Mese: aprile 2014

La mamma di Antonella

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La mamma di Antonella era una una donna discreta e taciturna.
Era diversa dalle nostre mamme.
Non urlava mai con le figlie, non litigava mai col marito, non cantava mai quando stendeva i panni.
Se ci penso, non mi ricordo neanche il timbro della sua voce.
Aveva due figlie. Antonella era un pò più grande di me, che di anni ne avevo 10 o 11.
Sapevo quello che si diceva in giro su di lei.
Dicevano che un giorno era sparita col suo fidanzato ed era tornata solo sul calare della sera e chissà dove erano stati e chissà che avevano fatto e chissà che avevano combinato…
La guardavo con un misto di angoscia e rispetto perchè aveva avuto un fegato che noialtre ci saremmo sognate.
E invece eccola lì andare a scuola a testa alta, con la borsa di cuoio a tracolla e i capelli lunghi color nocciola, in pace con sé stessa e il mondo intero, completamente indifferente agli sguardi veloci e alle gomitate d’intesa e alle voci mormorate in un orecchio.
E poi un giorno d’estate Antonella andò al mare col suo fidanzato e morì annegata ed io piansi tutto il pomeriggio e stetti male il giorno dopo e il giorno dopo appresso.
E neanche allora sentii le urla o anche solo la voce della mamma di Antonella.
L’idea dello strazio che quella donna doveva sopportare mi lasciava senza fiato. Avrei voluto gridare io al suo posto contro l’universo creato, fino a spaccarmi la gola e i polmoni.
E invece, un giorno, la mamma di Antonella spalancò la finestra, salì su una sedia e si buttò giù dal terzo piano.
La sognavo di notte mentre volava a braccia aperte, i capelli scarmigliati dal vento e finalmente la sentivo urlare. Urlava di gioia.
Mi svegliavo di soprassalto, in un bagno di sudore e col cuore che mi batteva a mille.

Laura e Saverio

Lu pajara

Solo lei e le sue sorelle sapevano del partigiano ferito, nascosto nel pagliaio sotto gli alberi di melo.
Si chiamava Saverio. Era di Bari. Una città lontana. Un posto col mare, dove la gente amava attardarsi, durante le sere d’estate, al porto vecchio, illuminato a festa, a mangiare cozze crude irrorate di abbondante limone e a bere birra ghiacciata.

Saverio diceva che le donne della sua città amavano ridere e quando ridevano diventavano ancora più belle. 

Laura gli portava da mangiare.
Pane, formaggio, vino, roba così. Roba buona di quelle montagne d’Abruzzo.
Doveva andare al pagliaio due volte al giorno,  e poi tornare di filato a casa.
 Così le aveva ordinato sua sorella maggiore.

E invece Laura  si fermava sempre a parlare con lui, un pochino, solo un pochino, e gli chiedeva della sua città di mare e delle donne che amavano ridere, là al porto vecchio nelle sere d’estate.
E Saverio le regalava sempre qualche storia e poi qualche bacio e poi qualche abbraccio, fino a che per Laura stare sdraiata lì nel pagliaio, sotto gli alberi di melo, insieme al suo partigiano ferito, era ciò che di più bello si potesse mai immaginare.
“Vorrei che tu non guarissi mai”, gli disse in un giorno di temporale mentre erano abbracciati nel fieno e la terra odorava di pioggia.
Mesi dopo, quando la guerra era ormai finita e il giovane partigiano era da tempo tornato a casa, nella sua bella città di mare, un giorno che lei piantava insalata e scarola, lo vide spuntare in fondo al frutteto, quello oltre il pagliaio sotto i meli.
Mio zio Saverio, fratello più grande di mio padre, era venuto a prenderla.

© RitaLopez

Flavia

Spillone anelli

Il mio nome è Flavia.

Avevo solo 13 anni quando i miei genitori stabilirono di darmi in moglie al nobile Massimo, un vecchio patrizio.

Ma io amavo da sempre il giovane Fabio, il mio vicino di casa, il mio compagno di giochi preferito.

Da bambini io e Fabio ci rincorrevamo nei vicoli di Roma.

Io ero veloce, ma lui con le sue gambe muscolose lo era di più.

Se riuscivo ad arrivare nel Foro però, Fabio mi perdeva, in mezzo alla miriade di persone che affollavano la piazza.

Mi nascondevo dietro il tempio di Vesta e mi veniva da ridere a guardarlo lì, sperduto, mentre mi cercava con gli occhi in mezzo alla folla.

In punta di piedi mi avvicinavo alle sue spalle e gli mettevo le mani sugli occhi.

Lui mi afferrava le mani, si girava di scatto, e ridevamo.

E qualche giorno prima di andare in sposa al vecchio e nobile Massimo, Fabio mi vide, mentre tornavo a casa.

Il sole stava tramontando ed io dovevo affrettarmi prima che calasse la sera.

Roma era bellissima. Il rosso del cielo infuocava i marmi.

E Fabio mi vide. Si avvicinò, e mi fece cenno di seguirlo.

Gli andai dietro. Attraversò l’Argileto. E poi entrò nella Suburra.

Lo seguii fino ad un vicolo stretto.

Fabio mi prese tra le braccia muscolose e mi baciò.

I miei occhi si riempirono di lacrime.

Mi sciolsi dalla sua stretta e mi misi a correre verso casa.

Mentre correvo mi cadde lo spillone d’avorio dalla testa.

Giunsi a casa con i capelli scompigliati.

Mia madre mi scrutò con occhi severi, ma non mi disse nulla.

Il sapore di Fabio nella mia bocca per sempre.

© RitaLopez

Stephanos

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Non mi ricordo bene come e chi mi fece conoscere Stephanos.

Mi ricordo, di sicuro, che era all’epoca del liceo.

E mi ricordo, di sicuro, che rimasi folgorata.

Avrà avuto una decina d’anni più di me. Era un uomo. Un uomo con tutti i crismi.

Si era laureato nel suo paese, in Grecia, ed ora girava il mondo.

Ebbene, io avrei sfidato qualsiasi donna a conoscere Stephanos e a non rimanere folgorata.

Stephanos dai capelli spettinati, dagli occhi di volpe e dai denti di brina.

Stephanos con quel modo di camminare e di telefonare e di poggiarsi agli alberi mentre ti parla.

Stephanos con gli stivali consumati, col fiato che odora di tabacco.

Stephanos che suona l’armonica e ti guarda e tu ti senti morire.

E prima di partire mi chiese “Vieni con me?”

E io gli avrei voluto dire: “Stephanos, ma sei pazzo? devo finire la scuola e poi solo all’idea di mio padre e mia madre, oddiomio!!! mi sento male. E poi scusa, non lo vedi che sono una ragazzina, così meridionale, con la mia educazione così bigotta, così attaccata alle tradizioni, alla famiglia, a tutta quella roba là…??? o madonnamiasantissima, pazzo sei???!!”

E invece, con aria di sufficienza, da donna vissuta, gli risposi nella maniera più teatrale possibile: “Ora non è il momento Stephanos”.

Che falsa spudorata!!!

Passammo il pomeriggio a casa dell’amico che lo ospitava.

Pioveva. Si sentiva l’acqua che schizzava tra le ruote delle auto e dell’odore dell’asfalto bagnato era piena la stanza.

Il respiro caldo di Stephanos tra i miei capelli.

Gente, che questo vi basti. Sta piovendo. E Stephanos mi è venuto in mente. Punto.

Gli spilli e i santi

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Ecco, mi trovo nella camera da letto di mamma, perché lì c’è lo specchio grande e sto provando il vestito che sta cucendo per me.
Mamma va davanti alle vetrine costose del centro, si innamora di  un bel vestito, pensa che potrebbe andar bene per me o per mia sorella.  Lo disegna in fretta su un piccolo taccuino, con rapidi schizzi, senza che i passanti se ne accorgano. Poi compra la stoffa al mercato e  il vestito se lo fa da sè, perché lì al negozio costano troppo.
Per me è una tortura. Quando dice: “Dobbiamo misurare!!” io preferirei andare a zappare un campo intero di patate.
E quindi sono là, in camera da letto, davanti allo specchio grande.
Ho questo abbozzo di vestito addosso. E’ marrone e giallo.
Posso sentire la consistenza della stoffa.
Posso sentire l’odore del minestrone che ribolle in cucina.
“Girati”, fa mamma. “Chiàn chiàn! (Piano piano!)”.
Mi giro più lentamente che posso. E sbuffo. E sento gli spilli che mi pungono sotto le ascelle e penso ai santi che nelle nostre chiese stanno lì, impassibili, con le lance piantate nei fianchi e nei costati sanguinanti. Immobili. Le corone di spine in testa. Immobili. Gli occhi in un  piattino. Immobili.
E mi chiedo come facciano a sopportare un supplizio del genere, mentre io impazzisco per quegli spilli che mi pizzicano sotto le ascelle.No, penso, non farò mai la santa in vita mia.
“Cchiù chiàn! (più piano!)”, mi rimprovera mamma.
Sento i ragazzi che giocano e urlano per la via e io sono lì, costretta con questo vestito che punge addosso, e non vedo l’ora di uscire per strada anch’io.
“Ah!!! Madonna mè!! Sim frnut!!! Vattìn và!!” (Ah madonna mia!!! Abbiamo finito!!! Vattene và!!).
Sono libera! Mi sfilo il vestito più in fretta che posso.
Gli spilli mi pungono ancora e mi graffiano le braccia.
Faccio le scale tre gradini alla volta. Mi fiondo per strada. A recuperare il gioco perduto, il tempo perduto, la vita perduta.

©RitaLopez

Marcella

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    Questa è per te Marcella.

    Per i tuoi tre figli,  sfornati uno dietro l’altro con quella sottospecie di uomo che avevi al fianco.

    E’  per tutte le mattine che uscivi di casa  per andare a pulire i cessi del riformatorio, di corsa, per non perdere l’autobus.

    Il 4 barrato. Corri Marcella, corri che è fermo al semaforo rosso!

    E’ per te che tornavi di pomeriggio, la giacca di lana marrone con la cerniera tirata su fino al collo,  e una busta di plastica bianca appesa al braccio.

    Io ti guardavo dalla mia finestra.

    Ti vedevo nella tua cucina illuminata dalla orribile luce bianca del neon.

    Tuo marito,  in canottiera,  seduto di le spalle.

    Era già pronto perché gli venisse servita la cena, stanco dell’essere stato  stravaccato tutto il giorno sul divano a guardare la televisione.

    Sentivo le urla, e le bestemmie, e i tuoi figli che gridavano anche loro.

    Sentivo sbattere pentole e posate sul tavolo. E ancora urla, ancora bestemmie.

    Ti spiavo da dietro le imposte, nel buio delle serate tiepide di primavera, quando anche le rondini avevano smesso di vorticare in cielo.

    E ti ho visto anche, certe notti, seduta nella tua cucina con la orribile  luce bianca del neon, quando tutti dormivano, e tu bevevi dalla bottiglia. E bevevi.  Ed eri assorta. E di nuovo bevevi.

    Io andavo a dormire Marcella, e la luce bianca del neon, orribile,  nella tua cucina, era ancora accesa.

    © RitaLopez

    (5 aprile 2014)

Due stecche di cioccolata

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C’era questa ragazzina che mi squadrava sempre dalla testa ai piedi, a cui forse non andavano a genio le mie scarpe vecchie e le mie ginocchia perennemente sbucciate.

Aveva la capacità di farmi sentire a disagio ogni volta, di farmi vergognare non so neanche io di cosa.

E un pomeriggio fummo costrette, io e mia sorella, ad andare alla sua festa di compleanno. Mamma aveva comprato due stecche di cioccolata perché non andassimo a mani vuote. Di più non poteva.

Eravamo nei nostri vestiti migliori. Il mio era bianco con dei fiorellini colorati.

Lo aveva cucito mamma.

Io e mia sorella. Le scarpe di vernice nera e i calzettoni bianchi che arrivavano fin sotto il ginocchio.

Ripulite e pettinate per la grande occasione.

Ogni bambina offriva compiaciuta il suo regalo alla festeggiata. C’erano borsette di vernice, collane con i ciondoli, braccialetti d’argento.

Pensavo a quando sarebbe arrivato il nostro turno e mi sentivo a disagio.

“Dagliele tu!” sussurrai a mia sorella.
“No, sei tu la più grande. Dagliele tu”, replicò lei.

La tipa continuava ad aprire i pacchi.

Libri di favole, vestiti e accessori per lei, vestiti e accessori per la Barbie, una radio rossa con l’antenna.

Volevo scappare.

E invece arrivò il turno mio e di mia sorella.

Le porsi le due stecche di cioccolata  con il più forzato dei sorrisi.

La tipa neanche le prese in mano.

Mi squadrò dalla testa ai piedi, come era solita fare, e disse: “No, non mi piace la cioccolata”.

Fu una della più grandi umiliazioni della mia vita.

Una delle peggiori, una delle più scottanti.

Io e mia sorella passammo tutto il pomeriggio sedute su due sedie accostate a una parete ricoperta da orribile carta da parati a motivi floreali, mentre la festeggiata ballava al centro della stanza, con le sue amiche.

Mia sorella scartò la cioccolata e la mangiò, un pezzetto alla volta. Aveva la bocca e la faccia sporche.

Me ne porse anche un po’, ma io scossi  la testa, con sdegno.

Io … io sognavo di avere un kalashnikov ak 47 tra le mani.

© RitaLopez

 

Mauro “er lumaca”

cicoria-verde

 

 

 

Quell’anno ci fu uno sciopero colossale di sigarette. Durò quasi un mese.

Non mi ricordo chi scioperava, se quelli che le sigarette le trasportavano, o i tabaccai.

Sta di fatto che all’inizio nessuno ci fece molto caso, ma man mano che i giorni passavano le sigarette iniziavano a scomparire.

Noi fumavamo tutti. All’epoca io fumavo le MS perché erano tra quelle che costavano di meno.

Dopo la prima settimana sparirono le Camel e le Marlboro.

Le MS c’erano ancora.

Dopo due settimane sparirono le Merit.

E le MS c’erano ancora.

Poi sparirono anche le MS.

Passammo a fumare le Roxy senza filtro. Uno schifo.

Poi finirono anche le Roxy senza filtro.

Quando entravi dal tabaccaio era una desolazione.

Gli scaffali erano vuoti. Se volevi c’erano le sigarette alla menta.

Passammo a fumare le sigarette alla menta.

Ma poi finirono anche quelle.

Ormai quando incontravi un amico, la prima cosa che gli chiedevi era: “Hai una sigaretta?”

Passammo a fumare il tabacco.

Ci rullavamo le sigarette ad ore stabilite e le fumavamo con rabbia, amore e agonia.

Poi finì anche il tabacco.

Avremmo potuto fare una rapina pur di avere una sigaretta.

E un giorno vedemmo, quasi come un miraggio, Mauro detto “er lumaca” seduto sul balcone, i piedi poggiati sulla ringhiera, un libro in una mano e una sigaretta nell’altra.

Lo assalimmo.

Mauro “er lumaca” stava fumando, ma quella che fumava era cicoria. Cicoria seccata al sole.

Minacciandolo, lo costringemmo a portarci nella sua stanza e a dividere la cicoria con noi.

Mauro ne aveva messo da parte un barattolo intero. Uno di quei barattoli da caffè.

Rullò la cicoria secca nelle cartine e ce le distribuì di mala voglia.

Fumammo tutto il pomeriggio. Con rabbia, amore e agonia.

Eravamo totalmente, felicemente, letteralmente sballati di cicoria seccata al sole.

Da quel giorno Mauro divenne Mauro “er cicoria”. Ovviamente.

©RitaLopez