Mese: aprile 2015

La Vespa di Vito

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Vito vendeva le bombole a gas sotto casa di nonna.
Ogni sera tirava giù la serranda arrugginita del negozio, facendo il casino infernale di mille mitragliatrici.
Montava sul Vespone azzurro. Lui al posto di guida e la moglie dietro, seduta con tutte e due le gambe da un lato, che cercava di tirarsi giù la gonna che sembrava doversi scucire da un momento all’altro attorno alle cosce floride.
La moglie di Vito e la sua meravigliosa circonferenza media di 180 cm dalle spalle alle ginocchia: una mano che teneva giù la gonna e l’altra che premeva, contro il suo petto, il torace del figlio più piccolo che le sedeva in grembo.
Un secondo figlio stava in mezzo ai genitori, spiaccicato tra le spalle del padre e il seno ingombrante della madre. Gli si vedeva solo la faccia, messa di lato per poter respirare, e le gambe sottili a cavalcioni del sellino.
Il terzo figlio, più grandicello, si sistemava invece in piedi, in mezzo alle gambe di Vito. Poggiava anche lui le mani sulle manopole, accanto a quelle del padre, e faceva finta di guidare.
Io e nonna li salutavamo dal balcone.
“Sciate chian!!!” Andate piano! diceva nonna.
Ma pure volendo, come poteva andare più veloce di così la Vespa di Vito, con tutta quella gente ammucchiata sopra?
Li guardavo allontanarsi piano piano, sul Vespone azzurro simile ad un lento sommergibile, lungo la via piena di gente e piena di grida e piena di vita, fino a che diventavano un puntino indistinguibile in fondo in fondo.

© RitaLopez

Circe

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Conoscevo le proprietà e gli effetti medicamentosi di ogni singola pianta, foglia, radice.

Sapevo dosare e combinare le erbe, perché io ero Circe, l’esperta dei farmaci.

Ma ero anche Circe dalla bellezza prorompente e seduttrice,

la donna consapevole del proprio potere incantatore,

pericolosa creatura che offriva da bere agli uomini i suoi  filtri e i suoi intrugli, capaci di curare, sì, ma anche di rivelare la loro natura più intima.

Offrivo loro da bere ed ecco che alcuni si trasformavano in coraggiosi leoni, altri in cani fedeli, altri ancora in timide pecore o viscidi ratti.

E poi sei arrivato tu Ulisse, con i tuoi amici spocchiosi, che mi guardavano con occhi umidi e lascivi e una sola idea nella testa.

Ho offerto da bere anche a loro e si sono tramutati in porci.

I miei filtri non sbagliavano mai.

Ma tu, Ulisse, tu eri furbo.

Ti eri procurato l’antidoto alle mie pozioni, eppure, la tua astuzia non è servita a soggiogarmi.

E mi sono divertita un mondo a vedere la tua faccia di maschio turbato, quando sono stata io a chiederti di giacere con me.

Le donne che decidono fanno paura.

Le donne che prendono l’iniziativa sono un pericolo.

E quando mi sono resa conto che mai  avresti  compreso che non mi interessava né la fedeltà coniugale, né il silenzio accomodante delle vostre donne, esasperata, annoiata, ti ho lasciato andare.

Vai Ulisse, parti pure e non farti vedere più.

Sapevo benissimo, già da allora, che tu saresti stato ricordato per sempre come l’eroe eccelso, ed io come la strega scellerata, la maga pericolosa e incantatrice.

Circe la maga.

Ma davvero pensavi che mi importasse qualcosa?

Non mi è mai importato. E ancora non m’importa.

© RitaLopez

Filare dritto

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Perdonami madre, ma sono stanca di filare dritto.

Lascio qui sul  tavolo il fuso che mi avevi regalato da bambina,

perché imparassi presto i lavori di una brava donna di casa.

Lo lascio insieme alla mia vita predestinata e predefinita,

e al tuo sogno confezionato da anni,

che però non coincideva col mio.

 

Perdonami padre, ma sono stufa di filare dritto.

Lascio qui sulla  sedia il velo stropicciato della sottomissione,

perché possa soddisfare ancora la tua cieca autorità.

Lo lascio insieme ad ogni punizione subita,

anche a quelle sopportate ingiustamente

per non scalfire la rispettabilità ottusa a cui tenevi tanto.

 

Perdonami mio sposo, ma non ho più intenzione di filare dritto.

Lascio qui sul  letto l’abito nuziale che ho indossato anni fa,

perché tu possa offrirlo, con la stessa leggerezza, ad un’altra disposta ad accudirti.

Lo lascio insieme ai legacci di questa relazione stantia,

protratta per troppo tempo oltre ogni limite e sopportazione,

senza più ombra di aura sacra, né di infiammato desiderio.

 

E so bene che domani ciascuno di voi

disapproverà, dicendo che ho rovinato la mia vita,

ma quello che avete fatto di me non mi interessa più.

Ho la libertà di rovinarmi oggi stesso

e questa libertà è forse l’unica che io abbia mai avuto.

E allora la prendo con passione,

la prendo con rabbia.

La prendo perché ho deciso che non filerò mai più dritto in vita mia.

©RitaLopez

Tutta la vita e l’ amore del mondo

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17 anni e il cuore infestato dai fantasmi.

17 anni quando siamo diventati amici, nel periodo più maledetto delle nostre vite.

Fatti incontrare da un destino infame e beffardo in una notte appiccicosa di zanzare.

Te lo ricordi?

Costretti a vorticare su una giostra terribile,

senza alcuna alternativa, se non quella di tenerci stretti dentro la tua macchina usata,

parcheggiata dove la notte era più buia, proprio sul bordo della scogliera,

mentre la nostra città bianca era così illuminata, in lontananza, da sembrare in fiamme.

Tenevo la testa sul tuo petto e chiudevo gli occhi.

“Tienimi stretta” pensavo.

E tu mi stringevi, senza che io avessi parlato,

e la giostra  per un attimo si fermava dal suo terribile vorticare.

Le mani forti di chi lavorava in raffineria di giorno.

Le mani leggere del ragazzo che accarezzava la mia schiena di sera.

Te lo ricordi?

Ci sono amori intensi ma disperati,

amori stretti in un abbraccio dal sapore straziante,

simile al ruggito di un leone catturato.

Amori evidentemente diretti verso una sconfitta clamorosa,

come avviene agli eroi di un film senza pretese, che laceri e ridotti a brandelli, se ne fottono e vanno avanti.

Eppure tutta la vita del mondo era racchiusa in quell’abbraccio,

in quel respiro caldo senza parole,

e nelle lacrime che, alla fine, non riuscivo a trattenere.

Tutta la vita e l’amore del mondo dentro quella tua macchina usata,

parcheggiata al bordo della scogliera.

Con l’anima in fiamme.

Con il cuore tremante.

E niente. Io me lo ricordo.

Me lo ricordo bene.

©RitaLopez

Di Sara e delle sue varie morti

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La prima volta che si sentì morire era solo una bambina,

calzettoni di cotone  fin sotto le ginocchia sbucciate e occhi di fuoco ardente.

Le mani grinzose ed indiscrete di un uomo, che poteva essere suo nonno,

su per le cosce muscolose e abbronzate dal primo sole caldo di aprile.

Quella fu una morte inconsapevole e istantanea.

E morì di nuovo, anni dopo,

quando due coetanei, che potevano esserle fratelli,

la presero nel vicolo disabitato là sotto la vecchia ferrovia,

tra l’immondizia ammassata che puzzava di rancido, lungo i bordi dei marciapiedi,

mentre un mare di finestre, lassù in alto, la osservavano nel buio della notte,  con gli occhi chiusi e le orecchie tappate.

Quella fu una morte vergognosa e urlata.

Ma morì anche quella volta che l’uomo dal cui seme era stata generata, suo padre,

l’abbandonò per sempre,

subito dopo un litigio di parole sbraitate uno sulla faccia dell’altro,

senza neanche il tempo di chiedere scusa,

senza neanche il tempo di fare pace.

Quella, signori,  fu una morte devastante.

E morì ancora molto tempo dopo,

quando l’uomo di cui era  innamorata, il suo sposo,

le mise addosso le mani, con rabbia, con violenza,

lasciandole i segni sul collo per un paio di settimane,

e quelli sull’anima per sempre.

Fu una morte a sorpresa. Una morte incredibile.

E di tante altre morti mi raccontò Sara,

quell’ultima volta che andai a trovarla,

seduta nel buio della sua cucina

davanti a una bottiglia di pessimo whiskey.

Eppure ogni volta era rinata, risorta con rabbia dalle pastoie di dolori bastardi.

Era temprata come l’acciaio Sara. Dura come roccia.

Una miracolosa araba fenice dalle possenti ali, vibranti di orgogliosa e indomabile forza.

Morì definitivamente di cirrosi epatica, così mi dissero.

Ma non ci ho mai creduto.

Sara non poteva morire.

Il suo fuoco ardente, lo stesso che le faceva brillare gli occhi da bambina,  l’avrà trasformata in brezza marina,

o in un gospel armonioso,

o in questa farfalla dalle ali nere che sta svolazzando adesso, davanti alla mia finestra.

©RitaLopez