Mese: dicembre 2016

Il mercato delle schiave

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Avevamo una bella casa, con una fattoria. Davo da mangiare agli animali. Giocavo con i miei fratelli. Andavo a scuola ogni giorno. Ed era bellissimo.

Sono arrivati una mattina, su una camionetta militare, sollevando un nugolo di polvere densa sopra la terra riarsa dal sole. Hanno spalancato la porta di casa e hanno iniziato ad urlare. Avevano barbe lunghe, armi tra le mani e occhi cattivi. Ci siamo stretti l’un l’altro, terrorizzati, io e i miei fratelli più piccoli.

Mamma non c’era.

C’era solo mio padre, livido in volto. Gli tremavano le gambe. Uno degli uomini dalle lunghe barbe si è avvicinato a me e mi ha urlato qualcosa in una lingua che non capivo. L’ho fissato negli occhi, paralizzata dallo spavento. Mi ha dato uno schiaffo forte sul viso. E ha ripreso ad urlare. Mio padre, con un tremito impercettibile delle labbra, ha tradotto per me. L’uomo voleva che andassi con lui e io ho obbedito, per non mettere in pericolo la mia famiglia.

Mamma non c’era.

Altri due uomini, armati anche loro, mi hanno fatto salire sulla camionetta. Era stipata di  ragazze, tutte giovani. Tutte coperte col velo. Una di loro era incinta. Altre avevano bimbi piccoli in braccio. C’erano anche delle bambine. Piangevano. Mi sono girata a guardare la mia casa, in preda alla disperazione. I miei fratelli più piccoli sarebbero stati portati via da altri uomini, barbuti anche loro, anche loro armati, dagli occhi cattivi, per essere addestrati a diventare soldati avvezzi all’uso di armi e di bombe. Avvezzi a decapitare teste, senza pietà. Chi di loro si fosse rifiutato, sarebbe stato torturato o violentato. La camionetta è ripartita, sollevando nuovamente una nuvola densa di polvere. Ho intravisto mio padre, per un’ultima volta, immobile sulla soglia di casa, dove sarebbe stato trucidato.

Mamma non c’era.

Dopo chilometri di strada dissestata, gli uomini dalle lunghe barbe, ci hanno fatte scendere e ci hanno spinto nel cortile di quella che un tempo doveva essere stata una scuola. “E’ il mercato delle schiave” ha sussurrato nel mio orecchio una ragazza dagli occhi chiari, che era con me. La donna incinta ha tentato di scappare. E’ stata uccisa con una raffica di colpi alle spalle. Cadendo, le è scivolato il velo che le copriva il viso. Non avrà avuto neanche vent’anni. All’interno dell’edificio c’erano molti uomini seduti su delle sedie. Ci hanno chiamato una per una. Ci hanno strappato il velo e hanno scritto il nome e il prezzo di ciascuna di noi su un foglio di carta. Ci hanno obbligato poi a camminare tra gli uomini e ognuno di loro prendeva la ragazza, o la bambina, che voleva. Una bimba di 8 anni e sua madre sono state vendute separatamente. La bimba si divincolava. Piangeva. L’uomo che l’ha presa le ha dato una sberla così forte, che la bimba è stramazzata per terra. Io sono stata venduta ad un uomo grasso, alto, dell’età di mio padre. Quella notte sono stata violentata per ore da lui e da altri uomini. Ininterrottamente. Senza sosta. Fino ad agonizzare. Fino a perdere i sensi. In tre mesi sono stata venduta cinque volte. Sono rimasta anche incinta e ho preso di nascosto sei pillole, tutte insieme, per uccidere il bambino.

Tutto quello che volevo, era stare con mia madre.

L’uomo si è accorto che avevo cercato di abortire e mi ha picchiato così tanto sulla faccia, che ho perso la vista da un occhio. L’ho supplicato di uccidermi e lui ha detto che non voleva andare all’inferno per colpa mia.

Io invece all’inferno ci andrei volentieri, perché qualsiasi inferno, anche il più terribile, non potrà mai eguagliare questo.

Avevamo una bella casa, con una fattoria. Davo da mangiare agli animali. Giocavo con i miei fratelli. Andavo a scuola ogni giorno. Ed era bellissimo.

©RitaLopez

Il pagliaccio di Aleppo

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Mi chiamo Arwa. Io e mio fratello più piccolo, Khalid, viviamo con mia zia, nel quartiere di Mashhad, nella parte orientale di Aleppo. Viviamo là da quando i nostri genitori sono morti, proprio sulla soglia della nostra bella casa, durante un bombardamento. Eravamo per strada, io e Khalid, e all’improvviso sono arrivati gli aerei e hanno iniziato a sganciare le bombe. Ho afferrato mio fratello per un braccio e ci siamo precipitati verso la nostra abitazione. Ma casa nostra non c’era più. Mamma e papà erano caduti là sulla soglia, semisommersi dalle macerie e dalla polvere. Sicuramente avevano aperto la porta per cercarci, per richiamarci in casa. “Arwa!!!Khalid!!! Arwaaaaa!!!”.

E adesso erano lì, tutte e due. Da sotto il velo che mamma indossava sulla testa scendeva una lunga striscia di sangue, che le arrivava fino alla bocca. Papà aveva gli occhi semiaperti, diretti verso la nostra direzione. Sembrava guardarci.

E’ da quel giorno che Khalid non ha più parlato.

Mia zia è buona con noi, ma non è come la mamma. Ogni giorno ci porta in uno di quegli asili che hanno costruito sotto terra, per permettere a noi bambini di giocare al sicuro dai bombardamenti.

Khalid per tutti quei mesi rimase in un angolo. Senza mai intervenire. Mai partecipare. Mai parlare. Poi un giorno arrivò un pagliaccio con i capelli arancioni, un cappellone giallo e la punta del naso dipinta di rosso.

Lo ricordo bene. Noi bambini giocavamo alla corsa nei sacchi. A un certo punto ho dato un’occhiata a Khalid, accovacciato come al solito nell’angolo della grande sala, e quasi non credevo a quello che vedevo. Il pagliaccio stava parlando a mio fratello. E mio fratello gli rispondeva. Gli occhi bassi. La testa china. Ma gli rispondeva.

Quella sera a casa di mia zia, Khalid parlò di nuovo, dopo mesi e mesi di mutismo.

Disse: “Posso avere un altro po’ di minestra, per favore?” e mia zia, con la mano tremante, gli mise dell’altra zuppa nel piatto.

Khalid ricominciò anche a giocare. Andavamo all’asilo sotterraneo tutti i giorni e tutti i giorni, per due o tre ore, eravamo bambini normali. Volevamo bene al pagliaccio dai capelli arancioni e lui voleva bene a tutti quanti noi. Ma a Khalid di più.

Oggi ho saputo che è morto. Il nostro pagliaccio, dai capelli arancioni e col cappello giallo e la punta del naso dipinta di rosso, è morto. Sotto le bombe.

Ma io non lo dirò a Khalid. Ho deciso che non glielo dirò.

© RitaLopez

(nella foto: Anas al Basha, 24 anni, che strappava un sorriso ai bambini di Aleppo e che  ha perso la vita nel cuore dell’inferno).