Mese: novembre 2014

E non ti ho più pensato, Pà.

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Questo è uno di quei giorni, Pà, in cui devo stare da solo.

Devo lasciare che i  pensieri  che si affollano nella mia testa trabocchino liberamente, senza che io possa trattenerli.

Devo lasciarvi andare, te e i miei pensieri,  prima che impazzisca.

Posso solo guardare questo flusso impetuoso, simile a quello di un fiume in piena e  farmi travolgere dalla sua corrente.

Siamo io e te, nella vecchia cucina.Tu chino a battere  i chiodi col martello. Io seduto sul tavolo, mentre addento una pera matura e  dondolo le gambe dinoccolate.

Ti guardo le spalle e penso ai tuoi polmoni malati.

So con certezza che un giorno me ne andrò da questa topaia. Via da questo posto dimenticato da Dio, via da questi vicoli impregnati dell’odore malsano  di verdure rancide e di piscio di gatto, via da questa cucina che puzza di cavolo bollito e ribollito.

Ti guardo sull’uscio di casa mentre mi saluti col braccio alzato. Le tue mani, Pà.

Le tue mani hanno il dorso coperto di piccole venuzze azzurrine.

Perché, prima di andare,  non  le ho ricoperte di baci?

Perché non ho annusato le tue dita gialle di tabacco?

Appena voltato l’angolo, ho buttato i miei libri nel primo cassonetto dell’immondizia.

E non ti ho più pensato, Pà. Per lunghi anni, ti confesso, non mi sei mancato.

Ero troppo affamato di vita, e di storie, e di viaggi in autostop, e di ragazze facili.

E di sbronze notturne  sul vecchio molo, mentre qualcuno degli amici leggeva  i passi vertiginosi di Bukowski.

E i furti deplorevoli in un vecchio alimentari del centro, quando non avevo soldi ma la fame mi si attorcigliava tenacemente tra le budella.

E i  lavori saltuari e malpagati, lì nel  quartiere malfamato in cui abitavo.

Affamato di studi folli e disperati,  rubati nel cuore della notte, alla luce di una torcia elettrica sotto le coperte.

Affamato dei  baci di donne che mai mi avrebbero amato e degli abbracci della madre che  mai ho conosciuto.

Mille volte sono caduto, mille volte  sono stato  ferito.

Processato come un delinquente. Imprigionato come un cane.

Ma ogni volta, Pà, mi sono rialzato.

Solo quando la mia fame si è placata ho ripensato a te, chino a lavorare con la pialla vicino al camino della vecchia  cucina.

Se chiudo gli occhi, sento ancora adesso  la nostalgia che mi prende alla gola, l’ansia di rivederti prima che sia troppo tardi, la smania di raggiungere il nostro vecchio vicolo puzzolente di verdure rancide e piscio di gatto.

Faccio gli ultimi metri di strada di  corsa e spalanco la porta accostata della nostra topaia.

Ho un tuffo al cuore quando ti vedo, seduto vicino la finestra, mentre mi volti le spalle, il bastone tra le mani.

Non mi hai sentito. Il tuo udito è peggiorato.

Sei semplicemente assorto a guardare attraverso i vetri. Forse è proprio me che aspettavi.

Pà, credimi, se non me ne fossi andato, se non avessi toccato il fondo del fondo, non ti avrei mai amato così come ti amo ora.

Se questa vita non mi avesse bruciato come un ciocco di legno, se non avessi combattuto su  campi di battaglia così impervi, se non avessi ricevuto così tanti calci in faccia, e non mi fossi trasformato nel  peggiore dei reietti  per poi rinascere come uomo nuovo, non ti avrei mai amato così tanto come ti amo adesso.

Penso che il cuore sia sul punto di  esplodermi nel petto. Mi avvicino piano, per non spaventarti.

Ti volti e mi sorridi. Allora mi inginocchio e prendo  le tue mani ricoperte di piccole venuzze azzurrine e le sommergo  di baci.

Dura pochi attimi. All’improvviso mi rendo conto che sto solo sognando, che sei solo il  frutto della mia immaginazione.

La sedia impagliata è là, vicino la finestra, ma è vuota.

Sulla mensola accanto al camino c’è un piccolo burattino di legno.

Mi avvicino, lo prendo con me ed esco.

La porta cigola alle mie spalle.

©RitaLopez

 

 

 

 

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Ciccillo u’ furnar

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Mi piaceva andare al forno di Ciccillo.

IL contrasto tra il freddo pungente che ti pizzicava le guance e il tepore da braccia materne che ti assaliva quando entravi, era quanto di più appagante avessi potuto immaginare.

Ciccillo lavorava in canottiera, anche in inverno.

Canottiera bianca, pantaloni ascellari tenuti su dalle bretelle e coppola nera in testa.

Si muoveva con la sua grossa pancia all’interno del forno, sul pavimento antico di pietra bianca di Puglia, e preparava il pane e le focacce e le pizze e i dolci.

Attizzava il fuoco come un vecchio e saggio stregone, un domatore buono di serpenti e mentre aspettavo la mia pagnotta di semola gialla da un chilo, mi porgeva una pastarella di mandorle.

Ciccillo non era un fornaio qualunque.

Ciccillo faceva un pane che “parlava”.

Quando uscivo dal forno, mi stringevo la pagnotta calda al petto.

L’odore di pane fresco nelle narici.

Non potevo resistere. Ne staccavo un pezzo e tornavo a casa mangiando.

Io non so come spiegarlo, ma il suo pane era allegro, sapeva di “buono”, di festa, di familiare.

E poi successe l’irreparabile, la tragedia senza ritorno.

Il mostro colpì anche Ciccillo e la sua casa e il suo forno. E persino il suo pane.

Morì uno dei suoi figli. Ucciso sulla provinciale  mentre tornava a casa in motocicletta, investito da un camion.

Io non so come spiegarlo, ma  il suo pane, da allora,  cambiò sapore.

Mangiavo il solito pezzo di pagnotta, rifacendo la via per tornare a casa, e potevo sentire lo strazio mentre masticavo, il vuoto del cuore, il baratro senza fondo.

Il dolore di Ciccillo arrivava su su fino ai miei occhi, mentre addentavo la crosta scura.

Ed io davvero non so come spiegarlo, ma certo non poteva essere frutto della mia immaginazione.

Il suo pane “parlava” davvero, perché a me sembrava che facesse lo stesso effetto anche agli altri della mia famiglia.

Avremmo riconosciuto il pane di Ciccillo tra mille, ad occhi chiusi, semplicemente masticandolo. Ne sono certa.

©RitaLopez

Lucignolo

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Conobbi Lucignolo quando ero ancora un ragazzo povero.

Si trovava a passare dalle mie parti, col suo gruppo di seguaci, una banda di giovani scapestrati come lui.

Io in quel periodo mi ero perso. Completamente.

Tutto quello che mi circondava mi stava stretto, il mio futuro aveva l’aspetto di un buco nero.

Odiavo perfino il mio nome: Pinocchio.

Lucignolo aveva tutto quello che mancava a me: la sfrontatezza, il coraggio, la risata contagiosa, la voglia di vivere, il senso dell’avventura.

Ed io ne fui attratto come una monetina da dieci lire su una calamita.

Il periodo con Lucignolo non è stato semplicemente quello delle prime sbronze, della prima canna, della mia prima ragazza, delle manifestazioni con le barricate, delle letture folli e disperate…

Il periodo con Lucignolo è stato la consapevolezza concretissima di me stesso, la presa di coscienza stupita e ubriacante della mia vita, delle possibilità sconfinate che avevo di fronte, del potere mio e solo mio di desiderare e volere e ottenere a tutti i costi qualcosa, anche col rischio di farmi male.

Andavamo a fumare di sera, sdraiati sul vecchio molo e Lucignolo sapeva parlarti e guardarti negli occhi, con la passione di chi è felice di stare lì, in quel momento, a guardare le stelle nel cielo buio, e respirare.

Niente era scontato, o superfluo, o banale. Aveva la capacità di trasmetterti la grinta, di crederci e farti credere.

La vita era per lui un meraviglioso campo di battaglia.

“Scegli con coraggio” diceva sempre.

La sera prima che partisse, mi chiese se volessi andare via con lui.

Pensai a mio padre vecchio e malato, alla catapecchia dove abitavamo, con il fuoco dipinto all’interno del camino, rosso e arancione, come quello vero e crepitante, e capii che no, non ce l’avrei fatta.

Mi sono iscritto all’università. Mi sono laureato. Ho trovato un lavoro. E poi una brava ragazza, che ho sposato. Ho due figli. Sono uno stimato avvocato.

Tutti nella storia di Pinocchio raccontano di me, e di come abbia messo la testa a posto.

Nessuno si rende conto che io ho scelto questa vita, ma non perché me l’abbiano imposta, non perché era quella che voi ritenete la più giusta, o la più retta, o perché è così che si fa.

Semplicemente l’ho scelta. Io. Consapevolmente.

E senza Lucignolo avrei continuato ad essere un burattino per sempre.

Così è la storia. Credetemi.

©RitaLopez

Il maestro e il salumiere

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Decisero di sfondare la porta, alla fine.

Era dalla sera prima che non lo vedevano. In genere il maestro scendeva per strada a chiacchierare con il salumiere lì all’angolo, suo amico di infanzia, senza moglie e senza figli pure lui.

Ma quel giorno piovigginoso di novembre i vicini non lo avevano visto e allora, all’imbrunire, prima di ritirarsi ciascuno nelle proprie case, decisero di forzare la porta per vedere cosa fosse successo.

Con gli altri andò anche il salumiere, il suo vecchio amico.

Arrancava leggermente su per le scale per via della pancia e dell’età, e arrivò sul pianerottolo col fiatone.

Avevano già aperto la porta.

Il maestro era riverso per terra, nel bagno, non era neanche riuscito a tirarsi completamente su i pantaloni.

Un colpo al cuore. Secco. Cadendo aveva battuto la testa contro la vasca da bagno, sporcandola di sangue. Gli occhiali erano ancora poggiati sul naso. Rotti.

Fu così che il salumiere lo vide.

Lo sapeva, il maestro, che si era portato via anche la sua vita? La vita del suo amico?

Le partite a carte lì al negozio, durante i pigri pomeriggi d’inverno.

Le ore passate a ricordare, per l’ennesima volta, le vendemmie e le mietiture e le sagre di fine estate.

La guerra. Il boom economico. Gli anni di piombo. Il governo ladro.

Ed ogni sera, quando il salumiere chiudeva la sua bottega, ciascuno si rintanava nella propria casa, quasi con un senso di gratitudine per aver fregato la morte ancora per un giorno, sperando di nascosto, pudicamente, di potersi rivedere il giorno appresso, illudendosi, come sempre accade, che tutto possa rimanere così per sempre.

All’improvviso si ricordò che aveva lasciato la bottega aperta.

Con le gambe tremanti scese per le scale, diretto al suo negozio.

Lo trovarono, più tardi, accasciato dietro il bancone.

Un grande pezzo di mortadella, pronta per essere affettata, gli era rotolata vicino ai piedi.

La “malattia” di Pasolini

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Era una di quelle domeniche sonnolente in cui bisognava andare a trovare i parenti.

E questi, di parenti, dovevano essere proprio lontanissimi, perché io non li avevo mai visti.

Eravamo nella 127 azzurra, io dietro, mio padre alla guida, suo fratello più grande accanto a lui, davanti.

Quando ero bambina eravamo circondati da parenti.

Avevamo parenti dappertutto, dovunque.

E questi parenti, marito e moglie, che abitavano in periferia, io sinceramente non so neanche chi fossero e non mi ricordo neanche le loro facce.

Ma il loro figlio, quello me lo ricordo bene.

Avrà avuto poco più di 20 anni ed io, bambina, lo trovavo bellissimo.

Avevo un lontanissimo pro-pro-pro-cugino, così angelico, e così delicato, e così gentile… e non lo sapevo.

Mentre i grandi parlavano in cucina io e il mio pro-pro-pro-cugino, chiacchieravamo in camera sua.

Aveva una collezione eccezionale di dischi e di posters.

Mi ha detto: “Prendi quelli che ti piacciono. Te li regalo”.

Io guardavo i posters, uno dopo l’altro, ma non conoscevo quei cantanti che piacevano a lui.

Però, tra gli altri, riconobbi subito Massimo Ranieri, e Gianni Nazzaro, e Mino Reitano.

Presi quelli.

Nessuno di quei vandali dei miei cugini aveva la millesima parte di educazione di quel ragazzo.

Sulla via del ritorno, nella 127 azzurra, mio zio si rivolse a mio padre e gli disse:

“Cud uagnòn co li femmn….” (quel ragazzo con le donne…) e sollevando l’indice e il pollice della mano, la ruotava da destra a sinistra e viceversa, come per dire : “Niente. Niet. Nada.”

“Adavèr??” (davvero?) fece mio padre, sbalordito.

Mio zio annuì più volte col capo, su e giù, con aria greve. Gli occhi chiusi. Le sopracciglia arcuate.

Si accostò verso mio padre, mise la mano accanto alla bocca perché io non sentissi, e parlando il più piano possibile sussurrò:  “Tene la malatì d Pasulìn!!!” (ha la malattia di Pasolini).

Oddio! Pasolini era malato? Non lo sapevo!

Ma soprattutto QUEL ragazzo, QUEL mio pro-pro-pro-cugino, così angelico e delicato e gentile, ERA MALATO?

E a giudicare dall’aria tragica di mio zio, mentre svelava il terribile segreto, e dalla sorpresa di mio padre, certo doveva trattarsi di una malattia terribile. Una malattia mortale.

Oh no! Ma perché?

Sono stata male tutto il pomeriggio. E il giorno dopo. E il giorno dopo ancora.

Avevo appeso i posters di Massimo Ranieri, Gianni Nazzaro e Mino Reitano all’interno dell’anta del mio armadio.

Ogni volta che li guardavo, mi saliva un groppo alla gola.

Il giorno che Pasolini morì, mi chiusi in camera e piansi.

Mi rifiutati di uscire anche quando mamma mi chiamò per la cena.

©RitaLopez

Colazione da Tiffany

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Siamo passati da Pietralata stamattina presto, per andare in centro.
Io e lui.
E vediamo questo bar che si chiama “Colazione da Tiffany”, proprio nel cuore di Pietralata.
Ci siamo guardati in faccia, io e lui, ed è stato più forte di noi.
Siamo entrati. All’interno di “Colazione da Tiffany” lo stereo in sottofondo mandava il famosissimo stornello “…daje de tacco, daje de punta…quanto è bbona la sora Assunta…”.
Un ragazzo in giacca di pelle era assorto a giocare con un video game. Concentratissimo.
E poi c’erano tre uomini, sulla sessantina, che facevano colazione, lì da “Colazione da Tiffany” e imprecavano contro il loro datore di lavoro che ancora non aveva pagato il salario di ottobre “….li mortacci sua!!!!….”.
E così io le lui ci avviciniamo al bancone e arriva il proprietario, un omone alto quasi due metri, con due baffi lunghi fino al mento, un cerchio d’oro al lobo dell’orecchio sinistro, e una marea di capelli ricci in testa che mi ricorda un sacco uno dei miei zii da giovane, negli anni 70, al tempo in cui faceva l’emigrante in Germania.
Lo guardo affascinata e guardo il poster dietro di lui, quello di Audrey Hepburn in “Colazione da Tiffany”. Appunto. E penso che mai nome di un bar, di questo bar in particolare, è stato meno appropriato.
Il proprietario guarda me e guarda lui. “Che ve pijate? Diteme!”.
E lui guarda il proprietario, e il proprietario guarda lui, come due che sanno il fatto loro, due uomini di strada e di fatica, due maschi avvezzi a usare muscoli e fiato. Ed io li guardo entrambi.
E a un certo punto lui rompe questo momento che galleggia sospeso e fa al proprietario: “Che sei tu Tiffany?”.
Ditemi che non è vero. Ditemi che non è vero.
Il proprietario, quell’omone, quel cristone del proprietario di “Colazione da Tiffany” dopo due secondi di ghiaccio in cui io avrei voluto sprofondare sotto il pavimento, allarga la sua bocca enorme da Mangiafuoco in un sorriso bello come il sole e fa: “A te e alla donna tua a colazione ve la offro io oggi!!”.
Ridiamo.
Ridono anche i tre operai.
Ride anche il ragazzo, che ha smesso di giocare al video game.

© RitaLopez

 

Narciso

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Mi accorsi di lui alla fine d’inverno, in un giorno di tiepido sole.

Ero nei boschi e mi ero perso.

Ho visto il suo volto riflesso nell’acqua della fonte e l’ho amato dal primo istante.

Ho amato con tutto me stesso i suoi occhi di brace e la sua pelle d’avorio.

Ho amato più di me stesso le sue labbra di fuoco e le sue guance levigate.

Ma ogni volta che allungavo la mano sulla superficie dell’acqua, per accarezzarlo, lui svaniva nel tremolio delle onde leggere, per poi ricomparire quando l’acqua tornava a fermarsi.

E più il mio amore si faceva struggente, più dimenticavo il lento passare dei giorni, e con essi la fame e  il sonno e la sete.

Ho capito chi fosse soltanto quando la Morte è venuta a prendermi.

Ho capito chi fosse quando anche lui ha iniziato a reclinare il capo, sfinito, come me.

Smorto in viso, come me.

Rassegnato ad abbandonarsi per sempre. Come me.

Ero io, nient’altro che il riflesso di me stesso. Di Narciso.

Ero stato folle d’amore e di passione per me, soltanto per me.

Quando ho oltrepassato il fiume Stige  insieme alla Morte, per raggiungere l’Ade, ho rivisto per un istante il suo riflesso che mi guardava dalle acque nere.

Il riflesso di chi avevo amato, il riflesso di me stesso.

Solo allora mi ha parlato e mi ha detto spezzandomi il cuore:

“L’amore che dà vita, e altro amore, e altra vita, è solo quello che viene condiviso”.

E poi è svanito per sempre.

© RitaLopez

 

La casa di Mario

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Tu non ci crederai Mario, ma io invidiavo te e la tua famiglia, che in cinque stavate assiepati come sardine in scatola nel locale di 3 metri per 4, nell’androne buio del vecchio palazzo di mia nonna.

Ogni volta che passavo là davanti, rubavo avida la vista di quel mosaico di sedie impagliate, e pentoloni, e televisore sul frigorifero, e scamorze affumicate appese al soffitto, e ventilatore arrugginito, e fiori sotto il tabernacolo illuminato di San Nicola. Si sentiva odore di frittura di pesce.

Avrei dato qualsiasi cosa per stare lì con voi in quel bazar colorato, denso di chiacchiere, respiri, bestemmie, preghiere.

Avrei scambiato volentieri tutta la cucina di mamma, con i mobili laccati e freddi di formica, dal colore improbabile, per stare un’ora lì, solo un’ora, ed essere anch’io un tassello piccolissimo nel caleidoscopico regno in cui tu sei cresciuto.

E mentre a volte mio padre si fermava a chiacchierare con il tuo, giù nell’androne delle scale, io sbirciavo senza ritegno dentro la vostra casa/cucina/camera-da-letto/salotto e mi stupivo di come  ogni oggetto si incastrasse magicamente in mirabile e perfetto equilibrio con quello accanto e con quello sopra e con quello sotto.

Uno sguardo dentro il locale e uno sguardo a tuo padre.

Aveva tre denti d’oro in bocca e il tatuaggio del volto di Gesù Cristo con la corona di spine sul braccio.

Ogni sera apriva la branda su cui dormire, lasciando la porta del locale semiaperta, perché altrimenti non ci sarebbe stato spazio sufficiente.

I suoi piedi spuntavano di  fuori ed io e mia sorella dovevamo tenerci le mani sulla bocca per non scoppiare a ridere.

Quando poi vi hanno dato la casa popolare, in periferia, è bastato un camion intero a contenere il vostro mondo.

Il locale vuoto era una landa desolata ormai, un deserto di tristezza sconfinata.

Non è pazzesco Mario? Quello che è poco e piccolo e niente per qualcuno, agli occhi di qualcun altro può sembrare grande come il mondo intero, magico come il regno delle favole.

L’ho rivisto il locale dove hai abitato con la tua famiglia.

Ci conservano tre bici e due pneumatici di scorta adesso.

© RitaLopez