Mese: gennaio 2019

Sirio B

vignetta

Si dice che la mia tribù, quella dei Dogon, nella Repubblica del Mali, si sia messa in contatto, in un passato lontanissimo, con  misteriosi alieni abitanti di altri mondi. Si dice che essere evoluti, provenienti da un pianeta della stella Sirio, abbiano svelato alla mia gente l’origine della vita.

Io avevo solo 14 anni e anche se sono stato uno dei pochi fortunati a frequentare la scuola, credevo a quello che dicevano i nostri vecchi saggi.

Solo pochi anni fa gli astronomi moderni hanno potuto confermare l’effettiva esistenza del pianeta della stella Sirio, che hanno chiamato Sirio B. Ma noi della tribù dei Dogon lo sappiamo da sempre che Sirio è una stella multipla e che l’orbita ellittica di Sirio B richiede un tempo di quasi 60 anni. Per questo, da sempre, la nostra festa più importante si svolge ogni 60 anni. Si costruiscono maschere enormi a forma di serpente, lunghe anche 10 metri.

Io a scuola ero tra i più bravi. Percorrevo otto chilometri al giorno, fra andata e ritorno, per raggiungere la città di Timbuktu. Ero bravo in tutte le materie, anche in scienze ma, nonostante questo, non ho mai smesso di credere alle leggende misteriose dei nostri vecchi e al nostro legame speciale con la stella Sirio B.

Un pomeriggio un gruppo di jihadisti colpì la città. Undici mortai lanciati in direzione del “super camp” dell’Onu. Tre autobombe mascherate da vetture delle Nazioni Unite e dell’esercito maliano. Una cinquantina di assalitori con armi automatiche, cinture esplosive e finti caschi blu. Fu un massacro. Riuscii a scappare tra la folla urlante e arrivai al villaggio con i vestiti sporchi di fango e del sangue schizzato dai morti esplosi vicino a me.

Fu allora che la mia famiglia e i saggi della tribù dei Dogon, decisero che dovevo andare via. Dovevo abbandonare la mia Terra e tentare la fortuna in Europa. Lì, secondo la mia gente, uno bravo e studioso come me avrebbe avuto l’opportunità di diventare qualcuno. Mi ribellai. Piansi. Strepitai. Ma così era stato deciso per il mio bene. Il giorno della partenza mamma ripiegò con cura la mia pagella e la cucì delicatamente all’interno della mia giacca migliore, quella che avrei indossato per il viaggio.

“Fai vedere a quella gente chi sei, quanto sei bravo. E ti vorranno bene”.

Mi baciò sui capelli ed entrò nella nostra capanna, senza più voltarsi.

Mio padre e mio zio mi accompagnarono. Fu un viaggio lunghissimo e pericoloso. Sulle coste a est di Tripoli c’era un grande barcone, che mi aspettava. Ricordo una moltitudine di gente accalcata, che cercava di salire. Urla. Pianti di bambini. Donne spaventate. Guardai mio padre con occhi imploranti.

“Va’” mi disse. “Che la tua vita sia felice”.

Non ebbi neanche il tempo di abbracciarlo. Fui spinto letteralmente nella stiva del barcone.

E poi non so più niente. So solo che viaggiammo al buio, intrappolati come topi nella pancia del peschereccio. Tra il vomito. E la puzza degli escrementi. E il sudore. E le lacrime.

So solo che chi guidava quel barcone stracarico di migranti, era ubriaco e fumava hashish.

So solo che fu la tragedia più grande di sempre e che morimmo in più di 700. Alcuni dicono più di 900.

Ma la cosa più importante che so, è che i saggi della mia tribù avevano ragione.

Sirio B è bellissima. Si sta lentamente spegnendo ma, fino ad allora, ci vorranno miliardi di anni.

La pagella che mamma mi aveva cucito all’interno della giacca, qui non mi servirà.

© RitaLopez