Mese: novembre 2015

Lo sguardo di Lukas, Aziz

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Ecco Lukas, il mio bambino dai capelli biondi e dagli occhi azzurri.

E’ sempre chiuso in sé stesso, litiga con i suoi coetanei, i maestri dicono che a scuola non è mai attento e mi mandano a chiamare in continuazione per lamentarsi di lui.

Solo il nostro gatto, Tom, lo capisce.

Lukas passa le ore ad accarezzargli il pelo rosso, mentre Tom si raggomitola tra le sue braccia e fa le fusa.

E’ mio figlio Lukas, il mio bambino, ed io lo amo.

 

Ecco Lukas, il mio adolescente problematico.

Ciondola tutto il tempo nei quartieri malfamati di Copenhagen,  insieme a una gang di poco di buono che non mi piace affatto.

So che lo hanno fermato mentre guidava un motorino rubato.

Rientra a notte fonda e se gli chiedo dove è stato, si arrabbia e prende a pugni la porta della sua stanza.

E’ mio figlio Lukas, il mio adolescente, ed io lo amo.

 

Ecco Lukas, il mio ragazzo trasformato.

So che ha nuovi amici, è sempre fuori casa e torna solo di rado ormai.

Lo vedo cambiato, solo la sua vulnerabilità è la stessa.

Un giorno, all’improvviso, mi ha chiamato al telefono, dicendomi di trovarsi al confine turco.

Era partito senza salutarmi.

E’ mio figlio Lukas, il mio ragazzo, ed io lo amo.

 

Ecco Lukas, che ora si fa chiamare Aziz, in una foto scattata in Siria.

Si è appena lavato, ha ancora il volto e i capelli bagnati. Sembra felice.

Di tanto in tanto riesco a chattare con lui.

Gli chiedo di tornare. Mi dice che non può.

Ho registrato le fusa del vecchio Tom; gliele faccio ascoltare.

Rimane in silenzio. Lacrime bollenti mi rigano il volto.

E’ mio figlio Lukas, Aziz, ed io lo amo.

 

Passo le notti a guardare i filmati orribili degli uomini dal volto coperto che tagliano le teste ad altri uomini inginocchiati sulla sabbia.

Studio ogni loro passo, scruto ogni loro mossa, e rimetto il filmato indietro e lo rivedo daccapo e lo rivedo ancora, altre dieci, cento, mille volte.

E mi soffermo sulle mani, per cogliere un particolare modo di muovere le dita che solo io conosco.

Mi soffermo sugli occhi, lasciati appena scoperti, per carpire uno sguardo, un lampo, che solo io conosco.

Lo sguardo di Lukas, che è Aziz,

o di Aziz, che era Lukas.

© RitaLopez

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Un attimo prima

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“E’ bello essere qui” pensò Jean Paul, brillante studente della Sorbona, uscendo di casa.

Parigi era bella, soprattutto per uno come lui, provinciale di un piccolo paese sperduto tra le montagne del sud.

Soprattutto di sera, quando si illuminava a festa.

Soprattutto da quando nella sua vita c’era Valery.

Ecco, sarebbe andato a prenderla sotto casa. Insieme avrebbero percorso Boulevard Saint Germain e poi avrebbero preso la metropolitana. Le avrebbe stretto la vita con il braccio. Sarebbero andati al concerto e poi a mangiare una pizza e poi a casa sua. E poi… Sorrideva, Jean Paul.

“Sì”, pensò di nuovo “è bello essere qui”.

A questo pensava Jean Paul quella sera.

A questo pensava pochi attimi prima di cadere a terra con un colpo di kalashnikov sparato in testa.

 

Winnie, splendida studentessa Keniota del campus universitario di Garissa, era in ritardo per la lezione, di nuovo.

“Non accadrà più” aveva detto timidamente al professore di Ingegneria meccanica l’ultima volta, quando lui aveva interrotto la lezione guardandola sadicamente con occhi di ghiaccio, fino a che lei non aveva preso finalmente posto al suo banco.

“Al diavolo!” disse, rinunciando a sistemarsi i capelli ribelli.

Afferrò i libri e si affrettò lungo il viale alberato, verso l’edificio D del campus.

“Dai che sono in tempo, dai che sono in tempo”.

A questo pensava Winnie, pochi attimi prima di essere sgozzata senza pietà, insieme ad altri 24 studenti, da una furia cieca ed assassina.

 

“E non dimenticare le cassette di frutta!”

“Sì padre” rispose Samir.

Il mercato di Beirut a quell’ora era sempre affollato di gente.

Samir sistemò frettolosamente il cartellino con i prezzi sulle cassette.

“Posso andare ora, padre?”chiese il ragazzo.

“Va bene. Ora vai, ma stai attento. Non vi fate male tu e quel Nazim!”

Nazim lo aspettava nel cortile dietro la scuola, insieme agli altri ragazzi del quartiere, per la partita di calcio.

Samir giocava in porta. Da sempre.

Attraversò la strada, guardando a destra e a sinistra, come gli aveva insegnato suo padre.

“Oggi vinceremo”, si ripromise Samir, pochi attimi prima che una motocicletta carica di esplosivo, parcheggiata a pochi metri dal negozio di suo padre, lo facesse saltare in aria insieme alle cassette di frutta.

 

La piccola A’isha teneva stretta la sua bambola di pezza con un braccio mentre la mamma le stringeva forte la mano, obbligandola a camminare in fretta.

Faceva sempre caldo in quel villaggio sulle rive del lago Ciad e piccole gocce di sudore imperlavano la splendida fronte di A’isha, del colore della terra.

“Mi fai male, sei cattiva!” disse alla mamma.

“Sbrigati A’isha, dobbiamo tornare a casa”, la strattonò sua madre.

“Non mi tirare!” si ribellò la piccola.

“Non ti voglio bene. E neanche la mia bambola”, pensò imbronciata A’isha un attimo prima di stramazzare sulla terra battuta e polverosa, insieme a sua madre e a tutti gli abitanti del villaggio.

 

J. non aveva ancora 20 anni, ma il suo giorno era arrivato.

E  J. era pronto. Doveva essere pronto.

Cosa hai pensato, J.,  un attimo prima di farti esplodere?

Questa vita non ti ha urlato dentro?

Neanche per un attimo, J.?

Neanche per un attimo?

© RitaLopez

 

Pietre su Rokhshana

LAPIDAZIONE

Fa tanto caldo in questa parte del mondo dimenticata da Dio e dagli uomini.

Fa tanto caldo, nonostante sia solo mattina presto.

E pure le montagne aride, attorno a questo campo brullo, lasciano presagire l’afa impietosa che tra non molto opprimerà l’aria, rendendola irrespirabile.

Hanno scavato una buca profonda, qui, al centro di questo campo secco e ricoperto di sassi.

Ci sono uomini attorno alla buca, una trentina, alcuni in piedi, altri accovacciati sulle ginocchia, che attendono lo spettacolo.

Hanno i telefonini in mano, pronti per filmare l’avvenimento.

Dentro la buca c’è Rokhshana, di 19 anni, avvolta nel suo abito lungo e nero.

Ha le braccia tenute ferme da una grossa corda, legate strette ai lati del corpo.

L’ultimo viso che le si è parato di fronte, prima di essere calata, è stato quello di suo padre, che si è rifiutato di perdonarla.

La voce tremante di Rokhshana è scivolata lungo la distesa arida: “Ti prego, padre!”.

Ma il vecchio, dritto di fronte a lei, imperturbabile, ha scosso la testa.

Nella buca, dove Rokhshana è stata calata, iniziano ad essere scagliate le prime pietre.

Una pietra per avere disonorato l’anziano marito scelto da tuo padre e tuo fratello.

Una pietra per essere scappata, di notte, con il giovane Mohammed.

(I gemiti ovattati di Rokhshana coprono il campo riarso).

 Una pietra per aver passato la notte insieme a lui, accucciati in una grotta, tra le montagne silenziose.

Una pietra per aver provato  il piacere del calore delle sue mani sui tuoi fianchi.

(I lamenti strozzati di Rokshana si alzano fino al cielo bianco).

Una pietra per la tua pelle lucida di bronzo, sfiorata dalle sue labbra.

Una pietra per i tuoi lunghi capelli  aggrovigliati tra le sue dita.

Una pietra per le sue parole infuocate sussurrate nelle tue orecchie.

Una pietra, e una pietra, e un’altra pietra ancora.

(Il grido straziante di Rokshana raggiunge il sole impietoso).

Poi il silenzio.

Gli uomini ora si allontanano a gruppetti, compreso tuo padre, che stanotte si stenderà al fianco di tua madre scossa da singhiozzi silenziosi, mentre la tua stanza rimarrà vuota.

Il giovane Mohammed è rimasto a casa dei suoi genitori.

Se l’è cavata con qualche frustrata.

Un giorno  anche per lui sarà scelta una giovane ragazza, innamorata di un altro, ma costretta a sposarlo.

Come te, Rokshana. Proprio come te.

© RitaLopez