#Bari

I muri del Flacco

«Voglio fare il classico» dissi senza esitazione.

Eravamo a tavola e a mio padre andò il boccone di traverso.

«Il classico?» ripeté, dopo aver mandato giù un sorso d’acqua.

«Ma il classico è difficile! E poi dopo che fai? Devi andare per forza all’università!».

Passò a fissare mia madre, cercando un suo sostegno, senza risultato.

«Hai capito?» le chiese.

«U Flacc’! addò è sciut fratet!» continuò con aria leggermente allarmata, sperando che lei ricordasse gli anni turbolenti di mio zio, tra il ’68 e i primi ’70.

Anche questa volta il supporto di mia madre non arrivò.

«Io-voglio-fare-il-classico» dissi di nuovo, con un tono che non ammetteva repliche.

Finimmo di mangiare in totale silenzio. Per un attimo mi parve di scorgere un leggero sorriso sulle labbra di mamma.

***

Percorremmo tutta via Manzoni, a piedi, io e mio padre. Il Flacco era là, a due passi dal mare, maestoso e austero come una fortezza inespugnabile.

«Ecco» disse «la scuola è questa».

Guardai gli enormi torrioni angolari, l’imponente scalinata, le alte finestre con le grate, gli oblò circolari che correvano sul cornicione superiore e mi sentii infinitamente piccola e sprovveduta.

Ecco. Chi mise piede al Flacco, quel giorno di ottobre 1979, era una ragazzina piccola e sprovveduta.

Non volevo che mio padre si accorgesse della mia trepidazione. Entrai a grandi falcate nell’edificio, senza voltarmi. In realtà mi tremavano le gambe.

Anche l’interno era gigantesco. I soffitti altissimi. I corridoi chilometrici. Le finestre ampie da cui si vedeva il mare. E la bellissima scalinata stracolma di studenti quando suonava la campanella alla fine delle lezioni. Ragazzini, come me, del ginnasio. Ragazzi grandi, del terzo liceo.

«Tra cinque anni» pensavo «sarò come loro». Cinque anni, a quell’età, sembrano un’infinità di tempo.

***

Gli avevo insegnato a scrivere il suo nome e cognome con i caratteri dell’alfabeto greco: “Δωνατω Λωπεζ”. Scriveva la sua firma dovunque. Sui tovaglioli di carta. Sulla rubrica telefonica. Sul vetro appannato dai vapori della cucina. Sul pacchetto di sigarette di mio nonno. Ogni giorno mi chiedeva, quasi con una punta di soggezione, cosa avessi imparato di nuovo, quali nuove cose difficili ci avessero insegnato. Era curioso, ma anche orgoglioso di me. Entrava spesso nella stanza dove studiavo di solito, quella con il tavolo grande. Si avvicinava di soppiatto, sfogliava piano qualche pagina del Rocci, per poi allontanarsi in punta di piedi, timido ed impacciato.

“Elvis lo scocchiato”, il ragazzo del piano di sotto, ascoltava lo stereo a tutto volume ed era difficile concentrarsi sulla democrazia ateniese mentre cantava a squarciagola col suo marcatissimo accento barese: “Bibappalula sciis mai beiiiiibeee”.

Mio padre si affacciava alla finestra: «Uagliò!!» gli urlava, «E abbascia sta radio. C’è fighjama ca sta studje…» e voltandosi velocemente verso di me, mi chiedeva: «Che studi?».

«Storia» rispondevo di malavoglia.

«…ca sta studje storia. E ci ccazz! ».

Studiavo come una pazza. Con disperazione, con la rabbia in corpo. Come se fossi spinta dalla fede cieca che un giorno Clistene mi avrebbe riscattato dalla mia condizione.

Come se l’aoristo e l’ablativo assoluto mi avrebbero permesso di scollarmi finalmente di dosso le strade viscide del mio quartiere, con tutti i personaggi che lo popolavano.

Studiavo con la voracità di un lupo affamato, con la bava alla bocca.

Come se la consecutio temporum mi avrebbe concesso la facoltà di cancellare per sempre l’odore di cime di rapa che impregnava l’aria della cucina.

Come se grazie a Saffo, o a Orazio, sarei un giorno potuta sfuggire alle cozze sgusciate, ai bibappalula di “Elvis lo scocchiato”, al mio accento da meridionale ogni volta che aprivo bocca, alle preghiere col rosario sussurrate da nonna, alla tosse soffocante di mio padre, di notte, che toglieva il sonno a lui e a noi. Studiavo come chi vuole farsi del male, vuole ferirsi. Pur di non fare la fine di Rosa, la mia amica di infanzia, già fidanzata in casa con Mario, che ogni domenica pranzava dai futuri suoceri, portando un vassoio di paste di mandorla. Pur di cancellare gli androni bui e maleodoranti del posto dove abitavo e le urla dei venditori ambulanti di pesce fresco. Per dimostrare a mio padre che ce l’avrei fatta.

Aiutami Saffo.

Aiutami Orazio.

***

Morì alla fine del primo liceo. E il mondo crollò. Niente e nessuno sa di quel mio dolore più di quei muri antichi, più di quei banchi sulla cui superficie scrostata erano stati incisi i versi di Catullo, più di quelle finestre lungo il corridoio da cui m’incantavo a guardare il mare. Chiedevo di uscire dall’aula per andare in bagno e poi mi dimenticavo di rientrare, fino a che il professore si decideva a mandare un compagno di classe per vedere che fine avessi fatto. Andavo a scuola solo per inerzia. Salivo per quella scalinata come un automa.

Ecco. Chi oltrepassava la soglia del Flacco in quei giorni, era una ragazza con uno straccio al posto del cuore.

Saffo e Orazio non mi avrebbero aiutato, pensai.

***

So esattamente quando successe. Ero davanti all’enorme finestra del secondo piano. Il mare era grigio come il cielo. Li ho visti passare proprio là sotto, su corso Vittorio Veneto. Un uomo e una bambina. Si tenevano per mano. Si sono fermati e la bambina ha fatto un cenno con la mano, come per indicare la scritta sopra l’ingresso monumentale. Il padre le ha detto qualcosa, forse le ha letto il nome del liceo. Mi venne in mente quel giorno di ottobre, lontano di secoli, quando lui mi disse quasi sfidandomi: «Ecco, la scuola è questa».

E un’altra cosa mi venne in mente. La professoressa Elvira Tatulli, meravigliosa docente di storia dell’arte, che ci aveva raccontato di quando i soldati persiani giunsero ad Atene e distrussero l’Acropoli, il cuore sacro della città. Gli Ateniesi, in un primo momento, furono sopraffatti dal dolore e vietarono la ricostruzione degli edifici sacri abbattuti, perché nessuno dimenticasse mai. Ma poi, inevitabilmente, fu la passione a prendere il sopravvento, dando vita ad uno dei periodi artistici più sfolgoranti della storia dell’umanità. Tuttavia le statue sacre, profanate dalla mano del nemico, non lasciarono il cuore venerato dell’Acropoli. Rimasero lì. Durante la ristrutturazione furono poste sotto un cumulo di terra. Sul dolore, rivestito di humus e ancora caldo di lacrime e di preghiere, sorse la nuova Acropoli, più rigogliosa e più fulgida che mai.

«Beato chi fa dell’angoscia e della sofferenza un ponte stabile per raggiungere campi sereni e tersi di azzurro» aveva concluso la professoressa Tatulli.

Quella volta non ci fu bisogno che il professore mandasse il mio compagno di classe a richiamarmi in aula. Ci tornai da sola.

Imparai finalmente a studiare con la malinconica beatitudine di un cuore che voleva guarire. Studiavo con la fame ingorda di chi è stato digiuno per mesi. Con lo stupore commosso di fronte alla bellezza e alla consolazione che gli studi umanistici possono regalarti. Studiavo per il piacere di studiare.

E, sì, alla fine Saffo e Orazio mi hanno aiutato.

©RitaLopez

 

 

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Per le strade del Libertà

Ci cammino, per queste strade del Libertà, il quartiere dove sono nata e cresciuta, come un segugio. Ci cammino ogni volta che posso. Ogni volta che torno. Ci cammino come una disperata che cerca di evocare le voci, gli odori, i volti, per farne una scorta di emozioni da portarmi via. E puntualmente, come d’incanto, quelle voci, e quegli odori, e quei volti ritornano, richiamati da una sorta di rito sacrificale, di una danza propiziatoria della pioggia. E ogni volta me lo domando: cos’è che mi tiene attaccata a questo posto? Cos’è che faceva, che fa ancora del Libertà una meravigliosa macchia indelebile stampata nel mio cuore, come il marchio a fuoco impresso sulle cosce del bestiame di una fattoria? E l’unica risposta che ho, è questa: è la sua gente. La mia gente. C’era la mia famiglia, certo. Le storie di mio nonno raccontate davanti alla stufa elettrica, nelle sere d’inverno. Il calore degli abbracci di carne e amore di nonna, certo. Ma oltre alla famiglia c’era la maestra. Il senso del rispetto che ci veniva insegnato. La solidarietà con le compagne di classe. Certo. La maestra, la scuola. Ma oltre alla scuola c’era l’oratorio del Redentore, con il suo teatro, che era il nostro punto di riferimento, la nostra ancora di salvezza. Là cantavamo, suonavamo la chitarra, ci passavamo le cassette, i libri. Là litigavamo. Facevamo pace. Ci innamoravamo. Il Redentore, certo. Ma oltre al Redentore c’era il cinema Jolly. E oltre al cinema Jolly, c’era Lorenzino detto Varichina. E poi ancora la signora del panificio dove correvi a prendere la focaccia e ti dileguavi, dicendo che più tardi passava papà a pagare. E Pasquale, che vendeva le sigarette di contrabbando tra l’angolo di via Crisanzio e via Trevisani e che una volta mi difese da un “vastaso” della mia età che voleva per forza baciarmi.

Ecco cos’era. Ecco cos’è, che rende forte un quartiere. Che lo rende inattaccabile. La sua identità. Il senso di appartenenza della sua gente. La solidarietà delle persone che ci abitano. Tutte. Quelle che c’erano e quelle che sono arrivate. Quelle più fortunate e quelle che devono lottare con le unghie e con i denti. L’umanità scorre a fiumi per le strade del Libertà. Non ci credete? Praticatela. Cercatela. Annusatela. Riconoscetela.

Niente è più bello che venire qui e “sentirsi a casa”. Potreste partire e non tornare più. Potreste cambiare città per lavoro o per qualsiasi altro motivo. Ma sentire di “essere tornati a casa” ogni volta che si cammina per queste strade, come un segugio, tra la Manifattura dei Tabacchi e il Redentore, tra i binari della ferrovia e l’ex Ospedaletto dei Bambini, tra il fatiscente cinema Giardino con i suoi altissimi eucalipti e il Tribunale, è amore allo stato puro. Credetemi.

Amatelo il Libertà. E il Libertà amerà voi.

©RitaLopez

La cosa più buona del mondo

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Il vento di tramontana, dritto sulla faccia, mi gela le guance e mi fa lacrimare gli occhi.
Chissà perché ho ripensato a te questa mattina.
Era così ogni volta che dormivo a casa tua: ti sentivo sgusciare da sotto le coperte, nella tua camera da letto, e trascinare i piedi in cucina dove ti preparavi il caffè con la macchinetta napoletana.
Mi alzavo anch’io e ti seguivo.
Faceva freddo in quella casa senza termosifoni ma tu, in canottiera, di fronte al lavandino di pietra, ti buttavi l’acqua gelata sulla faccia.
“Brrrrr!!” dicevi alla fine, facendo vibrare vistosamente le labbra e scuotendo la testa da una parte all’altra, schizzando dappertutto un pioggia ghiacciata.
Ridevo coprendomi il viso con le mani.
Bevevi il tuo caffè come fosse la cosa più squisita del mondo. Un sorso e una boccata di sigaretta. Un sorso e una boccata di sigaretta. Lasciavi la tazzina vuota sul tavolo e io col dito raccoglievo lo zucchero sul fondo e, avevi ragione!, era la cosa più buona e squisita del mondo.
E poi arrivava il momento per me più divertente.
Ti avvolgevi le gambe con i fogli di giornale, prima di infilare i pantaloni.
E lo stesso facevi attorno al petto, prima di indossare la giacca.
“Ammèn iosce!”. Fa freddo oggi.
Quando avevi finito, ti chinavi verso di me e ti toccavi la guancia con l’indice. Ti davo un bacio e uscivi di casa.
Correvo ad infilarmi ancora per un po’ sotto le coperte.
E mi piaceva immaginarti mentre pedalavi sulla tua bicicletta accanto al lungomare incazzato e ventoso, nella tua buffa armatura. Le spalle strette per ripararti dal freddo. Potevo vedere il maestrale scaraventare le onde sugli scogli, nella furia della mareggiata, e coprire di schiuma bianca l’asfalto della strada, ma tu, il mio eroe bardato di fogli di giornale, la testa bassa, gli occhi strizzati, il sapore di caffè in bocca, le schivavi ogni volta.
Così ti immaginavo allora.
Così ti ho immaginato stamattina.

©RitaLopez

Un bagno senza pretese

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A molti di voi l’idea di avere un bagno con tutti i sanitari, compreso la doccia, potrebbe apparire come la cosa più naturale del mondo.

Un bagno senza pretese, signori miei! Con l’armadietto per riporre il phon e il pettine. Uno stipetto per qualche asciugamano. Un grande specchio che si appanna con il vapore, quando aprite il rubinetto dell’acqua calda. Un bagno in cui cantare quando vi fate la doccia. Un bagno normale insomma. Cosa c’è di tanto eclatante?

Beh, per nonna avere un bagno così, normale, modesto, dignitoso, conciso insomma, fu una conquista.

Il bagno di nonna io me lo ricordo bene.

Era un metro per un metro. Non così, per dire. Era, letteralmente, un metro per un metro.

Costruito abusivamente, negli anni sessanta, su un balconcino che a sua volta era stato costruito abusivamente. Prima di quello c’era un tubo, fuori dalla finestra, in cui si svuotavano gli orinali. Come in tutte le case vecchie del nostro quartiere.

E me la ricordo bene quella triste e minuscola tazza del cesso messa in un angoletto e quel triste e minuscolo lavandino, incastrato nell’angoletto opposto.

Su una parete era stata aperta una finestrella quadrata di 20 centimetri per lato. Sulla parete di fronte vi era un pensile, dove riporre il pettine, lo spazzolino da denti, il dentifricio.

Nel bagno di nonna ci si lavava a pezzi. Imprecando. Bestemmiando. Lanciando maledizioni.

“Prima ca morc m’ia fa nu bagn nuev. Quannièvveriddio!”.

Prima di morire avrò un bagno nuovo. Quanto è vero Iddio.

Ma i soldi non c’erano mai. E, oltre ai soldi, a essere sinceri, non c’era neanche lo spazio sufficiente per costruirne uno nuovo.

Ma nonna era testarda. E quando diceva una cosa la faceva, diamine!

Da una pensione miserabile riuscì a mettere da parte un risparmio sopra l’altro. Mese dopo mese. Anno dopo anno.

Il suo gruzzolo diminuiva precipitosamente in prossimità di un compleanno, o una festa comandata, o un matrimonio. Riprendeva a ricrescere a fatica, arrancando, mese dopo mese. Anno dopo anno.

A 80 anni passati nonna escogitò il suo progetto per allargare il bagno: bisognava rompere un muro di qua, chiuderne un altro di là, restringere la cucina, far passare il tubo della fogna sotto il balcone… Un lavoro immane.

A 80 anni passati nonna ebbe il suo bagno normale. Modesto. Dignitoso. Conciso.

Con tutti i sanitari. Compreso la doccia. Compreso la finestra con le tendine ricamate. Compreso un attaccapanni per l’accappatoio. Compreso un ripiano laccato di bianco per riporre le saponette profumate, e l’acqua di rose, e il bagnoschiuma alla lavanda.

Quando si faceva la doccia, la sentivamo cantare a squarciagola.

“Alleluja mio Signoooore!!! Alleluja o Dio del Cieeeeelo!”.

Ci metteva ore per lavarsi.

“Nonna apri!! Devo andare in bagno, ti prego!”.

Faceva finta di non sentire.

© RitaLopez

 

Born to run

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Policlinico di Bari. Reparto di Ortopedia pediatrica. Anni ’70.

Era pomeriggio, uno di quei pomeriggi di primavera quando l’aria è frizzante e le rondini vorticano tra i vicoli e ti domandi come mai  non vadano a spiaccicarsi sulle case.

Ma lì dentro l’ospedale tutto questo non si vedeva.

Ero in uno stanzone dal soffitto altissimo, io ed altri sei.

E una serie di altri stanzoni, stipati di ragazzini, si affacciavano su una lunga corsia.

O almeno io così me la ricordo. Lunga, lunghissima.

Giocavamo a correre. Noi di ortopedia.

Partivamo dal grosso finestrone affacciato sul cortile, ad una estremità della corsia, giù giù fino alla statua della Vergine Maria con le braccia spalancate e il mantello azzurro che le ricadeva dietro le spalle.

Io con le stampelle, Nicola sulla sedia a rotelle, Giampiero che aveva il gesso che partiva  dal ginocchio e arrivava a coprire quasi tutto il piede, lasciando libere solo la punta zozzissima delle dita, e una ragazzina, di cui non ricordo il nome, con una protesi all’anca.

Michele no. Lui non lo facevamo correre. Aveva solo il braccio rotto e avrebbe vinto di sicuro.

Però poteva dare il via.

Era seduto sul basso ripiano sotto  l’alto  finestrone e fumava di nascosto, con la finestra semiaperta, perché non si sentisse la puzza.

“Via!!!” urlò Michele, dopo che ebbe espirato il fumo dalle narici attraverso le ante socchiuse della persiana  verde, dalla vernice scrostata.

E noi lì ad annaspare, ad anelare, a zoppicare, verso la statua della Vergine Maria con le braccia spalancate, posta all’altra estremità della corsia.

Dalle soglie degli stanzoni gli altri ragazzini facevano il tifo.

Tutti, tranne Marisa. Lei non poteva. Aveva certi chiodi lunghi nella colonna vertebrale ed era costretta a stare sempre sdraiata sul letto.

Vinse Nicola, quello con la sedia a rotelle.

Però fece cadere i vasi con i fiori freschi che le nostre mamme  portavano ogni mattina, disponendoli sotto la statua della Madonna.

Anna, l’infermiera, arrivò trafelata.

Chiudeva sempre un occhio sui nostri giochi movimentati. Ci consolava quando piangevamo e ci portava il ciambellone al cioccolato da casa.

Ma quella volta si arrabbiò.

“E ci jè do!? Mò avast mò! Sciatavinn tutt quant!”

(E che succede qua!? Ora basta! Sparite tutti quanti!)

Ognuno tornò mollemente al suo letto.

Michele buttò subito la sigaretta dal finestrone.

Marisa dal suo  letto mi chiese,  mentre passavo davanti alla sua stanza: “Chi ha vinto?”

“Nicola!” le risposi.

Si era fatto buio.

La palla bianca con la lampadina a neon del mio stanzone si rifletteva sul vetro della finestra.

Facevo finta che fosse la luna piena.

L’indomani sarebbe venuta mamma a trovarmi.

© RitaLopez

Pessimo Vincenzo

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Non avevo soggezione di te solo perché andavo in classe con tua sorella: sapevo che non mi avresti importunato più di tanto.

Però lo devi ammettere, Vincenzo: tu eri proprio fastidioso.

Davi fastidio alle ragazzine del quartiere, al maestro, ai vicini di casa, ai passanti sconosciuti.

Tu e la tua cricca di teppisti come te.

“Hanno bucato le gomme della 126 della maestra Florinda!”

“Scommetto che in mezzo c’era Vicìnz!”

“Hanno rotto la vetrina della salumeria dello Schignato!”

“Stavolta l’ho visto: Vicìnz e gli amici suoi sono stati!”

“Hanno toccato il culo a Mariastella, la commessa della merceria!”

“Stu disgraziat di Vicìnz!”

Eri pessimo, Vincenzo. Lo devi ammettere.

Eppure c’era qualcosa in te che mi piaceva. Lo devo ammettere anche io.

Mi piaceva, lo devo ammettere, quando ti arrampicavi sul paraurti d’acciaio della filovia arancione, che attraversava tutta via Crisanzio, e fischiavi a labbra strette per chiamarmi.

“Ma guarda quello!” diceva allibito un signore dietro di me.

Mi faceva sorridere, lo devo ammettere, vederti guidare il motorino smarmittato nell’afa dei pomeriggi estivi, con quell’altro bellimbusto dell’amico tuo, appollaiato dietro. Rigorosamente senza casco. Rigorosamente contromano. Rigorosamente a torso nudo.

Ero contenta, lo devo proprio ammettere, di quel sottile turbamento, che mi guardavo bene dal far trapelare, quando mi fissavi dritto negli occhi e, soffiandomi il fumo della sigaretta in faccia, mi proponevi:

“Quando vuoi divertirti, chiamami!”

Pessimo, pessimo Vincenzo.

Che venivi bocciato ogni anno.

Che facevi disperare tua madre.

Che a quelle due anziane turiste tedesche che si erano perse nei vicoli e che ebbero l’ardire di chiederti:

“Scusa pello pampino! Dofe essere stazzione?”

rispondesti: “Signò! Se mi dai 2000 lire te lo faccio toccare!”

Pessimo, pessimo Vincenzo.

“Diventerai una suora”, mi dicesti un giorno.

“E tu farai la fine di tuo fratello che sta in galera”, ti risposi.

I muscoli della faccia irrigiditi.

Gli occhi severi.

E sicuramente non può essere stata quella frase, sicuramente c’era dentro di te qualcosa, già da tempo, pronta a scattare. Deve essere così.

E insomma volevo dirti che sono orgogliosa di te,  che sei  il meccanico più bravo del quartiere.

Che hai tre figli belli come il sole.

Che avevi pochissime speranze di sfuggire al tuo futuro di contrabbandiere di sigarette.

Che ogni volta che ti guardo mi vengono in mente le due turiste tedesche, a cui  volevi farglielo toccare per 2000 lire, e mi viene da ridere.

© RitaLopez

Ciccillo u’ furnar

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Mi piaceva andare a prendere il pane al forno di Ciccillo.

Il contrasto tra il freddo pungente che mi pizzicava le guance e il tepore da braccia materne che mi accoglieva quando entravo, era quanto di più appagante avessi potuto immaginare.

Ciccillo lavorava in canottiera, anche in inverno.

Canottiera bianca, pantaloni ascellari tenuti su dalle bretelle e coppola nera in testa.

Si muoveva con la sua grossa pancia all’interno del forno, strisciando i piedi sul pavimento antico di pietra bianca di Puglia, e preparava il pane, le focacce, le pizze, i dolci.

Attizzava il fuoco come un vecchio stregone della foresta, come un domatore buono di serpenti, e mentre aspettavo la mia pagnotta di semola gialla da un chilo, mi porgeva una pastarella di farina di mandorle.

Ciccillo non era un fornaio qualunque.

Ciccillo faceva un pane che “parlava”.

Uscivo per strada stringendomi al petto la pagnotta calda appena sfornata.

L’odore di pane fresco sotto il naso…

Non potevo resistere: ne staccavo un pezzo e lo mangiavo.

Io non so come spiegarlo, ma il suo pane era allegro, sapeva di “buono”, di festa, di abbracci, di baci. Sapeva di vita semplice, di calore e di miracoli.

E poi successe l’irreparabile, la tragedia senza ritorno.

Il mostro colpì anche Ciccillo. E la sua casa. E il suo forno. E persino il suo pane.

Morì uno dei suoi figli. Ucciso sulla provinciale mentre tornava a casa in motocicletta, investito da un camion.

Io non so come spiegarlo, ma  il suo pane, in quel periodo, cambiò sapore.

Adesso che rifacevo la strada per tornare a casa e masticavo il solito pezzo di pagnotta, io potevo sentire nella bocca lo strazio di Ciccillo, il vuoto del cuore, il baratro senza fondo.

Il suo dolore risaliva su fino ai miei occhi, mentre addentavo la crosta scura.

Ed io davvero non so come spiegarlo, ma certo non poteva essere frutto della mia immaginazione.

Il suo pane “parlava” davvero, perché a me sembrava che facesse lo stesso effetto anche agli altri della mia famiglia.

Avremmo riconosciuto il pane di Ciccillo tra mille, ad occhi chiusi, semplicemente masticandolo.

©RitaLopez

Barche nel porto e birra sui muretti a secco

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Le barche  si cullano stanche nel porto vecchio e
i pescatori, dalle mani scure,  riparano le reti.
I cesti ricolmi di ricci di mare,
le birre poggiate sul muretto a secco,
le carte da gioco sbattute sul tavolo e le risate sguaiate e
mi dico: è da lì che vengo.
E le grandi abbuffate della domenica,
la Madonna Addolorata con il suo mantello psichedelico,
le bestemmie sussurrate per non ferire,
le calze di nonna tenute su con l’elastico bianco,
il sole a picco su una città devastata ed io,
io è da lì che vengo.
E poi ancora i mea culpa, mea culpa, mea grandissima culpa.
La disperazione che ti lascia senza fiato.
I “ce l’hai 5.000 lire?” e i “no, non ne ho” di ogni santissima volta.
La minestra scaldata del giorno dopo e del giorno dopo appresso.
Quelli della mia famiglia che quando ridono è di nuovo la speranza,
è di nuovo estate.
E io è da lì che vengo.

(foto di Ivana Marinosci)

© RitaLopez

Un pacchetto di sigarette in due

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Rubavi le sigarette a tuo fratello maggiore e poi andavamo a fumarcele insieme, al porto nuovo, in mezzo al nulla.

Da lontano vedevamo gli scaricatori trasportare i pacchi pesanti, li sentivamo bestemmiare.

La sirena di una nave rompeva il silenzio all’improvviso. Era come il ruggito straziante di  un vecchio leone ferito.

E noi, in mezzo al nulla, a fumarci tutto il pacchetto in due.

Una sigaretta dietro l’altra, per poi stenderci sul molo, storditi e ubriachi, leggeri come le nuvole veloci lassù in alto.

Tu con le gambe penzoloni sull’orlo della banchina ed io con la testa sulle tue gambe, a guardare il cielo senza fine.

Se ci ripenso, a noi, alle nostre vite, è proprio così che eravamo: sul costante orlo di un precipizio, pronti in ogni momento a cadere nel baratro o a spiccare il volo, nel bel mezzo di una voragine senza fine.

Le nostre vite acchiappate e divorate a morsi.

Sognavamo. Eravamo tutti e due troppo pieni di quella terra, e di quel mare intorno, e di quelle navi che ruggivano come leoni straziati, e sognavamo di scappare.

E alla fine ci siamo scrollati davvero quella terra e quel mare di dosso, proiettati ognuno in un mondo diverso, io a studiare nella capitale, tu a lavorare in una fabbrica del nord.

Anche tu, di tanto in tanto, risenti il ruggito straziante di quella nave?

Dimmi, lo senti anche tu?

© RitaLopez

MMìinze Cule (Mezzo Culo)

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« “A ma fà du panzarott, figghje mè???”(Facciamo due panzerotti, figli miei?)
“Sì, sì mamma!!!” risposero i figli in coro».

Raccontava. Lui per me non era un vecchio come tutti gli altri.
Lui  era a metà strada tra uno  stregone saggio e un personaggio mitologico.

«“Ehh!!! Però nun teng la frisòre !!! (non ho la padella). Marietta, bell’a mammà, và alla casa di MMìinze Cule e addumandaci la frisòre. Ma ricordati,  non la si chiamann MMìinze Cule, ca s’incazz!
Chiamala Iangelìn!”».

Raccontava. Potevo sentire  il profumo del suo alito di tabacco.
Mi avvicinavo di più. Ci andavo matta per quell’odore di tabacco.

«Marietta, tremando, bussò alla porta.

Una vecchia orrida e sdentata aprì.
“Buongiorno MMìinz…Iangelìn”».

Un SUSSULTO tra noi bambini.

«“Ha detto mamma: mi puoi prestare la frisola?”.
“E ci avit fàààà???” Cosa dovete farci? urlò Mezzoculo.
“Du panzarott MMìinz…Iangelìn”».

Un altro SUSSULTO tra noi bambini.

«“E va buò va, ma me n’avit portà nu par pur a meeee!”». (Va bene, ma dovete portarne un paio anche a me!).

Non era accomodato in una canonica poltrona imbottita e variopinta, all’interno di una sala accogliente, riscaldata dal calore di un camino. No.
Lui era rannicchiato in una vecchia sedia a sdraio sgangherata, il pacchetto di Roxy senza filtro in bilico sul bracciolo di legno, e il braciere acceso sotto il tavolo scrostato della vecchia e fredda cucina.

Magro come un chiodo. Le gambe accavallate. Gli occhi torbidi a fissare qualcosa che noi non riuscivamo a vedere. Che ci era proibito. Che avremmo voluto spiare.
Eppure, era su un alto e possente trono dorato, che a me sembrava seduto. Simile ad un vecchio e mite imperatore.
Era il mio mondo. E nessuno, più di lui, sapeva rendere il mio mondo magico.

Raccontava. Ed io viaggiavo in una preziosa palla di cristallo trasparente, sospesa nel fumo della sua sigaretta.

 

© RitaLopez