C. Le donne e gli uomini

Io e quell’altra

Sono la bambina disobbediente. Trecce scomposte e scarpe slacciate. Mamma mi dice di non andare al porto vecchio, dove giocano i ragazzacci maleducati. Le dico “va bene” ma poi, voltato l’angolo, è là che mi dirigo. Sul vecchio molo. A guardare Giovanni e Luca e Antonio e Nicola che si tuffano nelle acque scure, che odorano di sale e nafta. Scompaiono tra le barche e poi riemergono con gli occhi chiusi, le bocche aperte. La pelle abbronzata che brilla al sole, ricoperta da centinaia di goccioline splendenti.

Mamma non lo sa ma, “quell’altra”, io l’ho nascosta dentro l’armadio. Le ho detto di stare zitta fino al mio ritorno.

Sono la ragazza indisciplinata. Capelli che arrivano alla vita e basco sulla testa. I parenti mi dicono: “Ora devi aiutare tua madre. Ora che è rimasta sola. Ora devi trovarti un lavoro. Ora è tempo che ti rimbocchi le maniche, ora”. Dico loro “va bene”, ma poi, finita la scuola, io parto e vado all’università. A studiare con la rabbia che ho in corpo. A studiare con la smania che ho addosso.

I parenti non lo sanno ma, “quell’altra”, io l’ho imbavagliata sotto il letto. Le ho detto di non fiatare, che tanto non sarei tornata.

Sono la donna inadempiente. Coda di cavallo e orecchini da gitana. Rosa, che mi abita di fronte, mi saluta con cordialità. Mi dice “bella giornata oggi eh! Il tempo giusto per mettere su la lavatrice e stendere i panni”. Annuisco con la testa. Guardo il sole e penso che tra poco mi infilerò di nuovo gli scarponi e andrò a scavare sul Palatino.

Rosa non lo sa ma, “quell’altra”, io l’ho avvisata: o così o niente, bella!

Sono la vecchia insubordinata. Una montagna di capelli bianchi e sigaro tra le labbra avvizzite.

Le mie vicine siedono all’ombra del muro, giù in cortile. Sanno fare meravigliose tovaglie di filo bianco con l’uncinetto. Le guardo dalla finestra, sorseggiando un bicchiere di primitivo. Si accorgono di me e mi dicono: “Scendi!”. Faccio di sì con la testa, ma prima metto sul mio vecchio stereo di seconda mano, dai tempi di quando ero ragazzina, un disco ormai graffiato e consunto, a tutto volume.

Le mie vicine scuotono la testa. Loro non lo sanno ma io, “quell’altra”, l’ho legata alla sedia a dondolo con il filo spesso di una vecchia matassa.

“Ti piace Jimi Hendrix?” le chiedo.

Senza dubitare neanche un secondo, con rassegnazione, mi fa cenno di sì con testa.

© RitaLopez

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La bambina dai capelli turchini

Si era laureata in Psicologia con il massimo dei voti.
Un dottorato sulla devianza giovanile e poi il concorso al Penitenziario.
Superato brillantemente, anche quello.
Mi sfugge il suo nome, ma noi, i ragazzi del Penitenziario, la chiamavamo “La Bambina dai Capelli Turchini”, per via del colore corvino dei suoi lunghi capelli, con i riflessi azzurri.
Avete presente quando il cielo è completamente oscurato, appena prima che sprofondi nella notte più buia, ma in fondo in fondo si percepisce ancora, nettamente, una nota di azzurro nell’aria?
Ecco, i suoi capelli erano di quel colore là.
Li portava perennemente legati, tenuti stretti, in basso, dietro la nuca.
Era brava, seria, puntuale.
Era una che aveva passato la sua adolescenza china sui libri, a studiare. E si vedeva.
A noi, giovani e impetuosi “devianti” sociali piaceva un sacco, perché aveva negli occhi quell’aria ingenua da ragazzina per bene, quasi sprovveduta a volte, quel candore verginale, quella purezza tipica delle persone squisitamente ingenue.
Dalla finestra della mia cella la vedevo arrivare ogni mattina alle otto, accompagnata in auto dal suo fidanzato.
Ed ogni pomeriggio, alle cinque, la osservavo andare via, sempre insieme a lui.
A vederli così, rigidi e impettiti, era inevitabile che, tra di noi,  facessimo delle battute oscene sulle capacità sessuali del tipo.
Ma devo dire la verità: quello stava sinceramente, spassionatamente, profondamente sulle palle a tutti.

Pino arrivò al Penitenziario verso la fine dell’inverno. Avrà avuto poco più di 20 anni.
Era uno spilungone dinoccolato, magrissimo.
Indossava una giacca tre taglie più grandi della sua misura. Si muoveva in maniera buffa, ricordava quasi un burattino di legno.
Portava sempre l’armonica in tasca e quando la poggiava sulle labbra sembrava che la suonasse col suo lungo naso appuntito.
Lo avevano beccato per un furto d’auto se non ricordo male. O roba del genere.
Due guardie lo accompagnarono nella mia cella e diventammo subito amici.
Mi raccontava della sua vita, di suo padre malato e povero in canna, tanto che dovette vendersi la giacca per comprargli i libri di scuola.
Mi raccontava del suo quartiere malfamato, dove la migliore aspettativa, per un ragazzo, era quella di diventare contrabbandiere di sigarette.
Mi raccontava delle amicizie poco raccomandabili, delle sbronze quotidiane e delle risse notturne, delle storie piccanti con le ragazze, delle fughe continue da casa e dei continui ritorni.

Il giorno dopo il suo arrivo al Penitenziario, Pino ebbe il suo primo colloquio con la “Bambina dai Capelli Turchini”.
“Allora? Che te ne pare?” gli chiesi ammiccando, appena rientrò nella cella.
“Chi quella?” rispose con aria beffarda “quella dovrebbe stare un paio d’ore da sola con me!”.
Passò il pomeriggio sdraiato sul letto a suonare l’armonica.
Poco prima delle cinque, si affacciò alla finestra, giusto in tempo per vedere la “Bambina” salire nell’auto del tipo e sfrecciare via lungo la strada.

Ho sempre pensato che la vita sia un’opportunità pazzesca per ognuno di noi.
Ed ora che sono vecchio, lo credo ancora di più.
Credo nel guerriero sfrontato e muscoloso che ci abita dentro.
Credo nella capacità che abbiamo di rendere eroica la nostra esistenza, a prescindere da dove ci capita di trascorrere i nostri anni: in fabbrica, o a scuola, o a fare la casalinga, o a combattere su un vero campo di battaglia. O in un Penitenziario.
Ora io non so cosa si siano detti Pino e la “Bambina dai Capelli Turchini”, di cosa parlassero durante i loro colloqui, di cosa sognassero precisamente.
Non so come si sia acceso l’amore tra di loro, come abbiano fatto ad alimentarlo, fino a farlo diventare una enorme vampa avvolgente.
So che ci hanno creduto. Questo so.

Pino uscì dal Penitenziario alla fine della Primavera e il suo posto fu occupato da uno spacciatore.
Era un pomeriggio dei primi di Luglio quando sentii il suono della sua armonica provenire giù dalla strada.
Guardai attraverso le sbarre della finestra e lo vidi. Era poggiato con le spalle al lampione, al bordo del marciapiede.
Subito dopo la “Bambina” lo raggiunse.
Era bellissima. Aveva i capelli blu notte con i riflessi turchini sciolti sulle spalle.
Le arrivavano alla vita.
Prima di andare via con lei, Pino alzò lo sguardo verso la mia cella e mi sorrise.
“Addio Luciano!!” gridò. Sollevai il braccio per salutarlo.
Li vidi andare via mano nella mano, fino a scomparire dietro l’angolo della strada.
Il giorno dopo una nuova psicologa arrivò al Penitenziario .

© Rita Lopez

Desdemona

Dimmelo ora che mi ami.
Ora che ho disubbidito a mio padre, pur di stare insieme a te.
Io sono la figlia disonorata. La vergogna di una famiglia onesta.
Forza, dimmelo ora che mi ami.
Ora che tutta la città mi addita, perché ho scelto di stare con l’uomo che amavo. Anche se per gli altri eri solo lo straniero con la pelle di un altro colore.
Io sono l’infedele. La traditrice in patria.
Coraggio, dimmelo ora che mi ami.
Ora che mi hai chiamato sgualdrina per un pettegolezzo, una chiacchiera giunta alle tue orecchie.
Io sono l’adultera. La moglie disonesta.
Ricordi quando ti dicevo “Oh, guardatevi dalla gelosia, mio signore! È un mostro dagli occhi verdi che dileggia il cibo di cui si nutre”?
Dimmelo! Dimmelo ora che mi ami.
Ora che stringi le tue mani attorno al mio collo, con forza, con odio.
Diranno: Otello è un uomo passionale, un uomo che ama profondamente!
Bugiardi!
Otello è l’emblema della cecità, di chi è incapace di vedere, di chi paradossalmente vede quello che non c’è.
Otello ha il terrore che venga scalfita la sua immagine così insulsa, così precaria. Otello è se stesso che ama. Solo se stesso.
Dimmelo ora che mi ami, diamine!
Guarda i miei occhi che stanno per chiudersi e dimmelo ora, mentre ti dono anche l’ultimo respiro che esala da questa bocca che fino a ieri hai baciato.

©RitaLopez

(nella foto: Mavì Schirripa, Otello e Desdemona)

17 marzo e Fabricius diventa uomo

E’ l’alba del 17 marzo, la festa dei Liberalia, dedicata al dio Liber, il cui tempio è sull’Aventino. Sono già sveglia da ore e tra poco, dalla mia finestra, spierò nella stanza di Fabricius, che abita di fronte a me.

Il mio amato, che ha compiuto 16 anni, festeggerà oggi, insieme agli altri ragazzi della sua età, il passaggio allo stato di uomo.

Fabricius si toglierà la bulla, la collana che i bambini ricevono quando sono ancora in fasce, come simbolo di protezione, e la deporrà sul piccolo altare dei Lari, che si trova in un angolo, in ogni casa di Roma. Lascerà anche una ciocca dei suoi bei capelli e la prima rasatura della sua barba sottile.

Poi il mio amato si sfilerà la toga praetexta, bordata di porpora, ed io mi sentirò morire alla vista di quelle spalle e di quelle braccia che mi stringono forte, di nascosto, nel buio dell’ingresso di casa mia, mentre i miei fratelli più piccoli giocano nell’atrio.

Sua madre gli porgerà la toga virile, quella che portano gli uomini, bianca, come i petali del giglio.

Farà colazione con un uovo, che rappresenta il principio di tutto, e con una focaccia di latte e farro.

Uscirà per strada, Fabricius, e guarderà alla mia finestra, sapendo che io sono dietro le imposte.

Il cuore mi batterà nel petto.

Seguirà la processione diretta al tempio, sull’Aventino, mentre le sacerdotesse del dio Liber, con i lunghi capelli intrecciati con rami di edera, offriranno torte fatte con olio e miele.

Ci saranno sacrifici, e musiche, e maschere appese agli alberi.

Un grande fallo, in cima ad una pertica, precederà la processione, per augurare fertilità alla terra e agli uomini.

Aspetterò dietro la finestra fino al tramonto, ad attendere il ritorno di Fabricius.

Avrò un sussulto quando lui solleverà la testa per vedere se sono ancora lì, dietro le imposte.
Ed io mi lascerò guardare dagli occhi di un uomo.

© RitaLopez

La maledizione di Aelia

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E’ grigio e plumbeo il cielo di Roma sopra la città che ancora dorme. Ma alla giovane Aelia non importa.
Pioggia e lacrime sul suo viso sconvolto.
Il vento d’autunno le schiaffeggia le gambe.
Corre Aelia. Corre verso la necropoli fuori le mura. E non ha paura.
Ripensa al giorno prima, a quando ha svoltato l’angolo della Subura, e li ha visti. Fausto, il suo amato Fausto, e Rodine tra le sue braccia.
Le dita delle mani intrecciate. Le bocche che si cercavano con avidità.
Non dorme Aelia. Non dorme per tutta la notte. E medita.
Incide con mano tremante la sua maledizione su una tavoletta di piombo. E all’alba esce di casa.
Pioggia e lacrime sulle guance smunte.
Arriva nel luogo dove sono sepolti i morti, al di là della cinta muraria e scava. Scava una buca con le mani nude, per consegnare la sua dannata preghiera al dio degli inferi.
“Dis Pater, Plutone, io ti prego, poni fini all’amore tra Rodine e Fausto.
Come il morto che è qui sepolto non può né parlare, né discorrere, così Rodine sia morta per Marco Licinio Fausto”.
Non sente il freddo sulle mani. Non sente i graffi delle piccole pietre taglienti sulle dita. Ripone la sua maledizione sul fondo umido e accogliente della terra.
Quasi in preda ad un’eccitazione febbrile, ricopre freneticamente la buca.
Il vento le sferza i capelli sul collo bianco.
E ancora pioggia e lacrime sulle sue gote.
Si copre il capo con il mantello e con le scarpe fradicie e il cuore in subbuglio, ripercorre la strada che la riporta alla Subura, prima che Roma si svegli.

(Nella foto una “tabella defixionis” (tavoletta di maledizione) trovata in via Latina, da una tomba a circa mezzo miglio da Roma. Metà del I sec. a.C. Museo delle Terme di Diocleziano, Roma).

© RitaLopez

Giovanna

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Si accascia sulla sedia della vecchia cucina. Le braccia sulle gambe. E si guarda intorno.
Si guarda intorno, Giovanna.
I capelli spettinati. La camicia sbottonata. La tazzina di caffè che fuma sul tavolo.
Si guarda intorno, quasi in cerca di una motivazione.
Solo un piccolissimo granello di motivazione, che la spinga ad alzarsi, a scuotersi, a fare quello che deve fare.
Lo sguardo scivola sui pensili della cucina, e sulla finestra con le tendine color crema, e sui ciclamini viola che fanno capolino dal davanzale.
Scivola lo sguardo di Giovanna. Scivola senza mai soffermarsi. Scivola come liquido untuoso sugli oggetti.
E’ sopraffatta dalla stanchezza. Di prima mattina.
Il cuore grigio come il cielo. E nessun palpito di gioia.
Si ricorda del caffè. Solleva la tazzina e sorseggia. E’ quasi freddo ormai.
Quando ha finito, lascia finalmente la sedia e si trascina pigramente alla finestra.
Scosta le tendine color crema.
Il cielo grigio come il cuore. E nessun segno di schiarita.
Ti ho pensato Giovanna, mentre camminavo sotto la pioggia sottile di questa mattina.
Ti ho pensato, e avrei voluto chiamarti per dirti di cambiare aria.
Anzi, avrei voluto essere lì, nella tua cucina, per prenderti a schiaffi e urlarti di cambiare aria.
Al diavolo le tue tendine color crema. Al diavolo i tuoi ciclamini e la tua dannatissima vecchia cucina!
Cambia aria, Giovanna!
Cambia aria!

© RitaLopez

 

Ophelia

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Ancora credo alle prime luci dell’alba, alla linea sottile di rosa che solca il cielo all’orizzonte. Inevitabilmente il primo bagliore che squarcia il buio mi predispone all’attesa, alla fiducia verso ogni singolo nuovo giorno, alla possibilità che immagino celata dietro ogni angolo.

Idiota che ero.

Pensavo di essere una bambina dagli occhi spalancati e pieni di aspettative e invece ero solo un cane affamato in cerca dell’osso.

Ancora credo al potere delle carezze, e al miracolo dei baci. Alla forza costruttrice e propositiva della gentilezza, all’amore detto e ridetto. Ai gesti premurosi. Alle attenzioni sollecite e inaspettate. Alla complicità di un abbraccio.

Idiota che ero.

Pensavo di avere il potere di trasformare in una storia d’amore una ridicola, insulsa, banalissima, logora convivenza.

Pretendevo di essere la donna da amare, quella che è desiderata, colei che è preziosa, quando invece lui aveva soltanto bisogno di una badante.

Ma la dolce Ophelia non per questo impazzirà di dolore.

La pallida Ophelia non si lascerà annegare nel fiume della follia, permettendo che le alghe le si impiglino tra i lunghi capelli.

La bella Ophelia non ondeggerà senza vita in balia delle canne, con le vesti aperte sulla superficie dell’acqua, tra le rose e i papaveri galleggianti che le toccano il viso freddo di morte.

Sapete cosa farà Ophelia? Custodirà con cura il dolore e la delusione del fallimento e li trasformerà in nuova ricchezza e nuova forza.

E non restarà di certo ad aspettare che l’acqua la trascini lungo la corrente.

Scioglierà i suoi capelli e si sdraierà sulla terra odorosa e ferma. Il vento del Nord soffierà sul suo seno e gonfierà d’aria le sue vesti. Intreccerà ghirlande di fiori e aspetterà ancora che la luce del mattino squarci il buio del cielo.

La mancanza di vita non sarà più il suo peccato.

© RitaLopez

La ninfa del Tevere

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Ogni ragazza, alla vigilia delle sue nozze, deponeva la propria bambola sull’ara della dea Afrodite, come segno della fine dell’infanzia e della propria verginità. Ma Crepereia, che non aveva ancora vent’anni, promessa sposa di Filetus, non lo avrebbe fatto mai. Le sue amiche non le avrebbero mai consegnato, sull’uscio della nuova casa, il fuso e la conocchia, come si usava, per rimarcare il passaggio alla vita di moglie fedele e devota. Il suo futuro marito, Filetus, non l’avrebbe mai sollevata tra le braccia, per evitare che inciampasse nel varcare la soglia, scongiurando, in questo modo,  ogni segno nefasto.

Niente di tutto questo sarebbe accaduto, perché il corpo freddo di Crepereia venne adagiato nel sarcofago di marmo finemente decorato, all’esterno, da un rilievo bassissimo che la raffigurava sul letto di morte. Al momento della sepoltura portava sul capo una coroncina di foglie di mortella, trattenuta da piccoli fiori d’argento.

Sua madre le aveva messo gli orecchini a pendente in oro e perle, che a lei piacevano tanto, e una collana d’oro con pendagli, formati da piccoli cristalli di berillo. Le aveva infilato nell’anulare sinistro l’anello nuziale su cui era inciso il nome di Filetus, l’uomo che avrebbe dovuto sposare.

E infine, nel sarcofago, misero anche me, la bambola d’avorio creata dalle mani esperte di un giovane artigiano dagli occhi nocciola e dai capelli neri: Stenius.

Crepereia mi adorava per via della mia mirabile fattura e per le mie articolazioni snodate, ma soprattutto perché mi aveva costruito Stenius.

Stenius aveva intagliato la testa e il tronco in un unico pezzo. Aveva fissato i miei arti superiori e inferiori in appositi alloggiamenti incavati, grazie ad un accurato sistema ad incastro, tenuto da piccoli perni perfettamente mimetizzati, così che io potessi muovere braccia e gambe nei loro movimenti naturali.

Pensava a Crepereia, Stenius, quando stilizzò i miei piccoli seni e modellò il mio ventre.

Pensava a Crepereia quando disegnò il morbido ovale del mio volto, il naso dritto, la bocca carnosa, gli occhi intensi e assorti.

Pensava a Crepereia quando incorniciò il mio viso con morbide trecce avvolte sulla nuca.

Mi posero dunque vicino alla testa della promessa sposa, e chiusero il coperchio del sarcofago.

Ci seppellirono entrambe in una buca profonda,  sulle sponde del Tevere.

Ho vegliato su Crepereria per tutto questo tempo. Sono stata la sua bambola fedele, giorno dopo giorno. E giorno dopo giorno una goccia del fiume penetrava nel sarcofago. Una goccia dopo l’altra, dopo l’altra, dopo l’altra, fino a che esso si riempì completamente di acqua.

Passarono molti secoli e un giorno degli uomini scoprirono il nostro nascondiglio e aprirono il sarcofago.

Enorme fu lo stupore dei loro occhi quando ci videro.

Crepereia si era trasformata in una divinità fluviale, dai lunghissimi capelli che fluttuavano nell’acqua del sarcofago.

Era diventata una ninfa.

La ninfa del fiume Tevere, la ninfa dai lunghi e morbidi capelli.

(Testimonianza dell’archeologo R. Lanciani, presente agli scavi per la costruzione del nuovo Palazzo di Giustizia, a Roma, nel 1889:

“Tolto il coperchio, e lanciato uno sguardo al cadavere attraverso il cristallo dell’acqua limpida e fresca, fummo stranamente sorpresi dall’aspetto del teschio, che ne appariva tuttora coperto dalla folta e lunga capigliatura ondeggiante sull’acqua. La fama di così mirabile ritrovamento attrasse in breve turbe di curiosi dal quartiere vicino, di maniera che l’esumazione di Crepereia Tryphaena fu compiuta con onori oltre ogni dire solenni, e ne rimarrà per lunghi anni la memoria nel quartiere Prati. Il fenomeno della capigliatura è facilmente spiegato. Con l’acqua di filtramento erano penetrati nel cavo del sarcofago bulbi di una tal pianta acquatica che produce filamenti di color d’ebano, lunghissimi, i quali bulbi avevano messo di preferenza le loro barbicine sul cranio. Il cranio era leggermente rivolto verso la spalla sinistra dove era adagiata una gentile figurina di bambola.”)

© RitaLopez

Lapidata da migliaia di “mi piace”

 

Alla “rete” non si sfugge. E la “rete” mi ha catturata.

La “rete” che ha reso liberi e degni di parola la maggior parte di voi, in una brodaglia di amorevole democrazia, ha fatto schiava me.

Sono stata lapidata da migliaia di “mi piace”.

Linciata per qualcosa che non è reato, non più di rubare immagini private e darle in pasto ai pescecani morbosi con la bava alla bocca.

Sono stata lapidata da quegli stessi uomini e donne che si soffiano rumorosamente il naso quando i talebani, a centinaia di chilometri di distanza da noi, scavano un buca, vi pongono una donna tremante  e piangente, con le mani incatenate dietro la schiena, e la massacrano a colpi di pietre.

Beffeggiata, umiliata, messa alla gogna dalle risate sguaiate, dagli ammiccamenti vomitevoli, dal fango lanciatomi addosso.

Sono stata lapidata dagli insulti, paparazzata fin nei minimi dettagli della mia intimità, derubata della mia vita privata, del mio cognome.

Sono stata lo scandalo sulle bocche di tutti. Bocche che mai si sono scandalizzate per la mafia e la camorra, bocche pronte a spalancarsi per inveire contro di me. Bocche di uomini e bocche di donne, a cui piacciono le stesse cose che piacevano a me.

Non mi sono suicidata.

Sono stata massacrata dai vostri “se l’è cercata”.

Non mi sono suicidata.

Sono stata lapidata da migliaia di “mi piace”.

© RitaLopez

 

Adotta1blogger perché …

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… perché trovo che la  vita  generosamente proiettata all’esterno, con le antenne ben tese per captare le voci di chi ha qualcosa da dire, di chi può aprirci la mente, di chi può essere una fonte di ricchezza, è la vita più logica e più giusta da vivere.

Non esiste crescita senza condivisione, né evoluzione senza scambio.

Sono quello che sono per le esperienze che mi hanno attraversato, per le persone che ho conosciuto, per i libri che ho letto, per i film che ho visto, per la musica che ho ascoltato, per gli amici che mi hanno influenzato.

Ed ogni luogo dove è possibile prendere e dare disinteressatamente, dove il meraviglioso baratto umano delle emozioni e delle conoscenze prende forma, dove la predisposizione all’ascolto e la possibilità di farsi ascoltare sono cosa concreta, diventa il luogo più democratico per eccellenza.

L’ “adozione” in questo caso significa la mia umile, volontaria, consapevole discesa dal gradino del personale protagonismo, per mettere l’ “altro” sotto i riflettori e dire al mondo:

“Sentite signore e signori, sentite cosa ha da dirci!”.

© RitLopez

immagine in alto presa dal sito: saleinzucca.it/category/web-content/

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La vita vera

Lopez

(Fotogramma dal video The Most Beautiful Suicide- Evelyn McHale 1947 YouTube)
(liberamente tratto da un fatto di cronaca accaduto a New York il 1° maggio 1947)

 

(Trenton, 66 miglia circa da New York, Casa di Cura psichiatrica, Aprile 2007)

Rileggo con estenuante fatica le pagine, ormai ingiallite, scritte in quei giorni frenetici e deliranti in cui la mia vita è cambiata in maniera irreversibile, per diventare vita vera soltanto durante il sonno e stato di insopportabile incoscienza durante la veglia.

La mia vista è peggiorata e questo maledetto e costante tremore delle mani, mentre cerco di avvicinare i fogli di carta agli occhi, rende ancora più difficile la lettura.

La mia vita è stata un sogno: così dicono i medici della clinica psichiatrica in cui sono in cura da più di 30 anni.

Nel senso che per vivere ho avuto bisogno di chiudere gli occhi e sognare.

Solo nel sogno vivevo e nel sogno ritornavi a vivere anche tu.

Svegliarmi, essere catapultato in quello che chiamano “stato di coscienza”, rendermi conto della nuova realtà, è sempre stato inconcepibile e intollerabile da allora, da quel giorno che ti ho incrociata per strada, quella mattina del 1 maggio 1947, a pochi metri dall’ingresso dell’Empire State Building.

Non conoscevo neanche il tuo nome.

Solo in seguito ho letto sui giornali che ti chiamavi Evelyn.

Eri tu. Eri Evelyn.

La mia Evelyn.

La donna con cui avrei passato il resto della mia vita sognata.

La “ragazza dei miei sogni”, nel senso più ironicamente tragico e vero della parola.

Tutti pensano che io sia pazzo.

Ma che importa! La mia vita riprende ogni volta che mi addormento e sogno di te, Evelyn.

Sessanta anni di vita con te, oramai.

Sognata? Reale? Che importanza ha?

 

(New York, 1 maggio 1947)

Stamattina.

Stamattina la mia vita è stata inesorabilmente stravolta. Lo so.

Niente tornerà più come prima. E’ così. Sono perfettamente conscio del fatto che c’era un prima.

E sono perfettamente conscio che d’ora in avanti non sarà mai più la stessa cosa.

Questa vita non sarà mai più la stessa.

Questo mondo non sarà mai più lo stesso.

Né io sarò mai più lo stesso.

No, Robert Wiles non sarà mai più lo stesso.

 

(N.Y., 2 maggio 1947)

Non ho chiuso occhio stanotte, non sono riuscito a dormire.

Devo riordinare le idee. Devo. Per non impazzire.

Dunque, ieri mattina c’era il sole, aria tersa, niente nuvole, la luce giusta.

Mi è venuta voglia di andarmene in giro a scattare foto per conto mio, e così avevo sistemato la mia Contax in un sacchetto di tela impermeabile, insieme a due rullini e a un paio di obiettivi. Camminavo a passo spedito sulla 5th Avenue, dopo essere sceso alla fermata della metro in Times Square.

Ricordo che ero diretto al Madison Park. Avevo intenzione di ciondolare là per un po’, tra gli alberi e le aiuole in fiore, scattare foto fino a quando non avessi avuto fame, e poi scroccare il pranzo a Peter, studente del mio stesso corso di fotografia, che abita proprio a due passi dal Gramercy Theatre.

Questo pensavo, Dio mio! Solo questo pensavo.

Ho attraversato la 34esima Strada. Ed è là che l’ho vista.

Stava svoltando l’angolo. Era distratta. Mi è venuta addosso facendomi quasi cadere la sacca di tela con la Contax. Un rullino è scivolato per terra, rotolando verso i suoi piedi.

Ci siamo fermati. Entrambi sorpresi. Ci siamo guardati negli occhi.

Uno-di fronte-all’altra.

I suoi occhi, mio Dio! I suoi occhi azzurri di cielo dentro i miei.

“Mi spiace”, ha sussurrato.

“Si figuri”, le ho risposto.

Mi sono chinato a raccogliere il rullino che aveva cessato la sua corsa proprio accanto al tacco della sua scarpa sinistra.

Ho ammirato le sue caviglie. Sono risalito con lo sguardo su per le gambe, coperte fin sotto le ginocchia da una gonna a pieghe color pesca. E poi più su. La curva leggiadra dei fianchi, la vita sottile, fasciata dalla giacca stretta e sfiancata del tailleur, la lunga collana di perle bianche, il collo immacolato, la bocca rosso cremisi, fino a posarmi inebriato, ancora una volta, sui suoi occhi.

E nei suoi occhi sono finalmente precipitato. Nel baratro azzurro dei suoi occhi.

Sarei rimasto lì per ore; sarei rimasto lì per il resto della mia vita.

Dopo un tempo che non so quantificare, ha distolto improvvisamente lo sguardo, quasi con una rapida scossa nei movimenti, e ha proseguito il suo cammino.

L’ho vista infilarsi come una gazzella sperduta all’interno dell’Empire State Building, velocemente inghiottita dal buio e mastodontico ingresso.

Ho pensato: “Seguila, idiota, seguila! Offrile un caffè. Fai qualcosa, diamine!”

E invece sono rimasto lì, fermo, impalato, ancora ubriacato del suo profumo, ancora stordito dall’azzurro dei suoi occhi.

“Ok”, mi sono detto, “ok, brutto idiota. Ora aspetti qui, buono buono, fino a quando non esce da quel dannato palazzo e le parli”.

Sono entrato da Heartland Brewery, lì di fronte, e mi sono seduto a bere una birra.

Non staccavo lo sguardo dall’ingresso dell’Empire State Building.

Non sapevo cosa le avrei detto. Ma qualcosa le avrei detto. Oh sì! Mi sarei inventato qualsiasi cosa, questo era certo.

Ho ordinato una seconda birra.

Forse saranno passati 20 minuti. Mezzora. Non di più.

Ero deciso ad aspettare. Anche una vita intera.

Poi un’esplosione tremenda. Un tonfo inconfondibile di lamiere. Vetri frantumati. Un boato agghiacciante.

Dalla vetrata colorata dell’Heartland Brewery, ho visto un mare di gente correre sul marciapiede di fronte.

Anche dal locale si sono catapultati fuori.

Persino il barista dietro il bancone, presso il quale ero seduto. Persino il cassiere.

Sono uscito anch’io. Allibito. Frastornato.

Un folto gruppo di persone era accorso attorno ad una Limousine nera, parcheggiata proprio sotto l’Empire State Building.

Mi sono avvicinato. Il cuore ha iniziato a battermi all’impazzata.

Il tetto della Limousine era completamente accartocciato.

L’impatto tremendo aveva distrutto i vetri dei finestrini.

Sul tetto dell’auto, il corpo di una donna.

Ho riconosciuto subito il suo tailleur color pesca.

Mi si è fermato il cuore.

Ho smesso di respirare.

Mi sono avvicinato ancora di più.

Ho visto la mia vita reale, quella che chiamano “vita reale”, per l’ultima volta, sull’orlo di un baratro senza ritorno.

Era lì. La mia ragazza era lì, adagiata sul tetto lucido della Limousine, spiegazzato come una calda ed accogliente coperta, ad avvolgerle il corpo aggraziato.

Disarmante nella sua calma compostezza, sembrava dormisse.

Sì, sicuramente dormiva.

Alle mani portava dei guanti color panna. Non li avevo notati prima. Le dita della mano sinistra intrecciate nella collana di perle, quasi in una posa studiata e maliziosa. Le caviglie superbamente incrociate. Aveva perso le scarpe.

Così meravigliosamente bella. E quieta. E placida. E composta.

Solo le lamiere contorte facevano presagire la violenza inaudita dell’impatto.

Non ricordo a cosa ho pensato.

Non ricordo per quale motivo ho aperto la sacca di tela, ho afferrato la mia Contax, ho scattato una foto.

 

(N.Y., 4 maggio 1947)

Non riesco a dormire.

Ho il recondito terrore che, addormentandomi, io debba intraprendere una strada senza ritorno.

Mi serve un medico.

Non riesco a dormire.

 

(N.Y., 6 maggio 1947)

Evelyn.

Ti chiami Evelyn.

Evelyn McHale.

Ti ho amata dal primo momento Evelyn.

 

(N.Y., 7 maggio 1947)

Devo sviluppare quel rullino.

Devo trovare il coraggio di sviluppare quel dannato rullino.

 

(N.Y., 8 maggio 1947)

Sono andato dal dottor Harris.

Mi ha prescritto dei sonniferi.

 

(N.Y., 9 maggio 1947)

Ti ho sognato Evelyn. Ho sognato come nella mia mente sarebbe dovuta effettivamente andare quella mattina del 1 maggio, quando non ho avuto il coraggio di fermarti ed ho lasciato che tu andassi via invece, determinata, verso il tuo oscuro proposito.

Finalmente dopo averti aspettato per circa mezzora, sei uscita dall’ingresso dell’Empire State Building, fiera e spedita come una regina.

Ti sono venuto incontro e ti ho chiesto timidamente se volevi prendere un caffè con me.

Mi hai sorriso. Hai detto di sì.

Siamo entrati insieme da Heartland Brewery.

Ci siamo seduti e mi hai sorriso di nuovo. Ero felice come un bambino.

Felice come un bambino.

 

(N.Y., 10 maggio 1947)

Non sopporto il momento in cui mi sveglio dal mio sonno forzato.

Mi sembra di essere proiettato violentemente in una realtà che non mi appartiene più.

Oggi, però, ho deciso di stampare la tua foto. Sono passati dieci giorni ormai.

Ogni volta che mi accingevo a farlo, c’era sempre stato qualcosa di immensamente e potentemente doloroso a impedirmelo.

Ma oggi pomeriggio, quando l’effetto dei sonniferi è passato, ho raccolto le mie forze e l’ho fatto.

Ho acceso la lampada. La luce è passata attraverso il condensatore posto sul negativo.

Ho impostato il diaframma e poi la messa a fuoco. Agivo come in uno stato di trance, quasi fossi sotto ipnosi.

Ho regolato il tempo di esposizione.

Credo che non mi rendessi conto di quello che stavo facendo.

Credo di aver agito come agisce un sonnambulo.

Mi ricordo anche di avere pensato: “Ma dormo o sono sveglio?”

Ho preso infine il foglio di carta e l’ho fatto passare nelle bacinelle. Come in una consueta magia, col passare dei secondi, ho potuto intuire la tua immagine che pian piano sarebbe comparsa.

Con la lentezza e la disperazione acquisita negli ultimi, consapevoli movimenti, di chi è stato condannato a morte e si trova ormai vicino al patibolo, ho preso la stampa e l’ho passata sotto l’acqua corrente.

Non mi restava che metterla ad asciugare.

Ho acceso la luce, ma continuavo a tenere gli occhi chiusi.

Non so dire quanto tempo ho aspettato.

Finalmente mi sono deciso: ho aperto gli occhi.

Evelyn… Mio amore… Evelyn…

Ho pianto. Calde, copiose, inconsolabili lacrime.

 

(N.Y., 11 maggio 1947)

Continuo a dormire tutto il tempo, grazie alle pillole del dottor Harris.

Sia benedetto il dottor Harris! E’ come aver trovato la strada, la scorciatoia, che mi porta dritto a lei.

Odio risvegliarmi.

Stamattina però, ero ben determinato ad alzarmi dal letto; ho preso la foto di Evelyn e sono andato a Broadway, presso la sede di Life, il giornale.

Che strano! Solo ora mi rendo conto di avere scelto un giornale che si chiama Life, Vita, quasi a voler sbattere in faccia al mondo la vita che per me, e per te Evelyn, non può non continuare.

In qualsiasi dimensione, conscia, inconscia, razionale o irrazionale, essa ci viene offerta.

Alla sede del giornale non credevano ai loro occhi.

Mi hanno guardato sbalorditi mentre me ne andavo con la mia Contax a tracolla.

Sono tornato a casa, ho preso i sonniferi e mi sono rimesso a dormire.

 

(N.Y., 12 maggio 1947)

Hanno pubblicato la mia foto, Evelyn. La mia foto di te che dormi sul tetto accartocciato della Limousine nera, perché in realtà tu dormi.

Hanno avuto la loro esclusiva, il loro scoop.

Io, invece, mi sono imbottito di pillole e ti ho sognato.

Seduti al tavolino, da Heartland Brewery, mi hai raccontato dei tuoi 23 anni.

Mi hai raccontato di essere nata in California, di essere la sesta di sette fratelli.

Mentre parlavi, nuotavo nei tuoi occhi azzurri.

Ho persino dimenticato il mio caffè, lasciandolo completamente raffreddare.

Le tue labbra rosso cremisi hanno avuto un impercettibile tremore nel momento in cui mi hai detto che, un giorno, tua madre abbandonò te e i tuoi sei fratelli e non si fece più rivedere.

“Se non vuoi parlarne non importa”, ti ho sussurrato con tutta la delicatezza di cui ero capace.

Hai sorseggiato di nuovo il tuo caffè e hai continuato.

Dopo aver peregrinato in lungo e in largo per gli States, con tuo padre e i tuoi fratelli, finalmente sei approdata a New York.

Hai trovato lavoro e anche un fidanzato, che abita a Easton, non lontano da qui, e il giorno prima eri stata da lui, per festeggiare il suo compleanno.

“Dovremmo sposarci a giugno”.

Hai abbassato lo sguardo mentre pronunciavi queste parole.

“Stamattina ho preso il treno”, hai continuato, “e sono tornata a New York”.

“E lo sposerai?”, ti ho chiesto a mezza voce.

Hai abbassato di nuovo lo sguardo. Hai sorseggiato ancora una volta il tuo caffè.

 

(N.Y., 13 maggio 1947)

Ho letto con grande fatica l’articolo pubblicato su Life.

Mi girava la testa e mi sentivo in preda ad un incubo.

Dice che sei salita all’ottantaseiesimo piano dell’Empire State Building, dove è la piattaforma panoramica che guarda a 360 gradi tutta la città di New York.

Che hai piegato con cura il soprabito marrone che indossavi sopra il tailleur color pesca, posandolo sul parapetto della balconata.

Che hai lasciato anche la tua borsetta con alcune foto di famiglia e un taccuino nero.

Che ti sei lanciata nel vuoto.

Che nel taccuino nero era scritto il tuo messaggio di addio.

Che il messaggio diceva:

“Non voglio che nessuno, della mia famiglia o meno, veda alcuna parte di me.

Potete distruggere il mio corpo cremandolo?

Prego voi e la mia famiglia: non voglio nessun funerale o commemorazione.

Il mio fidanzato mi ha chiesto di sposarlo a giugno.

Starà molto meglio senza di me.

Dite a mio padre che ho preso troppe tendenze da mia madre”.

Nessuno di loro, Evelyn, sa che invece sei uscita dall’Empire State Building e sei venuta a prendere un caffè con me.

Nessuno sa che abbiamo chiacchierato insieme, comodamente seduti al tavolino dell’Heartland Brewery.

Nessuno sa che entrambi viviamo nei miei sogni e nei sogni ci parliamo.

Nessuno lo sa, Evelyn.

Ho afferrato le pillole del dottor Harris e ne ho mandate giù due.

Ho scelto di viver con te, anche se in un’altra dimensione.

E in fondo, chi ha mai dimostrato che la vita reale, la vita vera, sia quella che accade durante il nostro stato di veglia e non invece nel profondo, recondito, misterioso abisso dei nostri sogni?

© RitaLopez

Questo racconto è già stato pubblicato su http://exlibris20102012.blogspot.it/2016/04/la-vita-vera-di-rita-lopez.html

Un esercito

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Camminerò finché mi reggono le gambe e andrò avanti, ve lo prometto, come quei muli testardi e incaponiti che mai si fermano.

Camminerò per te, che ti alzavi alle 4 di mattina per cucinare i fagioli per il pranzo dei tuoi figli, e poi ti pettinavi i lunghi capelli, tirandoli su in una crocchia ordinata, prima di avvolgerti nello scialle lungo e uscire di casa col freddo che ti sbatteva in faccia, a testa alta, verso l’urlo della sirena della vecchia Manifattura dei Tabacchi.

E camminerò per te, che odoravi di Roxy senza filtro, per tutte le volte che hai reso speciali i miei giorni, quando mi insegnavi a ballare “I’m singing in the rain” e mi sentivo bella nella mia gonnellina a pieghe e con le mie scarpe consumate.

Camminerò, vi giuro, fino a scorticarmi i piedi.

E camminerò per te, che odoravi di lavanda e di pasta fatta in casa, simile ad un guerriero indistruttibile dalle mani artritiche che reggevano il rosario con le perline nere.

E anche per te camminerò, per i tuoi silenzi discreti, la tua gloriosa umiltà, il tuo laborioso e instancabile e quotidiano impegno da formica operaia.

Niente mi fermerà, siatene certi.

Camminerò anche per te, per i tuoi mantra religiosi, e per te che imprecavi il cielo di nascosto, e per te, che avevi la rivoluzione nel cuore, e per te, che per come mi guardavi, mi facevi arrossire.

Continuerò a camminare per tutti voi, che affollavate i marciapiedi maleodoranti del mio quartiere, quando ero  bambina, dove al puzzo di piscio di gatto e di verdure rancide si mischiava il colore acceso della vostra più commovente umanità.

Camminerò per voi e nessuno mi fermerà.

E voi camminerete insieme me. Finché io camminerò.

Saremo un esercito di anime meravigliose e disperate come nel quadro pellizziano.

Riempiremo ancora le strade con le nostre voci chiassose e le nostre grasse risate.

E tutti si scosteranno, curiosi e divertiti, al nostro passaggio.

© RitaLopez

La verità su Marta

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Ogni volta che vedo una farfalla non posso non pensare a mia sorella Marta.

Avevo solo 15 anni quando Marta scappò di casa, o meglio, scomparve, nel senso che dopo aver accompagnato suo figlio Toni, mio nipote, davanti alla scuola materna, non ritornò mai più.

“E non dimenticarti di soffiare il naso quando sei in classe. Ecco, ti lascio questo fazzolettino nella tasca del grembiule. Hai capito?”

“Va bene mamma”.

“Ed ora dammi un bacio”, gli disse.

Toni, un attimo prima di entrare nell’atrio, si voltò e alzò la manina in segno di saluto.

“Ma come ti era sembrata in quel momento? Come erano i suoi occhi?”

Per tutti questi anni passati ho cercato di strappare a Toni la consapevolezza di un guizzo, una luce particolare, un movimento impercettibile negli occhi di Marta, che potessero lasciar presagire anche la più labile intenzione di sparire dalla circolazione, di eclissarsi nel nulla.

“Lei tornerà”, mi ripeteva Toni da bambino.

“Lei tornerà”, continua a ripetermi Toni, che ora è un ragazzo dalle spalle larghe.

 

Andrea, mio cognato, passò la notte a macerarsi il cuore.

Accasciato sulla sedia, in cucina, le mani tra i capelli folti e neri. Lo sguardo fisso nel vuoto.

Il giorno dopo, quasi in trance, svuotò tutti i cassetti, rovistò tra i libri degli scaffali, cercò in tutte le tasche dei jeans e delle giacche di Marta, scaraventando i vestiti a terra, con rabbia, con furia. Imprecando.

Mise a soqquadro la cucina e poi la camera da letto e poi lo studio, in cerca di un indizio, anche minimo, di quello che nella sua mente fu subito percepito come un abbandono premeditato.

Ha finito per odiarla, Marta.

L’ha odiata per averlo lasciato solo, perché se ne è fregata di lui e del piccolo Toni, e se ne è andata.

“Ho sposato una stronza!”, mi urlò al telefono piangendo.

“Ho sposato una stronza”, continua a rinfacciarmi anche ora che ha i capelli grigi e radi.

 

A mia madre si spezzò il cuore.

“Lo sento, le è successo qualcosa. Lei non avrebbe mai fatto una cosa del genere”, piangeva.

“E’ così, le  è capitata una disgrazia”, si torceva le mani.

Il medico le prescrisse degli psicofarmaci per farla dormire.

Si spense l’anno dopo, col pensiero del corpo martoriato, e mai più ritrovato, di Marta nella testa.

 

Anche io, in tutti questi anni, mi sono fatta un’idea della scomparsa di Marta.

Ma non la rivelerò.

A che serve? Non cambierà la sostanza dei fatti. Non servirà a far tornare mia sorella.

E’ la mia verità.

Ed è vera come quella di Toni, come quella di Andrea, come quella di mia madre.

Ognuno si costruisce la propria verità, per sopravvivere, per difendersi, per mettere in scena una spiegazione razionale che funzioni, che metta pace al proprio cervello, al proprio dolore.

E se questa verità, anche se frutto della tua immaginazione a cui poi  finisci per credere,  serve a farti alzare dal letto la mattina, ad andare avanti, allora quella verità è vera.  E’ sacrosanta.

La farfalla che svolazza davanti alla mia finestra, una volta, era un bruco.

© RitaLopez

Mantiklos, l’immortale

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Era da giorni ormai che il mio uomo, l’abile Mantiklos, lavorava alla sua statuetta di bronzo.

Aveva intenzione di donarla al potente dio Apollo, lì nel santuario di Apollo Ismenio, nella nostra splendida Tebe.

Lo osservavo mentre era chino, seduto di spalle, alla luce della fiamma tremolante.

La figura del dio, rappresentato come un fiero guerriero, aveva preso finalmente forma tra le sue dita esperte e veloci.

Muoveva le mani con la stessa delicatezza con  cui la sera mi accarezzava i fianchi e le gambe.

L’immagine del guerriero, nudo nella sua gloriosa virilità, aveva preso vita grazie al mio amato Mantiklos.

I capelli raccolti in lunghe trecce, indicate da leggere incisioni orizzontali, ricadevano sulle spalle larghe e muscolose.

La vita stretta, avvolta dalla cintura.

L’elmo sulla testa e l’arco retto con il braccio sinistro flesso davanti a sé.

“Ti piace?” mi chiese infine Mantiklos sorridendo.

“E’ bellissimo, ma manca una cosa”.

“Cosa?” domandò.

“La tua firma”, risposi.

“La mia firma…” ripetè a bassa voce, quasi perplesso.

Stette qualche minuto a pensare, serio, gli occhi fissi sulla sua opera.

Poi, all’improvviso, con decisione, afferrò un cesello e incise qualcosa sulle gambe del dio.

Quando ebbe finito, pose la statuetta sul desco dove stava lavorando e uscì di casa.

La luce bianca della luna che entrava dalla porta aperta, faceva brillare il bronzo di mille riflessi argentati.

Misi da parte il mio fuso, e mi avvicinai in punta di piedi al desco.

Lessi con fatica quello che aveva scritto:

 

Μάντικλός μ᾿ ἀνέθεκε ϝεκαβόλοι ἀργυροτόξσοι

τᾶς {δ}δεκάτας, τὺ δέ, Φοῖβε, δίδοι χαρίϝετταν ἀμοιβ[άν].

‹‹ Mantiklos mi dedicò al (dio) abile nel lanciare, dall’arco d’argento,

come decima, e tu, Febo, da(gli) una gradita ricompensa.››

 

Non potei fare a meno di sorridere.

Apollo, il nostro dio, era immortale. E’ vero.

Ma l’Arte avrebbe reso allo stesso modo immortale l’abile Mantiklos.

Questa, questa sarebbe stata la sua ricompensa.

© RitaLopez

La regina guerriera

Mio padre era un re fantoccio, messo dai Romani alla guida della nostra gloriosa tribù, solo per rendere meno traumatica la consapevolezza che ormai erano altri a governarci.

Era già anziano e malato quando sposò la giovane e fiera Boudica, da cui ebbe due figlie e prima di morire, nominò erede del suo regno la bella moglie  dai lunghi capelli rossi.

Ma alla morte del re fantoccio i Romani, ignorando la volontà del vecchio, occuparono le nostre terre.

La nobile e audace Boudica si recò di persona davanti ai legionari, per rivendicare il suo regno, tenendo per mano le sue bambine.

La statura enorme, gli occhi e i capelli di brace, il torques celtico attorno al collo, la voce possente e amplificata: tutto, in lei, emanava fierezza ed energia.

La reazione dei Romani fu violentissima.

La giovane regina fu denudata e frustata.

Le sue bambine stuprate.

“Mangerò il vostro cuore”, sibilò tra il sangue e le lacrime la rossa Boudica.

“Mangerò il cuore di ognuno di voi!”.

Il giorno seguente la guerriera dai capelli di fuoco radunò le sue genti e alla guida di un carro, su cui aveva posto le due figlie, scorreva le fila del suo popolo, urlando con la  voce di tuono possente, simile ad una dea:

“Non vi chiedo vendetta come una regina che ha perso il suo regno e le sue ricchezze.

Vi chiedo vendetta come una donna qualunque.

Una donna qualunque a cui è stata tolta la libertà.

Una donna qualunque, offesa nel corpo e nell’anima.

In questa guerra o si vince o si muore.

Questa è la decisione di una donna.

Gli uomini possono anche scegliere di continuare a vivere da schiavi!”

L’esercito di Boudica, composto da donne e da uomini, da famiglie intere, sconfisse i Romani a Camulodunum, e poi al Londinium e poi anche a Verulanium, lasciando i nemici esterrefatti di fronte alla furia e al coraggio di un  popolo armato soltanto di lance e scudi, privo di armatura, guidato dalla regina guerriera dai lunghi capelli di fuoco.

Ma alla fine le micidiali armi dei Romani ebbero il sopravvento.

La giovane e fiera Boudica, prima di avvelenarsi, si tolse il torques celtico dal collo e me lo porse.

“Nascondilo in un posto sicuro” mi disse.

“E’ il simbolo della Libertà, del Valore individuale e dell’Onore.

Che una Donna qualunque possa trovarlo e indossarlo.”

La regina guerriera, mia madre, mi accarezzò sulla testa: “Vai!” mi disse.

Sotterrai il torques in una buca profonda della terra, in un posto che solo io sapevo.

Scappai nei boschi dietro  Watling Street, trascinando mia sorella con me.

Nessuno ebbe più notizie di noi due.

© RitaLopez

Lo sguardo di Lukas, Aziz

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Ecco Lukas, il mio bambino dai capelli biondi e dagli occhi azzurri.

E’ sempre chiuso in sé stesso, litiga con i suoi coetanei, i maestri dicono che a scuola non è mai attento e mi mandano a chiamare in continuazione per lamentarsi di lui.

Solo il nostro gatto, Tom, lo capisce.

Lukas passa le ore ad accarezzargli il pelo rosso, mentre Tom si raggomitola tra le sue braccia e fa le fusa.

E’ mio figlio Lukas, il mio bambino, ed io lo amo.

 

Ecco Lukas, il mio adolescente problematico.

Ciondola tutto il tempo nei quartieri malfamati di Copenhagen,  insieme a una gang di poco di buono che non mi piace affatto.

So che lo hanno fermato mentre guidava un motorino rubato.

Rientra a notte fonda e se gli chiedo dove è stato, si arrabbia e prende a pugni la porta della sua stanza.

E’ mio figlio Lukas, il mio adolescente, ed io lo amo.

 

Ecco Lukas, il mio ragazzo trasformato.

So che ha nuovi amici, è sempre fuori casa e torna solo di rado ormai.

Lo vedo cambiato, solo la sua vulnerabilità è la stessa.

Un giorno, all’improvviso, mi ha chiamato al telefono, dicendomi di trovarsi al confine turco.

Era partito senza salutarmi.

E’ mio figlio Lukas, il mio ragazzo, ed io lo amo.

 

Ecco Lukas, che ora si fa chiamare Aziz, in una foto scattata in Siria.

Si è appena lavato, ha ancora il volto e i capelli bagnati. Sembra felice.

Di tanto in tanto riesco a chattare con lui.

Gli chiedo di tornare. Mi dice che non può.

Ho registrato le fusa del vecchio Tom; gliele faccio ascoltare.

Rimane in silenzio. Lacrime bollenti mi rigano il volto.

E’ mio figlio Lukas, Aziz, ed io lo amo.

 

Passo le notti a guardare i filmati orribili degli uomini dal volto coperto che tagliano le teste ad altri uomini inginocchiati sulla sabbia.

Studio ogni loro passo, scruto ogni loro mossa, e rimetto il filmato indietro e lo rivedo daccapo e lo rivedo ancora, altre dieci, cento, mille volte.

E mi soffermo sulle mani, per cogliere un particolare modo di muovere le dita che solo io conosco.

Mi soffermo sugli occhi, lasciati appena scoperti, per carpire uno sguardo, un lampo, che solo io conosco.

Lo sguardo di Lukas, che è Aziz,

o di Aziz, che era Lukas.

© RitaLopez

Un attimo prima

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“E’ bello essere qui” pensò Jean Paul, brillante studente della Sorbona, uscendo di casa.

Parigi era bella, soprattutto per uno come lui, provinciale di un piccolo paese sperduto tra le montagne del sud.

Soprattutto di sera, quando si illuminava a festa.

Soprattutto da quando nella sua vita c’era Valery.

Ecco, sarebbe andato a prenderla sotto casa. Insieme avrebbero percorso Boulevard Saint Germain e poi avrebbero preso la metropolitana. Le avrebbe stretto la vita con il braccio. Sarebbero andati al concerto e poi a mangiare una pizza e poi a casa sua. E poi… Sorrideva, Jean Paul.

“Sì”, pensò di nuovo “è bello essere qui”.

A questo pensava Jean Paul quella sera.

A questo pensava pochi attimi prima di cadere a terra con un colpo di kalashnikov sparato in testa.

 

Winnie, splendida studentessa Keniota del campus universitario di Garissa, era in ritardo per la lezione, di nuovo.

“Non accadrà più” aveva detto timidamente al professore di Ingegneria meccanica l’ultima volta, quando lui aveva interrotto la lezione guardandola sadicamente con occhi di ghiaccio, fino a che lei non aveva preso finalmente posto al suo banco.

“Al diavolo!” disse, rinunciando a sistemarsi i capelli ribelli.

Afferrò i libri e si affrettò lungo il viale alberato, verso l’edificio D del campus.

“Dai che sono in tempo, dai che sono in tempo”.

A questo pensava Winnie, pochi attimi prima di essere sgozzata senza pietà, insieme ad altri 24 studenti, da una furia cieca ed assassina.

 

“E non dimenticare le cassette di frutta!”

“Sì padre” rispose Samir.

Il mercato di Beirut a quell’ora era sempre affollato di gente.

Samir sistemò frettolosamente il cartellino con i prezzi sulle cassette.

“Posso andare ora, padre?”chiese il ragazzo.

“Va bene. Ora vai, ma stai attento. Non vi fate male tu e quel Nazim!”

Nazim lo aspettava nel cortile dietro la scuola, insieme agli altri ragazzi del quartiere, per la partita di calcio.

Samir giocava in porta. Da sempre.

Attraversò la strada, guardando a destra e a sinistra, come gli aveva insegnato suo padre.

“Oggi vinceremo”, si ripromise Samir, pochi attimi prima che una motocicletta carica di esplosivo, parcheggiata a pochi metri dal negozio di suo padre, lo facesse saltare in aria insieme alle cassette di frutta.

 

La piccola A’isha teneva stretta la sua bambola di pezza con un braccio mentre la mamma le stringeva forte la mano, obbligandola a camminare in fretta.

Faceva sempre caldo in quel villaggio sulle rive del lago Ciad e piccole gocce di sudore imperlavano la splendida fronte di A’isha, del colore della terra.

“Mi fai male, sei cattiva!” disse alla mamma.

“Sbrigati A’isha, dobbiamo tornare a casa”, la strattonò sua madre.

“Non mi tirare!” si ribellò la piccola.

“Non ti voglio bene. E neanche la mia bambola”, pensò imbronciata A’isha un attimo prima di stramazzare sulla terra battuta e polverosa, insieme a sua madre e a tutti gli abitanti del villaggio.

 

J. non aveva ancora 20 anni, ma il suo giorno era arrivato.

E  J. era pronto. Doveva essere pronto.

Cosa hai pensato, J.,  un attimo prima di farti esplodere?

Questa vita non ti ha urlato dentro?

Neanche per un attimo, J.?

Neanche per un attimo?

© RitaLopez

 

Il suo odore

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Se ne è andata stamattina, portandosi dietro soltanto la sua vecchia valigia di pelle marrone, quella che usava da ragazza,  lasciandomi solo, in questa casa che per anni è stata “nostra”.

Se ne è andata perché mi ero abituato all’amore di cui un tempo entrambi ci stupivamo,

perché mi ero assuefatto alle sue costanti e silenziose cure quotidiane,

perché davo ormai per scontate le sue piccole attenzioni,

perché ero capace di vedere soltanto la ripetitività e non il peso e la grandezza di ogni minimo gesto, di ogni semplice azione.

Così ha detto.

Se ne è andata stamattina perché da troppo tempo avevo smesso di ascoltarla e corteggiarla,

e di essere gentile e premuroso.

Perché avevo smesso di trovarla attraente.

Perché avevo smesso di crederci.

Questo ha detto.

E così stamattina se ne è andata, lasciandomi solo, con il vuoto dentro, e la consapevolezza di non aver fatto niente, mai niente,  per non rendere la nostra vita così monotona e meccanica.

Guardo i gerani fuori dal davanzale, le tendine rosse alla finestra della cucina, la vaschetta con i pesci rossi vinti all’ultima sagra del cinghiale, la credenza con le tazzine del caffè in bella mostra e solo oggi mi sembra tutto molto grazioso e gradevole.

E solo oggi mi accorgo che qui, adesso, manca il suo odore.

Ecco, lo sento netto e inconfodibile nel naso.

Inspiro forte.

Il suo odore.

Mi ero assuefatto anche a quello.

© RitaLopez

Il cappotto

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A volte affiori prepotente dai ricordi,

come adesso, che ti rivedo prepararti ad uscire con me,

mentre io ti aspetto, religiosamente in silenzio, sulla soglia di casa tua.

Siamo nel pieno dell’inverno, forse gennaio,

ho i guanti alle mani e le mani sprofondate nelle tasche della mia giacca di pelle.

“Ma pure josce avìt assì?” anche oggi dovete uscire? grida tua madre dalla cucina.

Sta friggendo qualcosa, si sente un buon odore.

“Non preoccuparti mà” le rispondi mentre mi guardi ironico, “Ho il loden!”

“Che? Il lode? e ci è stu lode?” (cosa è questo “lode”?), incalza lei dalla cucina.

“Il cappotto, mà!” urli, mentre mi prendi per il braccio invitandomi ad uscire sul pianerottolo.

E non è vero. Non hai nessun cappotto. Chiami cappotto la sciarpa fatta a mano, a righe orizzontali, marroni e nere, con le frange lunghe alle estremità.

Te la avvolgi 4 o 5 volte attorno al collo.

Rido.

Ridono anche i tuoi due fratelli col moccio al naso e le scarpe sformate.

Usciamo per strada e il vento freddo di tramontana ci taglia le guance,

soprattutto nelle vie che corrono fino al mare.

“Madonna! Madonna che freddo!” balbetto come una stupida.

“Tieni il mio cappotto” mi dici, svolgendoti senza esitare la lunga sciarpa dal collo.

“Non esiste proprio” replico, sentendomi sempre più stupida.

“Allora facciamo a metà” mi proponi.

Ti stringi a me, arrotoli la sciarpa attorno al collo di entrambi e ci fai un nodo.

Camminiamo legati come due salami e ridiamo forte.

E hai ragione: non fa più freddo.

Anzi, è primavera di nuovo.

© RitaLopez

Senza avere paura

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Voglio alzarmi la mattina e vestirmi di abiti colorati, scendere in strada e andare al lavoro con passo leggero, per strade tranquille, con piante ben curate lungo i marciapiedi.

Voglio studiare e leggere e uscire di sera con le amiche, a testa alta, ridendo per ogni sciocchezza.

Senza avere paura.

Voglio dei bimbi da accompagnare di corsa alla fermata dello scuolabus, e osservarli nei loro grembiulini a quadretti mentre mi salutano dai finestrini, col  piccolo naso  rosso attaccato al vetro.

Voglio sentirmi al sicuro, avere accanto a me un uomo dagli  occhi sereni, che mi parli di vita, che mi parli di  progetti.

Voglio un divano comodo da cui guardare la televisione, scegliendo tra 100 canali insulsi, per poi decidere di spegnere perché mi sto annoiando

e andare al parco nei giorni d’estate a prendere il sole.

Voglio un frigo nuovo su cui attaccare le calamite

e un balcone dove poter  annaffiare i miei gerani dai fiori rosso scuro.

Senza avere paura.

Voglio un letto con lenzuola profumate di bucato fresco, dove dormire sonni profondi,

un posto da cui non allontanarmi,

una casa dove sentirmi a casa,

dove appendere  palloncini variopinti alle feste di compleanno,

un cielo pieno di nuvole e vento,

un cielo senza bombe.

Senza avere paura.

E poi quando morirò è qui che voglio tornare,

qui da dove sto scappando,

qui dove sono nata.

In questa terra bella e ingrata,

disperata e violentata.

Qui per sempre,

con la mente appagata per aver cercato un’opportunità per  me e per i miei figli

e il cuore colmo di rimpianto per non averla trovata proprio qui.

Qui per sempre.

Senza avere paura.

© RitaLopez

 

Casilina blues

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Le 4,30 di mattina ed è ancora buio pesto.

Sono qui, all’incrocio della Casilina, ad aspettare la corriera che mi porta al lavoro.

C’è un cane che abbaia in lontananza, mentre fumo la mia prima sigaretta.

Inspiro forte e penso a te che dormi ancora nel nostro letto, il respiro calmo che ti fa sollevare il petto bianco, e l’amaro mi sale in bocca.

Spengo la sigaretta, ancora a metà, sotto la scarpa, prima di montare sulla corriera silenziosa, stipata di operai come me, addormentati con la testa poggiata al vetro umido o alla finta pelle del sedile.

Hanno la borsa col pranzo sulle gambe.

Sprofondo nel primo posto libero e chiudo gli occhi, cercando di rubare ancora un’ora di sonno.

E invece penso a te che ti sveglierai tra poco, nel nostro letto, e mi si stringe lo stomaco.

Dodici ore al giorno, di ogni giorno della mia vita, per poter vivere.

Dodici ore al giorno, di ogni giorno della mia vita, per stare con te.

Dodici ore al giorno.

Di ogni giorno della mia vita.

Di ogni giorno della mia vita.

Una linea rosa solca il cielo all’orizzonte, mentre la Casilina inizia a trafficarsi.

Fisso il vetro appannato e rivedo mia madre, con gli occhi lucidi d’orgoglio, il giorno che  mi presero in fabbrica,

il mio amico Maurizio che si sbatte l’anima seduto al bar del paese,

te che continui a ripetermi che dobbiamo ringraziare il cielo perché almeno io lavoro.

Dobbiamo ringraziare il cielo.

Dobbiamo ringraziare il cielo.

Scendo dalla corriera insieme agli altri, ognuno diretto al proprio destino, a capo chino, a passo deciso.

Mi riaccendo una sigaretta e penso che non voglio ringraziare nessuno.

Che io sia dannato: non voglio ringraziare nessuno.

© RitaLopez

Solo per un attimo

Senza titolo

(III sec. a.C.)

Non so bene come andarono i fatti, perché io non ero ancora nato.

Non ne avevo avuto ancora il tempo.

So soltanto che mia madre quel giorno aveva iniziato ad avere le doglie: si preparava per me.

So soltanto che camminò tanto: riuscivo a sentirla, comodamente adagiato dentro la sua pancia.

Forse andava a cercarsi un posto tranquillo per partorire.

All’improvviso ha avuto un sussulto, ne sono sicuro.

Ha iniziato a correre e il suo respiro si faceva sempre più corto, sempre più corto.

Avvertivo la sua paura, l’affanno, l’angoscia, le doglie che continuavano sempre più ravvicinate.

So soltanto che qualcuno le ha fracassato la testa, fratturandole il cranio.

E’ caduta sulla terra umida e odorosa.

Ancora viva. Il suo cuore batteva ancora.

Giusto il tempo perché io nascessi e fossi per un attimo accecato dalla luce abbagliante del sole. Solo per un attimo.

Poi, più niente.

……………………………………

(Settembre 2001)

Stamattina un gruppo di archeologi ha trovato lo scheletro, osteologicamente ben rappresentato, di un giovane adulto di sesso femminile e i resti ossei di un feto a termine, tra i femori della donna.

Gli studiosi interpretano questa situazione come “parto nella tomba”, caratterizzato dall’espulsione del feto, per fenomeni putrefattivi del corpo della madre, qualche mese dopo il decesso.

Alcune lesioni riscontrate sul cranio della donna, fanno supporre una morte per cause accidentali.

Per ora è tutto. Il prossimo notiziario alle ore 13. Pubblicità.

©RitaLopez

Mia sorella Tullia

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Portarono Tullia al tempio che non aveva ancora compiuto 10 anni.

Ero gelosa di mia sorella maggiore, scelta per diventare una Vestale, la sacerdotessa della Dea del fuoco perenne di Roma.

Mi infastidivano gli elogi di mia madre, gli occhi lucidi e gonfi di lacrime ogni volta che a casa si parlava di lei.

Morivo di invidia quando incontravo Tullia per strada, insieme alle altre sacerdotesse.

Persino i magistrati si inchinavano e le lasciavano passare.

Tullia era tra le più belle. Il velo bianco, che le copriva il capo, abbagliava come il marmo di Roma sotto il sole d’estate.

Ci guardavamo un attimo.

Mi sorrideva ogni volta.

Ma io non ricambiavo il sorriso.

Mai.

Volevo essere al suo posto.

Ecco cosa volevo.

L’ho incontrata per le strade del Foro quando ero bambina, e poi adolescente, e poi ancora quando sono diventata la moglie del ricco patrizio che non ho mai amato.

Tullia mi ha sempre cercato con lo sguardo e con lo sguardo mi ha sempre sorriso.

Ma questa mattina Tullia non mi guarda.

Questa mattina portano Tullia al Campus Scelleratus per essere sepolta viva: è così che puniscono una Vestale quando perde la sua verginità.

Mia sorella è sdraiata su una lettiga, legata alle braccia e alle gambe con delle cinghie di cuoio.

E’ come se fosse già morta.

Mia sorella, la vergine impura, procede nel corteo funebre che la porta alla tomba.

La folla è silenziosa e costernata.

Giungiamo presso Porta Collina.

Tullia verrà introdotta in un sepolcro sotterraneo, dove hanno preparato una tavola imbandita, una fiaccola accesa, pane, acqua in un vaso, latte ed olio, quasi a volersi discolpare della morte di un corpo fino a quel momento considerato sacro e solenne.

Mi intrufolo tra la folla e mi avvicino più che posso alla lettiga, dove mia sorella è sdraiata. La raggiungo. Sono accanto a lei. La guardo. E’ ancora bellissima, nonostante indossi il suo abito funebre.

Mi guarda. E’ sperduta. Le sorrido.

Io sorrido a mia sorella Tullia.

Fra un attimo il sepolcro verrà chiuso.

La sua memoria cancellata per sempre.

© RitaLopez

Zenobia di Palmira

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Per anni abbiamo combattuto insieme, io e la mia Regina, la bellissima Zenobia, fiera al pari di un’Amazzone, coraggiosa quanto una leonessa.

L’elmo fiammante sulla testa, i capelli acconciati in sottilissime treccine, lunghe fino alla vita, gli occhi di nero carbone, cupi, senza ombra di paura: mi toglievano il fiato.

Abbiamo combattuto fianco a fianco, io e lei.

E l’amavo.

L’amavo per come aveva eliminato l’uomo che era stata costretta a sposare, il re fantoccio che Roma aveva posto a capo della nostra gloriosa Palmira, perché facesse da Stato cuscinetto contro i pericolosi Persiani.

L’amavo per il suo sogno di indipendenza da Roma.

Per la sua visione delirante di un grande Impero d’Oriente, che comprendesse la Siria e poi  l’Egitto e poi l’Asia Minore e poi l’Arabia.

Ero accanto a lei quando infuriava nella battaglia.

Quando conquistava nuovi territori.

Ed ero accanto a lei quando la sera, davanti al fuoco, beveva felice insieme ai suoi soldati.

Sì, l’amavo.

L’Imperatore di Roma fu costretto ad intervenire di persona.

Soggiogò con la forza ed il denaro le tribù locali e sottomise la fiera Zenobia.

Ero ancora con lei quando ne fecero il trofeo più nobile e prezioso, e le legarono i polsi con lunghe catene d’oro.

I suoi occhi di nero carbone, cupi, senza neanche una lacrima, erano fissi sulla nostra città conquistata.

Piangi ora mia Zenobia?

Piangi ora, per la nostra Palmira gloriosa?

Mai, come in questi giorni tristi, io sento di amarti, mia superba Regina Guerriera.

© RitaLopez

 

 

Filare dritto

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Perdonami madre, ma sono stanca di filare dritto.

Lascio qui sul  tavolo il fuso che mi avevi regalato da bambina,

perché imparassi presto i lavori di una brava donna di casa.

Lo lascio insieme alla mia vita predestinata e predefinita,

e al tuo sogno confezionato da anni,

che però non coincideva col mio.

 

Perdonami padre, ma sono stufa di filare dritto.

Lascio qui sulla  sedia il velo stropicciato della sottomissione,

perché possa soddisfare ancora la tua cieca autorità.

Lo lascio insieme ad ogni punizione subita,

anche a quelle sopportate ingiustamente

per non scalfire la rispettabilità ottusa a cui tenevi tanto.

 

Perdonami mio sposo, ma non ho più intenzione di filare dritto.

Lascio qui sul  letto l’abito nuziale che ho indossato anni fa,

perché tu possa offrirlo, con la stessa leggerezza, ad un’altra disposta ad accudirti.

Lo lascio insieme ai legacci di questa relazione stantia,

protratta per troppo tempo oltre ogni limite e sopportazione,

senza più ombra di aura sacra, né di infiammato desiderio.

 

E so bene che domani ciascuno di voi

disapproverà, dicendo che ho rovinato la mia vita,

ma quello che avete fatto di me non mi interessa più.

Ho la libertà di rovinarmi oggi stesso

e questa libertà è forse l’unica che io abbia mai avuto.

E allora la prendo con passione,

la prendo con rabbia.

La prendo perché ho deciso che non filerò mai più dritto in vita mia.

©RitaLopez

Tutta la vita e l’ amore del mondo

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17 anni e il cuore infestato dai fantasmi.

17 anni quando siamo diventati amici, nel periodo più maledetto delle nostre vite.

Fatti incontrare da un destino infame e beffardo in una notte appiccicosa di zanzare.

Te lo ricordi?

Costretti a vorticare su una giostra terribile,

senza alcuna alternativa, se non quella di tenerci stretti dentro la tua macchina usata,

parcheggiata dove la notte era più buia, proprio sul bordo della scogliera,

mentre la nostra città bianca era così illuminata, in lontananza, da sembrare in fiamme.

Tenevo la testa sul tuo petto e chiudevo gli occhi.

“Tienimi stretta” pensavo.

E tu mi stringevi, senza che io avessi parlato,

e la giostra  per un attimo si fermava dal suo terribile vorticare.

Le mani forti di chi lavorava in raffineria di giorno.

Le mani leggere del ragazzo che accarezzava la mia schiena di sera.

Te lo ricordi?

Ci sono amori intensi ma disperati,

amori stretti in un abbraccio dal sapore straziante,

simile al ruggito di un leone catturato.

Amori evidentemente diretti verso una sconfitta clamorosa,

come avviene agli eroi di un film senza pretese, che laceri e ridotti a brandelli, se ne fottono e vanno avanti.

Eppure tutta la vita del mondo era racchiusa in quell’abbraccio,

in quel respiro caldo senza parole,

e nelle lacrime che, alla fine, non riuscivo a trattenere.

Tutta la vita e l’amore del mondo dentro quella tua macchina usata,

parcheggiata al bordo della scogliera.

Con l’anima in fiamme.

Con il cuore tremante.

E niente. Io me lo ricordo.

Me lo ricordo bene.

©RitaLopez

Una sola strada

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Sono scappato mille volte di casa.

Mille volte, gettando i libri di scuola nella spazzatura dietro l’angolo.

E mai mi sono voltato indietro,

ma col cuore a pezzi mi sono bevuto anche l’anima

e mi sono fumato anche il cervello.

 

         Ed ho pensato ogni notte di scappare da quel vicolo puzzolente di verdure rancide.

         E ogni notte invece sono rimasto, imprecando,

        perché l’idea di lasciarti così solo, e indifeso, e malato, mi faceva stare male.

       Mi ubriacavo da solo, per stordirmi e riuscire a farcela.

       Mi ubriacavo da solo, per darmi forza e coraggio.

 

Ho provato tutto quello che c’era da provare

e ho peccato tutto quello che c’era da peccare.

Ho rubato, ho testimoniato il falso, ho desiderato le donne degli altri,

le ho desiderate così tanto da amarle senza ritegno e senza scrupoli,

seminando figli che neanche io conosco.

 

         Ho fatto i lavori più umili del mondo quando c’era da lavorare,

         senza mai leccarmi le ferite sulle mani spaccate.

         E quando da lavorare non c’era,

         ho anche rubato, per dare da mangiare ai miei figli.

         Una schiera di piccoli marmocchi con gli occhi più grandi delle loro guance.

 

Solo quando ho raggiunto il fondo dell’abisso

ho visto per la prima volta la mia anima.

L’ho toccata con la punta delle dita.

Era lì, con la sua lieve consistenza.

E ho pianto.

 

       La gente pensa che non ci sia nulla che possa scalfirmi.

       La gente pensa che io sia temprato come l’acciaio, solido come una roccia.

       Solo io conosco la vulnerabilità della mia anima. La tocco con la punta delle dita.

        E’ lì, con la sua lieve consistenza.

        Le sorrido.

 

La strada per la perdizione e quella per la santità è una sola.

E non è detto che il “santo” e “colui che si è perduto” non siano la stessa persona.

©RitaLopez

La vita sognata

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Avevi una gran voglia di diventare donna in fretta, perché ti sentivi troppo grande ormai per i giochi da bambina. E tu bambina non volevi più esserlo.

E così come fanno i rami di vite in estate, sei cresciuta in fretta, perché era questo che volevi, vero Agnese?

Sì, però a quel punto non vedevi l’ora di scappare dal piccolo mondo in cui eri vissuta, come fa un bruco che per troppo tempo è stato comodamente adagiato nel suo bozzolo stretto.

Via da quelle quattro pareti, dolorosamente amate, silenziosamente odiate.

E così come fanno le farfalle, sei volata lontano, perché era questo che volevi, vero Agnese?

Sì, però subito dopo hai iniziato a sognare di un amore che non ti facesse sentire poi così tanto libera, ma che ti incatenasse con gradevoli legacci di parole sussurrate e ti attanagliasse la bocca dello stomaco con i suoi piacevoli malori nauseanti.

E così come fa una regina superba, appena hai trovato l’amore ti ci sei avvolta nel suo lungo e impenetrabile mantello, perché era questo che volevi, vero Agnese?

Sì, ma hai subito iniziato a sognare un lavoro, e una casa e dei figli.

Sempre scomodamente proiettata nel futuro, vero Agnese?

Così scomodamente da crollare distrutta sul letto ogni sera, senza mai la sensazione di alzarti da quello stesso letto, ogni mattina, con la gioia di avere davanti un nuovo giorno, ma con il malessere tipico di chi ha il collo contratto, a forza di essere  proteso in avanti, sempre e solo in avanti, senza mai godere o capire o vedere ciò che avevi in quel momento.

I figli sono cresciuti e sono andati via. Tuo marito ti ha lasciato tempo fa e tu sei in pensione.

Ti osservo mentre apri le imposte scrostate della tua finestra, per annaffiare i gerani.

Gli occhi spenti.

Giusto il tempo di annaffiare i gerani e richiudere di nuovo le imposte.

Cosa sogni adesso, Agnese? Cosa sogni?

©RitaLopez

Nel bosco sacro

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Vivevo a Roma al tempo dei Re e ogni anno, il 15 di marzo, alle Idi, noi ragazze della plebe andavamo a festeggiare l’arrivo della Primavera in un bosco sacro, presso le rive del Tevere.

C’era una fontana, ricordo, dedicata ad Anna Perenna, la nostra antichissima divinità della natura, simbolo della produttività e della lussuria.

Lì nel bosco sacro, a noi ragazze, era permesso fare tutto il contrario di quello che facevamo a Roma.

Per un giorno. Un giorno soltanto.

Costruivamo rustiche capanne con rami di frasche, ricoperte da tende.

Per un giorno, un giorno soltanto, negavamo la città e la civiltà con le sue norme severe.

Danzavamo con i capelli sciolti e scomposti, che si impigliavano nei rovi e si intrecciavano con le foglie.

Per un giorno, un giorno soltanto, negavamo l’austero rituale che prevedeva che li portassimo raccolti in rigide trecce.

Cantavamo a squarciagola i canti riservati agli uomini, ascoltati avidamente durante le rappresentazioni.

Per un giorno, un giorno soltanto, negavamo il nostro divieto a calcare le scene.

Ma, soprattutto, ognuna si sdraiava sul’erba con il proprio compagno, inebriandosi di vino e di sole, e per ogni coppa bevuta, Anna Perenna avrebbe prolungato la nostra vita di un anno. Di un anno ancora.

Per un giorno, un giorno soltanto, negavamo l’impossibilità di influenzare la nostra sorte.

Facevamo l’amore e, tra un sospiro e l’altro, mandavamo maledizioni ai nostri nemici.

Tornavamo in città soltanto al tramonto, sfinite, felici, barcollanti, e la gente che ci incontrava ci considerava fortunate.

Per un giorno, un giorno soltanto, nessuno ci avrebbe punito.

© RitaLopez

 

A.D. 17 febbraio 1600

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E’ già da ore che una folla rumorosa e impaziente si è radunata nella piazza, proprio sotto la pira, composta da una enorme catasta di legna.

Ma il silenzio cala improvviso in questa fredda mattina dell’anno del Signore 17 febbraio 1600, quando un lungo corteo, partito dalle carceri dell’Inquisizione, si fa largo tra la folla e giunge qui, nel cuore di Roma, a Campo de’ Fiori.

Il corteo, composto da un gran numero di confratelli, accompagna il frate di Nola, il maratoneta del pensiero, il mago rinascimentale.

L’eretico.

L’uomo viene spogliato e legato e gli viene imposta la mordacchia, uno strumento terribile di tortura, che gli serra la lingua e gli impedirà di urlare quando le fiamme lo avvolgeranno, così che le bestemmie non possano ferire le orecchie degli ecclesiastici e di tutto il Sant’Uffizio assiepato sugli spalti.

Ecco, si dà fuoco alla pira e le fiamme iniziano ad avvolgere il corpo corruttibile di Giordano Bruno e bruciano le sue carni, ma non brucerà mai il suo Pensiero.

Brucia il paradigma della Strega, di chi ha a cuore libertà e dignità, ma non brucerà l’Idea che valicherà le frontiere geografiche e temporali.

Non brucerà l’amore per la Filosofia che è libera ricerca e non dogma.

Non brucerà nella pira la capacità di distinguere ancora, per chi vorrà distinguere, l’arroganza del potere, là dove dilaga.

Non brucerà la capacità di stanare ancora, per chi vorrà stanare, la meschinità accademica, là dove si annida.

Non brucerà l’ardore per l’Infinito,

e per l’Infinito Universo,

concepito dall’amore di un Infinito Dio,

composto da Mondi Infiniti,

Infinitamente da amare.

© RitaLopez

 

Penelope

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Per anni ti ho aspettato.

Ho pregato il tuo ritorno, ogni notte, da sola, in un letto troppo freddo.

“Tu sei Penelope” mi dicevano, “Sei la sposa fedele, la sposa paziente”.

Ma cosa ne sa la gente del travaglio interiore che provoca la fedeltà ad un’idea?

Che ne sa la gente delle mie ribellioni silenziose al dolore, all’abbandono, alla solitudine?

Cosa ne sanno tutti della necessità d’essere, essere a tutti i costi, per non morire?

Non sei stato il solo a viaggiare, Ulisse, durante tutti questi anni.

Ho viaggiato anche io, sai?

Ho viaggiato con la mia anima, pur rimanendo ferma, apparentemente immobile.

Prigioniera della mia libertà.

Ho attraversato con la mente tutti i mondi possibili.

Sono stata tutti i personaggi che tu hai incontrato.

Io ero il Ciclope, io la Maga Circe, io Calipso, io le Sirene.

Io ero tutto e tutti, tranne il simbolo di fedeltà coniugale che mi hanno cucito addosso.

La gente non sa cosa vuol dire aspettare.

La gente parla senza sapere.

E nel momento in cui tu tornerai al tuo punto d’origine, alla tua terra, ricongiungendo così, da uomo che ha vissuto, il principio con la fine, Penelope sarà ormai lontana.

Troverai soltanto un telaio rotto, marito mio, e il sacrosanto, intoccabile, inviolabile diritto di Penelope all’assenza.

© RitaLopez

Aminah e gli altri

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“E tu chi sei?” le chiese Dio quando la vide arrivare.
“Sono Aminah. Vengo da un piccolo villaggio della Nigeria. Ho 10 anni.”
“E perchè sei qui?” continuò Dio aggrottando le sopracciglia.
“Perchè mi hanno fatto esplodere in mezzo ad un mercato. Sono esplosa in centinaia di piccoli pezzettini. BUUMMM ho fatto! E mi è saltato un dito da una parte e un braccio dall’altra e la testa da un’altra parte ancora. E sono saltate in aria, insieme a me, altre 20 persone. E chi mi ha fatto esplodere ha detto che era nel nome di Dio”.

E Aminah divenne David, 8 anni.
“…e così questo tipo con la kefiah al collo aveva questo fucile enorme…sai? kalashnikov si chiama… ed io l’ho visto solo per un attimo, mentre uscivo dalla sinagoga. Ero insieme a mio fratello. Gli stavo giusto dicendo che avrei riferito alla mamma dello schiaffo che mi aveva dato quella mattina, quando all’improvviso il tipo ha sparato…ed io ho visto cadere mio fratello, accanto a me. Il suo cervello sulla strada, insieme alla kippah che portava in testa …e poi sono caduto anch’io. “Nel nome di Dio!!!” così ha urlato il tipo”.

E David divenne Mohammed, 12 anni.
“…e questo soldato enorme dell’esercito della stella di David, grande grande grande, come un armadio, capisci? mi ha preso per il collo e mi ha trascinato come un tacchino morto…Solo la punta delle mie scarpe toccava la polvere della strada…Ero come uno scudo. Il suo scudo. Nel nome di Dio”.

E Mohammed divenne Rawa, 9 anni.
“…e la prima notte di nozze ho avuto una forte emorragia…io piangevo…non volevo farlo…volevo solo tornare a casa, dalla mamma…ma lui, che era più vecchio anche di mio padre, diceva che adesso ero sua moglie, la sua sposa bambina, sposa nel nome di Dio…e non potevo rifiutarmi…”

E Rawa divenne Jean Paul, e Jean Paul divenne Alì, e Alì divenne Jacob, e Vania, e Franz, e Maria…
Dio col cuore gonfio di rabbia si inginocchiò e iniziò a sbattere infuriato i pugni per terra.

E imprecava. Sissignori, Dio imprecava.

Quando si fu calmato, sollevò la testa.

Aveva gli occhi pieni di lacrime.

“Nessuno di loro sarà perdonato” disse. “Nessuno. Te lo prometto”.

© RitaLopez

Colazione da Tiffany

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Siamo passati da Pietralata stamattina presto, per andare in centro.
Io e lui.
E vediamo questo bar che si chiama “Colazione da Tiffany”, proprio nel cuore di Pietralata.
Ci siamo guardati in faccia, io e lui, ed è stato più forte di noi.
Siamo entrati. All’interno di “Colazione da Tiffany” lo stereo in sottofondo mandava il famosissimo stornello “…daje de tacco, daje de punta…quanto è bbona la sora Assunta…”.
Un ragazzo in giacca di pelle era assorto a giocare con un video game. Concentratissimo.
E poi c’erano tre uomini, sulla sessantina, che facevano colazione, lì da “Colazione da Tiffany” e imprecavano contro il loro datore di lavoro che ancora non aveva pagato il salario di ottobre “….li mortacci sua!!!!….”.
E così io le lui ci avviciniamo al bancone e arriva il proprietario, un omone alto quasi due metri, con due baffi lunghi fino al mento, un cerchio d’oro al lobo dell’orecchio sinistro, e una marea di capelli ricci in testa che mi ricorda un sacco uno dei miei zii da giovane, negli anni 70, al tempo in cui faceva l’emigrante in Germania.
Lo guardo affascinata e guardo il poster dietro di lui, quello di Audrey Hepburn in “Colazione da Tiffany”. Appunto. E penso che mai nome di un bar, di questo bar in particolare, è stato meno appropriato.
Il proprietario guarda me e guarda lui. “Che ve pijate? Diteme!”.
E lui guarda il proprietario, e il proprietario guarda lui, come due che sanno il fatto loro, due uomini di strada e di fatica, due maschi avvezzi a usare muscoli e fiato. Ed io li guardo entrambi.
E a un certo punto lui rompe questo momento che galleggia sospeso e fa al proprietario: “Che sei tu Tiffany?”.
Ditemi che non è vero. Ditemi che non è vero.
Il proprietario, quell’omone, quel cristone del proprietario di “Colazione da Tiffany” dopo due secondi di ghiaccio in cui io avrei voluto sprofondare sotto il pavimento, allarga la sua bocca enorme da Mangiafuoco in un sorriso bello come il sole e fa: “A te e alla donna tua a colazione ve la offro io oggi!!”.
Ridiamo.
Ridono anche i tre operai.
Ride anche il ragazzo, che ha smesso di giocare al video game.

© RitaLopez

 

40 marchi

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Dicono che la felicità non si compra. E neanche l’amore. Ed è vero.

Ma io ogni domenica sera mi trascino al bordello lungo la Zimmerstrasse, dopo essermi stordito di whiskey, per riscaldare questi mesi grigi di lavoro alla catena di montaggio.

C’è una puttana da cui vado sempre, perché ti rassomiglia.

Ha i capelli lunghi, del tuo stesso colore. Ma non sei tu.

Anche se chiudo gli occhi, so che non sei tu.

Eppure per un attimo, ogni volta, ti vedo. Per un attimo.

Ti vedo nei pomeriggi d’estate, quando si andava a mietere il grano, là dove sono i nostri campi dorati e le cicale ti stordiscono.

Hai il viso arrossato dal sole e piccole gocce di sudore brillano sulla tua fronte e fremo di piacere mentre  le immagino scivolare anche lungo la tua schiena.

Lavoriamo fino al tramonto, senza sosta, e poi torniamo alla fattoria.

Libero il cavallo dalla sella,  lo sistemo nella stalla e faccio più in fretta che posso perché tu sei già dentro casa. So che mi stai aspettando.

Entro anch’io.

Il sole è basso all’orizzonte.

Ti volti all’improvviso ed io rimango abbagliato da te e dal tuo corpo infuocato e penso:

“E’ qui. E’ proprio qui che voglio stare . Tra le braccia abbronzate di questa donna, mentre il sole le fa brillare gli occhi da lontano. Voglio stare qui e da nessuna altra parte al mondo”.

Prima di andare via, lascio 40 marchi sul tavolo.

La felicità non si compra. Ed è vero.

Ma un attimo, un attimo solo per scaldarsi il cuore, quello sì.

Mi incammino a passo sostenuto verso l’appartamento che divido con altri tre operai, ripercorrendo la Zimmerstrasse ormai deserta.

Anche il whiskey ha finito il suo effetto.

Il freddo è pungente, mi tiro su il bavero della giacca.

Domani la sirena suona alle 7. Come al solito.

© RitaLopez

(nella foto: opera del Maestro Eugenio Guarini)

Il pugile

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Pensi che mi importi qualcosa di queste ferite, Clodia?

Pensi davvero che mi importi qualcosa?

Non sono neanche in grado di sentirli, questi colpi che mi piombano sulla faccia.

Ho nella bocca il sapore del sangue, riesco a malapena ad aprire gli occhi tumefatti, eppure non provo dolore.

Sono qui a combattere, a sferrare con violenza i pugni sul mio avversario, ma al suo posto immagino di avere di fronte il vecchio patrizio che hai sposato.

Penso alla sua bocca vicino alla tua, dopo che si è ingozzato di cibo, ai suoi occhi umidi di rospo che ti guardano mentre ti spogli e sono sicuro di non avere mai odiato così tanto.

Il tuo sguardo puntato su di me, mentre sono qui sull’arena per farvi divertire, ecco, quello mi fa più male dei colpi.

E la rabbia mi sale dal profondo, mi fa essere più violento, e mi induce a colpire la faccia e la testa del mio rivale, che ha assunto ai miei occhi le sembianze di tuo marito.

Sento il rumore delle ossa del suo cranio che si rompono sotto i miei pugni d’acciaio.

Si accascia per terra, tramortito.

L’ho battuto.

Un profondo boato emerge dalla folla assiepata nella cavea.

Mi siedo esausto, ho le gambe tremanti.

Mi giro a fatica per guardarti sugli spalti.

Ti intravedo, hai gli occhi bassi.

Lui, il vecchio patrizio, ti sta accanto.

Esulta, agitando per aria le sue braccia flaccide e bianche.

Aveva scommesso su di me. E ha vinto.

© RitaLopez

Maddalena

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Una vita intera a preparare di corsa i pranzi e le cene,

ad accudire i figli piccoli, a cambiare i pannolini.

E accanto un uomo pieno di promesse e poca sostanza.

Una vita intera ad alzarsi all’alba, a ritirare i panni stesi prima di uscire per andare al lavoro,

ad aiutare i figli a fare i compiti di pomeriggio, quando andavano a scuola,

a lavare per terra prima di andare a dormire.

E accanto un uomo stanco più di lei, stravaccato sul divano a ronfare davanti alla televisione accesa.

Una vita intera a fare la fila per le bollette, a fare da sola  la spesa del  sabato mattina con le buste stracolme e un macigno nel cuore,

e mai una vacanza, mai un cinema, mai un gelato sul lungomare al tramonto.

E i suoi figli crescevano e le sue occhiaie erano sempre più scure.

E accanto un uomo che non riconosceva più.

Lo guardava di notte, nel letto, mentre russava senza ritegno, a bocca spalancata, appagato da quelle quattro stronzate in cui si era ridotta la sua vita,  incurante di tutto:

della tristezza della sua donna, della sua solitudine, dell’amore di un tempo che era morto e sepolto sotto una coltre di pigrizia e di rinunce e di “lascia perdere”.

Ma quel giorno Maddalena aprì la porta di casa, compiendo il gesto più rivoluzionario, e sognato, e messo da parte, e poi di nuovo agognato, di tutta la vita sua intera.

Aprì la porta di casa, uscì, e non tornò più. A cinquant’anni passati, questa donna di un Sud bigotto ed impiccione, uscì e non tornò più.

Suo marito imprecava in canottiera bianca, facendo sobbalzare  il crocifisso d’oro massiccio appeso al collo .

I figli, ormai grandi, guardavano per terra, come due bambini messi in punizione.

Tutto il quartiere bisbigliava e avrebbe bisbigliato per mesi.

Ma io, ve lo  giuro, facevo il tifo per Maddalena, godendo come una Menade ebbra e  impazzita.

(©) Rita Lopez

Una lettera

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“Marito mè, e mò so quasi 3 anni che si sciuto a fatigà alla Germania.

E mò so quasi 3 anni che io sto ccà da sola.

E ti vulia solo dici che nun è stato facile manco pe mè.

Che la vita nun è dura solo pe chi parte, solo pe chi è luntano, ma pure pe chi resta.

All’inizio mi sentia cchiù forte, ma poi, mesi dopo mesi dopo mesi dopo mesi quella forza se n’è scivulata via.

E c’era la vacca c’ ha figliato la notte. Ma tu nun c’eri.  E per fortuna che c’era Bastiano che m’è venuto ad aiutari.

E poi in inverno da sola a spaccare la legna. Ma tu nun c’eri.  E nun finivo manco pe Natale se Bastiano non veniva lui.

E quanno c’è stata la bufera c’ha scassato gli stipiti della finestra, manco allora c’eri. E io mi sarei morta dal freddo se Bastiano nun veniva ad aggiustare tutto quanto.

Io, marito mè, nun aggiu studiato, ma na cosa l’aggiu capita bbona.

L’ammore nun è na cosa accussì, tanto pe dice.

L’ammore si vive, si suda, si lavora, si bestemmia, pe poi fare baldoria,

si ride e si addanna, si addora e si tucca.

E’ come a na pianta che se nun l’annacqui, secca.

Na notte mi so svegliata all’improvviso.

Nel letto nun c’eri tu, c’era Bastiano.

L’aggiu guardato bbuono e mò, marito mè,  te l’aggia proprio cunfessà….

Io ero contenta che c’era Bastiano.

Anzi,  mò te l’aggia proprio dici: io manco me ne piglio scuorno….”

Concetta sollevò la testa dalla lettera che stava scrivendo.

Guardò fuori dalla finestra. C’era la nebbia . La nebbia che nasconde, che cela, che attutisce.

Era l’alba. E bisognava mungere la vacca.

Sospirò. Prese il foglio di carta, lo stropicciò e lo gettò nel fuoco.

La fiamma avvampò improvvisa, per poi riabbassarsi dolcemente nella brace.

(©) RitaLopez

 

 

Ad Isia

 

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Allora è così che doveva finire, mia dolce Isia. Così.

Su un campo riarso dal sole, con il frinire delle cicale che ti stordisce.

In mezzo alla polvere sollevata dai cavalli e al frastuono di mille spade luccicanti.

Dicevi che sono un guerriero forte Isia, che sono invincibile. Ma non è così.

Questa volta non tornerò da te.

Guardo il sangue che sgorga a fiotti dalla ferita e

colora di rosso vermiglio questa terra che non è più la mia.

Non provo dolore Isia, solo stupore.

Davvero tutto questo sta accadendo a me?

Perdo le forze e mi si piegano le ginocchia.

Sai a cosa penso? Ai tuoi capelli.

Il ricordo dei tuoi lunghi capelli castani, che odorano di lavanda e di salvia,

quello sì che mi procura un dolore lancinante.

Mi sistemo sul mio scudo. E’ sul mio scudo che voglio morire.

Come un forte e valoroso guerriero, il guerriero che hai amato.

Ed ora che la mia vista si è annebbiata e  il clamore della battaglia è lontano,

ecco, ora riesco a vederti chiaramente.

E’ bello abbandonarsi con l’immagine di te, che rende dolce questa morte che mi scivola dentro.

I tuoi capelli Isia.

I tuoi  lunghi capelli sono l’ultima cosa che vedo.

Morire, così, non fa neanche male…

© RitaLopez

 

La guerriera più dolce

Train series - Motion blur of a fast moving train.

Quando mi cammina accanto e la guido dandole il braccio,

sento quanto è fragile. E vulnerabile.

Le guardo la mano. E’ coperta di piccole grinze avvizzite.

Penso a quanto sia totalmente indifesa, e a quanto totalmente si fidi di me e dei miei passi.

E poi l’aiuto a salire sul treno.

Le dico dove mettere i piedi, per non cadere.

Aspetto che il treno parta.

La chiamo dal finestrino, ma so che dietro quegli occhiali scuri non può vedermi.

Provo a chiudere gli occhi per cercare di intuire come ci si possa sentire ad essere quasi completamente ciechi.

Vorrei condividere un po’ della sua personale tragedia, prendermi un po’ del suo dolore e portarmelo via con me.

Riapro gli occhi giusto in tempo per vederla lì seduta, mentre il treno parte piano.

Alzo la mano per salutarla. Non mi risponde.

Il suo Coraggio è la vetta più alta del mondo.

La sua Bellezza è irraggiungibile.

© R.L.

Il dolore, la rabbia e quattro polpette dure come sassi

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Andavo a trovarla nei pomeriggi troppo afosi e assolati

rinunciando ad annaspare senza pensieri con i miei amici, là sul vecchio molo.

I suoi capelli di un candore senza fine,

la sua faccia solcata da una ragnatela di rughe profonde

come la terra riarsa delle nostre campagne.

Le sue mani ossute solcate da onde di vene azzurro cielo.

Un’adolescente scapestrata e una vecchia donna incurvata da tutta quella vita che le era passata davanti.

Colpite dallo stesso dolore, accomunate da un unico strazio.

L’intero pomeriggio a sussurrarci parole inutili

in cui cercare disperatamente conforto e che invece

non facevano altro che tormentarci.

E poi verso sera

lei che mi chiedeva “Tìn fàm? Uè mangià dò, cu mè?” (Hai fame? Vuoi mangiare qui con me?)

E siccome non era mai stata una grande cuoca

a malapena accennavo un sì con la testa.

Tirava fuori dal frigo quattro polpette del giorno prima, dure come sassi.

Io e lei sedute in cucina, al tavolo di formica celestino, del più orribile stile anni 50

ad inforcare controvoglia quattro polpette poco invitanti.

Se penso al dolore e alla rabbia

al momento in cui ci si alza all’improvviso, con grinta, virando di botto prima di venire travolti da un’onda gigante,

penso a noi due, sedute al tavolo di formica celestino, ad azzannare polpette dure come sassi.

“Còm sòng?” (Come sono?)

“Buone”, rispondevo.

©RitaLopez

Le cicale di Malia

Creta+I+resti+del+minoico+palazzo+di+Malia

 

“Le cicale cantano a squarciagola qui. Sempre. Ma in questo periodo il loro frinire è assordante.

Sono molti giorni ormai che mio padre, il Re-Sacerdote del grandioso palazzo di Malia, è preoccupato.

La nostra Dea Madre, la Dea dei Serpenti, dal seno prosperoso, dice che una grande sciagura sta per arrivare dal mare sulla nostra isola, la nostra Creta.

E niente sarà più come prima.

Giorno e notte mio padre compie sacrifici, versando nei pozzi sacri le offerte votive, per compiacere gli dei.

Ma io non ci credo.

Io penso che la nostra Dea Madre questa volta si sbagli.

Come possono svanire nel nulla il nostro palazzo, qui a Malia, e quelli grandiosi di Cnosso e di Festo?

Niente è più sicuro dei nostri lunghi corridoi ombrosi dalle pareti affrescate con  grifoni color cremisi e  con i delfini azzurri simboli di gioia.

Niente è più possente del labirinto di  miriadi di stanze disposte su più livelli, dove è bello perdersi in mezzo alla foresta di fitte colonne ricavate dai tronchi di cipresso.

Come possono gli dei non gradire le nostre gloriose processioni dirette alla corte centrale, là dove le donne gareggiano insieme agli uomini, volteggiando sui tori con abilità e coraggio?

Come possono non gradire le larghe scalinate che conducono ai santuari da cui si vede il mare?

Sì, di sicuro la nostra Dea Madre questa volta si sbaglia.

Noi, sovrani dei mari,

noi che viviamo in una natura rigogliosa, che ci permette di riempire di olio e di grano i magazzini stracolmi di giare,

noi che sappiamo leggere e scrivere i caratteri impressi con i nostri sigilli,

noi maestri nella lavorazione della ceramica, così come dell’oro, delle gemme e delle pietre preziose….

Noi siamo benevoli agli dei. ”

Ma gli dei un giorno smisero di apprezzare la devozione dei Minoici.

Li colpirono proprio da dove essi avevano costruito la propria fortuna: dal mare.

Un gigantesco maremoto, provocato dal vulcano della vicina Santorini, distrusse gli antichi palazzi. Niente fu più come prima.

Solo le cicale cantano ancora a squarciagola. Sempre. Il loro frinire è assordante.

© RitaLopez

Gli angeli del fango

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    Erano giorni che una pioggia fitta cadeva ininterrotta su Firenze, ma nessuno poteva immaginare quello che sarebbe successo quella mattina del 4 novembre 1966.

    All’alba l’Arno ruppe gli argini con un impeto sovrumano di acqua gonfia e grigia, violenta come il rutto di un mostro sanguinario.

    L’acqua fangosa, dal colore tetro del cielo, entrò a Palazzo Vecchio.

    Penetrò con la  veemenza di un toro infuriato nel Duomo.

    Violentò le antiche botteghe degli orafi su Ponte Vecchio.

    Più di 30, tra donne uomini e bambini, persero la vita.

    I corpi lividi e galleggianti, le braccia aperte come quelle del Cristo di Cimabue in Santa Croce.

    Quando l’acqua impetuosa, dopo giorni, si ritirò pigra, una spessa coltre di fango e detriti copriva i morti e i manoscritti antichi  e i quadri dei grandi e le opere d’arte.

    Niente cibo. Niente acqua potabile. Niente energia elettrica. Niente di niente.

    Fu allora che arrivarono gli angeli del fango.

    Da tutta Italia arrivarono. Da Nord e da Sud.

    E anche dal resto dell’Europa.

    Arrivarono tutti per Firenze allibita. Per Firenze stordita e martoriata.

    E fu proprio nella Biblioteca Nazionale che Andrè, giunto  da poco dalla Francia per dare una mano, la vide.

    Afferrava con le sue mani dalle lunghe dita i volumi rari, i libri del passato.

    Li tirava fuori dalla melma e li porgeva svelta al suo vicino, che a sua volta li riponeva in una carriola.

    I lunghi capelli castani legati indietro in una treccia mista a terra e fango.

    Il fango anche sulle braccia e sul pullover di lana con le greche colorate e sulle guance arrossate.

    Andrè si fermò. Si fermò a guardarla. E pensò che mai aveva visto niente di più bello.

    Si avvicinò. “Ciao” le disse.

    Il sorriso più radioso del creato illuminò il grigio di Firenze.

    “Come ti chiami?”

    “Manuela” gli rispose la ragazza.

    Sorrideva e non smetteva di raccogliere i libri antichi immersi nel fango.

    Andrè ebbe la netta sensazione di trovarsi di fronte ad un angelo.

    Era in mezzo a centinaia di angeli come lei.  Lui stesso lo era.

    La ragazza gli porse un libro e poi un altro e poi un altro ancora.

    Andrè prese tra le braccia i volumi preziosi che lei gli passava.

    Firenze sarebbe rinata. Lo sapeva.

    Firenze ce l’avrebbe fatta.

    © RitaLopez

Bombe sulla mia città

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Era già buio quando hanno iniziato a bombardare sui tetti della mia città.

Io, la mamma, il papà e mia sorella più piccola eravamo andati a trovare la nonna che abita in periferia.

Stavamo per tornare a casa, ma siamo stati costretti a rimanere là.

Il cielo si è riempito di bagliori accecanti, più accecanti dei lampi bianchi durante i temporali violenti.

Grandi boati tuonavano nell’aria e rimbombavano dentro le nostre pance.

Ho visto le mani rugose della nonna. Tremavano.

Sono andata da lei e l’ho abbracciata stringendole la vita.

Mi è sembrata piccola piccola, quasi una bambina.

Ho chiuso gli occhi e pensavo: “Non voglio morire. Non voglio morire.”

Anche mio papà ha stretto forte la mamma, nascosta in un angolo della stanza, con mia sorella  che le cingeva il collo con le sue braccia corte.

La piccola testa affondata tra i capelli. Per non guardare, per non sentire.

E’ stata una notte molto lunga.

I bombardamenti sono durati un’eternità.

Alle prime luci dell’alba, quando già da tempo tutto era silenzio, papà è uscito per andare a vedere la nostra casa.

Io l’ho accompagnato. Non voleva, ma ho insistito. Sono grande ormai.

C’erano corpi riversi sui marciapiedi, palazzine crollate, macerie dovunque e in lontananza si udivano le grida disperate delle donne.

Mi bruciavano gli occhi e a fatica ho ricacciato le lacrime che volevano esplodere.

Sicuramente era colpa dei gas nell’aria.

Io non piango. Sono grande ormai.

Siamo entrati in casa.

Papà davanti a me. Io dietro di lui.

Si è accasciato piano per terra, le mani tra i capelli.

Ho intravisto in mezzo alle macerie la macchina a pedali di mia sorella. Il suo gioco preferito.

L’ho presa. Gliela riporterò.

Così potrà ancora giocare.

(© RitaLopez)

IX secolo a.C.

New Life

 

 

 

 

Il giorno della mia morte il sole era alto nel cielo e faceva molto caldo.

Mio padre mi pose con cura nel grande dolio e mi stese piano le braccia e le gambe.

Non avevo ancora 6 anni.

“Non avere paura” mi sussurrò all’orecchio “questa Terra ti proteggerà. Ed un giorno qualcuno verrà a liberarti”.

Mi adagiò piano con le sue forti braccia nella fossa e, aiutato dai parenti, iniziò a coprirmi.

E la Madre Terra mantenne la sua promessa.

Mi avvolgeva nei suoi abbracci odorosi di muschio umido, mi proteggeva dal caldo afoso dell’estate e dal freddo pungente dell’inverno. Mi cullava e mi accarezzava come fanno le madri con i loro piccoli.

Avevo sempre in mente le parole di mio padre e per questo non ho mai avuto paura.

E poi, come avrei potuto? La Madre Terra mi raccontava le storie fantastiche di quello che accadeva in superficie.

Mi raccontava della fondazione di una città e di sette Re succedutisi nei secoli.

Mi raccontava di come il posto dove io giacevo, fosse diventato un luogo sacro.

Mi raccontava di grandi battaglie e grandi generali, di imperatori magnanimi e di altri spietati.

Mi raccontava della grandezza e della potenza e della gloria di quella città, fino alla sua caduta, e poi del suo inesorabile oblio.

Mi raccontava di grandi artisti e di uomini geniali e poi di guerre sanguinose e dittature, di sangue e di morte, di amore sconfinato e di bellezze da capogiro.

Per un tempo senza fine la Madre Terra mi ha protetto e custodito come un bene prezioso in uno scrigno, fino a quando una mattina il sole era alto nel cielo e faceva molto caldo.

Proprio come mio padre mi aveva sussurrato all’orecchio in un tempo infinitamente lontano, qualcuno mi ha liberato.

La Madre Terra mi ha baciato un’ultima volta sulla testa e mi ha lasciato andare.

“Quale è il tuo nome Madre?” le ho chiesto prima che due braccia forti mi sollevassero piano dal mio giaciglio.

“Roma” mi ha risposto.

Il tizio dallo strano copricapo giallo sulla testa che mi ha sollevato con cura non lo sa, ma io gli ho sorriso.

(© RitaLopez )

Nikandre

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Sua madre alle prime luci dell’alba entrò nella stanza silenziosa per svegliarla, ma Nikandre aveva gli occhi aperti già da un pezzo.

Quel giorno sarebbe andata in sposa a Phraxos, il suo compagno di giochi fin da bambina. Il suo compagno di giochi preferito.  Il suo compagno di giochi per sempre.

Il cuore di Nikandre era sereno e azzurro come il mare che circondava la sua bianca isola,  Delos.

Sereno e azzurro.

Le braccia bianche sollevate,  aveva lasciato che la madre la aiutasse a infilarsi il lungo chitone, che le donne della famiglia avevano tessuto per il giorno delle sue nozze, e lo aveva fissato, ben stretto in vita, con una cintura.

La  madre le raccolse pazientemente i lunghi e folti capelli in trecce composte, ricadenti sui seni.

Prima di uscire di casa, si cinse le spalle con un corto mantello, unendone i due lembi davanti, con una fibula preziosa.

Fu così che io la vidi, il giorno delle sue nozze.

Fu così che mi trafisse il cuore.

La vidi così, serena e azzurra come il mare che circonda la mia Delos.

Ed è così che  l’ho scolpita nel marmo.

E mentre la scolpivo, l’ho odiata e l’ho amata.

Ho odiato e ho amato quei fianchi, e  quei seni, e  quelle trecce, e quella vita così stretta, e quelle braccia così bianche, colpendo con forza, con odio. E con amore. E ancora odio. E  poi ancora amore, incidendo con lo scalpello il marmo freddo che prendeva vita sotto le mie mani.

Ho poggiato la testa sul suo petto e ho sentito il battito del suo cuore, sereno e azzurro, come il mare della nostra Delos.

Questa è Nikandre, che non sarà mai mia.

Questa è Nikandre, così come io l’ho vista.

Questa è Nikandre, che rimarrà per sempre.

©RitaLopez

Ti riconoscerei sempre

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Si svegliò presto come ogni giorno, in un’alba appiccicosa, per andare al lavoro.

La finestra era aperta e dalle persiane socchiuse entrava una parvenza di aria fresca.

Era il momento più bello.

La casa piena di silenzio, nella luce azzurrina del giorno, prima che arrivasse il sole.

E nel momento più bello, ogni volta, doveva andare via.

Si infilò i pantaloni e la camicia e prima di uscire dalla camera da letto posò lo sguardo su lei che ancora dormiva.

Si fermò a guardarla sulla soglia.

“Ti riconoscerei sempre” pensò.

Ovunque l’avrebbe riconosciuta. Lo so.

In mezzo a migliaia di occhi sperduti avrebbe riconosciuto i suoi occhi striati di verde e marrone e i suoi capelli con tutti i colori della terra.

In mezzo a migliaia di passi silenziosi avrebbe riconosciuto i suoi passi discreti.

In mezzo a migliaia di voci avrebbe riconosciuto persino un suo sussurro, un suo respiro.

Il suo tocco leggero come quello del vento caldo dell’estate sulle braccia.

Era il momento più bello, e doveva andare via.

Richiuse piano la porta di casa alle spalle per non svegliarla.

Uscì.

E non tornò più.

© RitaLopez

Piramo e Tisbe

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Questa è la storia di due ragazzi della lontana Babilonia, le cui famiglie si odiavano a vicenda.

Piramo e Tisbe.

Erano vicini di casa ma l’idiozia ostile e ottusa dei parenti, aveva proibito loro di frequentarsi, di vedersi, di parlarsi.

E siccome l’amore nasce quando e come e nelle forme che più gli aggrada, i due ragazzi comunicavano attraverso una fessura che si apriva nel muro che divideva le loro case.

E una notte piena di stelle, Piramo e Tisbe decisero di fuggire insieme, dandosi appuntamento sotto un grande albero di gelso.

Tisbe arriva per prima ma, scorgendo una leonessa che aveva appena azzannato una preda, va a nascondersi in una grotta lì vicino.

Correndo perde il suo velo.

La leonessa sotto il gelso afferra il velo di Tisbe e col suo muso sporco di sangue lo lacera, e poi si allontana.

Poco dopo anche Piramo arriva al luogo dell’appuntamento. Vede il velo della ragazza ridotto a brandelli e sporco di sangue.

Folle di dolore prende la sua spada e si ferisce a morte.

Il sangue del ragazzo tinge i frutti di gelso che da quel giorno diventano rossi.

Quando anche Tisbe, uscendo dal suo nascondiglio, giunge sotto l’albero e si trova di fronte il giovane in fin di vita, con la stessa spada, senza esitazione, senza proferire parola, si trafigge il petto.

La fedele crepa nel muro custodì per secoli e secoli ancora le parole  che i due innamorati si erano sussurrati nelle notti stellate di Babilonia, fino a che, prima che il muro crollasse, le parole soffiarono ad ovest, sospese dal vento, e giunsero in un paese lontano,  alle orecchie attente di un grande poeta.

© R.L.

(nella foto J. W. Waterhouse 1909)

 

 

Il Trace

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Mia madre non conosceva neanche il suo nome.
Il Trace, così lo chiamavano tutti.
Il Trace, il gladiatore rispettato dagli uomini e venerato dalle donne.
Il Trace dai muscoli che scoppiavano sotto la pelle lucida, dalle gambe forti come rocce, dai lunghi capelli castani e dagli occhi di brace.
Come poteva, mia madre, non perdere la testa per lui?
Come poteva non dimenticare la finestra socchiusa per permettergli, nel cuore della notte, di intrufolarsi nell’atrio e infilarsi nel suo letto?
Il cuore che batteva a mille di fronte alla realtà concretissima di trovarsi lì, tra le sue braccia, e all’idea di suo padre e sua madre che nella camera accanto dormivano già da un pezzo.
E ogni volta che lui combatteva sulla sabbia infuocata dell’Anfiteatro, lei si recava nel tempio a pregare gli dei, perchè la sua vita fosse risparmiata un’altra volta.
O dei, vi prego, ancora una volta, ancora una volta!
E in uno di quei giorni infuocati di Roma, mentre lui combatteva nell’Anfiteatro, mia madre si accorse di essere incinta.
Per nove volte il Trace aveva vinto nei combattimenti. Nove volte.
Ma quel giorno gli fracassarono il cranio con la mazza chiodata e il suo sangue tinse di rosso la sabbia bollente dell’Arena.
Mia madre lo venne a sapere il giorno dopo. Si precipitò al tempio. I capelli bagnati di lacrime.
In un punto nascosto, poco prima della cella buia del tempio, dietro una colonna,  incise queste parole sul muro:
“Il Trace ha vinto per la decima volta”.
Si toccava la pancia. E piangeva.
Quella scritta è ancora lì.
Anche ora che sono vecchio, di tanto in tanto, vado a rileggerla.
 © RitaLopez

Per sempre giovane

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Che tu possa non prenderti mai sul serio e avere un enorme senso di responsabilità.

Che tu possa godere e soffrire intensamente anche delle cose infinitamente piccole.

Che tu possa scrollarti di dosso qualsiasi individuo da quattro soldi che abbia intenzione di tarparti le ali.

Che tu possa ridere in faccia a chi ti dice che non puoi farcela.

Che tu possa avere un coraggio infinito e ricevere in cambio un amore smisurato.

Che tu possa non credere mai a chi ti ammorba l’anima blaterando che non è più tempo, che sei troppo vecchia, che è meglio che ti metta l’anima in pace.

Dito medio alzato e la risata beffarda di tua madre nel cuore.

Se tu vuoi, amore mio, sarai per sempre giovane.

PER-SEM-PRE

(foto di Ivana Marinosci)

Barche nel porto e birra sui muretti a secco

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Le barche  si cullano stanche nel porto vecchio e
i pescatori, dalle mani scure,  riparano le reti.
I cesti ricolmi di ricci di mare,
le birre poggiate sul muretto a secco,
le carte da gioco sbattute sul tavolo e le risate sguaiate e
mi dico: è da lì che vengo.
E le grandi abbuffate della domenica,
la Madonna Addolorata con il suo mantello psichedelico,
le bestemmie sussurrate per non ferire,
le calze di nonna tenute su con l’elastico bianco,
il sole a picco su una città devastata ed io,
io è da lì che vengo.
E poi ancora i mea culpa, mea culpa, mea grandissima culpa.
La disperazione che ti lascia senza fiato.
I “ce l’hai 5.000 lire?” e i “no, non ne ho” di ogni santissima volta.
La minestra scaldata del giorno dopo e del giorno dopo appresso.
Quelli della mia famiglia che quando ridono è di nuovo la speranza,
è di nuovo estate.
E io è da lì che vengo.

(foto di Ivana Marinosci)

© RitaLopez