Mese: gennaio 2018

I muri del Flacco

«Voglio fare il classico» dissi senza esitazione.

Eravamo a tavola e a mio padre andò il boccone di traverso.

«Il classico?» ripeté, dopo aver mandato giù un sorso d’acqua.

«Ma il classico è difficile! E poi dopo che fai? Devi andare per forza all’università!».

Passò a fissare mia madre, cercando un suo sostegno, senza risultato.

«Hai capito?» le chiese.

«U Flacc’! addò è sciut fratet!» continuò con aria leggermente allarmata, sperando che lei ricordasse gli anni turbolenti di mio zio, tra il ’68 e i primi ’70.

Anche questa volta il supporto di mia madre non arrivò.

«Io-voglio-fare-il-classico» dissi di nuovo, con un tono che non ammetteva repliche.

Finimmo di mangiare in totale silenzio. Per un attimo mi parve di scorgere un leggero sorriso sulle labbra di mamma.

***

Percorremmo tutta via Manzoni, a piedi, io e mio padre. Il Flacco era là, a due passi dal mare, maestoso e austero come una fortezza inespugnabile.

«Ecco» disse «la scuola è questa».

Guardai gli enormi torrioni angolari, l’imponente scalinata, le alte finestre con le grate, gli oblò circolari che correvano sul cornicione superiore e mi sentii infinitamente piccola e sprovveduta.

Ecco. Chi mise piede al Flacco, quel giorno di ottobre 1979, era una ragazzina piccola e sprovveduta.

Non volevo che mio padre si accorgesse della mia trepidazione. Entrai a grandi falcate nell’edificio, senza voltarmi. In realtà mi tremavano le gambe.

Anche l’interno era gigantesco. I soffitti altissimi. I corridoi chilometrici. Le finestre ampie da cui si vedeva il mare. E la bellissima scalinata stracolma di studenti quando suonava la campanella alla fine delle lezioni. Ragazzini, come me, del ginnasio. Ragazzi grandi, del terzo liceo.

«Tra cinque anni» pensavo «sarò come loro». Cinque anni, a quell’età, sembrano un’infinità di tempo.

***

Gli avevo insegnato a scrivere il suo nome e cognome con i caratteri dell’alfabeto greco: “Δωνατω Λωπεζ”. Scriveva la sua firma dovunque. Sui tovaglioli di carta. Sulla rubrica telefonica. Sul vetro appannato dai vapori della cucina. Sul pacchetto di sigarette di mio nonno. Ogni giorno mi chiedeva, quasi con una punta di soggezione, cosa avessi imparato di nuovo, quali nuove cose difficili ci avessero insegnato. Era curioso, ma anche orgoglioso di me. Entrava spesso nella stanza dove studiavo di solito, quella con il tavolo grande. Si avvicinava di soppiatto, sfogliava piano qualche pagina del Rocci, per poi allontanarsi in punta di piedi, timido ed impacciato.

“Elvis lo scocchiato”, il ragazzo del piano di sotto, ascoltava lo stereo a tutto volume ed era difficile concentrarsi sulla democrazia ateniese mentre cantava a squarciagola col suo marcatissimo accento barese: “Bibappalula sciis mai beiiiiibeee”.

Mio padre si affacciava alla finestra: «Uagliò!!» gli urlava, «E abbascia sta radio. C’è fighjama ca sta studje…» e voltandosi velocemente verso di me, mi chiedeva: «Che studi?».

«Storia» rispondevo di malavoglia.

«…ca sta studje storia. E ci ccazz! ».

Studiavo come una pazza. Con disperazione, con la rabbia in corpo. Come se fossi spinta dalla fede cieca che un giorno Clistene mi avrebbe riscattato dalla mia condizione.

Come se l’aoristo e l’ablativo assoluto mi avrebbero permesso di scollarmi finalmente di dosso le strade viscide del mio quartiere, con tutti i personaggi che lo popolavano.

Studiavo con la voracità di un lupo affamato, con la bava alla bocca.

Come se la consecutio temporum mi avrebbe concesso la facoltà di cancellare per sempre l’odore di cime di rapa che impregnava l’aria della cucina.

Come se grazie a Saffo, o a Orazio, sarei un giorno potuta sfuggire alle cozze sgusciate, ai bibappalula di “Elvis lo scocchiato”, al mio accento da meridionale ogni volta che aprivo bocca, alle preghiere col rosario sussurrate da nonna, alla tosse soffocante di mio padre, di notte, che toglieva il sonno a lui e a noi. Studiavo come chi vuole farsi del male, vuole ferirsi. Pur di non fare la fine di Rosa, la mia amica di infanzia, già fidanzata in casa con Mario, che ogni domenica pranzava dai futuri suoceri, portando un vassoio di paste di mandorla. Pur di cancellare gli androni bui e maleodoranti del posto dove abitavo e le urla dei venditori ambulanti di pesce fresco. Per dimostrare a mio padre che ce l’avrei fatta.

Aiutami Saffo.

Aiutami Orazio.

***

Morì alla fine del primo liceo. E il mondo crollò. Niente e nessuno sa di quel mio dolore più di quei muri antichi, più di quei banchi sulla cui superficie scrostata erano stati incisi i versi di Catullo, più di quelle finestre lungo il corridoio da cui m’incantavo a guardare il mare. Chiedevo di uscire dall’aula per andare in bagno e poi mi dimenticavo di rientrare, fino a che il professore si decideva a mandare un compagno di classe per vedere che fine avessi fatto. Andavo a scuola solo per inerzia. Salivo per quella scalinata come un automa.

Ecco. Chi oltrepassava la soglia del Flacco in quei giorni, era una ragazza con uno straccio al posto del cuore.

Saffo e Orazio non mi avrebbero aiutato, pensai.

***

So esattamente quando successe. Ero davanti all’enorme finestra del secondo piano. Il mare era grigio come il cielo. Li ho visti passare proprio là sotto, su corso Vittorio Veneto. Un uomo e una bambina. Si tenevano per mano. Si sono fermati e la bambina ha fatto un cenno con la mano, come per indicare la scritta sopra l’ingresso monumentale. Il padre le ha detto qualcosa, forse le ha letto il nome del liceo. Mi venne in mente quel giorno di ottobre, lontano di secoli, quando lui mi disse quasi sfidandomi: «Ecco, la scuola è questa».

E un’altra cosa mi venne in mente. La professoressa Elvira Tatulli, meravigliosa docente di storia dell’arte, che ci aveva raccontato di quando i soldati persiani giunsero ad Atene e distrussero l’Acropoli, il cuore sacro della città. Gli Ateniesi, in un primo momento, furono sopraffatti dal dolore e vietarono la ricostruzione degli edifici sacri abbattuti, perché nessuno dimenticasse mai. Ma poi, inevitabilmente, fu la passione a prendere il sopravvento, dando vita ad uno dei periodi artistici più sfolgoranti della storia dell’umanità. Tuttavia le statue sacre, profanate dalla mano del nemico, non lasciarono il cuore venerato dell’Acropoli. Rimasero lì. Durante la ristrutturazione furono poste sotto un cumulo di terra. Sul dolore, rivestito di humus e ancora caldo di lacrime e di preghiere, sorse la nuova Acropoli, più rigogliosa e più fulgida che mai.

«Beato chi fa dell’angoscia e della sofferenza un ponte stabile per raggiungere campi sereni e tersi di azzurro» aveva concluso la professoressa Tatulli.

Quella volta non ci fu bisogno che il professore mandasse il mio compagno di classe a richiamarmi in aula. Ci tornai da sola.

Imparai finalmente a studiare con la malinconica beatitudine di un cuore che voleva guarire. Studiavo con la fame ingorda di chi è stato digiuno per mesi. Con lo stupore commosso di fronte alla bellezza e alla consolazione che gli studi umanistici possono regalarti. Studiavo per il piacere di studiare.

E, sì, alla fine Saffo e Orazio mi hanno aiutato.

©RitaLopez

 

 

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