Mese: giugno 2014

Milano

 

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Di dove sei?

Di Milano.

Di Milano???!!!

La ragazzina era venuta giù in Puglia in vacanza e noi, lì alla spiaggia, l’avevamo notata subito.

Dire Milano, quando io avevo 8 o 9 anni, era come dire America, Luna, Marte.

Dove minchia stava Milano? Lontano lontano lontano…

Si diceva “Eh!!! Mica vado a Milano!!!”, per dire: “Stai tranquillo, torno subito!”

“La milanese”, come la chiamavamo noi, aveva questo modo splendido di parlare, questo accento incantevole, che ci faceva sentire quattro buzzurre senza speranza.

Era incredibile, ma quando c’era la milanese con noi, l’accento nostro veniva disperatamente storpiato, camuffato, travestito, per sembrare il meno brutale possibile, il meno terrone possibile, il più vicino possibile ad un linguaggio umano.

La milanese ci rendeva migliori, sissignori, solo per il fatto di essere lì con noi.

Oh! Grazie milanese, grazie!

E poi un giorno che facevamo il bagno col mare agitato e le onde ci portavano su su in alto, sentire le urla di mia madre che mi richiamava dalla riva, gesticolando come una Menade infuriata, fu peggio che avere nelle orecchie il rumore di un martello a percussione, lo sfregamento di un coltello sul vetro di un bicchiere, lo strofinio del gesso sulla lavagna.

“Mo addà ascìii!!!! Mo proprio!!! Vin dòooo!!!! T’accidooooo!!!!”.

(trad. Vieni fuori!!! Immediatamente!!! Vieni qui!!! T’ammazzooooo!!!)

Dolce, tenera, madre del sud.

“E’ la tua mamma?”, mi chiese la milanese col suo incredulo e attonito accento da milanese.

“Sì”, risposi, senza alzare lo sguardo per non osare vedere la reazione scritta sulla sua faccia.

Se in quel momento uno tsunami mi avesse sommerso e  mi avesse risucchiato giù nel profondo degli abissi, sarebbe stato meglio.

Sissignori, sarebbe stato molto meglio.

(foto di Francesca Argenti)

© RitaLopez

Nel cortile

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Il cortile di casa mia, assolato per 15 ore al giorno, con le lenzuola di un bianco accecante stese bene in alto, che quando passavi vicino, odoravano di lavanda.

Ci correvo in mezzo con la mia macchina a pedali e mi nascondevo alla vista delle donne che in un angolo, all’ombra, preparavano la salsa di pomodori.

Navigavo in mezzo alla foresta di lenzuola bianche, inspirando forte l’odore di lavanda e poi, a sprazzi, quello della legna che bruciava e dei pomodori che venivano passati pazientemente a mano.

Navigavo con gli occhi sgranati sulla nuvola di vapore bollente che saliva dal calderone nero di fumo, attorniato dalle donne della mia famiglia che, con i loro grembiuli sporchi di rosso cremisi, parlavano ad alta voce e ridevano, come le streghe buone di una fiaba.

Il sorriso di mamma era il più bello, con i suoi denti bianchi e forti.

Ero nel mezzo di un regno incantato.

Lass stà l rnzèl!” (Non toccare le lenzuola!)

Facevo finta di non ascoltarle.

Esattamente nel mezzo di un regno incantato.

Solcavo le acque con la mia macchina a pedali, in un mare di velieri bianchi.

Mo avàst! Vin dò. Stà a fascje nu casìn!” (Ora basta, vieni qui. Stai combinando un guaio!)

Con l’aria imbronciata scendevo dalla mia macchina a pedali, l’afferravo per una estremità, e mi nascondevo all’angolo del cortile, più attaccata possibile al muro, quasi a voler scomparire.

E all’improvviso, dall’intrico di velieri bianchi e profumati di lavanda, sbucava papà con la sua Olympus nuova di zecca, avvolta nella custodia di cuoio.

Mi guardava.

Rideva.

Mi scattava una foto.

 

© RitaLopez

 

Atropo, colei che recide con lucide cesoie

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Ero stufa di stare lì seduta ad ammuffire in quella caverna umida e gremita di pipistrelli.

Appollaiata su un grosso masso, coperto di muschio, ad aspettare che le mie sorelle Cloto e Lachesi finissero il loro sporco lavoro.

Cloto filava il filo della vita degli esseri umani e Lachesi  lo avvolgeva  sul fuso.

Un filo lungo per una vita lunga, corto per una breve come un battito di ciglia.

Quando loro avevano finito di filare, io dovevo recidere il filo con le mie lucide cesoie.

Tante volte in quella caverna malsana, tra le stalattiti gocciolanti, le avevo esortate a fuggire.

Mai mi hanno ascoltato.

Tante volte nella noia mortale delle nostre ore senza sorrisi, le avevo parlato di libertà e distese infinite di prati verdi.

Mai mi hanno ascoltato.

E così, un giorno, mentre loro erano concentrate a filare, sono scivolata piano nell’oscurità della caverna, in silenzio,fino in fondo all’anfratto luminoso dell’uscita, fuori dal mio destino infame.

C’era una bici poggiata al tronco di una grande quercia.

Sembrava messa apposta lì per me.

Sono montata su. Ho lanciato le mie cesoie in mezzo all’erica alta. E via.

Chissà di chi era il prossimo filo che avrei dovuto recidere.

(©RitaLopez )

 

Ti riconoscerei sempre

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Si svegliò presto come ogni giorno, in un’alba appiccicosa, per andare al lavoro.

La finestra era aperta e dalle persiane socchiuse entrava una parvenza di aria fresca.

Era il momento più bello.

La casa piena di silenzio, nella luce azzurrina del giorno, prima che arrivasse il sole.

E nel momento più bello, ogni volta, doveva andare via.

Si infilò i pantaloni e la camicia e prima di uscire dalla camera da letto posò lo sguardo su lei che ancora dormiva.

Si fermò a guardarla sulla soglia.

“Ti riconoscerei sempre” pensò.

Ovunque l’avrebbe riconosciuta. Lo so.

In mezzo a migliaia di occhi sperduti avrebbe riconosciuto i suoi occhi striati di verde e marrone e i suoi capelli con tutti i colori della terra.

In mezzo a migliaia di passi silenziosi avrebbe riconosciuto i suoi passi discreti.

In mezzo a migliaia di voci avrebbe riconosciuto persino un suo sussurro, un suo respiro.

Il suo tocco leggero come quello del vento caldo dell’estate sulle braccia.

Era il momento più bello, e doveva andare via.

Richiuse piano la porta di casa alle spalle per non svegliarla.

Uscì.

E non tornò più.

© RitaLopez

Stan di New York

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Stan di New York era venuto a Roma per il dottorato in Architettura.

Lo avevo conosciuto in biblioteca. Quando ripeteva nella sua mente, mi fissava, ed io non riuscivo più a studiare.

Mi piaceva Stan di New York e quando mi chiese di uscire con lui, non mi portò a bere in qualche bettola, o in mezzo ai campi dall’erba alta, su una vecchia macchina scassata. No.

Mi portò al Teatro dell’Opera a vedere Madama Butterfly.

Una giovane selvatica come me, irrimediabilmente e perdutamente prigioniera del rock, lì al Teatro dell’Opera, accanto a Stan e alla sua massa di muscoli gloriosi ad ascoltare Pinkerton e Butterfly che gorgheggiavano sul palco.

Butterfly: “Somiglio la Dea della luna che scende la notte dal ponte del cielllll….”

Il braccio di Stan accanto al mio.

Pinkerton: “E affascina i cuoriiiiiiii….”

Mi faccio più vicina a lui.

Butterfly: “E li prende, e li avvolge in un bianco mantelllllllll…..”

Posso sentire l’odore della sua camicia e più sotto della sua pelle. Ossignore.

Pinkerton: “Ma intanto finor non m’hai detto, ancora non m’hai detto che m’amiiiiiiiii….”.

Oh Stan!!! guarda che devo sopportare prima di perdermi in mezzo ai tuoi muscoli gloriosi!!!

“….Le sa quella Dea le parole che appagan gli ardenti desirrrrr?”.

Il mio lato destro è completamente aderente al lato sinistro di Stan, la sua gamba brucia accanto alla mia.

Poggio la testa sulla sua spalla e mi addormento.

Dopo quella volta, mi ha portato a vedere anche La Traviata e Otello e Rigoletto.

Mi sono fatta tutta l’intera stagione teatrale. Tanto il biglietto me lo pagava Stan.

In genere era all’inizio del secondo tempo che mi addormentavo.

Ma la gloria sconfinata dei suoi muscoli sicuramente meritava tutto questo.

© R.L.

Piramo e Tisbe

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Questa è la storia di due ragazzi della lontana Babilonia, le cui famiglie si odiavano a vicenda.

Piramo e Tisbe.

Erano vicini di casa ma l’idiozia ostile e ottusa dei parenti, aveva proibito loro di frequentarsi, di vedersi, di parlarsi.

E siccome l’amore nasce quando e come e nelle forme che più gli aggrada, i due ragazzi comunicavano attraverso una fessura che si apriva nel muro che divideva le loro case.

E una notte piena di stelle, Piramo e Tisbe decisero di fuggire insieme, dandosi appuntamento sotto un grande albero di gelso.

Tisbe arriva per prima ma, scorgendo una leonessa che aveva appena azzannato una preda, va a nascondersi in una grotta lì vicino.

Correndo perde il suo velo.

La leonessa sotto il gelso afferra il velo di Tisbe e col suo muso sporco di sangue lo lacera, e poi si allontana.

Poco dopo anche Piramo arriva al luogo dell’appuntamento. Vede il velo della ragazza ridotto a brandelli e sporco di sangue.

Folle di dolore prende la sua spada e si ferisce a morte.

Il sangue del ragazzo tinge i frutti di gelso che da quel giorno diventano rossi.

Quando anche Tisbe, uscendo dal suo nascondiglio, giunge sotto l’albero e si trova di fronte il giovane in fin di vita, con la stessa spada, senza esitazione, senza proferire parola, si trafigge il petto.

La fedele crepa nel muro custodì per secoli e secoli ancora le parole  che i due innamorati si erano sussurrati nelle notti stellate di Babilonia, fino a che, prima che il muro crollasse, le parole soffiarono ad ovest, sospese dal vento, e giunsero in un paese lontano,  alle orecchie attente di un grande poeta.

© R.L.

(nella foto J. W. Waterhouse 1909)

 

 

Born to run

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Policlinico di Bari. Reparto di Ortopedia pediatrica. Anni 70.

Era pomeriggio, uno di quei pomeriggi di primavera quando l’aria è frizzante e le rondini vorticano tra i vicoli e ti domandi come mai  non vadano a spiaccicarsi sulle case.

Ma lì dentro l’ospedale tutto questo non si vedeva.

Ero in uno stanzone dal soffitto altissimo, io ed altri sei.

E una serie di altri stanzoni, stipati di ragazzini, si affacciavano su una lunga corsia.

O almeno io così me la ricordo. Lunga, lunghissima.

Giocavamo a correre. O a nascondino. Noi di ortopedia. Incredibile no?

Partivamo dal grosso finestrone affacciato sul cortile, ad una estremità della corsia, giù giù fino alla statua della Vergine Maria con le braccia spalancate e il mantello azzurro che le ricadeva dietro le spalle.

Io con le stampelle, Nicola sulla sedia a rotelle, Giampiero che aveva il gesso fino al ginocchio e le dita del piede  che facevano capolino, zozzissime, e una ragazzina di cui non ricordo il nome con una protesi all’anca.

Michele no. Lui non lo facevamo correre. Aveva solo il braccio rotto. Avrebbe vinto di sicuro.

Però, al massimo, poteva dare il via.

Era seduto vicino il finestrone e fumava di nascosto, con la finestra socchiusa. Dava boccate avide e buttava il fumo dalle narici, fuori dalla finestra, perché non si sentisse la puzza.

“Via!!!!” urlò Michele.

E noi lì ad annaspare, ad anelare, a zoppicare, verso la statua della Vergine Maria con le braccia spalancate.

Dalle soglie degli stanzoni gli altri ragazzini facevano il tifo.

Tranne Marisa che era sdraiata sul letto, con certi chiodi lunghi nella schiena.

Vinse Nicola, con la sedia a rotelle.

Però fece cadere i vasi con i fiori posti sotto la statua,  che le mamme devote del Sud portavano ogni mattina.

Anna, l’infermiera, arrivò trafelata.

Chiudeva sempre un occhio sui nostri giochi. Ci consolava quando piangevamo e ci portava il ciambellone da casa.

Ma quella volta si arrabbiò.

“E ci jè do!!!!!! Mò avast mò. Sciatavinn tutt quant!!!!”

(Che succede qua??? Ora basta!!! Sparite tutti quanti!!!)

Ognuno tornò al suo letto.

Michele buttò subito la sigaretta dal finestrone.

Marisa, mentre passavo davanti la sua stanza, mi chiese “Chi ha vinto??”.

“Nicola” le dissi.

Si era fatto buio.

La palla bianca con la lampadina a neon del mio stanzone si rifletteva sul vetro della finestra.

Facevo finta che fosse la luna piena.

L’indomani sarebbe venuta mamma a trovarmi.

© RitaLopez