Mese: gennaio 2016

Mantiklos, l’immortale

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Era da giorni ormai che il mio uomo, l’abile Mantiklos, lavorava alla sua statuetta di bronzo.

Aveva intenzione di donarla al potente dio Apollo, lì nel santuario di Apollo Ismenio, nella nostra splendida Tebe.

Lo osservavo mentre era chino, seduto di spalle, alla luce della fiamma tremolante.

La figura del dio, rappresentato come un fiero guerriero, aveva preso finalmente forma tra le sue dita esperte e veloci.

Muoveva le mani con la stessa delicatezza con  cui la sera mi accarezzava i fianchi e le gambe.

L’immagine del guerriero, nudo nella sua gloriosa virilità, aveva preso vita grazie al mio amato Mantiklos.

I capelli raccolti in lunghe trecce, indicate da leggere incisioni orizzontali, ricadevano sulle spalle larghe e muscolose.

La vita stretta, avvolta dalla cintura.

L’elmo sulla testa e l’arco retto con il braccio sinistro flesso davanti a sé.

“Ti piace?” mi chiese infine Mantiklos sorridendo.

“E’ bellissimo, ma manca una cosa”.

“Cosa?” domandò.

“La tua firma”, risposi.

“La mia firma…” ripetè a bassa voce, quasi perplesso.

Stette qualche minuto a pensare, serio, gli occhi fissi sulla sua opera.

Poi, all’improvviso, con decisione, afferrò un cesello e incise qualcosa sulle gambe del dio.

Quando ebbe finito, pose la statuetta sul desco dove stava lavorando e uscì di casa.

La luce bianca della luna che entrava dalla porta aperta, faceva brillare il bronzo di mille riflessi argentati.

Misi da parte il mio fuso, e mi avvicinai in punta di piedi al desco.

Lessi con fatica quello che aveva scritto:

 

Μάντικλός μ᾿ ἀνέθεκε ϝεκαβόλοι ἀργυροτόξσοι

τᾶς {δ}δεκάτας, τὺ δέ, Φοῖβε, δίδοι χαρίϝετταν ἀμοιβ[άν].

‹‹ Mantiklos mi dedicò al (dio) abile nel lanciare, dall’arco d’argento,

come decima, e tu, Febo, da(gli) una gradita ricompensa.››

 

Non potei fare a meno di sorridere.

Apollo, il nostro dio, era immortale. E’ vero.

Ma l’Arte avrebbe reso allo stesso modo immortale l’abile Mantiklos.

Questa, questa sarebbe stata la sua ricompensa.

© RitaLopez

Luca

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E così addio  piccolo Luca, che tutti chiamavano “piccolo”, anche se avevi 24 anni.

Che avevi le gambette stecchite e traballanti come quelle di un ragazzino sofferente, ma camminavi spedito come un soldato in marcia, dentro le tue scarpe ortopediche  nere, e quando ti guardavo pensavo: “oddio ora cade! oddio ora cade!”

Che venivi bocciato ogni anno alle medie così che potessi frequentare la scuola e stare insieme agli altri ragazzini ancora per un anno. Per un altro anno ancora.

Che sei stato compagno di classe prima della mia Paola e poi della mia Dona, ed entrambe ti adoravano.

Ma ti adoravano tutti. Come si poteva non adorarti!

E quindi addio piccolo Luca, che mollavi la mano dell’insegnante di sostegno perché dovevi correre ad abbracciare la bidella ogni mattina.

Che ti facevano battere la palla ogni volta che aveva inizio  la partita di pallavolo.

Che alle recite scolastiche precedevi ogni singola battuta di ogni singolo compagno di classe sul palco.

Che chiamavi a gran voce “Paolaaaa!!!” ogni volta che incontravi per strada me o le mie due figlie, perché per te eravamo tutte indistintamente solo  e soltanto “Paola”, e agitavi le braccia, e ridevi, e agitavi le braccia, e ridevi…

E allora addio piccolo Luca, dalle molte cicatrici e dai sorrisi a profusione.

Ti accolgano quegli stessi angeli che amavi disegnare sui quaderni.

Si inchinino al tuo passaggio i cherubini dai lunghi capelli dorati. Ti cullino, stanotte, tra le loro ali.

Che possano imparare da te la dignità della sofferenza e della pazienza.

Che possano imparare da te come si fa a rimanere puri come bambini.

© RitaLopez