Artemisia

GENTILESCHI_Judith

Ero insieme a  mio padre, che era un grande pittore,  la prima volta che osservai da vicino i capolavori di Caravaggio nelle cappelle di San Luigi dei Francesi e di  Santa Maria del Popolo. Ne rimasi estasiata.  E fu grazie a mio padre che, fin da piccola, frequentai artisti famosi, e bazzicai botteghe, e imparai a combinare tra loro i colori.

Amavo dipingere, ma le donne nella Roma dei primi anni del ‘600, non erano ammesse nelle accademie o nei grandi cantieri. La carriera di “pittore” ci  era preclusa. Potevamo soltanto dipingere in casa. Cose piccole, senza importanza: ritrattini, piante, fiori.

Ma io dipingevo con mio padre, e con mio padre ho imparato a dipingere come un uomo.

Mi affidò al suo amico, il maestro Agostino Tassi, perché apprendessi l’arte della prospettiva nell’architettura dei dipinti.

Un  giorno di pioggia, Agostino entrò nello studio dove stavo lavorando.

Mandò via l’altra donna che era con me. I suoi modi mi sembrarono piuttosto strani  e, una volta soli, finsi di sentirmi male. Lui non se ne curò. Mi scaraventò per terra e mi saltò  addosso come un toro infuriato.

Gli ho resistito come ho potuto. A morsi. A calci.  A graffi.  Alla fine il boia mi ha sopraffatta.

Litigai con mio padre, perché non voleva che  parlassi. Diceva che dovevo  mantenere salvo  l’onore mio e della mia famiglia. Ma io non accetto il sopruso. Non l’ho mai accettato.

Denunciai Agostino.

Ho subito l’umiliazione del processo.

Ho dovuto dimostrare, sottoponendomi alla visita di due ostetriche, di essere stata sverginata.

Ho dovuto sopportare la tortura più crudele per un pittore: lo schiacciamento dei pollici per pubblica esibizione, per dimostrare che non mentivo.

Il processo si concluse con la condanna, anche se breve,  del mio carnefice, e con la mia fuga  a Firenze, per mettere a tacere i pettegolezzi  di  Roma.

Non  ho mai dimenticato la sua violenza  e tutto il male che mi è costato.

Nel 1614 ho dipinto “Giuditta che decapita Oloferne” per il serenissimo Granduca Cosimo II.

E ho dipinto servendomi della rabbia, e dell’odio, e della sete di vendetta  che da sempre covavo per il mostro.

Oloferne, il re assiro, ha le sembianze del  bastardo. E’ disteso su candide lenzuola. Giuditta, con il volto di Artemisia, lo sgozza, aiutato da un’altra donna. Due donne.  Di estrazioni sociali diverse. Ma potrebbero essere decine, centinaia, migliaia di donne, di ogni appartenenza sociale e culturale,  intente a vendicarsi, con freddezza, con lucidità,  delle violenze subite.

Decine, centinaia, migliaia di donne col viso impassibile, inespressivo, che ammazzano il proprio stupratore, con la stessa determinazione con cui si sgozza  un maiale.

Il sangue sprizza a fiotti dal collo, imbrattando le lenzuola.

Ecco, Agostino! L’ho dipinta la violenza che ho subito. E me ne sono liberata, finalmente!| Che te ne pare?

Con la denuncia dello stupro non ho ottenuto alcun  risarcimento morale, né la mia verginità perduta. Ma se devo essere sincera, di quello poco mi importava e poco mi importa.

La mia vittoria più grande è stata il riconoscimento della mia personalità artistica. Ho conquistato la libertà di essere una donna pittrice. Dopo “Giuditta e Oloferne”, principi e cardinali, tutti hanno voluto i miei quadri.

Sono diventata un’artista famosa, mentre nessuno si ricorda di Agostino Tassi. Che te ne pare?

Alla fine la mia più grande virtù non è stata la verginità, ma la pittura. E io l’ho difesa Agostino!

Io l’ho difesa. Ed eccomi qua.

© Rita Lopez

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