Mese: settembre 2014

Antinoo

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Sappiamo cosa significa “Antinoo”: il giovane amato da Adriano, il favorito dell’imperatore, il ragazzo dalle forme  del corpo opulente e dalla bellezza troppo torbida e lasciva.

“Ero nei campi a pascolare il mio gregge, laggiù nella Bitinia assolata, quando lui mi vide”.

Sappiamo cosa si cela dietro “Antinoo”: il giocattolo preferito di Adriano.

Antinoo dall’aspetto femmineo, dall’ambigua natura, dai tratti del volto perdutamente sensuali.

Antinoo turbamento di uomini e donne, magnifica ossessione, follia sottile.

“Da quel giorno non ho mai più rivisto la mia famiglia. Non ho mai più rivisto la mia adorata Arria, e le sue gambe lunghe e abbronzate”.

Antinoo travestito da Dioniso, e poi da Ermes, e poi da pastore, per soddisfare le voglie del vecchio più potente del mondo.

Antinoo profumato con unguenti preziosi e agghindato all’occorrenza, per essere offerto come un capretto al cospetto del padrone.

“Odio la mia bellezza. Maledico il mio corpo. Detesto il suo alito sulla mia bocca. Mi ripugna la sua bava sulle mie guance.

Dove sei Arria, vita mia? Dove sei?”

Antinoo morto prematuramente, in circostanze misteriose, sprofondato nel fiume Nilo.

Le lacrime di Adriano. I funerali solenni. Antinoo divinizzato.

“Non sarò più il tuo trastullo, vecchio. L’ultima decisione spetta a me.

Voglio morire in queste acque, con Arria nel cuore.

Ancora una volta, per l’ultima volta,  padrone della mia vita”.

(©) R.L.

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Una lettera

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“Marito mè, e mò so quasi 3 anni che si sciuto a fatigà alla Germania.

E mò so quasi 3 anni che io sto ccà da sola.

E ti vulia solo dici che nun è stato facile manco pe mè.

Che la vita nun è dura solo pe chi parte, solo pe chi è luntano, ma pure pe chi resta.

All’inizio mi sentia cchiù forte, ma poi, mesi dopo mesi dopo mesi dopo mesi quella forza se n’è scivulata via.

E c’era la vacca c’ ha figliato la notte. Ma tu nun c’eri.  E per fortuna che c’era Bastiano che m’è venuto ad aiutari.

E poi in inverno da sola a spaccare la legna. Ma tu nun c’eri.  E nun finivo manco pe Natale se Bastiano non veniva lui.

E quanno c’è stata la bufera c’ha scassato gli stipiti della finestra, manco allora c’eri. E io mi sarei morta dal freddo se Bastiano nun veniva ad aggiustare tutto quanto.

Io, marito mè, nun aggiu studiato, ma na cosa l’aggiu capita bbona.

L’ammore nun è na cosa accussì, tanto pe dice.

L’ammore si vive, si suda, si lavora, si bestemmia, pe poi fare baldoria,

si ride e si addanna, si addora e si tucca.

E’ come a na pianta che se nun l’annacqui, secca.

Na notte mi so svegliata all’improvviso.

Nel letto nun c’eri tu, c’era Bastiano.

L’aggiu guardato bbuono e mò, marito mè,  te l’aggia proprio cunfessà….

Io ero contenta che c’era Bastiano.

Anzi,  mò te l’aggia proprio dici: io manco me ne piglio scuorno….”

Concetta sollevò la testa dalla lettera che stava scrivendo.

Guardò fuori dalla finestra. C’era la nebbia . La nebbia che nasconde, che cela, che attutisce.

Era l’alba. E bisognava mungere la vacca.

Sospirò. Prese il foglio di carta, lo stropicciò e lo gettò nel fuoco.

La fiamma avvampò improvvisa, per poi riabbassarsi dolcemente nella brace.

(©) RitaLopez

 

 

Maxi e la bancarella a San Lorenzo

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L’ho trovata stamattina, mentre rimettevo a posto la soffitta.

Era nel vecchio baule di legno di pino, mangiato dai tarli, scrostato dal tempo.

Non ci potevo credere. Era lì da quasi trenta anni ed io non lo sapevo.

L’avevo completamente dimenticata. La collana che mi piaceva tanto, fatta a mano da Maxi. Quasi trenta anni fa.

Era dentro il taschino del gilet nero e consunto che avevo comprato a Porta Portese, dimenticato poi nel vecchio baule di legno di pino.

“Ehi!! E questa qui Maxi?? Ma è BEL-LIS-SI-MA!!”

Aveva una bancarella a piazza dell’Immacolata, nel cuore di San Lorenzo.

Mi ero fermata la prima volta un pomeriggio, dopo l’università, a guardare le meraviglie che venivano fuori da quelle sue mani dalle dita abili e veloci.

“Vuoi un braccialetto bambina?” mi aveva chiesto con la sua voce resa cupa e ovattata dal fumo del tabacco.

“Non ho abbastanza soldi” risposi.

Mi sorrise di un sorriso da lasciare senza fiato.

E così, vai con San Lorenzo.

Quasi tutti i giorni a San Lorenzo.

Dopo ogni lezione a San Lorenzo.

Ogni volta che potevo a San Lorenzo.

E quel pomeriggio lui era lì, intento a fare questa collana con i fili di rame e le perline nere.

“La vuoi bambina?” mi chiese Maxi, mentre ammiravo la collana sistemata sul panno nero della bancarella.

La solita risposta: non ho abbastanza soldi.

Il solito sorriso da lasciare senza fiato.

Lo guardavo e pensavo: quanto lo amo, quest’uomo?

E Maxi, che era parecchio più grande di me, e aveva viaggiato il mondo, e aveva amato tutte le donne che voleva, non avrà avuto di certo nessuna difficoltà a leggere nella mia mente da sprovveduta, pronta a lanciarsi nel vuoto.

Mi sedevo accanto a lui. Mi piaceva guardarlo lavorare.

E lui mi parlava senza alzare mai lo sguardo dal suo lavoro.

Si dimenticava la sigaretta accesa posata sul bordo della bancarella.

Ogni volta gliela rubavo e finivo di fumarla io. Mi inebriava l’idea che un attimo primo l’avesse tenuta lui tra le sua labbra.

Poi un giorno mi disse: “Domani vado via”.

Un colpo al cuore. Un pugno nello stomaco. Una fitta alla testa.

“Ed io?” gli chiesi, vergognandomi per il mio tono lamentoso.

“Tu devi studiare” mi disse in un modo che a me era sembrato come quello di un padre rivolto alla propria figlia.

Sentivo di avere le guance rosse, lo sentivo. Porca miseria.

“Quindi non ti vedrò più. Niente più bancarella, niente più perline, niente più San Lorenzo….Mi dimenticherò di te!” piagnucolai.

“Bambina, mica ci si libera mai da quelli che hai amato!”

Maxi sorrise. Ed io non lo vidi più.

Niente più bancarella, niente più perline, niente più San Lorenzo.

Mi dimenticai di lui.

E invece oggi eccola qui, questa collana di filo di rame e perline.

Come ho fatto a non accorgermi che me l’aveva infilata nel taschino del gilet?

Dove sei Maxi, vecchio stregone saggio che sarai diventato?

Rigiro la collana tra le dita: mica ci si libera mai da quelli che hai amato!

 © RitaLopez

Ad Isia

 

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Allora è così che doveva finire, mia dolce Isia. Così.

Su un campo riarso dal sole, con il frinire delle cicale che ti stordisce.

In mezzo alla polvere sollevata dai cavalli e al frastuono di mille spade luccicanti.

Dicevi che sono un guerriero forte Isia, che sono invincibile. Ma non è così.

Questa volta non tornerò da te.

Guardo il sangue che sgorga a fiotti dalla ferita e

colora di rosso vermiglio questa terra che non è più la mia.

Non provo dolore Isia, solo stupore.

Davvero tutto questo sta accadendo a me?

Perdo le forze e mi si piegano le ginocchia.

Sai a cosa penso? Ai tuoi capelli.

Il ricordo dei tuoi lunghi capelli castani, che odorano di lavanda e di salvia,

quello sì che mi procura un dolore lancinante.

Mi sistemo sul mio scudo. E’ sul mio scudo che voglio morire.

Come un forte e valoroso guerriero, il guerriero che hai amato.

Ed ora che la mia vista si è annebbiata e  il clamore della battaglia è lontano,

ecco, ora riesco a vederti chiaramente.

E’ bello abbandonarsi con l’immagine di te, che rende dolce questa morte che mi scivola dentro.

I tuoi capelli Isia.

I tuoi  lunghi capelli sono l’ultima cosa che vedo.

Morire, così, non fa neanche male…

© RitaLopez

 

La caduta di Fetonte

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Suo padre era talmente importante e potente da oscurare qualsiasi presenza, soprattutto la sua.

Da sempre aveva vissuto alla sua ombra, seguendolo a testa bassa, sempre un metro dietro di lui, sopportando il peso di essere un nessuno, figlio di una celebrità.

Suo padre era Elios. Il dio Sole.

E lui era Fetonte. Solo Fetonte.

E quando si rese conto di non riuscire neanche più ad alzarsi dal letto per sopportare un altro nuovo giorno, Fetonte decise di dimostrare a se stesso e al mondo intero di essere il degno figlio di un dio.

Ma soprattutto decise di dimostrarlo a suo padre.

E una notte si avvicinò di nascosto al prodigioso carro di fuoco, quello che solo Elios sapeva lanciare a velocità folle per illuminare e scaldare la Terra.

I quattro cavalli scalpitavano impazienti. Le narici palpitanti.

Fetonte afferrò le redini dorate e gli splendidi animali balzarono impetuosi in avanti, squarciando di rosso fuoco il buio della notte.

“Guardami adesso Pà!!! Guardami adesso!!! Sono come te? Sono come te?” urlava ridendo e piangendo.

Ma il carro possente era troppo pesante e difficile da maneggiare.

Fetonte perse il controllo della micidiale macchina di fuoco, che iniziò così a balzare nel cielo come una nave in mezzo alla tempesta.

Precipitò in un fiume. Precipitò come una stella cadente.

Le acque verdi furono le ultime ad accogliere Fetonte.

Fetonte finalmente Protagonista. Anche se per poco.

Quel fiume era il Po.

(©) RitaLopez

 

La guerriera più dolce

Train series - Motion blur of a fast moving train.

Quando mi cammina accanto e la guido dandole il braccio,

sento quanto è fragile. E vulnerabile.

Le guardo la mano. E’ coperta di piccole grinze avvizzite.

Penso a quanto sia totalmente indifesa, e a quanto totalmente si fidi di me e dei miei passi.

E poi l’aiuto a salire sul treno.

Le dico dove mettere i piedi, per non cadere.

Aspetto che il treno parta.

La chiamo dal finestrino, ma so che dietro quegli occhiali scuri non può vedermi.

Provo a chiudere gli occhi per cercare di intuire come ci si possa sentire ad essere quasi completamente ciechi.

Vorrei condividere un po’ della sua personale tragedia, prendermi un po’ del suo dolore e portarmelo via con me.

Riapro gli occhi giusto in tempo per vederla lì seduta, mentre il treno parte piano.

Alzo la mano per salutarla. Non mi risponde.

Il suo Coraggio è la vetta più alta del mondo.

La sua Bellezza è irraggiungibile.

© R.L.

Euridice

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Abbandonare la Vita in un giorno di tiepido aprile, quando il mondo pulsa di promesse, è come navigare su una barca in balia di un mare oscuro, con un senso di nausea costante aggrappato allo stomaco.

Ma gli dei così avevano deciso. Ed io abbandonai la Vita.

Orfeo, il mio amato, l’artista seduttore, il cantore che ammaliava con la voce, impazzì di dolore.

Il giorno in cui non ebbe più fiato per disperarsi, né ebbe più lacrime per piangere, Orfeo afferrò la lira e scese nell’Ade.

Con il suo canto soave convinse Caronte a trasportarlo oltre il fiume infernale e perfino Cerbero, reso mansueto dalla sua melodia, lo lasciò passare.

Il mio uomo giunse al cospetto di Ade e Persefone, e talmente sublime era l’Arte del canto e della musica  che fluttuava nell’aria, grazie alla vibrazione magica che le sue lunghe dita producevano toccando le corde della lira,  che gli dei si commossero.

Gli fu concesso di portarmi via, di farmi tornare con lui alla Vita, ma ad una condizione: per niente al mondo si sarebbe dovuto voltare a guardarmi. Non prima di essere usciti dagli Inferi maleodoranti.

Il ricordo è ancora vivido nella mia mente.

Lui mi precedeva.

Io lo seguivo, simile ad una sonnambula.

Gli guardavo le spalle e pensavo al gelo di Morte che aveva dovuto attraversare per venire da me, per venire a riprendermi.

Ed io, invece, quel gelo lo avevo nel sangue oramai, e nelle ossa.

Non lo avrei mai più dimenticato, e capii all’improvviso che niente sarebbe più stato come prima.

Quel senso di Morte nel cuore avrebbe deturpato il nostro Amore.

Neanche il calore del sole sulla pelle e l’odore di brezza marina potevano rendermi l’Euridice che lui un tempo aveva amato.

Quando intravidi il barlume della Luce, fissai per un’ultima volta le spalle forti di Orfeo, che come un fantasma camminava rigido davanti a me.

E mi resi conto che anche porre fine ad una storia è un atto di Amore. E di Coraggio.

Fu allora che decisi.

Lo chiamai: “Orfeo!”

Ero sicura che si sarebbe voltato.

Ricordo i suoi occhi colti all’improvviso dalla disperazione, per quello che aveva appena fatto.

“Ti amerò sempre come ti ho amato in Vita” gli ho sussurrato, mentre precipitavo nuovamente nelle tenebre.

Per sempre.

© RitaLopez

Io e Robert Plant

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Aspettavo sbavando il momento di tapparmi nella mia stanza e mettere sul vecchio stereo, stracciato a meno della metà del prezzo al mercato dell’usato, l’LP dei Led Zeppelin col volume a palla.

Whola lotta love rimbombava al ritmo di mille pulsazioni nelle vene ed io, come una Menade ebbra, giravo su me stessa sotto l’orribile lampadario anni Settanta.

Ed ero lì, sissignore, ero lì sotto il palco mentre loro suonavano, insieme a migliaia di altri che si agitavano come in una danza sacrificale, ma lui, Robert Plant, ammiccava a me, mentre agitava scandalosamente il bacino, ed io non morivo solo perchè non volevo perdermi la vista di lui e della sua criniera da leone mentre cantava:

You need coolin’, baby, I’m not foolin’,
I’m gonna send you back to schoolin‘”.

Mi trovavo nella civilissima e progressista Londra, sissignore, ed ero lì al concerto dei Led Zep, e a nessuno importava che io mi agitassi come una Menade impazzita:

Way, way down inside, I’m gonna give you my love,
I’m gonna give you every inch of my love“.

E poi, mentre ero proprio al culmine di un orgasmo mistico, mi accorgevo con orrore della porta spalancata e di mio padre in pantaloncini e canottiera.

Migliaia di gocce di stupore mi si raggelavano lungo la schiena.

Leggevo il suo labiale “E abbascia ‘sta radio!!!!”,  diceva.

Il primo ad accorgersene fu Jimmy. Smise di suonare.

Dopo di lui anche gli altri.

Robert continuò a cantare, ignaro, ancora per una decina di secondi, dopodichè guardò sbalordito Jimmy, che indicò con la testa mia padre.

Un silenzio glaciale piombò sullo stadio intero.

Altro che bomba nucleare.

Mi ritrovai nella mia stanza di adolescente repressa, nel più malfamato quartiere di una città del Sud.

Dalla finestra potevo udire le grida disperate dei motorini smarmittati di Vito, il figlio di Colino lo Schignato, e della cricca di teppisti con cui giocavo da bambina.

© RitaLopez

Il dolore, la rabbia e quattro polpette dure come sassi

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Andavo a trovarla nei pomeriggi troppo afosi e assolati

rinunciando ad annaspare senza pensieri con i miei amici, là sul vecchio molo.

I suoi capelli di un candore senza fine,

la sua faccia solcata da una ragnatela di rughe profonde

come la terra riarsa delle nostre campagne.

Le sue mani ossute solcate da onde di vene azzurro cielo.

Un’adolescente scapestrata e una vecchia donna incurvata da tutta quella vita che le era passata davanti.

Colpite dallo stesso dolore, accomunate da un unico strazio.

L’intero pomeriggio a sussurrarci parole inutili

in cui cercare disperatamente conforto e che invece

non facevano altro che tormentarci.

E poi verso sera

lei che mi chiedeva “Tìn fàm? Uè mangià dò, cu mè?” (Hai fame? Vuoi mangiare qui con me?)

E siccome non era mai stata una grande cuoca

a malapena accennavo un sì con la testa.

Tirava fuori dal frigo quattro polpette del giorno prima, dure come sassi.

Io e lei sedute in cucina, al tavolo di formica celestino, del più orribile stile anni 50

ad inforcare controvoglia quattro polpette poco invitanti.

Se penso al dolore e alla rabbia

al momento in cui ci si alza all’improvviso, con grinta, virando di botto prima di venire travolti da un’onda gigante,

penso a noi due, sedute al tavolo di formica celestino, ad azzannare polpette dure come sassi.

“Còm sòng?” (Come sono?)

“Buone”, rispondevo.

©RitaLopez

Le cicale di Malia

Creta+I+resti+del+minoico+palazzo+di+Malia

 

“Le cicale cantano a squarciagola qui. Sempre. Ma in questo periodo il loro frinire è assordante.

Sono molti giorni ormai che mio padre, il Re-Sacerdote del grandioso palazzo di Malia, è preoccupato.

La nostra Dea Madre, la Dea dei Serpenti, dal seno prosperoso, dice che una grande sciagura sta per arrivare dal mare sulla nostra isola, la nostra Creta.

E niente sarà più come prima.

Giorno e notte mio padre compie sacrifici, versando nei pozzi sacri le offerte votive, per compiacere gli dei.

Ma io non ci credo.

Io penso che la nostra Dea Madre questa volta si sbagli.

Come possono svanire nel nulla il nostro palazzo, qui a Malia, e quelli grandiosi di Cnosso e di Festo?

Niente è più sicuro dei nostri lunghi corridoi ombrosi dalle pareti affrescate con  grifoni color cremisi e  con i delfini azzurri simboli di gioia.

Niente è più possente del labirinto di  miriadi di stanze disposte su più livelli, dove è bello perdersi in mezzo alla foresta di fitte colonne ricavate dai tronchi di cipresso.

Come possono gli dei non gradire le nostre gloriose processioni dirette alla corte centrale, là dove le donne gareggiano insieme agli uomini, volteggiando sui tori con abilità e coraggio?

Come possono non gradire le larghe scalinate che conducono ai santuari da cui si vede il mare?

Sì, di sicuro la nostra Dea Madre questa volta si sbaglia.

Noi, sovrani dei mari,

noi che viviamo in una natura rigogliosa, che ci permette di riempire di olio e di grano i magazzini stracolmi di giare,

noi che sappiamo leggere e scrivere i caratteri impressi con i nostri sigilli,

noi maestri nella lavorazione della ceramica, così come dell’oro, delle gemme e delle pietre preziose….

Noi siamo benevoli agli dei. ”

Ma gli dei un giorno smisero di apprezzare la devozione dei Minoici.

Li colpirono proprio da dove essi avevano costruito la propria fortuna: dal mare.

Un gigantesco maremoto, provocato dal vulcano della vicina Santorini, distrusse gli antichi palazzi. Niente fu più come prima.

Solo le cicale cantano ancora a squarciagola. Sempre. Il loro frinire è assordante.

© RitaLopez