incamminò barcollando per andare finalmente ad ubriacarsi, ma nel suo folle delirio vide apparire il genio che, secoli dopo, avrebbe ritrovato la sua statua. Il genio che avrebbe avuto, dentro di sé, quel suo stesso dio furioso.
E allora tornò sui suoi passi.
Con lo scalpello incise queste parole:
“Apollonio, figlio di Nestore, l’Ateniese, fece”.
“E adesso” implorò, “theòs moù, dio mio, lasciami libero. Lasciami in pace”.
Più di 1500 anni dopo, in Italia, il più grande scultore di tutti i tempi vide la statua di Apollonio.
Lesse l’epigrafe.
Ed ebbe un fremito. Lui era Michelangelo.
Il dio furioso che era dentro di sé, sorrise beffardo.

(Nella foto: il torso del Belvedere, di Apollonio, V sec. a.C., Roma, Musei Vaticani).