Lo zainetto rosso di Saman

Novellara si trova nel centro esatto dell’Emilia Romagna, nel cuore della pianura Padana. Distante un’infinità di chilometri sia dal mar Adriatico che dal mar Ligure. Un tempo, qui, c’erano solo estese paludi, ma poi l’area è stata bonificata. Per gran parte dell’anno nebbie cupe e persistenti calano su tutta la zona circostante, rendendo difficile la vista, da lontano. Strade, case, alberi sono offuscati da questa bruma densa e ovattata, che rende l’aria di un colore grigiastro, uniforme.  

In quei giorni sbiaditi, solo lo zainetto rosso di mia sorella spiccava lungo la via sterrata che si dirige verso casa nostra. Dietro i vetri della finestra riuscivo a scorgerlo da lontano, il suo zainetto rosso. Alla vista di quel guizzo di colore, in mezzo alla foschia, sapevo che Saman, mia sorella, stava tornando. Era rientrata dalla comunità cui era stata affidata, ma era tornata più ribelle che mai, secondo il punto di vista dei miei genitori. Ogni volta che Saman era a casa, litigava furiosamente con loro. Voleva decidere lei se sposarsi. Chi sposare. Voleva andare via. Si strappava il velo nero che mia madre le imponeva di indossare. Lo scaraventava per terra. I suoi capelli lunghi e ricci sembravano esplodere e aggrovigliarsi scandalosamente lungo i suoi fianchi.  

Era bella Saman. A volte l’ho spiata mentre si truccava davanti allo specchio, nella sua stanza. Tirava fuori il rossetto dal suo zainetto rosso e se lo passava sulle labbra a forma di cuore. Si guardava allo specchio. Si pavoneggiava. Sorrideva a sé stessa. Sorridevo anch’io. Sorridevo a tutte e due: alla ragazza dalla bocca a cuore e a quella con il velo nero sulla testa.  

Un giorno sentii mia madre che diceva a mio padre: “Le parole, con lei, non bastano più”. Non capii a cosa si riferisse, ma adesso ho ricollegato tutto. La notte del Primo Maggio mia sorella, quella con la fascia nei capelli e il rossetto sulle labbra a cuore, si avviava col suo zainetto rosso sulle spalle, lungo la via sterrata che porta ai campi. Ad aspettarla c’erano mio zio e i miei cugini, armati di pale.  

Servirono solo tredici minuti. Tredici minuti per punire la ragazza indegna. Tredici minuti per “un lavoro fatto bene”. Tredici minuti per riparare all’onta, per restituire l’onore alla famiglia. Dalle immagini della telecamera di sorveglianza in cui si vede Saman, mia sorella, andare verso il suo patibolo, alle immagini in cui mio padre torna, portando tra le mani il suo zainetto rosso, passano tredici minuti.  

Saman, la ragazza con la bocca rossa a cuore, non c’è più. Ma non c’è più neanche l’altra, quella costretta a indossare il velo nero. Perché ogni ragazza del mondo che decide di opporsi alle nozze combinate, ha il diritto di dire no. Perché quello che è successo a mia sorella con la bocca a cuore e all’altra ragazza col velo nero sulla testa, si chiama “violenza contro le donne”.  

Si chiama “femminicidio”.  

L’unica cosa che c’è, che è rimasta, che sempre rimarrà, pesante e fitta come la nebbia, è l’“onore” che credono preservato, così disgustosamente fetido di morte.  

©Rita Lopez

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