Il teatro nel cuore del Libertà

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L’edificio che mi sta nel cuore non si trova nel centro luccicante della città, regno dello shopping selvaggio e del passeggio. E neppure nel suo cuore storico. Non ha affatto un aspetto maestoso. Anzi, a vederlo, dall’esterno, non è neanche bello.

L’edificio che mi è rimasto nel cuore si trova nel Libertà, il quartiere dove sono nata e cresciuta. E’ uno dei baluardi che segnano il perimetro immaginario di quel quadrilatero in cui il destino ha deciso che nascessi. Una sorta di cinta muraria della mia fantasia, dove mi sentivo a casa. Una specie di pomerio, niente a che vedere con quello celeberrimo del Palatino, ma ugualmente sacro e invalicabile ai miei occhi di ragazzina. I limiti di quel mio quadrilatero erano definiti dai binari sopraelevati della ferrovia appulo-lucana da una parte, dalla Manifattura dei Tabacchi dall’altra, dall’ex Ospedaletto dei bambini, che in quei turbolenti anni ’70 era un orrido fantasma color rosa fucsia popolato dai topi e dai piccioni e, infine, dal posto più bello del mondo: il teatro del Redentore, di proprietà dei salesiani. Vi si accedeva affiancando tutto l’oratorio maschile e poi imboccando una via senza uscita, a sinistra, proprio alle spalle della chiesa. A vederlo dall’esterno, somigliava più a un vecchio capannone industriale in disuso. Una costruzione squallida. In una via squallida. Ma dentro, signori! Oh! dentro si celava il regno incantato delle favole. Il luna park della fantasia. Il non-luogo per eccellenza, dove tutte le possibilità correvano il meraviglioso rischio di diventare reali. Riuscite a immaginare un gruppo di ragazzi del Libertà, in quegli anni ’70, a cui viene dato il permesso di utilizzare un teatro, per poterci rappresentare uno spettacolo tutto loro? Riuscite a capire che razza di sogno fantasmagorico era, per noi che abitavamo in un quartiere senza giardini, senza parchi, senza piazze? Era “IL” SOGNO. Il nostro sogno. Ed è di quel sogno che vi voglio raccontare, soprattutto adesso, soprattutto oggi, perché quel teatro sta morendo e per noi, che lo abbiamo amato, è come vedere agonizzare un vecchio amico.

***

Alle note di “Selling England by the pound”, sparata a tutto volume dallo stereo di Nico, il teatro fu ripulito da cima a fondo: la platea con i sedili il legno, le scale che portavano al piano rialzato, ogni singola panca della galleria, gli assi del palcoscenico, gli ambienti dietro il palco che fungevano da camerini, i vecchi gabinetti incrostati, l’ingresso. Eravamo al teatro ogni giorno. Eravamo là sempre. Ogni volta che potevamo. C’era bisogno di scrivere i testi, rileggerli, correggerli, rivedere le battute. Dovevamo pensare alla scenografia. E poi ai costumi. Al trucco. Dovevamo comporre le musiche. E scrivere le parole. E fare le prove di canto. Per mesi e mesi lo spettacolo fu la nostra occupazione principale, l’impegno meraviglioso e febbrile, il pensiero costante, il chiodo fisso. E il numero dei ragazzi del Libertà, che si lasciavano coinvolgere, cresceva di continuo, come un fiume in piena. Avrei voluto trascinare con me anche Angelo, per il quale avevo sempre avuto un debole, da quando era bambina. Da quando mi ricordo. Angelo, il cui cognome incuteva timore solo a pronunciarlo, perché suo nonno era uno dei boss della mala barese e il cui nome, invece, risuonava totalmente inappropriato per uno che di angelico non aveva nulla. Avvertivo il suo sguardo poggiarsi fastidioso sul mio fondoschiena, ogni volta che lo incontravo per la via e lo superavo. Una volta, per strada, vicino casa mia, fece scivolare tra le mie mani un bigliettino stropicciato. Lo lessi non appena mi ritrovai al sicuro della mia stanza. Leggevo e arrossivo, e pensavo con orrore se fosse capitato sotto gli occhi di mio padre.

“Stiamo preparando uno spettacolo al teatro del Redentore. Vuoi venire?” gli chiesi un giorno, facendomi coraggio.

“Io uno spettacolo da farti vedere ce l’avrei pure mo’!” rispose Angelo, con uno sguardo così allusivo che mi sentii tremare le gambe.

“Non è che diventi una suora con tutti quei preti?” continuò, scrutandomi con i suoi occhi neri di demonio, il sorriso sulla bella bocca carnosa.

“E tu farai la fine di tuo fratello che sta in galera” gli risposi, con le guance in fiamme.

E invece Angelo fece una fine persino peggiore di suo fratello. Gli spararono molti anni dopo, là, su quella stessa strada dove mi aveva passato il bigliettino stropicciato.

Due colpi di pistola. Dietro la schiena.

***

Il giorno dello spettacolo il teatro era gremito di gente. Sul palco non hai difese. E’ come ritrovarsi nudi. Ti rendi conto che quel che è fatto è fatto e che il verdetto finale non avrà sconti. Qualsiasi esso sia. Soprattutto con un pubblico come quello che avevamo noi di fronte. Nonostante la debole illuminazione, dal palco riuscivo a distinguere i volti di quelli seduti in platea. C’era tutto il quartiere. Riconobbi il padre di Antonio, elettricista, che ci aveva sistemato l’impianto elettrico. Arrivava al teatro ogni sera, stanco morto dopo una giornata di lavoro e maneggiava i cavi, tenendosi in bilico su una scala sopra il palco. E noi cantammo per lui.

Individuai il padre di Gianni, tappezziere, che aveva smontato il vecchio sipario, completamente rovinato e rosicchiato dalle tarme, sostituendolo con uno nuovo, rosso fiammante. Fu anche per lui che cantammo.

Intravidi la madre di Nico, insegnante, che ci aveva dato una mano durante le prove di recitazione e le altre donne del Libertà, mamme, zie, nonne, che avevano cucito i costumi. E cantammo anche per loro. Vidi Angelo, insieme a quei brutti ceffi dei suoi amici. Il volto bellissimo e serio. Cantammo anche per lui. Io più degli altri. E per tutti i “topini” assiepati sotto il palco, incredibilmente silenziosi e assorti ad ascoltarci. E per Vito, che vendeva le bombole a gas in via Garruba, seduto accanto alla moglie e alla sua schiera di figli. E per Ciccillo il fornaio, da cui nonna portava a cuocere le enormi teglie di pasta al forno e i dolci di Natale. E per Pasquale cantammo, che vendeva le sigarette di contrabbando all’angolo tra via Crisanzio e via Trevisani. E anche per i pescatori del mercato all’aperto di via Nicolai. E per Lorenzino, detto Varichina, seduto in prima fila, che si tirava continuamente su gli occhiali, con le lenti spesse come fondi di bottiglia.

Fu un successo lo spettacolo. In tutti i sensi. Perché il teatro era pieno come un uovo, quella prima sera e ogni serata di replica. Perché la gente si divertì e si spellò le mani a forza di applaudire. Perché per tanto tempo nel quartiere non si parlò d’altro. Ma fu un successo soprattutto per noi, per quei ragazzi che eravamo, che nel Libertà siamo nati e cresciuti e che durante quei mesi di preparazione esaltante osammo, per la prima volta, guardare lontano. Che riuscimmo a sopravvivere anche grazie a quel piccolo teatro di parrocchia, che dall’esterno ricordava un capannone industriale. Che sognammo e vedemmo realizzarsi il sogno, in un tempo e in un luogo dove sognare, e ancor di più realizzare i sogni, sembrava quasi impossibile.

In quei lunghi mesi, frenetici e indimenticabili, il Libertà si era trasformato nel posto più bello del mondo. In quel dannato quadrilatero l’umanità sembrava scorrere a fiumi per le vie, insieme all’acqua spruzzata dalle pompe dei camion che passavano ogni pomeriggio a ripulire, sotto i marciapiedi, le immondizie lasciate dai venditori ambulanti del mercato della mattina.

Nessuno di noi, che oggi siamo madri e padri, siamo idraulici, operai, impiegati, meccanici, siamo professori stimati, musicisti di qualità, gente di spettacolo e persino registi famosi, nessuno di noi, dico, in quei giorni, maledisse mai il destino per il fatto di essere nato e cresciuto tra quelle strade, in quel pezzo di mondo dimenticato dallo Stato e da Dio.

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2 comments

  1. Ciao Rita,ho letto questa storia l’altro giorno sulla gazzetta……(a casa dei miei che vivono ancora al Libertà)ho avuto i brividi e qualche lacrima……l’ha notata mia Madre e mi ha sorriso.
    Anche io sono un figlio del Libertà nato e cresciuto al Redentore e semplicemente sentir raccontare del “CINEMA”….. ha rievocato in Me ricordi di bambino straordinari.
    Hai ragione quello era un luogo “MISTICO” nel quale io mi rifugiavo interropendo la partitella di calcio con gli amici in mezzo a migliaia di amici inbucandomi da dietro i drappi rossi delle tende che sbucavano nel cortile maschile…..sotto il porticato…..così venivo proiettato in un altra dimensione,IL CINEMA,IL TEATRO IL BUIO IN SALA.
    Quel luogo mi ha permesso di scoprire cose magiche e vibrazioni sconosciute,inpensabili per un bimbo di 10 anni……. lì ho iniziato il mio percorso di emancipazione e oggi (dopo tanti anni vissuti lontano da Bari) che sono padre di una bimba e di un bimbo di quell’età, grazie al tuo racconto,mi rivedo nei loro occhi……… e sono di nuovo FELICE!
    GRAZIE ANCORA.

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