Mese: luglio 2014

Gli angeli del fango

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    Erano giorni che una pioggia fitta cadeva ininterrotta su Firenze, ma nessuno poteva immaginare quello che sarebbe successo quella mattina del 4 novembre 1966.

    All’alba l’Arno ruppe gli argini con un impeto sovrumano di acqua gonfia e grigia, violenta come il rutto di un mostro sanguinario.

    L’acqua fangosa, dal colore tetro del cielo, entrò a Palazzo Vecchio.

    Penetrò con la  veemenza di un toro infuriato nel Duomo.

    Violentò le antiche botteghe degli orafi su Ponte Vecchio.

    Più di 30, tra donne uomini e bambini, persero la vita.

    I corpi lividi e galleggianti, le braccia aperte come quelle del Cristo di Cimabue in Santa Croce.

    Quando l’acqua impetuosa, dopo giorni, si ritirò pigra, una spessa coltre di fango e detriti copriva i morti e i manoscritti antichi  e i quadri dei grandi e le opere d’arte.

    Niente cibo. Niente acqua potabile. Niente energia elettrica. Niente di niente.

    Fu allora che arrivarono gli angeli del fango.

    Da tutta Italia arrivarono. Da Nord e da Sud.

    E anche dal resto dell’Europa.

    Arrivarono tutti per Firenze allibita. Per Firenze stordita e martoriata.

    E fu proprio nella Biblioteca Nazionale che Andrè, giunto  da poco dalla Francia per dare una mano, la vide.

    Afferrava con le sue mani dalle lunghe dita i volumi rari, i libri del passato.

    Li tirava fuori dalla melma e li porgeva svelta al suo vicino, che a sua volta li riponeva in una carriola.

    I lunghi capelli castani legati indietro in una treccia mista a terra e fango.

    Il fango anche sulle braccia e sul pullover di lana con le greche colorate e sulle guance arrossate.

    Andrè si fermò. Si fermò a guardarla. E pensò che mai aveva visto niente di più bello.

    Si avvicinò. “Ciao” le disse.

    Il sorriso più radioso del creato illuminò il grigio di Firenze.

    “Come ti chiami?”

    “Manuela” gli rispose la ragazza.

    Sorrideva e non smetteva di raccogliere i libri antichi immersi nel fango.

    Andrè ebbe la netta sensazione di trovarsi di fronte ad un angelo.

    Era in mezzo a centinaia di angeli come lei.  Lui stesso lo era.

    La ragazza gli porse un libro e poi un altro e poi un altro ancora.

    Andrè prese tra le braccia i volumi preziosi che lei gli passava.

    Firenze sarebbe rinata. Lo sapeva.

    Firenze ce l’avrebbe fatta.

    © RitaLopez

Storia vera. Niente chiacchiere.

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Tre figli e un marito partito per la guerra.

Tre figli e 25 anni non ancora compiuti.

Tre figli e neanche un soldo per comprare il pane.

Lei seduta a bordo del letto.

Gli occhi fissi sul tabernacolo della Madonna addolorata col mantello azzurro, gli occhi dipinti di tristezza e le luci psichedeliche attorno alla testa velata.

“Non dirò niente a mia madre. Ma tu Madonna mè, damm sta forza. damm stu curaggie”.

Ma il coraggio era dentro di lei, era scritto nelle sue cellule brune, nella sua pelle di messicana.

Uscì di casa con l’aria di un guerriero ferito ma non ancora pronto per morire.

Attraversò il suo quartiere di case scorticate e arrivò lì dove nessuno poteva riconoscerla.

Respirò a fondo. Pensò ai suoi figli, sfornati con gioia uno dopo l’altro.

Si accasciò scivolando sul muro di una strada dove un tempo le famiglie ricche affollavano le gelaterie illuminate.

Senza fiato.

Si coprì la testa con lo scialle di lana.

Alzò il suo braccio e aprì  il palmo rivolto ai passanti.

Le tremava la mano.

© RitaLopez

Bombe sulla mia città

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Era già buio quando hanno iniziato a bombardare sui tetti della mia città.

Io, la mamma, il papà e mia sorella più piccola eravamo andati a trovare la nonna che abita in periferia.

Stavamo per tornare a casa, ma siamo stati costretti a rimanere là.

Il cielo si è riempito di bagliori accecanti, più accecanti dei lampi bianchi durante i temporali violenti.

Grandi boati tuonavano nell’aria e rimbombavano dentro le nostre pance.

Ho visto le mani rugose della nonna. Tremavano.

Sono andata da lei e l’ho abbracciata stringendole la vita.

Mi è sembrata piccola piccola, quasi una bambina.

Ho chiuso gli occhi e pensavo: “Non voglio morire. Non voglio morire.”

Anche mio papà ha stretto forte la mamma, nascosta in un angolo della stanza, con mia sorella  che le cingeva il collo con le sue braccia corte.

La piccola testa affondata tra i capelli. Per non guardare, per non sentire.

E’ stata una notte molto lunga.

I bombardamenti sono durati un’eternità.

Alle prime luci dell’alba, quando già da tempo tutto era silenzio, papà è uscito per andare a vedere la nostra casa.

Io l’ho accompagnato. Non voleva, ma ho insistito. Sono grande ormai.

C’erano corpi riversi sui marciapiedi, palazzine crollate, macerie dovunque e in lontananza si udivano le grida disperate delle donne.

Mi bruciavano gli occhi e a fatica ho ricacciato le lacrime che volevano esplodere.

Sicuramente era colpa dei gas nell’aria.

Io non piango. Sono grande ormai.

Siamo entrati in casa.

Papà davanti a me. Io dietro di lui.

Si è accasciato piano per terra, le mani tra i capelli.

Ho intravisto in mezzo alle macerie la macchina a pedali di mia sorella. Il suo gioco preferito.

L’ho presa. Gliela riporterò.

Così potrà ancora giocare.

(© RitaLopez)

IX secolo a.C.

New Life

 

 

 

 

Il giorno della mia morte il sole era alto nel cielo e faceva molto caldo.

Mio padre mi pose con cura nel grande dolio e mi stese piano le braccia e le gambe.

Non avevo ancora 6 anni.

“Non avere paura” mi sussurrò all’orecchio “questa Terra ti proteggerà. Ed un giorno qualcuno verrà a liberarti”.

Mi adagiò piano con le sue forti braccia nella fossa e, aiutato dai parenti, iniziò a coprirmi.

E la Madre Terra mantenne la sua promessa.

Mi avvolgeva nei suoi abbracci odorosi di muschio umido, mi proteggeva dal caldo afoso dell’estate e dal freddo pungente dell’inverno. Mi cullava e mi accarezzava come fanno le madri con i loro piccoli.

Avevo sempre in mente le parole di mio padre e per questo non ho mai avuto paura.

E poi, come avrei potuto? La Madre Terra mi raccontava le storie fantastiche di quello che accadeva in superficie.

Mi raccontava della fondazione di una città e di sette Re succedutisi nei secoli.

Mi raccontava di come il posto dove io giacevo, fosse diventato un luogo sacro.

Mi raccontava di grandi battaglie e grandi generali, di imperatori magnanimi e di altri spietati.

Mi raccontava della grandezza e della potenza e della gloria di quella città, fino alla sua caduta, e poi del suo inesorabile oblio.

Mi raccontava di grandi artisti e di uomini geniali e poi di guerre sanguinose e dittature, di sangue e di morte, di amore sconfinato e di bellezze da capogiro.

Per un tempo senza fine la Madre Terra mi ha protetto e custodito come un bene prezioso in uno scrigno, fino a quando una mattina il sole era alto nel cielo e faceva molto caldo.

Proprio come mio padre mi aveva sussurrato all’orecchio in un tempo infinitamente lontano, qualcuno mi ha liberato.

La Madre Terra mi ha baciato un’ultima volta sulla testa e mi ha lasciato andare.

“Quale è il tuo nome Madre?” le ho chiesto prima che due braccia forti mi sollevassero piano dal mio giaciglio.

“Roma” mi ha risposto.

Il tizio dallo strano copricapo giallo sulla testa che mi ha sollevato con cura non lo sa, ma io gli ho sorriso.

(© RitaLopez )