Mese: luglio 2015

Il piccolo Gianni

occhiali_rotti

E così ce l’hai fatta piccolo Gianni.

Sei un “dottore della testa” come dicevi da bambino, quando ti si chiedeva: che vuoi fare da grande?

Il mio piccolo Gianni, che mi guardava stupita quando tornavo a casa per Natale, neanche il tempo di disfare lo zaino e me lo trovavo alle costole a tempestarmi di domande.

“Come sta tua madre Gianni?” e intanto ti scrutavo per cercare i segni delle botte da qualche parte sul tuo corpo.

“Sempre uguale”, tagliavi corto.

Tutti sapevano che tua madre stava male da tempo.

Era “malata di testa” come dicevano i vicini.

Gridava tutto il giorno e poi piangeva.

Litigava con tuo padre e poi piangeva.

Ti menava e poi piangeva.

Il mio piccolo Gianni con i graffi sulle braccia.

Il mio piccolo Gianni con le stanghette degli occhiali rotte e un elastico delle mutande sistemato sulla montatura e messo attorno alla testa, perché non cadessero dal naso.

“Come hai fatto a romperli?”

“Sono caduto” mentivi.

Disfacevo lo zaino per cercare il libro che mi avevi chiesto come regalo di Natale: “Il linguaggio del corpo” di Alexander Lowen.

“Come puoi leggere questa roba alla tua età?” ti domandavo.

“Voglio diventare un dottore della testa”.

Stamattina mi hanno detto della tua Laurea a pieni voti in Psichiatria e Psicoterapia.

Mi hanno detto che eri bellissimo mentre discutevi la tesi, con una camicia bianca sulla pelle abbronzata e un paio di occhiali dalla montatura leggera che ti stavano proprio bene.

Tuo padre si è anche commosso.

E tua madre…tua madre sarebbe stata fiera di te.

© RitaLopez

La mansarda all’Esquilino

mercato-frutta-e-verdura-chiavari

Dalla mansarda di 50 metri quadri nel cuore dell’Esquilino, là dove abitavi, si sentivano le voci allegre dei venditori di frutta e verdura che sistemavano, la mattina presto, le loro bancarelle al mercato di piazza Vittorio.

Ti osservavo mentre ancora dormivi nel sacco a pelo adagiato sul pavimento.

Ammiravo le tue doti intellettuali, la tua preparazione politica, le tue capacità di oratore coinvolgente e conturbante alle assemblee, quando tutti gli studenti assiepati nell’Aula Magna pendevano seri e concentrati dalle tue labbra.

Guardavo i tuoi libri sparsi per il monolocale, sulle sedie, per terra, ai piedi del letto, accanto ai fornelli della cucina, e mi sentivo una piccola sprovveduta e ignorante al tuo confronto.

Solo una piccola sprovveduta e ignorante.

Amavo la tua passione rivoluzionaria, il tuo credere nella possibilità di risvegliare le coscienze assopite della gente umile, della gente più debole, come quella che io conoscevo bene.

Ti sommergevo di domande, ti chiedevo spiegazioni, mi nutrivo dei tuoi discorsi accalorati e dopo, tutto mi sembrava chiaro e ovvio.

Lì nella mansarda all’Esquilino tutto era possibile, tutto sarebbe stato possibile.

Persino la rivalsa mia, della mia famiglia, della gente del mio quartiere, della mia città, che pure allora mi sembrava così lontana, così inestricabilmente legata ad un recondito ambito del mio cervello. Quasi il ricordo di un’altra vita.

Te, la tua mansarda, le tue promesse, le mie speranze: tutto mi è tornato in mente perché ho visto la tua foto sul giornale.

Ho letto avidamente l’intervista al grande economista e politico, e non ho riconosciuto una sola parola dei discorsi infuocati del ragazzo di piazza Vittorio, neanche un’ombra sottile, neppure un flebile richiamo, un’eco lontana.

Eppure sono sicura che tu fossi sincero allora, che tu non mentissi neanche lontanamente a me, agli studenti, o a te stesso.

Tuo padre ti pagò il master in America ed io non vidi più né te, né i tuoi libri, né la mansarda all’Esquilino, dove tutto mi era sembrato possibile, mentre quella che ero, e che sempre sarei stata, la mia famiglia, la gente del mio quartiere, la mia città, sono qui, attaccati come ventose tenaci al mio cervello e al mio cuore.

©RitaLopez

 

L’ablativo assoluto e l’odore di cime di rapa

libri_accatastati_quadratizzata_2

Elvis Presley, il ragazzo del piano di sotto, teneva il volume dello stereo a palla. Come al solito.

Faceva un caldo che potevi metterti anche a piangere ed io studiavo nella stanza dove era il tavolo grande, con la finestra spalancata. Ed era difficile concentrarmi sulla democrazia ateniese con Elvis che con l’accento barese urlava:“Bibappalula sciis mai beiiiiibeee”.

E mio padre, come al solito, si affacciava alla finestra: “Uagliò!!” gli urlava in canottiera “E abbascia sta radio. C’è fighjama ca sta studje…”

e poi, voltandosi velocemente verso di me, mi chiedeva “Che studi?”.

“Storia” rispondevo di malavoglia.

“…ca sta studje storia. E ci ccazz!”.

Come se avesse importanza quello che stavo studiando.

Non aveva importanza. Certo non per me.

Studiavo come una pazza.

Studiavo con disperazione, con la rabbia in corpo.

Come se Clistene mi avrebbe un giorno riscattato dalla mia condizione.

Come se l’aoristo e l’ablativo assoluto mi avrebbero permesso di scollarmi finalmente di dosso le strade viscide del mio quartiere, con tutti i personaggi che lo popolavano.

Studiavo con la voracità di un lupo affamato, con la bava alla bocca.

Come se la consecutio temporum mi avrebbe concesso la facoltà di cancellare per sempre l’odore di cime di rapa che impregnava l’aria della cucina.

Come se grazie a Saffo o a Orazio sarei un giorno potuta sfuggire alle cozze sgusciate, ai bibappalula di Elvis, al mio accento da meridionale ogni volta che aprivo bocca, alle preghiere sussurrate di nonna, alla tosse soffocante di mio padre, di notte, che toglieva il sonno a lui e a noi.

Studiavo come chi vuole farsi del male, vuole ferirsi.

Pur di non fare la fine di Rosa, la mia amica di infanzia già fidanzata in casa con Mario, che ogni domenica pranzava dai futuri suoceri, portando un vassoio di paste di mandorla.

Pur di cancellare gli androni bui e maleodoranti del posto dove abitavo e le urla dei venditori ambulanti di pesce fresco.

Aiutami Saffo. Aiutami Orazio.

Non mi hanno aiutato. Quei bastardi. E’ stato tutto inutile. Ovviamente.

©RitaLopez