Mese: dicembre 2014

Per niente al mondo

Cibo-tazza-di-latte-ruscello-Bianco

La tazza di latte, ogni mattina, anche se a me non piaceva.

E poi quella terribile pellicina sottile che si formava sulla superficie e che mi procurava una serie irrefrenabile di conati di vomito.

Era impossibile farti capire che a me il latte, soprattutto caldo, mi faceva schifo.

Eppure questa situazione, quella della tazza fumante di ogni santissima mattina, la trovavo paradossale e divertente allo stesso tempo.

Una sensazione di disgusto totale solo alla vista del liquido bianco che avrei dovuto ingurgitare ma, ti giuro, trovavo divertente la tua ostinazione, il fatto che per te non c’era, non poteva esserci, un altro modo di fare colazione.

Ed in fondo io quello volevo. L’incredibile e rassicurante sensazione di trovare ogni mattina, sul tavolo della cucina, quella roba là che io, inevitabilmente, non avrei bevuto neanche se costretta da un plotone di esecuzione.

Ma come facevo a spiegarti che a me andava bene così?

Mi gridavi per le scale, mentre scendevo i gradini a due, a tre alla volta: “E nudd mangj?!?” (non mangi niente?).

Ed io,  che già ero pronta a balzare per strada, ti rispondevo: “Non ho fameeee!!!”

Ma come, come facevo a spiegarti che, in fondo, io quello volevo?

Come facevo a spiegarti che non avrei scambiato le mie colazioni e le mie tazze di latte con relativa disgustosa patina in superficie, con niente altro al mondo?

E da nessuna altra parte del mondo avrei voluto trovarmi, se non in quella vecchia cucina, fredda come un frigorifero, con gli occhi di Cristo che dalla parete mi fissavano quasi imploranti … (tanto non lo bevo il latte!!!).

Per niente al mondo avrei rinunciato alle lattine di CocaCola usate come salvadanai, ben nascoste negli stipiti della credenza, in fondo a tutte le pentole di alluminio.

E con niente altro al mondo avrei scambiato le mie calze rammendate cento volte, che mi procuravano un fastidio enorme, là dentro le scarpe vecchie.

Ti giuro, mai mi è mancato qualcosa.

Né la colazione della mattina, né la paga settimanale, né le settimane bianche, né il corso di danza o di nuoto o di pianoforte, né i vestiti nuovi… Niente di niente.

Come facevo, come faccio a spiegarti che non ne ho mai sentito la mancanza?

Non mi è mancato nulla. Ti giuro. Mai.

© RitaLopez

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La bambina dai capelli turchini

Guardai attraverso le sbarre della finestra e lo vidi. Era poggiato con le spalle al lampione, al bordo del marciapiede.
Subito dopo la “Bambina” lo raggiunse.
Era bellissima.

Pinocchio 2.0 : riscriviamo sogni e bugie

Presentazione standard1

Si era laureata in Psicologia con il massimo dei voti.
Un dottorato sulla devianza giovanile e poi il concorso al Penitenziario.
Superato brillantemente, anche quello.
Mi sfugge il suo nome, ma noi, i ragazzi del Penitenziario, la chiamavamo “La Bambina dai Capelli Turchini”, per via del colore corvino dei suoi lunghi capelli, con i riflessi azzurri.
Avete presente quando il cielo è completamente oscurato, appena prima che sprofondi nella notte più buia, ma in fondo in fondo si percepisce ancora, nettamente, una nota di azzurro nell’aria?
Ecco, i suoi capelli erano di quel colore là.
Li portava perennemente legati, tenuti stretti, in basso, dietro la nuca.
Era brava, seria, puntuale.
Era una che aveva passato la sua adolescenza china sui libri, a studiare. E si vedeva.
A noi, giovani e impetuosi “devianti” sociali piaceva un sacco, perché aveva negli occhi quell’aria ingenua da…

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Aletis, la festa dell’altalena

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C’era un pastore ad Atene, di nome Icario.

Dioniso gli aveva rivelato il segreto per fare il vino ed Icario fece assaggiare il nettare meraviglioso agli altri pastori.

Ma questi, inebriati dalla strana bevanda, credendo di essere stati avvelenati, lo uccisero.

Aveva anche una figlia Icario. Erigone si chiamava.

Quando la ragazza non lo vide tornare, si mise a cercarlo dovunque.

Vagò nei campi attorno ad Atene e alla fine trovò il cadavere del suo adorato padre sotto un grande albero.

Erigone, per il dolore, prese una corda e si impiccò ad un grosso ramo. Il suo corpo dondolava come una canna al vento.

Avanti e indietro. Avanti e indietro.

Dioniso per punire i pastori, colpì l’Attica con una terribile pestilenza.

Un morbo infame spingeva tutte le fanciulle ad impiccarsi ai rami degli alberi.

Fu così che per placare l’ira di Dioniso fu istituita la festa dell’altalena, le Aletis, dal greco alèin, che vuol dire errare, dondolare, vagare.

Le ragazze dondolavano appese ai rami degli alberi, legate a delle corde, in onore di Erigone.

Avanti e indietro. Avanti e indietro.

E, da allora, ogni volta che una bambina sale sull’altalena e inizia a dondolare forte, fino a toccare il cielo con le gambe, la “vertigine” la prende allo stomaco.

Per un attimo, un solo attimo, la “vertigine” la strappa dal mondo del razionale e la lancia nell’imponderabile, nell’inafferrabile.

Per un attimo, un solo attimo, le ragazze danno uno sguardo a quello che c’è “oltre”.

Per un attimo, un solo attimo, tutte le fanciulle su un’altalena, sospese nell’aria, sanno cosa è l’estasi.

Avanti e indietro. Avanti e indietro.

L’altalena salvò le ragazze dal suicidio.

Forse è per questo che nel momento in cui una donna oscilla pericolosamente e si trova all’apice di un vortice, il suo lato più giocoso ed erotico e liberatorio e creativo, può esplodere inaspettatamente, rendendola così bella, così magica, così speciale.

©RitaLopez