Mese: novembre 2016

La cosa più buona del mondo

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Il vento di tramontana, dritto sulla faccia, mi gela le guance e mi fa lacrimare gli occhi.
Chissà perché ho ripensato a te questa mattina.
Era così ogni volta che dormivo a casa tua: ti sentivo sgusciare da sotto le coperte, nella tua camera da letto, e trascinare i piedi in cucina dove ti preparavi il caffè con la macchinetta napoletana.
Mi alzavo anch’io e ti seguivo.
Faceva freddo in quella casa senza termosifoni ma tu, in canottiera, di fronte al lavandino di pietra, ti buttavi l’acqua gelata sulla faccia.
“Brrrrr!!” dicevi alla fine, facendo vibrare vistosamente le labbra e scuotendo la testa da una parte all’altra, schizzando dappertutto un pioggia ghiacciata.
Ridevo coprendomi il viso con le mani.
Bevevi il tuo caffè come fosse la cosa più squisita del mondo. Un sorso e una boccata di sigaretta. Un sorso e una boccata di sigaretta. Lasciavi la tazzina vuota sul tavolo e io col dito raccoglievo lo zucchero sul fondo e, avevi ragione!, era la cosa più buona e squisita del mondo.
E poi arrivava il momento per me più divertente.
Ti avvolgevi le gambe con i fogli di giornale, prima di infilare i pantaloni.
E lo stesso facevi attorno al petto, prima di indossare la giacca.
“Ammèn iosce!”. Fa freddo oggi.
Quando avevi finito, ti chinavi verso di me e ti toccavi la guancia con l’indice. Ti davo un bacio e uscivi di casa.
Correvo ad infilarmi ancora per un po’ sotto le coperte.
E mi piaceva immaginarti mentre pedalavi sulla tua bicicletta accanto al lungomare incazzato e ventoso, nella tua buffa armatura. Le spalle strette per ripararti dal freddo. Potevo vedere il maestrale scaraventare le onde sugli scogli, nella furia della mareggiata, e coprire di schiuma bianca l’asfalto della strada, ma tu, il mio eroe bardato di fogli di giornale, la testa bassa, gli occhi strizzati, il sapore di caffè in bocca, le schivavi ogni volta.
Così ti immaginavo allora.
Così ti ho immaginato stamattina.

©RitaLopez

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La maledizione di Aelia

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E’ grigio e plumbeo il cielo di Roma sopra la città che ancora dorme. Ma alla giovane Aelia non importa.
Pioggia e lacrime sul suo viso sconvolto.
Il vento d’autunno le schiaffeggia le gambe.
Corre Aelia. Corre verso la necropoli fuori le mura. E non ha paura.
Ripensa al giorno prima, a quando ha svoltato l’angolo della Subura, e li ha visti. Fausto, il suo amato Fausto, e Rodine tra le sue braccia.
Le dita delle mani intrecciate. Le bocche che si cercavano con avidità.
Non dorme Aelia. Non dorme per tutta la notte. E medita.
Incide con mano tremante la sua maledizione su una tavoletta di piombo. E all’alba esce di casa.
Pioggia e lacrime sulle guance smunte.
Arriva nel luogo dove sono sepolti i morti, al di là della cinta muraria e scava. Scava una buca con le mani nude, per consegnare la sua dannata preghiera al dio degli inferi.
“Dis Pater, Plutone, io ti prego, poni fini all’amore tra Rodine e Fausto.
Come il morto che è qui sepolto non può né parlare, né discorrere, così Rodine sia morta per Marco Licinio Fausto”.
Non sente il freddo sulle mani. Non sente i graffi delle piccole pietre taglienti sulle dita. Ripone la sua maledizione sul fondo umido e accogliente della terra.
Quasi in preda ad un’eccitazione febbrile, ricopre freneticamente la buca.
Il vento le sferza i capelli sul collo bianco.
E ancora pioggia e lacrime sulle sue gote.
Si copre il capo con il mantello e con le scarpe fradicie e il cuore in subbuglio, ripercorre la strada che la riporta alla Subura, prima che Roma si svegli.

(Nella foto una “tabella defixionis” (tavoletta di maledizione) trovata in via Latina, da una tomba a circa mezzo miglio da Roma. Metà del I sec. a.C. Museo delle Terme di Diocleziano, Roma).

© RitaLopez

Giovanna

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Si accascia sulla sedia della vecchia cucina. Le braccia sulle gambe. E si guarda intorno.
Si guarda intorno, Giovanna.
I capelli spettinati. La camicia sbottonata. La tazzina di caffè che fuma sul tavolo.
Si guarda intorno, quasi in cerca di una motivazione.
Solo un piccolissimo granello di motivazione, che la spinga ad alzarsi, a scuotersi, a fare quello che deve fare.
Lo sguardo scivola sui pensili della cucina, e sulla finestra con le tendine color crema, e sui ciclamini viola che fanno capolino dal davanzale.
Scivola lo sguardo di Giovanna. Scivola senza mai soffermarsi. Scivola come liquido untuoso sugli oggetti.
E’ sopraffatta dalla stanchezza. Di prima mattina.
Il cuore grigio come il cielo. E nessun palpito di gioia.
Si ricorda del caffè. Solleva la tazzina e sorseggia. E’ quasi freddo ormai.
Quando ha finito, lascia finalmente la sedia e si trascina pigramente alla finestra.
Scosta le tendine color crema.
Il cielo grigio come il cuore. E nessun segno di schiarita.
Ti ho pensato Giovanna, mentre camminavo sotto la pioggia sottile di questa mattina.
Ti ho pensato, e avrei voluto chiamarti per dirti di cambiare aria.
Anzi, avrei voluto essere lì, nella tua cucina, per prenderti a schiaffi e urlarti di cambiare aria.
Al diavolo le tue tendine color crema. Al diavolo i tuoi ciclamini e la tua dannatissima vecchia cucina!
Cambia aria, Giovanna!
Cambia aria!

© RitaLopez