Mese: gennaio 2014

Niobe

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Vi racconterò di una delle tragedie più grandi, perché non esiste tragedia più grande di una madre che vede morire i suoi figli.

E la madre di cui vi parlo io, di figli ne perse 14.

Niobe. Niobe la prolifica, la leonessa con i suoi cuccioli.

Niobe dal ventre accogliente, la nutrice, la giumenta generosa.

Quale madre, ditemi, non si glorierebbe di una prole così consistente?

E Niobe si gonfiava d’orgoglio quando si circondava dei suoi figli, così numerosi e così rumorosi.

La dea Latona, di figli, ne aveva solo due: Apollo e Diana.

Credete che la gioia di Niobe non stimolasse la sua invidia?

Vi sbagliate.

Latona, gelosa come le dee sanno essere.  Gelosa di quelle gioie così semplici e terrene e così meravigliosamente umane, che loro mai proveranno, mandò i suoi due figli a fare strage dei figli di Niobe.

Ad uno ad uno i ragazzi furono massacrati, sotto gli occhi della madre.

Apollo e Diana, a turno, inforcavano le frecce e senza pietà miravano al loro giovane cuore.

E dopo l’esecuzione, lasciarono Niobe, la madre straziata dal dolore, da sola, in mezzo a 14 cadaveri.

Come spiegarvi l’angoscia, il baratro, la pena, il martirio dell’animo di Niobe?

Chiese a Zeus di essere tramutata in marmo, in una pietra dura e fredda, perché il dolore che provava era insostenibile.

E Zues, mentre lei era ancora in lacrime, la tramutò in roccia e da quella roccia scaturì una fonte. Le lacrime di Niobe.

E quella roccia esiste ancora.

Si trova sul monte Sipilo, in Lidia.

©RitaLopez

Il doposcuola

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Questa cosa del doposcuola Nonna secondo me se l’era inventata, oltre che per arrotondare, per riempire il vuoto vertiginoso dell’anima, dopo che il destino le aveva strappato via il suo ragazzo.

Il “doposcuola” raccoglieva nel pomeriggio, dopo-la-scuola appunto, i bambini del quartiere per aiutarli a fare i compiti.

Nonna aveva sì e no la seconda elementare ma i compiti te li faceva fare bene. Eccome!!

C’era Enzo il figlio del contrabbandiere di sigarette, e Nicola l’emigrante che era appena tornato dall’America ed era un macello quando parlava e quando scriveva. C’era Rosa la figlia di “Gina Lollobrigida” che aveva il banco di frutta al mercato e pure Vito il figlio di Colino lo Schignato, il salumiere.

C’era l’umanità intera dell’umanissimo e variopinto quartiere Libertà.

Si sedevano attorno al grande tavolo di legno dell’unica stanza di casa di Nonna.

Lei a capotavola e loro tutti attorno e siccome non c’erano abbastanza sedie, a me toccava il vecchio sgabello poggiapiedi.

Ma da quella postazione potevo vedere tutto quello che accadeva sotto il tavolo.

Enzo, il figlio del contrabbandiere,  tirava un calcio nello stinco al povero Nicola l’emigrante. Rosa, la figlia di “Gina Lollobrigida”,  teneva lontane le mani di quello che le stava seduto accanto, perchè voleva pizzicarle le cosce. Vito, il figlio di Colino lo Schignato, si scaccolava e appiccicava le caccole sotto il tavolo.

Nonna, tutta vestita di nero, con i suoi occhi da messicana, guardava la parte superiore del tavolo, e lì tutto sembrava andare bene.

Poi iniziava ad interrogare per vedere se avevano capito le tabelline e i capoluoghi dell’Italia.

“Il capoluogo della Puglia?”
Vabbè quello era facile!!! Bariiiiiii!!! Dicevano tutti quanti in coro.

“E il capoluogo della Campania?” Un paio alzavano la mano e rispondevano “Napoli!!”.

E il capoluogo del Piemonte? Iniziava a farsi più difficile.

Il figlio del contrabbandiere mi guardò ed io con la bocca sillabai To-ri-no.

Torino!!!! Disse Enzo. E nonna: “E brav a Enzo. L’unico è stato!!!”.

“E della Sicilia???” Questa volta toccava aiutare l’emigrante. Pa-ler-mo. Sillabai di nascosto.

Palermo?? Chiese Nicola timidamente. “Eh! Sì, sì, Palermo, Palermo. Ialz la voce can nun sendc!!!” (trad. alza la voce, non ci sento).

“Mò l’ultima: il capoluogo del Friuli Venezia Giulia?” Azz!! Questa era difficile!!! Dove minchia sta il Friuli Venezia Giulia? Mi guardarono tutti. Io feci cenno di no con la testa, che questa proprio non la sapevo.

“Venezia?” azzardò Vito il figlio dello Schignato. Temerario!!

“Ma ci Venez e Venez!! Cap di ciuccio!! Trieste è.!!! Mè,  vabbè,  avast mò. Facim la merenda.”

(Trad. ma quale Venezia e Venezia somaro! E’ Trieste. Va bene, basta ora. Facciamo merenda).

E preparava pane con olio e sale per tutti i suoi nuovi figli.

(© R.L. )

Quando lei è entrata nella mia vita

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Quando lei è entrata nella mia vita io non ero niente di più che una ragazzina a cui era crollato il mondo addosso.

Non so dire perché mi accorsi di lei solo in quel momento.

Forse perché ero sicura che niente e nessuno avrebbe potuto rendere più insopportabile il mio dolore. Forse perché tutto quello che avevo dato per scontato fino ad allora, non lo era più, e tutto quello che non avevo mai notato prima, adesso prendeva davanti ai miei occhi una nuova forma e una nuova consistenza.

E poi eravamo così diverse.

Lei veniva da un quartiere in, da una famiglia “bene”, da genitori laureati, nonni intellettuali. La sua casa era piena di libri e dischi di musica classica e non si sentiva quel terribile odore di cime di rapa e pesce fritto come a casa mia. Tutti parlavano un italiano perfetto e ti apostrofavano con gentilezza. Aveva una stanza tutta per sé, con  i poster di Klee e Andy Warhol alle pareti. Conosceva Bach e Vivaldi, Sartre e Simone de Beauvoir. Io non avevo neanche la più pallida idea di chi minchia fossero, in realtà.

Davvero non so cosa ci trovasse in me.
Davvero non so perché diventò mia amica: se fu solo per pietà o perché, abitando ai bassifondi, assumevo ai suoi occhi quel no so che di esotico.
So solo che entrò nella mia vita. Ed io nella sua. E fu un ciclone.

Fu un ciclone perché le nostre vite da adolescenti si intrecciarono all’unisono colmandosi perfettamente l’una con l’altra,  fino ad un inverosimile e perfetto equilibrio, per fondersi saldamente in nuova vita, pronta ad esplorare territori mai conosciuti, in un susseguirsi di emozioni da capogiro.

Io mi innamoravo della letteratura francese e degli impressionisti  e lei ampliava il suo lessico con fantastiche e impronunciabili parolacce. Mi emozionavo ad ascoltare Toccata e fuga in re minore  e i Concerti Brandeburghesi , mentre lei riempiva i suoi scaffali con gli LP dei Led Zeppelin e dei Pink Floyd e imparava la differenza basilare tra “fare sega” e “fare una sega”.

Veniva a trovarmi a casa mia. Le avevo insegnato le strade da evitare e quelle più raccomandabili. Non mi sentivo neanche più a disagio a doverla ospitare in cucina, visto che io una stanza per me non l’avevo mai avuta e non facevo neanche più caso se si sentisse quel terribile odore di cime di rapa e pesce fritto.

Viaggiavamo su un mondo parallelo e distante. Io e lei.

Mi aiutò a sopravvivere.

E per un po’ dimenticai perfino che mi era appena crollato il mondo addosso.

©RitaLopez

Giugno

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Era bella e giovane e indifesa nel suo innaturale vestito nero di lutto.
Gli occhi asciutti di chi aveva versato troppe lacrime evitavano il mio sguardo.
Ma i suoi pensieri, oh!! quelli io riuscivo a leggerli bene.
Li vedevo galleggiare nell’aria afosa di quel  giugno assolato del nostro sud maledetto.
E i suoi pensieri io li vedevo e li toccavo e dicevano così:
“Rivelami la verità
o lasciami morire sui miei passi.
Ascolta questa voce
dirotta dal pianto
e stringi fra le tue mani
queste mani scorticate dalla rabbia.
Non voltare ti prego, lo sguardo
da questi occhi impazziti
su un bianco sepolcro
soffocato dall’edera e
soffia l’alito della tua vita
nel respiro di un’anima quasi mortale”.
Così dicevano i suoi pensieri e i suoi pensieri divennero anche i miei.
Ed io ho giurato
di ricordarli per sempre.

Topolino

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“Ecco, signora, prenda questo.”
“Che cosa è?” chiedeva mia madre nel letto dell’ospedale Rizzoli di Bologna, all’infermiera.
“E’ morfina, signora, le calmerà il dolore”.
“Morfina? E che è la morfina”.
“E’ una droga mà”. Rispondevo io senza tatto.
“Una droga??? Madonna mè!!! Non la voggh, non la voggh!!!”.
“Signora” replicava l’infermiera nel suo adorabile accento bolognese “questa qua a Piazza Mazziore la vendono a zinquanta mila lire!!!”.

E così mentre mamma dormiva tutto il tempo io andavo a trovare Filippo, il ragazzino calabrese, due o tre stanze dopo.

Filippo, 14 anni circa, caduto col motorino nel suo paese sperduto dell’Aspromonte, completamente solo lì nel grande ospedale Rizzoli.

Filippo che non parlava una parola di italiano.

Filippo che sembrava uno spiedino vivente per tutti i ferri che gli uscivano dal braccio e dalla gamba sinistra.

Gli portavo il cornetto con la crema e Topolino, che gli dovevo leggere io, perché lui  non sapeva leggere.

Ogni volta che un’infermiera gli si avvicinava iniziava ad agitarsi nel letto con la sua gamba e il suo braccio buoni, buttava le lenzuola per terra, ma la cosa peggiore è che  sputava proprio in faccia alle poveracce.

Una mira infallibile. Certe sputazze giganti dritto sulla faccia delle infermiere.

E poi imprecava in calabrese.

Quelle non capivano, mi chiedevano “Cosa è che dice sto qua?” ed io ovviamente inventavo, ma ad un certo punto Filippo urlava “BOTTANA!!!!”.

E che cavolo Filì!!! Come lo traduco questo??? Questo lo capiscono anche loro!!!

Dopo 4 o 5 giorni gli sono andata vicino col solito cornetto con la crema e Topolino e  gli ho detto:

“Filì, mia mamma esce, ed io vado via. Devi fare il bravo eh?”.

“Parti?” mi ha chiesto come un cristo sulla croce.

Annuii con la testa.

“Si na bottana puru tu!!”

Mi risparmiò la sputazza.

Neanche un bacetto  mi volle dare.

(© Rita Lopez )

Angelo

“’Sti cammurristi!!! Propr dò avevana sta!!! Manca li cani!!!”
(trad. Questi delinquenti!!!! proprio qua dovevano abitare!! Per carità)
Mio padre si riferiva ai nostri vicini di casa, il cui cognome, solo a pronunciarlo, incuteva timore.
La Gang, il Clan, la Famiglia il cui nonno era il boss dei boss della malavita barese.
Un guaio che il mio coetaneo Angelo fosse uno di loro.
Angelo. Mai nome era stato più inappropriato per uno che di angelico non aveva neanche l’unghia del dito del piede.
Angelo aveva una carica sessuale come pochi.
Aveva la pelle scura, i capelli scuri, gli occhi scuri di un diavolo.
Angelo era dinamite.
Ci guardavamo quando ci incrociavamo per strada, io concentrata sullo sculettamento studiato e sui suoi occhi che sentivo bruciare sul mio fondoschiena…. e lui consapevole dello scombussolamento ormonale che mi provocava.
Angelo, turbamento dei miei poveri sensi che neanche avevano avuto il tempo di svegliarsi.
Angelo, quando mi guardi così, mi sento male….
Un amore senza speranze il nostro.
Un giorno che tornavo da scuola, lì lungo la strada vicino casa nostra, mi viene incontro fissandomi. Ossignore!!!! Sostengo il suo sguardo minacciandomi di uccidermi se lo avessi abbassato. Si ferma di fronte a me e mi porge un biglietto. Ho le mani sudate, il cuore a mille, le palpitazioni. Senza fermarci oltre, ognuno procede per la sua strada.
Nel chiuso della mia stanza leggo il biglietto stropicciato di Angelo.
E mentre lo leggo arrossisco e penso con orrore se capitasse sotto gli occhi di mio padre.
Ma ho la conferma: Angelo è proprio dinamite.
……………………………………….
Ero già a Roma quando mi dissero che era morto ammazzato con due colpi di pistola dietro la schiena.

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Lorenza

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All’inizio pensavo fosse un travestito.

E invece no. Era proprio una donna.

Una donna con un paio di gambe lunghe e muscolose come quelle di un calciatore e due spalle larghe quanto un armadio.

Lorenza.

Lorenza che batteva all’angolo di via Tor di Quinto.

Quando di sera andavo a prendere le sigarette a Ponte Milvio, prima che Pallotta chiudesse, Lorenza era già lì.

Lei, più o meno 40 anni, alta 2 metri, calze a rete e mezze chiappe di fuori.

Io, poco più di 20 anni, jeans sdruciti e giacca di fintissima pelle consunta.

Eravamo la coppia più improbabile di Ponte Milvio e zone limitrofe, vero Lorenza?

Dapprima dei timidi saluti e poi una chiacchiera dietro l’altra.

Fermarmi a parlare 10 minuti ogni sera con lei era diventato un rito.

Raccontava dei suoi due figli, uno era già all’università.

Raccontava dei litigi con il suo padrone di casa e delle sue piante grasse, raccontava di quanto fosse brava a cucinare e la sera dopo, per dimostrarmi che non diceva balle, tirava fuori dalla borsa una fetta di torta.

Si portò a casa anche i miei jeans sdruciti per sistemarci due toppe con la macchina da cucire.

E il giorno prima di dare l’esame mi faceva le raccomandazioni, per poi chiedermi la sera dopo: “Allora? come è andata?”.

Oh Lorenza!! “Core de Roma”!! che fine hai fatto?

Quelle sere d’inverno in cui mi stringevo nella mia giacca di fintissima pelle consunta e battevo i piedi dal freddo, mentre tu eri lì imperterrita, salda come una roccia, intrepida come una principessa guerriera, con le calze a rete e mezze chiappe di fuori, dimmi se non erano pura, irraggiungibile, sublime Poesia.

© R.L.

Endimione

Mentre Endimione, il bellissimo re pastore, suonava di notte il flauto in una grotta,
la melodia arrivò fino al cielo buio e giunse alle orecchie di Selene,
la dea Luna.
Lei, incuriosita, si coprì il capo con il velo bianco e volò in mezzo ad una miriade di stelle
verso la grotta nascosta nel bosco.
Il pallore del volto della dea illuminava l’aria intorno.
Seguendo il suono del flauto giunse alla grotta e vide Endimione.
La bellezza del giovane le tolse il respiro
e la bellezza della dea tolse il respiro a lui.
Si amarono tutta la notte e le notti seguenti.
Ma gli dei non hanno il cuore degli eroi.
Gli dei non sanno amare come gli uomini.
Selene sapeva che il giovane col tempo sarebbe diventato un vecchio grinzoso e sdentato e allora chiese e ottenne da Zeus che Endimione potesse dormire con eterna giovinezza.
Per l’eternità.
E così, da allora, lei va a trovarlo ogni notte e lo guarda dormire,
per sempre giovane, per sempre bello.
Lui è ancora lì che dorme, sospeso nel tempo, senza vita e senza passioni, immobilizzato in un attimo eterno, solo per poter compiacere gli occhi ingordi di Selene.
(nella foto Endimione dormiente di Canova, 1819-1822)

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Milano

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Di dove sei?
Di Milano.
Di Milano???!!! La ragazzina era venuta giù in Puglia in vacanza e noi, lì alla spiaggia, l’avevamo notata subito.
Dire Milano, quando io avevo 8 o 9 anni, era come dire America, Luna, Marte.
Dove diavolo era  Milano??? Lontano lontano lontano…..
Si diceva “Eh!!! Mica vado a Milano!!!” per dire “stai tranquillo, torno subito!”.
“La milanese” come la chiamavamo noi, aveva questo modo splendido di parlare, questo accento incantevole, che ci faceva sentire quattro buzzurre senza speranza.
Era incredibile, ma quando c’era la milanese con noi, l’accento nostro veniva disperatamente storpiato, per sembrare meno brutale, il meno terrone possibile, il più vicino possibile ad un linguaggio umano.
La milanese ci rendeva migliori, solo per il fatto di essere lì con noi.
Oh! Grazie milanese, grazie!!!
E poi un giorno che facevamo il bagno col mare agitato e le onde ti portavano su su in alto, sentire le urla di mia madre che mi richiamava dalla riva, gesticolando come una Menade infuriata, fu peggio che avere le convulsioni.
“Mo addà ascìii!!!! Mo proprio!!! Vin dòooo!!!! T’accidooooo!!!!”.

(trad. Vieni fuori!!! immediatamente!!! vieni qui!!! T’ammazzooooo!!!)

Dolce tenera madre del sud.

E’ la tua mamma? Mi chiese la milanese col suo incredulo accento milanese.
Sì, risposi, senza osare alzare lo sguardo per vedere la reazione scritta sulla sua faccia.
Se in quel momento uno tsunami mi avesse sommerso e  mi avesse risucchiato giù nel profondo degli abissi, sarebbe stato meglio.

 

Io e il mio vecchio stereo di seconda mano

Io e i miei 12 anni appresso.
Io e il mio vecchio stereo antidiluviano di seconda mano.
Io e l’LP Wish you here.
La puntina inizia a scorrere e a frusciare sui solchi del disco .
La porta della stanza chiusa e il volume a palla.
La stessa porta si schiude su un altro pianeta, con altri colori, con un’altra lingua.
Niente sarà più come prima.
Guardo i miei oggetti sparsi per la stanza.
I miei libri, i miei dischi, le mie foto.
Avverto la solennità del momento.
Sto per dare l’addio a quella che ero.
Addio a me. Addio mamma. Addio papà.
Niente sarà più come prima.
Quando il braccio dello stereo raggiunge la sua missione, si alza e si rimette automaticamente a posto.
Mi alzo anch’io, mi avvicino allo stereo e rimetto giù la puntina.
Da capo. Dall’inizio.

 

Peppino

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“E quello chi è nonna?”
La bambina  stringendo con una mano la mano della nonna, indicava con l’altra la tomba a destra, quella proprio sotto il cipresso.
Conosceva a memoria ogni tomba, ogni volto di giovane, vecchio, ragazzo, donna, bambino, che la fissavano seri, lì nel cimitero monumentale della sua bianca città del Sud, in mezzo a tutta quella folla di sepolcri tra il barocco scadente e il rococò pacchiano.
Eppure, ogni volta, amava riascoltare le storie di ciascuno.
“Quello è Minicuccio, il bambino che scì a frnesc nel calderone pieno di acqua bollente e splash!!!!…manca li cani fighhia mè!!”
La nonna accompagnava lo “splash” con un gesto rotatorio del braccio, permettendo alla bambina di vedere davvero, con i propri occhi, gli schizzi bollenti che esplodevano nell’aria, mentre il povero Minicuccio scalciava e annegava nell’acqua rovente dell’enorme calderone, in cui venivano messe a bollire le bottiglie di salsa.

E Minicuccio, che quel giorno infame rimase a galleggiare nel calderone, a braccia aperte e con la faccia tutta rossa e spellata, adesso la guardava da un portaritratti di ottone ovale.
Il cimitero aveva un che di familiare, di magico, era quasi un posto incantato, per niente affatto un luogo di dolore.
E anche la nonna era magica e familiare, col suo vestito nero, nero come la pece dei suoi capelli neri, senza un filo bianco, nero come la sua pelle e i suoi occhi neri  da messicana.
La nonna diceva: “Ecco zio Pasquale, fagli ciao con la mano!!!”.
“La vid a zia Marietta? mandale un bacio, accussì!!!” fino a quando arrivavano alla tomba di Peppino.
La nonna passava più di un’ora a sistemare i fiori  freschi, a pulire, a lucidare, a strofinare forte la tomba, a baciare la tomba, a parlare con la tomba.
La bambina intanto giocava là attorno, raccoglieva lumache e coccinelle.
Il cielo limpido, l’aria fresca, l’odore dei cipressi: tutto era magico e familiare.
Fino a quando, stufa, correva dalla nonna, le tirava la gonna e le chiedeva: “Andiamo via ora?”
La nonna annuiva con la testa. Gli occhi lucidi.
Peppino, il ragazzo della foto, sorrideva.
Aveva gli stessi capelli neri corvini e gli stessi occhi da messicano.
“Sciamaninn, sciam!!” (Andiamocene, andiamo!)

© RitaLopez

Lo schignato

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Tra il portone di casa mia e il salumiere, Colino lo Schignato (cioè senza denti), all’angolo della strada, per me correva il mondo intero.

Un tragitto in cui tutto poteva accadere, un segmento di avventura palpitante.

E arrivò il giorno in cui mia madre mi chiese di fare la mia prima commissione da sola.

“Ci vai da Colino lo Schignato a prendere due etti di mortadella?”

Cosa?? La mortadella!? Da Colino lo Schignato?!!? Da sola???? SIIIIIIIIIIIIIIIII!!!!!

Neanche duecento passi, percorsi col petto in fuori e la testa ben alta.

Neanche duecento passi, fiutando qualsiasi segno di pericolo attorno, come un cucciolo di tigre nella foresta.

Eccola, la salumeria: vittoria!!!

Entro, ho i soldi stretti nel pugno della mano, sfidando chiunque provasse a impossessarsi del mio bottino.

Aspetto il mio turno.

Quando tocca a me Colino lo Schignato, che ha solo gli incisivi di sotto (schignatissimo appunto) e i capelli impomatati attorno al cranio, mi apostrofa:”Dì minenn” (dimmi, bambina).

Sciorino a memoria la frase che nei quasi 200 metri di distanza, mi ero ripetuta decine di volte nella mente.

“Buongiorno Signor Lo Schignato. Ha detto mamma se mi dai due etti di mortadella”.

Il silenzio è piombato nella salumeria.

Colino lo Schignato è rimasto col suo coltello alzato per aria. Immobile.

Tutti gli occhi e il peso del creato intero su di me.

Poi qualcuno ha iniziato a sogghignare, qualcun altro a sgomitare al suo vicino.

Prima un risolino, poi qualche risata più forte, fino a che tutti hanno iniziato a ridere senza ritegno e a darsi pacche sulle spalle.

Tutti, tranne Colino.

Affettava in silenzio, ma l’istinto mi diceva che al posto della mortadella, avrebbe voluto avere me tra le mani.

Portai la mortadella a mamma, ma da sola da Colino, non ci volli andare più.

©RitaLopez

Manuele

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Nonna abitava in uno di quei vecchi palazzi popolari e decadenti di fine 800, nel cuore del Libertà.
C’erano un androne buio e puzzolente di umidità e antiche scale di pietra grigia.
Per raggiungere il pianerottolo di casa di nonna, quello che per me era il mondo incantato, dovevo passare davanti alla porta perennemente aperta del tugurio, composto da una sola stanza, dove viveva il vecchio Manuele.
Manuele era un povero cristo a cui, tempo addietro, era stata completamente amputata una gamba. La moglie aveva tagliato la parte di pantalone che non gli serviva più e ci aveva fatto una tendina per la minuscola finestrella sopra il lavatoio così che i raggi di sole, in quei pomeriggi afosi, non entrassero nella stanza.
Era un gigante, o almeno a me così sembrava, e non aveva i denti, tranne i due incisivi laterali. Lunghi. E gialli.
Se noi bambini facevamo casino, i grandi ci dicevano: “Mo ià chiamà Manuel! (Ora chiamo Manuele!).
Ogni santo giorno dovevo passare davanti alla sua porta spalancata.
Il  groppo in gola. Passo dopo passo. Gradino dopo gradino. Costretta ad avere fegato.
Sbirciavo con la coda dell’occhio mentre superavo la sua soglia. Manuele era seduto, intento a mangiare cozze crude e ricci di mare, che apriva con la lama del suo coltello a serramanico. Il vento sollevava la stoffa del pantalone che faceva da tendina, lasciando entrare, a tratti,  la luce accecante del sole.
Un giorno, prima di salire le scale, mi accorsi con orrore che lui era proprio lì sul pianerottolo e mi bloccava il passaggio.
Manuele con la sua coppola grigia in testa, ritto sulle stampelle, era come una gigantesca montagna. Un Ciclope con una sola gamba. La cosa più terrificante che io avessi mai visto.
Il groppo in gola. Passo dopo passo. Gradino dopo gradino. Costretta ad avere fegato. Più del solito. Più degli altri giorni.
Quando mi sono trovata di fronte a lui, non so perché non abbia fatto la cosa più logica che c’era da fare: chiedergli “permesso”. Gli ho dato invece un calcio sullo stinco dell’unica gamba buona.

“Ora mi ammazza”, ho pensato.
Manuele ha aperto la bocca in una specie di sorriso, anche se a me sembrava un ghigno malefico, mostrando  i due incisivi gialli e lunghi, simili alle zanne di un elefante.
Il mio cuore deve aver cessato di battere. Manuele si scostò. E mi fece passare.

Sissignori, la montagna gigantesca, il Ciclope con una sola gamba, ridendo col suo ghigno terrificante, lentamente si scostò e mi fece passare.

©RitaLopez

Fuck

La settimana di Ferragosto….
Fuck alle prenotazioni dell’ultimo minuto….
Fuck ai villaggi turistici e ai viaggi organizzati…..
Fuck ai balli di gruppo su una spiaggia popolata da ectoplasmi….
Io e la mia mamma vecchia e malata nella città deserta….a ricordare il passato sul nostro balcone…..mentre bevo Primitivo di Puglia….
e i ricordi mi sbranano il cuore…..
FUCK a tutto il resto!!!!

Come lui

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Io, quella ruga in mezzo alla fronte, mi ricordo di averla sempre avuta.
Almeno da quel giorno che mi è crollato il mondo addosso.
Forse, se avessi avuto uno strizzacervelli a disposizione, le cose sarebbero andate diversamente.
Ma eravamo soli: io e il mio bastardissimo dolore.
E’ stato allora che ho dovuto scegliere se lasciarmi sopraffare e fagocitare dal mostro o trasformarlo in energia rabbiosa.
Quella ruga però non se ne è mai più andata.
E’ rimasta lì. In mezzo alla fronte.
In compenso quando rido mi spuntano le fossette ai lati della bocca.
Come  lui.

Flaminio

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La migliore acustica della intera metropolitana di Roma era alla fermata di Flaminio.
La voce lì era amplificata magnificamente ed anche il suono della chitarra.
Bastava un solo giorno per risollevare le nostre finanze colate a picco.
Ormai ci conoscevano: i venditori ambulanti, la gente che andava di corsa al lavoro, gli addetti alla distribuzione dei biglietti.
Io e il mitico Daniele, che una volta si scorticò a sangue il dito, ma continuò stoicamente a suonare perché dovevamo pur tornare a casa, giù in Puglia, e non avevamo i soldi per comprarci il biglietto.
Però, alla fine, riuscimmo a racimolare i soldi.
Andammo in biglietteria alla stazione Termini con la busta di plastica bianca piena zeppa di spiccioli.
L’impiegato dietro lo sportello ci guardò con aria minacciosa, ma alla fine tirò un lungo respiro, si armò di santa pazienza e si mise a contare gli spiccioli.
Ad uno ad uno.

Icaro

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Suo padre non gli aveva raccomandato altro: “Stai attento! Non volare né troppo in alto perché il calore del sole potrebbe sciogliere la cera, né troppo in basso perché le ali si inumidirebbero con i vapori del mare. Non fare come il tuo solito. Non strafare!”.
Quel figlio era sempre stato una preoccupazione.
Così inquieto, così ribelle.
Si librarono in volo all’alba, per fuggire una volta per tutte dal Labirinto.
Il Labirinto era la prigione. Nel Labirinto non era permesso sognare.
E, al ragazzo, il Labirinto stava stretto, troppo stretto.
Il padre si lanciò per primo e il figlio dopo di lui.
Furono gli attimi più belli e intensi e palpitanti della sua giovane vita.
Mai si era sentito così libero. E mai più sarebbe stato libero e felice così. Ne era sicuro.
Fu in quell’istante che  si fece coraggio e decise. Nessuno gli avrebbe fatto cambiare idea.
Con la coda dell’occhio il padre si assicurava che il figlio lo seguisse, ma all’improvviso si accorse che non era più dietro di lui.
Col cuore in gola lo cercò disperato e all’improvviso lo vide.
Era salito troppo in alto, vicino al sole, così vicino che il calore aveva iniziato a sciogliere le sue ali.
Lo sguardo fiero del figlio, i suoi occhi luccicanti di gioia, il sorriso sornione sulle sue labbra, gli smorzarono il grido di dolore che voleva esplodere dalla sua gola.
Lo avrebbe ricordato così per sempre. Libero. E felice.

© RitaLopez

Dietro la vecchia ferrovia

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Ne è passato di tempo da quando andavamo a raccontarci il futuro che avremmo voluto, dietro la vecchia ferrovia vicino casa mia, lì nel nostro quartiere che puzzava di pesce, tu con la tua giacca comprata al mercato dell’usato che ti stava 3 volte per quanto eri magro e allampanato, ed io con il mio basco con la visiera, messo di traverso….
Faceva un freddo cane a stare lì seduti vicino a quei binari; ci usciva il fumo dalla bocca quando parlavamo….
Rivederti oggi è stato un regalo meraviglioso.
Eri elegantissimo durante la proiezione, con la tua giacca fatta su misura, ma a me veniva da sorridere mentre parlavi in conferenza stampa, davanti a tutte quelle persone, perchè per tutto il tempo ho pensato alla tua vecchia giacca enorme e al mio basco con la visiera.

Persefone

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Correva con le sue agili gambe in una vallata di spighe e papaveri nella sua amata Sicilia, quando all’improvviso la Terra si aprì sotto i suoi piedi e dal baratro lui, terribile, indemoniato, balzò fuori con un carro tirato da quattro cavalli neri come l’inchiostro.
Afferrò la ragazza per le gambe e la trascinò con sé nel suo regno infernale, sprofondando di nuovo nel buio senza speranze dell’abisso.
Nessuno sentì urlare. Nessuno sentì piangere.
La madre di lei, nei giorni seguenti, cercò disperatamente la figlia.
La cercò per i boschi e per le vallate. La cercò sui  monti e lungo i fiumi.
Quando si rese conto di averla persa per sempre, lanciò un urlo straziante e una maledizione contro il Cielo.
Con quella terribile maledizione la Terra divenne infruttuosa e sterile. Un inverno bianco e  gelido cancellò per sempre il colore dei frutti e dei fiori. I rami degli alberi si spogliarono delle foglie.
Per salvare il genere umano Zeus stabilì allora che la ragazza avrebbe vissuto solo un terzo dell’anno con il suo odiato marito e gli altri due terzi con la madre.
E lei, il cui nome era Persefone, ogni Inverno rimaneva sotto Terra, aspettando come un seme paziente e pieno di promesse, per poi  risorgere ad ogni Primavera simile a una spiga di grano che germoglia, grata di tornare alla luce del Sole,  tra le braccia accoglienti di sua madre Demetra, che per tutta l’estate avrebbe festeggiato ricoprendo i campi di fiori colorati e i rami degli alberi di frutti teneri e succosi.

©RitaLopez

Giacca di camoscio e basco con la visiera

La giacca di camoscio marrone scuro col suo odore da quattro soldi e il basco con la visiera abbassata sugli occhi.
Il broncio perenne sulla bocca.
E l’odore di caffè tostato nell’autobus.
I libri ben stretti tra le braccia e lì fuori il fiume.
Il fiume che scorre così bello e così uguale sotto il cielo di un novembre talmente cristallino da farti salire le lacrime agli occhi.
In un altro tempo e su un altro pianeta.
Il registratore con le cassette, la cosa più preziosa, e rewind e forward e porca puttana ho schiacciato record e ho cancellato quasi tutto….
Le dita gialle di nicotina, i bracciali con le perle colorate, e la netta sensazione di un unico attimo eterno in cui poter essere sospesi.
Per sempre.

©RitaLopez

Non credo nei buoni propositi da fine dell’anno

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Non credo nei buoni propositi da fine dell’anno e non credo nelle promesse fatte al caldo di una stanza.
Non credo alle parole vuote e scontate di chi non sa cosa sia la fatica e non credo ai piagnistei di chi apre la bocca solo per lamentarsi.
Credo alle maniche rimboccate e alle gocce di sudore sulla fronte.
Credo ai baveri delle giacche tirati su fino al collo per affrontare il gelo della mattina.
Credo alla determinazione, ai pugni stretti, alle teste alte e alle sacrosante parole “se vuoi ottenere qualcosa, alza il culo e cammina!!”.
Non sopporto il buonismo e il moralismo di chi ha sempre un consiglio da darti, ma annaspa alla prima difficoltà che gli si presenta.
Non sopporto le chiacchiere da salotto sulle vite degli altri.
Credo nel guerriero sfrontato e muscoloso che è in noi.
Credo nella capacità che abbiamo di rendere eroica la nostra vita al di là del fatto che tu passi i tuoi anni in fabbrica, o a scuola, o a fare la casalinga, o a combattere su un vero campo di battaglia.

Alle nostre tasche vuote e ai nostri cuori colmi

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Ai nostri pacchi da emigranti marchiati a vita.
Alle lotte studentesche, al diritto allo studio perennemente negato e agli improponibili giorni di studi folli e disperati.
Ai caffè e alle sigarette consumati nelle notti appiccicose di luglio.
Al pane duro della domenica e ai fornelletti accesi nelle sere fredde di gennaio.
Alle nostre tasche vuote e ai nostri cuori colmi.
Alle nostre sbronze e alle nostre visioni deliranti.
Alla povertà a cui senza ritegno ridevamo in faccia.
Ai nostri amori laceranti e alla ricchezza vertiginosa delle nostre vite da capogiro.

Una lama di rasoio sottile

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In quell’attimo rivoluzionario in cui un bambino lascia la mano del proprio genitore e si mette a camminare da solo,
Nell’istante in cui, dopo una marea di “che faccio? lo faccio? non lo faccio?”, decidiamo “Sì, dannazione, lo faccio eccome!!!”,
Ogni volta che ci stufiamo dei piagnistei e delle autocommiserazioni e ci rimbocchiamo le maniche,
Gente, io ci vedo dell’epico.
Trovo nel lato eroico degli uomini e delle donne qualcosa di estremamente affascinante,
forse perchè tra una vita priva di passione e una vita colma di slanci propositivi
credo passi un’impalpabile linea di demarcazione.
Una lama di rasoio sottile su cui siamo in bilico e
mettere il piede da una parte o dall’altra è solo questione d’avere fegato.

Aiace

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Mi chiamo Eurisace e vi racconterò la storia di mio padre:
l’eroe che non si risparmiava, il guerriero senza paura, l’uomo dal cuore grande.
Quando Achille morì, fu Ulisse a ricevere le sue armi, ma questo provocò la rabbia e la disperazione di mio padre.
Nessuno meritava le armi del grande Achille più di lui. Tutti lo sapevano.
Ma chi ama molto, odia molto.
Mio padre, accecato dal dolore, avrebbe ammazzato i Greci tutti se la dea, senza pietà, non gli avesse instillato la follia nella mente, facendogli balenare false immagini davanti agli occhi.
L’eroe più grande e più ammirato e più temuto iniziò a massacrare bestiami e greggi, credendo, nella sua pazzia,  che fossero i Greci.
L’eroe più grande e più ammirato e più temuto fatto oggetto di scherno e di risa da parte dei suoi compagni.
Quando la ragione tornò in lui, terribile fu il “risveglio”.
Cosa c’è di peggio, per un eroe, che perdere il suo onore?
La mattina presto, col cuore colmo di vergogna, si recò sulla spiaggia. Da solo.
Posò lo scudo e conficcò la spada nella sabbia, con la punta rivolta al cielo.
Prima di gettarsi sulla lama affilata, guardò un’ultima volta il mare. Albeggiava.
Chi ama molto, odia molto.
Chi sono io? Io sono il figlio del grande Aiace.

©RitaLopez

(nella foto: Exekias (Ἐξηκίας), anfora, Il suicidio di Aiace, VI sec. a.C.)

La rubrica

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Mi porse la rubrica telefonica con i numeri di telefono scritti da lei, pazientemente, in bella grafia….

“Vid, a nonn, iacchje u numer di zi’Iangelin, ca nun teng l’acchial.”
(trad. “Guarda un pò, bella di nonna, riesci a trovare il numero di zia Angelina? non ho gli occhiali).

Andai alla lettera A e scorsi i nomi col dito. Nessuna zia Angelina.

“Non c’è, nonna. Zia Angelina non c’è”.

“Ci sta disc? u sò scritt je. Acchiamend bell bell!!)
(trad. “Ma cosa dici? L’ho scritto io con le mie mani. Guarda meglio!!).

Riguardai e lessi ad alta voce: “Annina, Alimentari, zio Antonio u ciecat, Aiuto-ai-pompieri….”.

Mi interruppe.

“Zi’ IAN-GE-LI-NA!!!! Accmmenz co la I. E va’ pur alla scola, va’…..”
(trad. Zia IAN-GE-LI-NA!!!! Inizia con la lettera I. E vai pure a scuola, vai…).

Giusto.
Somara che ero.
Ian-ge-la. Diminutivo Iangelina.
Inizia per I.

Non passa un giorno

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Non passa un giorno senza che io ti pensi e il pensiero di te, non so dire se mi sia più dolce o più rabbioso.
E a dispetto di tutti i natali e capodanni in cui non ci sei stato, nonostante i compleanni e le lauree e i matrimoni e le stronzate di questo genere, vissuti sempre con un senso di in-completezza, di quasi-festa, di una sorta di sensazione da “….sì, però…”,
nonostante tutto questo,
è nelle cose più scontate e banali che mi sei mancato di più.
Nelle risposte che non riuscivo a dare
negli sguardi che rubavo per strada tra padri e figli
nel rimediare fin da piccola un passaggio per tornare a casa …..
Non sai cosa ti sei perso.
Non sai quanto io abbia perso.

©RitaLopez

Bariamoremio

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Ti odio per come si muove il mare quando fa cullare le barche al porto vecchio.
Odio te e la bellezza bianca dei vicoli del centro storico.
Odio le urla dei pescatori che arricciano i polpi sugli scogli e le canzoni delle donne che stendono i panni sui balconi.
Ti odio per i tuoi odori e i tuoi colori.
Ti odio perchè hai tutta la mia famiglia qui con te.
Ti odio perchè mi lasciasti andare via e nonostante questo, sento un baratro nello stomaco e un nodo straziante in gola ogni santissima e fottutissima volta che riparto.
Ciao Bari, ciao Bari amore mio.

Gesùbambino

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La notte di Natale di chissà quale anno…. so solo che portavo le trecce e mi mancavano i denti incisivi inferiori.
Attorno al grande tavolo rotondo, la mia famiglia: numerosa e meravigliosa e rumorosa.
Facevamo nascere Gesùbambino.
Come in una famiglia “NORMALE”.
Io portavo il piccolo Bambinello di plastica tra le mani, unite a coppa, e passavo attorno al tavolo in modo che tutti potessero dargli un bacio, prima di riporlo nella mangiatoia.
Così mi aveva detto di fare la maestra, a scuola.
Arrivò il turno di mio padre. Prese il Bambino dalle mie mani e lo avvicinò alla bocca per baciarlo, ma fece finta di inghiottirlo.
Iniziò a tossire e a battersi il petto con il pugno, mentre tutti gli altri ridevano e ridevano, tanto da farsi uscire le lacrime dagli occhi.
Non potevo crederci….
Mio padre aveva appena inghiottito Gesùbambino!!!!
Grandi sciagure si sarebbero abbattute sicuramente sulla nostra famiglia.
No, non era possibile. Non poteva essere!!
Come avrei mai potuto raccontarlo ai miei compagni di scuola? E alla maestra poi?
Un momento così solenne, trasformato in una incredibile tragicomica….al di là di qualsiasi immaginazione.
E poi qualcuno mi ha detto “battigli forte sulla schiena!!!”.
E così iniziai a battere più forte che potevo, con le mie braccia corte, sulle spalle di mio padre, fino a che non sentii un “TUNG!!!”….
Era Gesùbambino che come un razzo era fuoriuscito dalla bocca di papà, atterrando sul piatto di fronte a lui.
Eravamo salvi!!!
Gesùbambino fu posto nella mangiatoia. Tra uno scroscio di applausi.
Come in una famiglia “NORMALE”.
Il sacro, come sempre dalle mie parti, unito al profano.
E la notte di Natale era davvero magica!!

Le scale

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Siamo state mesi e mesi a casa di nonna, io e mia sorella.
Papà lavorava fino a sera e mamma era in ospedale, con la terza sorella più piccola, malata.
In un ospedale specializzato del Nord.

Il bagno di casa di nonna misurava un metro per un metro; c’era spazio solo per la tazza del cesso, addossata ad una delle pareti.

Io e mia sorella eravamo costrette a lavarci nella grande bacinella di plastica azzurra, al freddo della vecchia cucina, con la stufa elettrica puntata addosso, e ci veniva da ridere.

Irresponsabilmente inconsapevoli del dolore di quei mesi, incoscientemente sorde alla tristezza di quei giorni.

Io e mia sorella, 6 e 4 anni appena, le scarpe consunte di vernice nera, i cappelli colorati di lana in testa e le nostre casacchine alla Mao Tse Tung, cucite a mano da mamma tempo addietro.
E poi un giorno, mentre giocavamo per le scale del vecchio palazzo di nonna, insieme agli altri bambini, uno di loro, più grande, mi fa:

“Domani torna tua madre. Tua sorella è morta.”
E sarà stata quell’aria strafottente, quasi di sottile soddisfazione per essere stato il primo a darmi la notizia, o il gesto delle dita della mano, quando si fanno roteare insieme l’indice e il medio,  per far intendere che uno è passato a miglior vita.
Sarà stata quella sua piccola faccia di cazzo compiaciuta, o la posizione delle gambe leggermente divaricate, quasi di sfida, al limite dell’appagamento…
L’ho spinto per le scale.

Di certo non si aspettava che la piccola mocciosa dalle scarpe consunte e la ridicola casacca alla Mao Tse Tung avrebbe reagito.
E’ rotolato dall’alto della scalinata, giù, giù, giù, fino agli ultimi gradini.

Sorprendentemente sbalordito dall’audacia dell’odiosa ribelle.

Nessuno ha fiatato. Né lui, né gli altri bambini ammutoliti.

Non pensavo a mia madre, non pensavo a mia sorella, morta in un piccolo letto con le grate di ferro ai lati, là nell’ospedale del Nord.
Mi dispiaceva soltanto che il piccolo bastardo non si fosse spaccato la testa.

Egoisticamente concentrata su quell’unico  pensiero.

© RitaLopez

850

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“Ma perché ogni volta fai finta di aprire e chiudere la portiera, se è rotta?”
“Prcè si no, li drocati ci vengono a mett la droca dò inda!!!”
Ogni volta questo teatro, prima di entrare nella vecchia 850 di nonna.
Capitava a volte che mi distraessi e aprissi la portiera senza pensarci, per poi richiuderla  immediatamente e aspettare che nonna fingesse di aprire con la chiave.
Aveva preso la patente apposta per andare  al cimitero a trovare il suo ragazzo.

Usava la macchina solo per quello. Per nient’altro.
Da via Garruba, nel cuore del quartiere Libertà, fino al camposanto, tutta in seconda. Mai la terza.
Nel pieno degli anni 70, nel profondo sud, una donna anziana tutta vestita di nero e col fazzoletto in testa,  guidava pericolosamente per le strade  del  Libertà, con una vecchia 850 usata. In seconda perenne.
Era nonna.
E poi una notte, lì sotto casa sua, ci fu una sparatoria e un proiettile andò a colpire il parabrezza dell’850.
Il percorso per arrivare al camposanto si fece ancora più arduo.

Nonna guidava con la faccia appiccicata al parabrezza, guardando la strada impietosamente assolata delle due di pomeriggio, attraverso il buco del proiettile.

L’850 urlava e strepitava, implorando la terza.

Io, seduta comodamente sul sedile di pelle rossa dai cui bordi fuorisciva l’imbottitura di spugna gialla, non riuscivo a distogliere lo sguardo da nonna che si tratteneva a stento dall’imprecare, solo perchè era una donna estremamente devota.

“Quanto la amo questa donna?”, pensavo.

Già. Quanto l’amavo?

© RitaLopez

Un unico grande momento

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Non c’è un tempo. O almeno non c’è un tempo consequenziale.
Esiste solo un unico grande momento.
Un istante dilatato che contiene le mie facce.
Migliaia di contorni e infinite sfumature.
La mocciosa nascosta tra le prime rughe del mio volto e
la malinconia pensosa di una donna adulta tra le ciglia di quella stessa bambina.
L’aria strafottente di una ragazza ingorda e
la consapevolezza di una vecchia donna malata alla fine dei suoi giorni.
Non ho nostalgia del passato.
Non ho paura del futuro.
Quel pomeriggio col sole che entrava dalla finestra e tutto era
meravigliosamente sospeso,
esiste anche adesso.
Esisterà sempre.

Atteone

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Nessuno sa la verità. Ma io sì. Io c’ero.
Atteone, il giovane cacciatore, era nei boschi con i suoi cani.
Bello come il sole. Bello più del sole.
Artemide era presso il fiume. Sapeva che lui sarebbe passato di lì.
Per questo ha iniziato a togliersi le vesti
ed è entrata in acqua.
Atteone è arrivato. Lei lo sapeva.
Sicura della sua bellezza, non ha fatto nulla per nascondersi.
Il ragazzo nel vederla si è fermato.
Il fiato strozzato in gola, gli occhi lucidi per l’emozione, il cuore che esplodeva nel petto.
Lei ha finto di accorgersi all’improvviso di lui e si è infilata in acqua fino al collo.
Falsa. Falsa come il suo pudore.
Per avere osato guardarla, ha trasformato Atteone, bello come il sole, in un cervo.
Gli ha aizzato contro i suoi cani.
E i suoi cani, non riconoscendolo, lo hanno sbranato.
Le giovani membra ridotte a brandelli, gli occhi fissi su di lei.
E’ così che è andata. Io c’ero.

(nella foto: la fontana di Diana e Atteone nella Reggia di Caserta).

Un tempo

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Un tempo per giocare e un tempo per essere seria.
Un tempo per essere amata e un tempo per amare.
Un tempo per correre contro vento e
un tempo per fermarsi col fiato grosso a riflettere.
Un tempo per ubriacarsi e un tempo per restare sobri.
Un tempo per godere e un tempo per soffrire.
Un tempo per essere figlia e un tempo per fare la madre.
Vogliono farmi credere che la vita sia divisa in compartimenti stagni.
E se io volessi mischiare tutto quanto?

Voglio mischiare tutto quanto.

© RitaLopez

I soldatini

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C’era Claudio. E c’ero anch’io.

Il ragazzino autistico più pacioccone di Trastevere e la baby sitter più maldestra del pianeta.

Aveva una collezione di soldatini, Claudio, più di 100. Un intero esercito di piccoli soldatini, con le giubbe di un bel colore azzurro. Armati fino ai denti.

Più di 100 dannati soldatini messi in fila maniacale, allineati al millimetro spaccato, sopra un tavolinetto basso, ai piedi del letto.

E la baby sitter più maldestra del pianeta ne fa cadere puntualmente due o tre, ogni volta che ci passa vicino e, ogni volta, di nascosto, li rimette su.

E Claudio immancabilmente si accorge, non so come, che nel loro allineamento c’è qualche millimetro che non quadra, e pazientemente li risistema.

Facciamo merenda Claudio? “NO”.

E si ingozzano di pane e nutella. Claudio se la spalma anche sulla faccia.

Vediamo i cartoni? “NO”.

E si stravaccano sul divano, sommersi da un mare di peluche, a guardare la tv.

Ti va di ascoltare una favola? “NO”.

E tutto il pomeriggio a raccontare di Mangiafuoco e Lucignolo. I suoi preferiti. Ed anche quelli preferiti dalla baby sitter maldestra.

Claudio, il mio piccolo e pacioccone Claudio, perdutamente barricato in se stesso.

L’unico contatto che ha concesso al mondo esterno sono i suoi NO snervanti.

NO.

Solo NO.

Sempre NO.

E accade che un pomeriggio la baby sitter più maldestra del pianeta, arrotolandosi la lunga sciarpa attorno al collo, maldestramente appunto, come le è congeniale, atterra TUTTI (dico TUTTI) i dannati soldatini. Una strage. Oh cazzo!!!

E il piccolo Claudio esplode come una diga che ha subito una falla, un torrente in piena, una valanga inarrestabile di neve:

“NO, NO, NO, NO, NO, NO, NO, NO, NO, NOOOOO…” all’infinito.

E basta con questi NOOOOOO!!!

Mi hai rotto le palle, lo sai? Non sai dire nient’altro?

Mandami ‘affanculo almeno!

Silenzio tombale.

Lei si china rassegnata a raccogliere i caduti. Uno per uno. Per uno. Per uno…

“VA-FFA-NCULO!!!”.

Non è possibile. Claudio ha parlato. Lei si gira incredula a guardarlo. Il fiato sospeso.

E’ solo un attimo, ma l’ha visto!

Oh sì se l’ha visto! Uno spiraglio sottile come una lama di rasoio sul baratro immenso della sua anima.

Solo un’occhiata. Da capogiro. Come il brivido che si può provare a dondolarsi su un’altalena posta al bordo di un precipizio. Per poi piombare di nuovo nel buio completo.

Ci impiegano tutto il pomeriggio per risistemare i dannati soldatini.

Lui chiuso nel suo abisso da capogiro.

Lei con un leggero sorriso, un accenno di stupore abbozzato sulle labbra.

Gli occhi lucidi e gonfi.

Il cuore colmo di commozione.

© RitaLopez

 

 

Sul vecchio molo

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“No. Non è che non mi piaci. E’ che IO mi sento INADEGUATA.
E’ da sempre che lo sono. Da bambina. INADEGUATA.
In ogni situazione. Con ogni persona. In ogni contesto.
Per non parlare di quelli che mi piacciono.
Per non parlare di TE, che mi piaci più di tutti”.
Quando lo incontravo per strada un ridicolo senso di agitazione iniziava a torturarmi e se avessi avuto la capacità di sdoppiarmi, mi sarei presa a schiaffi in faccia.
Facevo finta di accorgermi appena di lui e lo salutavo distrattamente, ma dentro avevo le palpitazioni a mille.
E lui distrattamente ricambiava il saluto.
E poi un giorno l’ho incontrato all’uscita di scuola, della mia scuola sul mare.
Di nuovo l’agitazione, di nuovo le palpitazioni (E CHE PALLE!!), di nuovo mi sarei presa a ceffoni in faccia.
Ma lui sorrideva. Mi sono girata un attimo, giusto per capire se ci fosse qualche bomba sexy dietro di me.
No. nessuna bomba sexy.
Il Maschio sorrideva a Me.
Il Maschio si era fermato e stava parlando. A Me.
Sorrideva e parlava. A Me.
Okay. Ci siamo ritrovati sul vecchio molo, seduti proprio in faccia agli scogli, le ginocchia penzoloni.
A parlare. A ridere. A fumare. A scrutarci con gli occhi fin dentro l’anima.
Non so quanti attimi o secoli siamo rimasti lì.
Io, lui, il vecchio molo e il mare di fronte.
Bari vecchia e San Nicola in lontananza potevano anche sprofondare in acqua.
Giù negli abissi profondi del mare.
Io non me ne sarei accorta.

(© R.L. )

L’arrotino

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Non ti bastava essere il migliore suonatore di flauto eh?
Non ti bastava incantare con la tua musica i satiri e le ninfe dei boschi, vero?
Hai dovuto sfidare Apollo, brutto bastardo di un sileno.
E questa è la punizione per saper suonare meglio di un dio.
Ora tu sei appeso a quell’albero e a me è stato ordinato di scorticarti.
Le ninfe e i satiri sono tutti qui che piangono te e maledicono me.
Sarai ricordato per sempre come Marsia che ha subito il supplizio ed io….io sarò per sempre lo Scita.
Lo Scita il malvagio, l’arrotino, lo scorticatore.
E per questo affilerò a lungo il mio coltello e ti scorticherò con calma così che tu possa soffrire e languire lentamente.
Scoprirò i tuoi muscoli e farò zampillare col sangue le tue viscere.
Tutti vedranno pulsare le tue vene.
E dopo, dopo andrò a bere tutta la notte fino ad ubriacarmi.
Maledetto bastardo di un sileno.

(L’arrotino, copia di I sec. a.C. di un originale pergameno. Firenze, Galleria degli Uffizi)

Marianna

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“Ti ricordi, marito mè?
Non volevi che andavo a lavorare ….perchè una fimmina sta male che lavora…..E mo?
E mo ca sì a u camposant…io, com aveva fa’?”
Non era ancora l’alba e Marianna si tirò su dal letto dove, al posto di un uomo, adesso dormivano tre dei suoi figli, mentre gli altri quattro erano accucciati a due a due nel resto della stanza.
Una stanza, la sua casa.
Aveva ancora un paio d’ore prima che la sirena della fabbrica suonasse.
Marianna, la possente, si tirò su i lunghi capelli.
Controllò le teste dei suoi figli, ad uno ad uno, per paura dei pidocchi.
La più piccola, sembrava un angelo!!!!, non aveva ancora due anni.
….e la fabbrica l’aspettava.
Marianna, toro scatenato, mise sul fuoco la pentola di fagioli.
Zitto!!! Zitto!!! Fece segno al figlio che aveva tirato su la testa dalle coperte e la guardava.
“Durm, ca iè nott ancora!!!!”
Francuccio rimise la testa sotto le coperte.
….e la fabbrica l’aspettava.
Marianna, il carro armato, si infilò le calze autoreggenti.
Si arrotolò le spalle e la testa con lo scialle nero di lutto, aprì la porta di casa e respirò a fondo.
Albeggiava.
….e la fabbrica urlò col suo lamento disumano e il suono fece rabbrividire Marianna più del gelo della mattina.
Marianna, la guerriera, si strinse nel suo scialle, alzò la testa e si diresse verso la fabbrica.
Per 40 anni ancora, ogni santissimo giorno, l’avrebbe affrontata.

Andrea e Roberta

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….e così, quando non aveva più voglia di studiare, andava a trovare Andrea.
Andrea, che era Andrea durante il giorno, ma che di notte diventava Roberta.
Roberta che andava a battere dietro lo stadio Flaminio.
Andrea aveva i vestiti più impensabili del pianeta: minigonne di raso verde pistacchio con i pois neri, calze a rete autoreggenti, scarpe misura 45 con tacco da 12, bustini di pizzo senza spalline, sciarpe viola della serie Muppet Show….
“Te vesti sempre come ‘na suora” le diceva Andrea, “…e mettite un po’ de robba seria!!!”.
E così lei si sfilava il poncho peruviano da “intellettuale triste” come diceva lui/lei e si infilava il vestito sexy, quello con lo spacco fino alla mutanda e il cappellino con la veletta.
“Bbella!!!!! Mo sì che sei bbella!!!!”
“Non uscirei di casa conciata così neanche sotto tortura”, rideva lei.
E poi arrivava la sera e Andrea iniziava la trasformazione.
Lei lo guardava truccarsi allo specchio, e infilarsi le calze sulle gambe depilate, lunghe tre chilometri, mentre Andrea diventava Roberta.
“Sò abbastanza “depro”??” le chiedeva quando aveva finito.
Lei annuiva con la testa.
Roberta le dava un bacio sulla fronte e uscivano.
Lei col poncho da “intellettuale triste” a prendere l’autobus e Roberta col bustino di pizzo verso lo stadio Flaminio.
Chissà quando lo avrebbe rivisto di nuovo, Andrea.

© RitaLopez

Kleobis e Biton

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Il mio nome è Cidippe e sono sacerdotessa di Era.
Sono stata la devota sacerdotessa  di Era per quasi tutta la mia vita.
Avevo due figli.
Kleobis e Biton: così si chiamavano.
Erano belli, erano forti, e non avevano ancora vent’anni.
Quel giorno c’era la grande festa in onore della dea ed il mio carro era pronto, ma i buoi non erano ancora tornati dai campi.
La mia presenza sarebbe stata impossibile se Kleobis e Biton, il mio orgoglio, non si fossero messi al posto dei buoi e non mi avessero portato al tempio.
Tutta la gente, assiepata per la celebrazione, mi guardava con ammirazione per essere la madre di due giovani così forti e valorosi.
Io, la devota sacerdotessa di Era, chiesi allora alla dea di ricompensare i miei figli con un premio: la cosa migliore che possa accadere agli uomini.
E fu così che Kleobis e Biton, dopo il banchetto, si addormentarono nel tempio e non si svegliarono mai più.
Il mio nome è Cidippe e sono sacerdotessa di Era.
Lei, la dea, non sa che da allora, durante ogni sacrificio, io la maledico.

© Rita Lopez
(nella foto: Kleobis e Biton, scolpite da Polymedes, VI sec. a.C.)

MMìinze Cule (Mezzo Culo)

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« “A ma fà du panzarott, figghje mè???”(Facciamo due panzerotti, figli miei?)
“Sì, sì mamma!!!” risposero i figli in coro».

Raccontava. Lui per me non era un vecchio come tutti gli altri.
Lui  era a metà strada tra uno  stregone saggio e un personaggio mitologico.

«“Ehh!!! Però nun teng la frisòre !!! (non ho la padella). Marietta, bell’a mammà, và alla casa di MMìinze Cule e addumandaci la frisòre. Ma ricordati,  non la si chiamann MMìinze Cule, ca s’incazz!
Chiamala Iangelìn!”».

Raccontava. Potevo sentire  il profumo del suo alito di tabacco.
Mi avvicinavo di più. Ci andavo matta per quell’odore di tabacco.

«Marietta, tremando, bussò alla porta.

Una vecchia orrida e sdentata aprì.
“Buongiorno MMìinz…Iangelìn”».

Un SUSSULTO tra noi bambini.

«“Ha detto mamma: mi puoi prestare la frisola?”.
“E ci avit fàààà???” Cosa dovete farci? urlò Mezzoculo.
“Du panzarott MMìinz…Iangelìn”».

Un altro SUSSULTO tra noi bambini.

«“E va buò va, ma me n’avit portà nu par pur a meeee!”». (Va bene, ma dovete portarne un paio anche a me!).

Non era accomodato in una canonica poltrona imbottita e variopinta, all’interno di una sala accogliente, riscaldata dal calore di un camino. No.
Lui era rannicchiato in una vecchia sedia a sdraio sgangherata, il pacchetto di Roxy senza filtro in bilico sul bracciolo di legno, e il braciere acceso sotto il tavolo scrostato della vecchia e fredda cucina.

Magro come un chiodo. Le gambe accavallate. Gli occhi torbidi a fissare qualcosa che noi non riuscivamo a vedere. Che ci era proibito. Che avremmo voluto spiare.
Eppure, era su un alto e possente trono dorato, che a me sembrava seduto. Simile ad un vecchio e mite imperatore.
Era il mio mondo. E nessuno, più di lui, sapeva rendere il mio mondo magico.

Raccontava. Ed io viaggiavo in una preziosa palla di cristallo trasparente, sospesa nel fumo della sua sigaretta.

 

© RitaLopez

Aracne

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Ho sempre amato i personaggi mitologici che osavano sfidare gli dei.

Ho sempre amato la loro incoscienza.

A scuola ci insegnavano che peccare di ὕβϱις (Hýbris), una sorta di orgogliosa superbia, era cosa gravissima, e che gli dei si sarebbero vendicati.

Potevi starne certo.

Ma gli dei a me sembravano ingiusti e bastardi.

Aracne era la tessitrice più straordinaria di tutta la Lidia.

E LEI LO SAPEVA.

Quando tesseva con le sue lunghe dita bianche, sembrava stesse suonando uno strumento musicale, e le immagini che si componevano man mano sul telaio vibravano di luce propria, come vibrano nell’aria le note di una meravigliosa armonia.

Aracne era un talento. Era straordinaria.

E LEI LO SAPEVA.

Ma Aracne aveva osato dire a tutti di essere più brava di Atena e che non avrebbe avuto di certo paura a sfidarla.

Tutti avevano udito. La voce arrivò anche alle orecchie della dea che, verde di invidia, afferrò il suo divino telaio e scese sulla terra, in mezzo ad un polverone impetuoso e grigio di nubi.

E così la ragazza tessitrice e la dea iniziarono la competizione.

Aracne tesseva e di tanto in tanto guardava fiera gli occhi di Atena, senza paura.

Atena ricambiava con odio il suo sguardo, ma ciò che vide alla fine della gara era davvero troppo.

L’opera di Aracne era un capolavoro, uno splendido arazzo con le immagini vive e  palpitanti che catturavano i raggi del sole, li assorbivano nella tela e li facevano rimbalzare davanti agli occhi stupefatti di chi guardava.

La dea furiosa, accecata dall’invidia, trasformò la ragazza in un ragno, costretta a tessere in eterno con la bocca.

Ora, ditemi voi, come facevo a non odiarla! La bastarda!

©RitaLopez

Ti seguirei ovunque

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Il sapore del suo stesso sangue in gola appena manda giù la saliva
e l’occhio talmente tumefatto da non riuscire ad aprirlo…….
“Preferisci vino rosso o bianco?”
Rosso, sempre.
“Cameriere, ci porti del rosso per favore!”
Due costole rotte e una fitta lancinante ad ogni respiro,
un pugno nello stomaco, la faccia riversa nel proprio vomito……..
“Prego signora” le disse aprendo lo sportello dell’auto
“Dove la porto?”
Dove vuoi tu.
Le tempie che esplodono ad ogni pulsazione e
un tremore diffuso nelle gambe.
“Sei bella. Sei più bella del solito stasera… Mi ami?”
Sì. Ti seguirei ovunque.

L’armadio

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La naftalina nell’armadio non era riuscita a cancellare il suo odore dai vestiti. O almeno a lei così sembrava.
Quando era sola apriva piano le ante, afferrava una giacca, un gilet, una camicia e annusava.
“Allora, fai finta che le rotelle sulla bici ci sono ancora. Non ti preoccupare, ti tengo io dietro. Tu pensa a pedalare”:
“No, non è vero, tu mi lasci. Tu mi lasci e io cado!”
“No che non ti lascio, te lo giuro.”
“Su cosa lo giuri?”
“Sulla mia testa”.
C’era il giubbotto di pelle marrone, quello che aveva indossatol’ultima volta, quello che la mamma non aveva potuto mettere in lavatrice.
Sì, quello sapeva di lui più di tutto.
Un profondo respiro.
“Se mi lasci non ti parlo più”
“Pedala pedala. Guarda avanti. Vedi? Ti tengo. Ti tengo e non ti lascio”.
Odiava la naftalina. Aveva un odore forte e pungente che cancellava tutti gli altri odori.
“Lo vedi? Stai andando da sola adesso!!”
“Non è vero, mi stai tenendo ancora tu da dietro.”
“No!!! Non ti sto tenendo più!! Stai andando da sola!!! Stai andando da solaaaa!!!”.
Qualcuno alla porta!!! Richiuse subito l’armadio.

Si scrive

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Si scrive non solo perché si hanno delle cose da dire, vere o inventate, ma si scrive anche perché può essere terapeutico.
Si scrive per non impazzire, si scrive perché viene naturale farlo, si scrive per ricordare, si scrive per denunciare, si scrive per sfogarsi, si può scrivere per lecchinaggio, si scrive per campare, si scrive perché c’è a chi piace raccontare o perché sono gli altri che ti chiedono di farlo.
Si scrive per condividere, per accorciare le distanze, per mettersi a nudo, per superare le paure e non sentirsi soli.
Si scrive per scherzare, per ridere, per riflettere e piangere insieme ad altri esseri umani che sono così immensi proprio per la capacità che hanno di scrivere e scherzare e ridere e riflettere e piangere…..al di là di qualsiasi apice o linguaggio aulico o vetta di raffinatezza che si possa o si voglia raggiungere.
L’Arte, si sa, è un’altra cosa. L’Arte di scrivere, quella è divina, ma ben venga la voglia di raccontare ed esporsi. E ben venga la tecnologia che mi permette in totale e assoluta libertà, al di là di qualsiasi pregiudizio di sorta, di leggere i pensieri profondi di alcuni, e le paure di altri, e di ridere delle cazzate di altri ancora.

Il matto

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Abitava con noi studenti, la sua stanza era su, all’ultimo piano,  vicino al terrazzo.
Stava col fratello minore, che studiava architettura.
Non ricordo il suo nome, ma ricordo benissimo la sua faccia.
Si rasava completamente la testa e andava in giro SEMPRE con una tuta bordeaux con le righe bianche sulle maniche.
Era completamente spostato. Il fratello era stato costretto a portarselo con sé dal paese e per riuscire a studiare e dare gli esami lo mandava continuamente a fare commissioni.
“Il matto”, come lo chiamavamo, apriva bocca solo per sciorinare la lista più colorita e variegata di parolacce e bestemmie che mai essere umano avrebbe avuto la fortuna di ascoltare così, gratis, tutta insieme.
Se ti capitava di incrociarlo per i corridoi ti faceva arrossire per la valanga di blasfemie che gli uscivano dalla bocca. La sua fantasia sacrilega era sconfinata.
Però era simpatico, ci faceva ridere.
Una sera mentre guardavamo la TV nella sala al piano terra, due tizi col kway e il cappuccio in testa entrarono di corsa e lanciarono una rudimentalissima bomba molotov proprio in mezzo agli studenti.
C’erano anche “il matto” e suo fratello, che si ustionò il braccio e mezza faccia.
Fu un attimo. “Il matto” fulmineo come un ghepardo  sulla preda,  era già per strada che correva.
Come un matto, appunto.
Tirò fuori un coltello e ferì uno dei due col kway.
L’ultimo ricordo che ho di lui è quando le guardie se lo portarono via in manette, un paio di giorni dopo.
Guardavamo muti dalle finestre appannate.
“Il matto”, nella sua solita  tuta bordeaux con le righe bianche sulle maniche, urlando e ridendo in faccia ai carabinieri, snocciolava, senza risparmiarsi, la lista più incredibile e inimmaginabile e interminabile di bestemmie e blasfemie della storia del creato.

©RitaLopez

Non avrò paura

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Troverò il coraggio di voltare pagina
Racimolerò le forze e ricomincerò da capo
Rinuncerò a tutto ciò che ho dato per scontato
Mi libererò dalle pastoie soffocanti di questo quotidiano
Non avrò paura del nuovo
Fuggirò a gambe levate da ciò che è vecchio e stantio
Riassaporerò la gioia di svegliarmi ogni giorno in un giorno nuovo
Andrò a dormire ogni notte con la consapevolezza di avere vissuto
‘Fanculo a tutto il resto

Scopone scientifico

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Guardare giocare a scopone scientifico gli uomini di casa mia era uno spettacolo.
Il tavolo quadrato al centro della stanza a casa della mia bisnonna e una cappa di fumo spessa sulle loro teste.
Sbattimenti di mano sul legno, quando si faceva punto, che anche tu saltavi dallo spavento.
Urla baritonali disumane se il compagno di fronte non aveva capito il tuo gioco.
Gli occhi puntati dei parenti, in piedi, alle spalle dei 4 giocatori e il ripiombare ancora in un silenzio surreale, per poi sentire esplodere il “bang” del pugno che sbatteva la carta sul tavolo.
Di nuovo le palpitazioni.
Di nuovo le accuse a chi non aveva capito, le voci alte e un’atmosfera quasi da preludio di un omicidio.
Una teatralità, gente, una teatralità da far impallidire Molière.
E ancora religioso silenzio, talmente sacro e religioso che pure il Cristo con il costato squarciato, lì appeso alla parete, sembrava quasi aver timore di infrangere.

“Marilyn Monroe”

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Ero in prima o seconda media. Nel mio quartiere malfamato giù a Bari, il Libertà, chiamato“il Bronx” dalla gente dei quartieri alti.

Lui era bellissimo. Peccato  fosse un teppista. Non andava neanche più a scuola.

In terza media c’era una ragazza: era soprannominata “Marilyn Monroe”, per via delle curve a profusione e della terza abbondante.

Non avevamo praticamente NIENTE in comune, tranne due cose: la terza abbondante e il fatto che ci piacesse lo stesso teppista.

Un giorno ho avuto uno scontro ravvicinato con lei, un battibecco da ragazzine, niente di che, ma lei era una tosta e ha cercato anche di alzare le mani. Io glielo ho impedito come meglio potevo.

Però ad un certo punto mi ha preso il dito medio e me lo ha letteralmente girato dall’altra parte. La stronza!

Pensavo che me lo avesse rotto. Non ho urlato, non ho fiatato, ma non per coraggio.

E’ che sono fatta così: quando mi faccio male, non riesco ad urlare. Mi capita anche ora.

Sta di fatto che non so per quale recondita, misteriosa, inspiegabile ragione, il teppista scelse me.

(Forse perché aveva scambiato la mia reazione silenziosa per stoica cazzutaggine?)

Sono andata in giro con il mio dito medio alzato e gonfio per una settimana perché non riuscivo neanche a piegarlo.

Ma a me non importava nulla. Ero io la ragazza del teppista.

Lui per un po’ è venuto a prendermi all’uscita di scuola.

Quando in mezzo alla folla di ragazzi che si accalcavano riuscivo a scorgere Marilyn Monroe, la salutavo prontamente alzando la mia mano infortunata col dito medio ben teso e dolorante.

© RitaLopez

 

Tarpea

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Lei viveva a Roma. Era di Roma.

Era scesa dal colle per attingere acqua alla fonte, quando un gruppo di Sabini la circondarono.

“Aiutaci ad entrare in città. Ti daremo in cambio qualunque cosa”, le dissero i nemici.

“Voglio quello che portate alla mano sinistra”, rispose la ragazza.

Quella notte lei aprì la porta della città ai Sabini, guidati dal loro re, Tito Tazio.

Il re sabino pensava che la fanciulla, in cambio del tradimento, volesse i bracciali e gli anelli d’oro che tutti loro usavano portare alla mano sinistra. Non è quello, che vogliono tutte le ragazze?

Non è per i monili d’oro che impazziscono tutte quante?

Tito Tazio però non mantenne la sua promessa e una volta entrato di nascosto a Roma, incitò i suoi soldati a scagliare i propri scudi su quella sciocca che aveva tradito il suo popolo.

E i soldati così fecero. Ad uno ad uno. Scagliarono i pesanti scudi sul  corpo della vergine.

Non sapeva, il re sabino, che lei proprio agli scudi si riferiva, quando le aveva chiesto cosa volesse in cambio del tradimento.

Anche gli scudi sono impugnati con la mano sinistra.

Lei lo sapeva bene: i nemici, una volta entrati nella città e sprovvisti della principale protezione, lo scudo, sarebbero stati facilmente uccisi dai Romani. Il suo popolo.

E così fu. I Sabini furono sconfitti.

Anche lei morì, sepolta dalle armi nemiche.

Nessuno seppe mai se fosse una traditrice o un’eroina.

Il suo corpo fu gettato dalla rupe che da lei prese il nome.

E il suo nome era Tarpea.

E allora? Chi è lo sciocco? Chi è?

©RitaLopez

 

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Domani. Esattamente 31 anni.
Chi dice che il tempo guarisce ogni ferita dice stronzate.
Chi cerca parole consolatorie per metterti l’anima in pace dice stronzate.
A me non è bastato immaginarti in un’altra dimensione, io avevo bisogno di te QUI ed ORA.
Quello che è successo, il modo in cui è successo, è stato un peso troppo grave da gestire, per me adolescente, ed ha condizionato tutta, tutta la mia vita e le relazioni con gli altri.
Ho vissuto in un senso di mutilazione perenne, di insicurezza costante, di inferiorità oggettiva. Mi sono sentita marchiata a vita.
La gente non sapeva che quella che percepivano come la mia forza, tenacia, caparbietà, non è stato altro, e ancora è, un trucco per non impazzire.
Sei come un buco nero che non riesco a colmare.
Sei una voragine senza fine.
Buon compleanno nella tua nuova vita, Pà.
Non basterà l’eternità intera per risarcirmi di questi anni senza di te.