#Bari

La cosa più buona del mondo

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Il vento di tramontana, dritto sulla faccia, mi gela le guance e mi fa lacrimare gli occhi.
Chissà perché ho ripensato a te questa mattina.
Era così ogni volta che dormivo a casa tua: ti sentivo sgusciare da sotto le coperte, nella tua camera da letto, e trascinare i piedi in cucina dove ti preparavi il caffè con la macchinetta napoletana.
Mi alzavo anch’io e ti seguivo.
Faceva freddo in quella casa senza termosifoni ma tu, in canottiera, di fronte al lavandino di pietra, ti buttavi l’acqua gelata sulla faccia.
“Brrrrr!!” dicevi alla fine, facendo vibrare vistosamente le labbra e scuotendo la testa da una parte all’altra, schizzando dappertutto un pioggia ghiacciata.
Ridevo coprendomi il viso con le mani.
Bevevi il tuo caffè come fosse la cosa più squisita del mondo. Un sorso e una boccata di sigaretta. Un sorso e una boccata di sigaretta. Lasciavi la tazzina vuota sul tavolo e io col dito raccoglievo lo zucchero sul fondo e, avevi ragione!, era la cosa più buona e squisita del mondo.
E poi arrivava il momento per me più divertente.
Ti avvolgevi le gambe con i fogli di giornale, prima di infilare i pantaloni.
E lo stesso facevi attorno al petto, prima di indossare la giacca.
“Ammèn iosce!”. Fa freddo oggi.
Quando avevi finito, ti chinavi verso di me e ti toccavi la guancia con l’indice. Ti davo un bacio e uscivi di casa.
Correvo ad infilarmi ancora per un po’ sotto le coperte.
E mi piaceva immaginarti mentre pedalavi sulla tua bicicletta accanto al lungomare incazzato e ventoso, nella tua buffa armatura. Le spalle strette per ripararti dal freddo. Potevo vedere il maestrale scaraventare le onde sugli scogli, nella furia della mareggiata, e coprire di schiuma bianca l’asfalto della strada, ma tu, il mio eroe bardato di fogli di giornale, la testa bassa, gli occhi strizzati, il sapore di caffè in bocca, le schivavi ogni volta.
Così ti immaginavo allora.
Così ti ho immaginato stamattina.

©RitaLopez

Un bagno senza pretese

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A molti di voi l’idea di avere un bagno con tutti i sanitari, compreso la doccia, potrebbe apparire come la cosa più naturale del mondo.

Un bagno senza pretese, signori miei! Con l’armadietto per riporre il phon e il pettine. Uno stipetto per qualche asciugamano. Un grande specchio che si appanna con il vapore, quando aprite il rubinetto dell’acqua calda. Un bagno in cui cantare quando vi fate la doccia. Un bagno normale insomma. Cosa c’è di tanto eclatante?

Beh, per nonna avere un bagno così, normale, modesto, dignitoso, conciso insomma, fu una conquista.

Il bagno di nonna io me lo ricordo bene.

Era un metro per un metro. Non così, per dire. Era, letteralmente, un metro per un metro.

Costruito abusivamente, negli anni sessanta, su un balconcino che a sua volta era stato costruito abusivamente. Prima di quello c’era un tubo, fuori dalla finestra, in cui si svuotavano gli orinali. Come in tutte le case vecchie del nostro quartiere.

E me la ricordo bene quella triste e minuscola tazza del cesso messa in un angoletto e quel triste e minuscolo lavandino, incastrato nell’angoletto opposto.

Su una parete era stata aperta una finestrella quadrata di 20 centimetri per lato. Sulla parete di fronte vi era un pensile, dove riporre il pettine, lo spazzolino da denti, il dentifricio.

Nel bagno di nonna ci si lavava a pezzi. Imprecando. Bestemmiando. Lanciando maledizioni.

“Prima ca morc m’ia fa nu bagn nuev. Quannièvveriddio!”.

Prima di morire avrò un bagno nuovo. Quanto è vero Iddio.

Ma i soldi non c’erano mai. E, oltre ai soldi, a essere sinceri, non c’era neanche lo spazio sufficiente per costruirne uno nuovo.

Ma nonna era testarda. E quando diceva una cosa la faceva, diamine!

Da una pensione miserabile riuscì a mettere da parte un risparmio sopra l’altro. Mese dopo mese. Anno dopo anno.

Il suo gruzzolo diminuiva precipitosamente in prossimità di un compleanno, o una festa comandata, o un matrimonio. Riprendeva a ricrescere a fatica, arrancando, mese dopo mese. Anno dopo anno.

A 80 anni passati nonna escogitò il suo progetto per allargare il bagno: bisognava rompere un muro di qua, chiuderne un altro di là, restringere la cucina, far passare il tubo della fogna sotto il balcone… Un lavoro immane.

A 80 anni passati nonna ebbe il suo bagno normale. Modesto. Dignitoso. Conciso.

Con tutti i sanitari. Compreso la doccia. Compreso la finestra con le tendine ricamate. Compreso un attaccapanni per l’accappatoio. Compreso un ripiano laccato di bianco per riporre le saponette profumate, e l’acqua di rose, e il bagnoschiuma alla lavanda.

Quando si faceva la doccia, la sentivamo cantare a squarciagola.

“Alleluja mio Signoooore!!! Alleluja o Dio del Cieeeeelo!”.

Ci metteva ore per lavarsi.

“Nonna apri!! Devo andare in bagno, ti prego!”.

Faceva finta di non sentire.

© RitaLopez

 

Born to run

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Policlinico di Bari. Reparto di Ortopedia pediatrica. Anni ’70.

Era pomeriggio, uno di quei pomeriggi di primavera quando l’aria è frizzante e le rondini vorticano tra i vicoli e ti domandi come mai  non vadano a spiaccicarsi sulle case.

Ma lì dentro l’ospedale tutto questo non si vedeva.

Ero in uno stanzone dal soffitto altissimo, io ed altri sei.

E una serie di altri stanzoni, stipati di ragazzini, si affacciavano su una lunga corsia.

O almeno io così me la ricordo. Lunga, lunghissima.

Giocavamo a correre. Noi di ortopedia.

Partivamo dal grosso finestrone affacciato sul cortile, ad una estremità della corsia, giù giù fino alla statua della Vergine Maria con le braccia spalancate e il mantello azzurro che le ricadeva dietro le spalle.

Io con le stampelle, Nicola sulla sedia a rotelle, Giampiero che aveva il gesso che partiva  dal ginocchio e arrivava a coprire quasi tutto il piede, lasciando libere solo la punta zozzissima delle dita, e una ragazzina, di cui non ricordo il nome, con una protesi all’anca.

Michele no. Lui non lo facevamo correre. Aveva solo il braccio rotto e avrebbe vinto di sicuro.

Però poteva dare il via.

Era seduto sul basso ripiano sotto  l’alto  finestrone e fumava di nascosto, con la finestra semiaperta, perché non si sentisse la puzza.

“Via!!!” urlò Michele, dopo che ebbe espirato il fumo dalle narici attraverso le ante socchiuse della persiana  verde, dalla vernice scrostata.

E noi lì ad annaspare, ad anelare, a zoppicare, verso la statua della Vergine Maria con le braccia spalancate, posta all’altra estremità della corsia.

Dalle soglie degli stanzoni gli altri ragazzini facevano il tifo.

Tutti, tranne Marisa. Lei non poteva. Aveva certi chiodi lunghi nella colonna vertebrale ed era costretta a stare sempre sdraiata sul letto.

Vinse Nicola, quello con la sedia a rotelle.

Però fece cadere i vasi con i fiori freschi che le nostre mamme  portavano ogni mattina, disponendoli sotto la statua della Madonna.

Anna, l’infermiera, arrivò trafelata.

Chiudeva sempre un occhio sui nostri giochi movimentati. Ci consolava quando piangevamo e ci portava il ciambellone al cioccolato da casa.

Ma quella volta si arrabbiò.

“E ci jè do!? Mò avast mò! Sciatavinn tutt quant!”

(E che succede qua!? Ora basta! Sparite tutti quanti!)

Ognuno tornò mollemente al suo letto.

Michele buttò subito la sigaretta dal finestrone.

Marisa dal suo  letto mi chiese,  mentre passavo davanti alla sua stanza: “Chi ha vinto?”

“Nicola!” le risposi.

Si era fatto buio.

La palla bianca con la lampadina a neon del mio stanzone si rifletteva sul vetro della finestra.

Facevo finta che fosse la luna piena.

L’indomani sarebbe venuta mamma a trovarmi.

© RitaLopez

Pessimo Vincenzo

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Non avevo soggezione di te solo perché andavo in classe con tua sorella: sapevo che non mi avresti importunato più di tanto.

Però lo devi ammettere, Vincenzo: tu eri proprio fastidioso.

Davi fastidio alle ragazzine del quartiere, al maestro, ai vicini di casa, ai passanti sconosciuti.

Tu e la tua cricca di teppisti come te.

“Hanno bucato le gomme della 126 della maestra Florinda!”

“Scommetto che in mezzo c’era Vicìnz!”

“Hanno rotto la vetrina della salumeria dello Schignato!”

“Stavolta l’ho visto: Vicìnz e gli amici suoi sono stati!”

“Hanno toccato il culo a Mariastella, la commessa della merceria!”

“Stu disgraziat di Vicìnz!”

Eri pessimo, Vincenzo. Lo devi ammettere.

Eppure c’era qualcosa in te che mi piaceva. Lo devo ammettere anche io.

Mi piaceva, lo devo ammettere, quando ti arrampicavi sul paraurti d’acciaio della filovia arancione, che attraversava tutta via Crisanzio, e fischiavi a labbra strette per chiamarmi.

“Ma guarda quello!” diceva allibito un signore dietro di me.

Mi faceva sorridere, lo devo ammettere, vederti guidare il motorino smarmittato nell’afa dei pomeriggi estivi, con quell’altro bellimbusto dell’amico tuo, appollaiato dietro. Rigorosamente senza casco. Rigorosamente contromano. Rigorosamente a torso nudo.

Ero contenta, lo devo proprio ammettere, di quel sottile turbamento, che mi guardavo bene dal far trapelare, quando mi fissavi dritto negli occhi e, soffiandomi il fumo della sigaretta in faccia, mi proponevi:

“Quando vuoi divertirti, chiamami!”

Pessimo, pessimo Vincenzo.

Che venivi bocciato ogni anno.

Che facevi disperare tua madre.

Che a quelle due anziane turiste tedesche che si erano perse nei vicoli e che ebbero l’ardire di chiederti:

“Scusa pello pampino! Dofe essere stazzione?”

rispondesti: “Signò! Se mi dai 2000 lire te lo faccio toccare!”

Pessimo, pessimo Vincenzo.

“Diventerai una suora”, mi dicesti un giorno.

“E tu farai la fine di tuo fratello che sta in galera”, ti risposi.

I muscoli della faccia irrigiditi.

Gli occhi severi.

E sicuramente non può essere stata quella frase, sicuramente c’era dentro di te qualcosa, già da tempo, pronta a scattare. Deve essere così.

E insomma volevo dirti che sono orgogliosa di te,  che sei  il meccanico più bravo del quartiere.

Che hai tre figli belli come il sole.

Che avevi pochissime speranze di sfuggire al tuo futuro di contrabbandiere di sigarette.

Che ogni volta che ti guardo mi vengono in mente le due turiste tedesche, a cui  volevi farglielo toccare per 2000 lire, e mi viene da ridere.

© RitaLopez

Barche nel porto e birra sui muretti a secco

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Le barche  si cullano stanche nel porto vecchio e
i pescatori, dalle mani scure,  riparano le reti.
I cesti ricolmi di ricci di mare,
le birre poggiate sul muretto a secco,
le carte da gioco sbattute sul tavolo e le risate sguaiate e
mi dico: è da lì che vengo.
E le grandi abbuffate della domenica,
la Madonna Addolorata con il suo mantello psichedelico,
le bestemmie sussurrate per non ferire,
le calze di nonna tenute su con l’elastico bianco,
il sole a picco su una città devastata ed io,
io è da lì che vengo.
E poi ancora i mea culpa, mea culpa, mea grandissima culpa.
La disperazione che ti lascia senza fiato.
I “ce l’hai 5.000 lire?” e i “no, non ne ho” di ogni santissima volta.
La minestra scaldata del giorno dopo e del giorno dopo appresso.
Quelli della mia famiglia che quando ridono è di nuovo la speranza,
è di nuovo estate.
E io è da lì che vengo.

(foto di Ivana Marinosci)

© RitaLopez

Un pacchetto di sigarette in due

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Rubavi le sigarette a tuo fratello maggiore e poi andavamo a fumarcele insieme, al porto nuovo, in mezzo al nulla.

Da lontano vedevamo gli scaricatori trasportare i pacchi pesanti, li sentivamo bestemmiare.

La sirena di una nave rompeva il silenzio all’improvviso. Era come il ruggito straziante di  un vecchio leone ferito.

E noi, in mezzo al nulla, a fumarci tutto il pacchetto in due.

Una sigaretta dietro l’altra, per poi stenderci sul molo, storditi e ubriachi, leggeri come le nuvole veloci lassù in alto.

Tu con le gambe penzoloni sull’orlo della banchina ed io con la testa sulle tue gambe, a guardare il cielo senza fine.

Se ci ripenso, a noi, alle nostre vite, è proprio così che eravamo: sul costante orlo di un precipizio, pronti in ogni momento a cadere nel baratro o a spiccare il volo, nel bel mezzo di una voragine senza fine.

Le nostre vite acchiappate e divorate a morsi.

Sognavamo. Eravamo tutti e due troppo pieni di quella terra, e di quel mare intorno, e di quelle navi che ruggivano come leoni straziati, e sognavamo di scappare.

E alla fine ci siamo scrollati davvero quella terra e quel mare di dosso, proiettati ognuno in un mondo diverso, io a studiare nella capitale, tu a lavorare in una fabbrica del nord.

Anche tu, di tanto in tanto, risenti il ruggito straziante di quella nave?

Dimmi, lo senti anche tu?

© RitaLopez

MMìinze Cule (Mezzo Culo)

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« “A ma fà du panzarott, figghje mè???”(Facciamo due panzerotti, figli miei?)
“Sì, sì mamma!!!” risposero i figli in coro».

Raccontava. Lui per me non era un vecchio come tutti gli altri.
Lui  era a metà strada tra uno  stregone saggio e un personaggio mitologico.

«“Ehh!!! Però nun teng la frisòre !!! (non ho la padella). Marietta, bell’a mammà, và alla casa di MMìinze Cule e addumandaci la frisòre. Ma ricordati,  non la si chiamann MMìinze Cule, ca s’incazz!
Chiamala Iangelìn!”».

Raccontava. Potevo sentire  il profumo del suo alito di tabacco.
Mi avvicinavo di più. Ci andavo matta per quell’odore di tabacco.

«Marietta, tremando, bussò alla porta.

Una vecchia orrida e sdentata aprì.
“Buongiorno MMìinz…Iangelìn”».

Un SUSSULTO tra noi bambini.

«“Ha detto mamma: mi puoi prestare la frisola?”.
“E ci avit fàààà???” Cosa dovete farci? urlò Mezzoculo.
“Du panzarott MMìinz…Iangelìn”».

Un altro SUSSULTO tra noi bambini.

«“E va buò va, ma me n’avit portà nu par pur a meeee!”». (Va bene, ma dovete portarne un paio anche a me!).

Non era accomodato in una canonica poltrona imbottita e variopinta, all’interno di una sala accogliente, riscaldata dal calore di un camino. No.
Lui era rannicchiato in una vecchia sedia a sdraio sgangherata, il pacchetto di Roxy senza filtro in bilico sul bracciolo di legno, e il braciere acceso sotto il tavolo scrostato della vecchia e fredda cucina.

Magro come un chiodo. Le gambe accavallate. Gli occhi torbidi a fissare qualcosa che noi non riuscivamo a vedere. Che ci era proibito. Che avremmo voluto spiare.
Eppure, era su un alto e possente trono dorato, che a me sembrava seduto. Simile ad un vecchio e mite imperatore.
Era il mio mondo. E nessuno, più di lui, sapeva rendere il mio mondo magico.

Raccontava. Ed io viaggiavo in una preziosa palla di cristallo trasparente, sospesa nel fumo della sua sigaretta.

 

© RitaLopez