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La magia di Canosa

Ci sono dei posti magici in Italia. Dei luoghi dove passato, presente e futuro tendono a smussare i loro confini, per confondersi in un tempo che va al di là delle rigide suddivisioni in minuti, ore, giorni, mesi, anni, secoli.

Ci sono dei posti in cui la nostra storia, la storia di tutti, si dispiega davanti agli occhi srotolandosi come un nastro, quasi a volerci dire:

«Vedi? È da qui che veniamo. Questo siamo stati».

Uno di questi posti è Canosa di Puglia dove, poche sere fa, avevo la presentazione del mio libro “Vie d’uscita”. Canosa, come una piccola Roma, sorge su sette colli, dominanti la valle dell’Ofanto e la pianura del Tavoliere.

In poche ore ho avuto l’onore di visitare tre luoghi simbolo del passato glorioso di questa cittadina, fondata, secondo la leggenda, dall’eroe omerico Diomede, ma che vanta i suoi primi insediamenti molto più indietro, al periodo neolitico.

Il primo luogo di cui voglio raccontarvi è l’ipogeo Scocchera. E’ una tomba a camera, del III secolo a.C., di derivazione ellenica, interamente scavata nella roccia, cui si accede attraverso un lungo corridoio (dròmos). E’ uno dei tanti ipogei disseminati nel territorio, in cui trovavano sepoltura gli antichi Principi della Daunia. Questa era la loro dimora ultraterrena.

La camera è preceduta da un ingresso con semicolonne, capitelli e frontone (naiskos). Si notano ancora tracce di pitture dai rossi vivaci, dai gialli accesi. Il corredo tombale era ricchissimo. Vi fu ritrovato un elmo gallico in ferro, bronzo e corallo, che adesso è conservato nel Museo Archeologico di Berlino e una corazza anatomica, custodita ad Amburgo. Altri reperti preziosi, come statue di oranti, vasi, coppe di vetro, orecchini e uno scettro d’oro, sono disseminati tra i Musei di Copenaghen, Atene, Parigi, Napoli, New York.

Così giungevano all’ingresso degli Inferi i nostri grandi antenati Dauni. Con i simboli del loro tesoro. Ancora ammantati di gloria. Da qui passavano senza tornare più indietro.

L’antica cultura dauna e poi quella ellenica, cedettero gradualmente il posto a quella romana.

Il secondo luogo magico che ho visitato è la domus di Colle Montescupolo, del periodo augusteo. E’ una domus ad atrio, circondato da vari ambienti, alcuni dei quali dotati ancora delle soglie originarie, con i rispettivi alloggiamenti per le porte, e delle pitture, in quelle stanze che conservano gli alzati, e di un mosaico, quasi integro, nel triclinio. Chi abitava in questa casa dominava il foro della città più potente di Puglia.

Nella zona di servizio c’erano la latrina, la cucina e un piccolo impianto termale di uso privato (balneum).

Una via cava, simile a  quelle che conosciamo dal mondo etrusco, costeggiava la domus, solo che questa è in opus incertum. Ogni basolo è diverso dall’altro.

Dov’è la magia, mi chiederete? La magia è leggere, davanti a voi, il succedersi del tempo trascorso e vedere, sotto i vostri occhi, come questo luogo sia stato abitato ininterrottamente dal Neolitico ai nostri giorni. Grazie agli scavi che si sono succeduti, si vede chiaramente che la domus è stata edificata su una precedente abitazione dauna, e l’abitazione dauna costruita al di sopra di tombe arcaiche di VI-V sec. a.C., della tipologia a grotticella, e le tombe arcaiche, a loro volta, sorgono su una capanna del Neolitico.

La storia illustre di Canosa continua anche nel Medioevo quando diventa sede di una delle più importanti diocesi di Puglia, soprattutto durante l’esistenza del vescovo San Sabino, nel VI sec. d.C. e poi ancora con l’eroe Normanno della Prima Crociata, il principe Boemondo I d’Antiochia, che dal 1111 riposa nel Mausoleo che da lui prende il nome. E’ questo il terzo luogo magico in cui si accede attraverso una magnifica porta bronzea a due imposte.

Ma ogni notte magica che si rispetti, ha un finale altrettanto strabiliante.

La mia guida d’eccezione mi ha chiesto a che ora avessi la presentazione del mio libro.

Gli ho risposto che non c’era molto tempo, che mancavano solo 20 minuti.

«Ce la facciamo» mi ha detto con aria complice.

E così siamo saliti in macchina e ci siamo diretti, appena fuori dal paese, su per una stradina scoscesa e immersa tra gli ulivi. Indovinate dove? Al Parco Archeologico di San Leucio. Solo il tempo di andare a vedere lei, la testa di una donna misteriosa scolpita nella pietra.

Col cuore colmo di emozione, nel silenzio in cui il sito archeologico era sommerso, nel buio della sera, ho ascoltato la voce della donna.

«Scelsero un colle» mi ha detto «immerso dagli ulivi, per costruire il più imponente tempio italico dell’Italia meridionale, dedicato alla dea Minerva – Atena Ilias.

Vedi? Sono rimasta solo io. Io e il canto assordante delle cicale di giorno, e dei grilli di notte.

Ma se ti avvicini di più con l’orecchio alla mia bocca, ti parlerò ancora.

Ti dirò della enorme funzione propagandistica del tempio.

Ti racconterò di come fu sancita, ideologicamente e politicamente, l’alleanza tra i “principi” indigeni e i Romani, nel 318 a.C.

Ti rivelerò l’enorme potenza del messaggio religioso, affidato alla pietra calcarea.

Ti spiegherò come Roma legittimò il potere di Canusium, l’antica Canosa di Puglia, su questo territorio immerso dagli ulivi che, un tempo, si chiamava Daunia».

Questa, signori miei, non è forse magia?

Ci sono dei posti che ti entrano nel cuore, per non uscirne più.

Canosa, per me, è uno di questi.

(Un grazie particolare a Renato Tango, guida d’eccezione. A Sabino Silvestri, Presidente della Fondazione archeologica canosina. A Claudia Vitrani, Direttrice de “La Terra del Sole”. E a Rosa Anna Asselta, Presidente Fidapa di Canosa, che ha reso possibile tutto questo).