Mese: febbraio 2014

Medusa

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Quando lei, Medusa, attraversava la valle, era impossibile non girarsi a guardarla.

Aveva quel suo modo sinuoso di camminare che la faceva fluttuare sull’erba e i capelli di seta, lunghi fino alle ginocchia e  quasi dotati di vita propria, sembravano giocare con le farfalle e gli insetti che le volavano intorno.

I suoi capelli, del colore della terra, odoravano di lavanda e menta.

Poseidone la vide e col suo istinto da animale la trascinò nel tempio di Atena e la sedusse.

Atena, profondamente irritata dal torto subito, vomitò la sua ira sulla ragazza, come se quell’atto bestiale fosse colpa sua.

Come se essere giovane e bella e sinuosa fosse una condanna.

La tramutò in un mostro, con i denti simili alle zanne di un cinghiale, lo sguardo capace di trasformare in pietra chiunque la guardasse negli occhi, e i capelli di seta trasformati in viscidi serpenti.

Medusa visse il resto della sua giovinezza in una caverna buia, avendo orrore di sé stessa e sull’orlo della pazzia a causa degli orribili serpenti che si muovevano incessantemente sulla sua testa.

Visse così, fino a quando Perseo, figlio di Zeus, servendosi di uno scudo riflettente per non guardarla negli occhi, le decapitò la testa con un falcetto e la donò ad Atena.

Atena, soddisfatta, inserì la testa di Medusa nel suo scudo di pelle di capra.

Nessuno si era accorto che dal sangue rimasto per terra, vicino al collo mozzato di Medusa, erano nati splendidi coralli rossi.

Ogni volta che guardate la Gorgone mostruosa sullo scudo di Atena, pensate che quella, un tempo, era la sinuosa, leggiadra Medusa.

(nella foto: Benvenuto Cellini, La statua in bronzo di Perseo che decapita Medusa (1554). Firenze, Loggia dei Lanzi).

“Zio Pasquale”

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Pasquale vendeva le sigarette di contrabbando all’angolo tra via Crisanzio e via Trevisani, nel mio quartiere Libertà.

Sistemava una cassetta della frutta, quelle di legno, in senso verticale e ci metteva sopra in bella mostra un pacchetto di Camel, uno di Marlboro e uno di MS. Non di più.

Quando ne vendeva uno, lo rimpiazzava con un altro che andava a prendere da dentro un portone della casa lì vicino.

Pasquale non si può dire che avesse un aspetto rassicurante.

Era un omone sui 50 anni, capelli grigi e lunghi fino al collo e baffi alla Stalin.

Maglietta bianca che all’altezza della pancia gonfia di birra, sembrava sul punto di esplodere da un momento all’altro, per quanto era tesa.

Una collana d’oro massiccio con relativo crocifisso appesa al collo.

Il suo pacchetto di sigarette messo nella manica corta della maglietta.  La birra in mano.

Questo era Pasquale.

Io passavo continuamente da quell’angolo e un pomeriggio, quando il sole ancora non era  calato dietro il fantasma della vecchia Manifattura dei Tabacchi, poco prima di arrivare all’angolo di via Crisanzio e via Trevisani, Massimino, un mio coetano, col suo motorino smarmittato sale sul marciapiede e mi blocca la strada.

“Damm nu vas” (trad. “dammi un bacio”).

“Ma levati!!!” gli dico io.

“Damm nu vas o nun t fazzc passà” (trad. “dammi un bacio o non ti faccio passare).

“Sparisci!!” insisto.

Mi afferra un braccio, ma io non faccio in tempo a replicare perché su Massimino arriva la peggiore, mastodontica, rumorosa “calata” dietro la nuca che io avessi mai visto.

Il “Marlon Brando” nostrano  si girò di scatto ed io potei vedere l’impronta rossa della mano lasciata proprio tra capo e collo.

Pasquale col suo indice puntato sulla faccia di Massimino lo minacciò: “Chess je la figghia d soreme e tu non la da tuccuà) (trad. questa è la figlia di mia sorella e tu non la devi toccare).

Che ve lo dico a fare?

Io da quel giorno ero per tutti  “la nipote” di Pasquale.

Sarei potuto andare in giro anche nuda e nessuno, dico nessuno, mi avrebbe dato fastidio.

Che ve lo dico a fare?

Dal giorno che presero “zio Pasquale” e lo misero dentro, il quartiere non era più sicuro e tranquillo come una volta.

Ramble on

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Successe così. Senza squilli di trombe. Senza sirene spiegate.

C’era quel baratro enorme a fianco dell’anima

e spilli acuti che pungevano gli occhi.

C’erano quelle notti passate a bere e a fumare,

con la voglia di annientarsi,

in quel buio senza stelle.

C’era il chiuso della stanza e

fuori un mondo che andava ad un’altra velocità.

E poi un giorno, di mattina presto, uscì per strada col desiderio di perdersi

e questi vicoli le passavano accanto veloci, cambiando continuamente prospettiva

e questo fiume, in questo punto tortuoso, che rumoreggiava potente.

C’era quest’aria frizzante che pizzicava nel naso

e questo sole che iniziava appena a scaldarti e ti accecava in mezzo ai rami ancora secchi.

C’era questo sangue che circolava nelle vene e pulsava nelle tempie,

come una bomba a orologeria.

E poi quest’odore di pane caldo e croccante, proveniente da chissà quele forno.

Una valanga di voci, e di volti, e di suoni, e di risate, la prese alle spalle.

Sono ancora viva!, pensò.

Sono ancora qui.

© RitaLopez

Dalla punta delle dita al cuore

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“L’intervento è andato bene. La ragazzina si sveglierà presto dall’anestesia.”

La voce metallica le era arrivata alle orecchie da un’altra dimensione.

Sentiva uno strano calore sulle dita della mano sinistra.

Non riusciva ad aprire gli occhi, ma dopo un grande sforzo sollevò a fatica le palpebre.

Alla sua destra una flebo attaccata al braccio.

Girò a fatica gli occhi dall’altra parte.

Alla sua sinistra suo padre, seduto accanto al letto, la testa china, le teneva la mano tra le sue.

“E’ da lì dunque che arriva il fluido caldo”.

Fissò i suoi capelli che iniziavano impercettibilmente a colorarsi di grigio, la sua camicia marrone scuro.

Avrebbe voluto chiamarlo ma non riusciva a parlare.

“Non riesco a parlare, pà.” Pensò.

Il fluido caldo raggiunse il braccio.

Non so esattamente quantificare il tempo, ma quel tempo si dilatò in eterno, cancellando le incomprensioni, i litigi sbraitati uno sulla faccia dell’altro, il pudore di dimostrare il proprio amore esagerato.

Quella parentesi di tempo divenne “il tempo” in assoluto.

Il fluido caldo arrivò al cuore.

Richiuse gli occhi, prolungando volontariamente gli effetti dell’anestesia.

Non avrebbe voluto svegliarsi più.

Alcesti

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Da ragazza, tanti anni fa, ero l’ancella di Alcesti, moglie del re di Fere, in Tessaglia.

Admeto, questo era il nome del re.

Admeto aveva ospitato Apollo ed il dio, in cambio, gli aveva fatto un regalo.

Gli aveva dato la possibilità di rimandare il giorno della sua morte, quando questo sarebbe arrivato, se avesse trovato un uomo o una donna disposti a morire per lui.

Passarono gli anni. Io ero felice a fianco della mia regina.

Le pettinavo i lunghi capelli, cantavo per lei quando era triste.

Era bellissima. Aveva la bellezza di chi non sa di essere bella.

Un giorno Thanatos, la Morte, bussò alla porta di Admeto.

Cercava proprio lui.

Admeto sentì un groppo in gola, ma poi si ricordò della promessa di Apollo.

Eravamo tutti nella grande sala, il fuoco accesso scoppiettava, ma un grande gelo era sceso in mezzo a noi.

Thanatos aspettava sulla soglia della porta, il viso impassibile.

Admeto si rivolse ai suoi genitori, ma né suo padre, né sua madre, erano disposti a morire al suo posto.

Chiese disperato ai suoi fratelli e alle sue sorelle. Chiese agli amici più intimi, quelli con cui era andato a caccia da ragazzo, chiese ai servitori, chiese ai soldati.

Ciascuno scuoteva con terrore la testa.

“Io. Io morirò per Admeto”.

Tutti si girarono verso la persona che aveva pronunciato quelle parole.

Mi voltai anche io, con orrore. Era Alcesti. Era lei che aveva parlato. La mia regina.

Attraversò tutta la sala, fin sulla soglia, dove Thanatos l’aspettava.

Non so quanti la guardarono in faccia ma io, io la osservai bene.

Camminava lenta e spavalda e aveva, ne sono sicura, un leggero sorriso, sprezzante, sulle labbra.

Potevo leggere l’ipocrisia sui volti duri dei suoi suoceri, che evitavano di guardarla.

Potevo leggere il disagio sulle mani nervose delle sue cognate e sugli occhi bassi dei suoi cognati.

Ma soprattutto vidi tutta la falsità e la paura e la vigliaccheria di quel piccolo uomo che tutti chiamavano Re.

L’unico che si rese conto di tutto questo fu Thanatos. Mi guardò con sguardo complice, prese per mano la mia Regina e andò via con lei.

©RitaLopez

(nella foto “Alcesti e Admeto” affresco proveniente da Ercolano)

Mimmo

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“Pizzeria? Buonasera. 6 pizze per favore. No, no, nun veng je a pigghiarl. Mand un uagnon)

(trad. No no, non passo io a prenderle. Mandi pure il ragazzo, per favore).

U uagnon, il ragazzo, era Mimmo.

Mimmo faceva il garzone alla pizzeria vicino casa. Tutto il pomeriggio, fino alla sera.
Credo che avesse un esercito di fratelli e sorelle e ognuno di loro doveva lavorare, perché i genitori non arrivavano a fine mese.

Mimmo veniva con le pizze in mano, riposte nei cartoni.

Era più piccolo di me.

Quando entrava in casa riempiva la stanza di puzzo di fritto.

Mi guardava con gli occhi allampanati.

Aveva le ginocchia con le croste e un perenne moccio al naso, una striscia lunga e verde che sembrava la bava di una lumaca nucleare.

Io, nella mia superbia, avrei voluto gridargli in faccia:

“Ma che cavolo hai da guardare???? Non vedi che sono più grande di te e tu sei solo una piccola caccola ambulante???!!! Smamma, moccioloso.”

Nonno gli dava la mancia e Mimmo andava via.

Una sera, lì nel Bronx, il mio quartiere, tornavo a casa. Ero sola.

Si avvicina un tipo, sulla trentina.

Aveva giacca e cravatta e una valigetta di cuoio, tipo quelle da esattore delle imposte.

Mi si avvicina e comincia a darmi fastidio.

Lo guardo nella maniera più schifata che mi fosse possibile, ma quello niente, non se ne va.

Dietro di me c’era Mimmo con le sue pizze in mano. Ma io non lo sapevo.

O meglio, non lo sapevo fino a quando lo vedo all’improvviso che posa i cartoni con le pizze su un’auto, si avvicina fulmineo al tipo e gli scippa la borsa da esattore delle imposte.

Lo aveva fatto per mandarlo via da me. Oh mio eroe!!!

Il tipo viscido lanciò un urlo e si mise a correre dietro Mimmo.

Ma Mimmo era più veloce del vento.

Li guardai fino a che voltarono tutti e due di corsa dietro l’angolo.

Mimmo davanti e il viscido dietro.

Quando una sera decidemmo di nuovo di mangiare le pizze, Mimmo arrivò con i suoi cartoni fumanti in mano.

Riempì la stanza di un odore soave di panzerotti fritti e calzoni di cipolla.

Mi guardava con occhi trasognati.

Io, nella mia gratitudine, avrei voluto mormoragli all’orecchio:

“Oh piccolo Mimmo!!! Mio eroe!!! Guardami pure tutte le volte che vuoi, ti permetto anche di parlarmi, se ti fa piacere. E se non fosse per quella striscia lunga e verde che sembra la bava di una lumaca nucleare, ti darei pure un bacio!”

Stella

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Io e lei eravamo incompatibili.

Non potevamo stare insieme perché finivamo sempre per litigare.

Avevamo una carissima amica in comune, che voleva bene a tutte e due, ma io e lei proprio non ci sopportavamo. Questione di pelle.

Non so, forse io ero gelosa del suo senso di indipendenza assoluto.

Non so, forse lei era gelosa della mia determinazione cieca.

Ci evitavamo e quando c’era la nostra amica in comune, ed eravamo costrette a stare insieme, litigavamo. Sempre così.

Si ammalò di AIDS quando ancora noi a malapena sapevamo cosa fosse l’AIDS.

I mass media lo presentavano come una sorta di “punizione divina”, di peccato da espiare.

Ci perdemmo di vista per un po’ e poi quando io avevo già una bimba piccola, la nostra carissima amica in comune decise bene di farci rincontrare.

Lei era già avanti con la malattia, ma fisicamente ancora non si vedeva quanto stava male.

Abbiamo passato il pomeriggio a giocare con la mia bimba, tutti i rancori da parte.

Eravamo solo delle donne perplesse davanti a due gambette e alle guance tonde di una bimba piccola e paffuta.

Il nostro astio stantio evaporato nell’aria in migliaia di goccioline di stupore.

Per un attimo ho visto quanto le nostre strade fossero diverse, quanto distanti viaggiavamo ormai.

Ho visto le nostre direzioni divergenti, proiettate su traiettorie che mai più si sarebbero incrociate.

Non so se anche lei vide quello che stavo vedendo io. Sicuramente sì.

Eravamo concentrate a giocare con questa piccola creatura al centro della stanza e tutti i nodi si erano sciolti.

Non sapevo che quella sarebbe stata l’ultima volta che l’avrei vista e di sicuro non lo sapeva neanche lei.

Quella volta ci siamo perfino abbracciate. Non aveva ancora 30 anni.

©RitaLopez

Salento

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Il sole era talmente forte e accecante che non riuscivi a tenere gli occhi aperti neanche all’ombra.

C’erano le cicale che ti stordivano e il fruscio del mare vicino. Il mio mare.

Le bimbe erano piccole e giocavano come due zingare felici a piedi nudi sulla terra rossa del Sud. Il mio Sud.

La terra era arida e spaccata dalla mancanza di pioggie.

C’era mia madre con la sua bellezza ancora intatta e mia nonna, la roccia potente, l’approdo sicuro.

C’erano i pomodori messi a seccare al sole, i panni stesi vicino l’albero di fichi, l’odore delle melanzane al forno e dei peperoni fritti. E tutto era perfetto.

Tutto era così come doveva essere.

Se ci ripenso, è stato quello uno dei periodi più belli della mia vita.

Quattro generazioni di femmine col cuore colmo di passione.

Quattro generazioni di guerriere che si trovavano lì, dopo aver affrontato ognuna la propria battaglia personale e aver combattuto a sangue, ancora salve, ancora palpitanti di vita, con l’orgoglio di essersi rialzate e il sorriso amaro e sfrontato di chi sa da cosa è sopravvissuto.

Quando il sole tramontava tutto si tingeva di rosso, le cicale si calmavano, ed io pensavo al finesettimana, quando sarebbe arrivato il mio uomo, il mio compagno di giochi preferito.

Le bimbe ridevano con le guance arrossate.

Sorseggiavo il Primitivo, e quel leggero giramento di testa, era perfetto anche quello.

Tutto era così come doveva essere.

(© R.L. )

Prometeo

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Prometeo amava gli uomini.

Li amava dell’unico Amore vero e spassionato: l’Amore che ti rende libero e indipendente.

Per questo aveva rubato il Fuoco, il dono più grande.

Col Fuoco aveva permesso agli uomini di cucinare il proprio cibo, e illuminare le tenebre della notte, e difendersi dalle fiere feroci.

Col Fuoco  aveva insegnato loro come forgiare il ferro e costruire armi per difendersi e attrezzi per lavorare.

Questo era il regalo di Prometeo agli uomini: la possibilità di emanciparsi, di diventare creatori consapevoli del proprio destino, del proprio progresso, creatori essi stessi del proprio futuro.

Prometeo amava così tanto gli uomini da avergli dato la possibilità di fare a meno degli dei.

Terribile fu la punizione di Zeus.

Prometeo il rivoluzionario, il progressista,  fu legato ad una roccia, nel Caucaso arido e sperduto.

Un’aquila ogni giorno piombava su di lui e gli mangiava il fegato, dove era posto il coraggio.

Ogni giorno.

E ogni notte il fegato di Prometeo doveva ricrescere per poter subire il supplizio il giorno dopo.

E quello dopo.  E quello dopo ancora. E quello dopo appresso…..

© RitaLopez

(nella foto Kylix laconica con Prometeo. Cerveteri 560-550 a.C)

Ross

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Aveva quel suo  strano modo, quasi solenne, di costruirsi le sigarette, che persino il mondo sembrava fermarsi, quando si accingeva a prepararsene una. Anzi il mondo si fermava, sospeso e in attesa, attorno a lei e attorno a me.

Rollava la cartina su cui aveva sistemato il tabacco quasi fosse un rito sacrale, più e più volte, con un gesto costante e preciso delle dita, la umettava quindi con la saliva per formarne un cilindro sottile e perfetto, e solo quando poneva la sigaretta tra le labbra, accendendola con quei cerini odorosi ed inspirava il fumo con avidità fin dentro i polmoni, il mondo intero riprendeva a funzionare.

Ho vissuto con lei più di un anno, quando io di anni non ne avevo ancora 20 e lei era vicina ai 30.

Ross era un concentrato di saggezza ed esperienza.

Ross era il riassunto di mille vite vissute a morsi ed io, ragazzina catapultata a calci in culo nel mondo, non potevo non adorarla.

Portava  un coltello a serramanico dietro la tasca dei jeans e quando ci capitava di rientrare tardi, col notturno di  piazza Flaminio ormai deserta e silenziosa, non provavo paura con lei al mio fianco.

Mi voleva bene, mi aveva preso sotto la sua protezione.

Sarà stato per i miei occhi sperduti o per i miei lunghi capelli che non permettevano la comunicabilità.

Sarà stato per quell’aria smarrita che avevo. Ma di certo l’approccio con la mia nuova vita in una città enorme, sconosciuta e meravigliosa come Roma, non sarebbe stato lo stesso senza di lei.

A volte spariva per qualche giorno. Viaggiava rigorosamente in autostop, da sola.

Quando era a corto di soldi  lavorava in un pub, là sul lungotevere e rincasava nel cuore della notte.

Udivo il rumore rassicurante  delle chiavi nella toppa e tiravo un sospiro di sollievo.

Ross non aveva paura di niente. E accanto a lei, anche io non avevo paura di niente.

Il freddo dell’inverno era davvero rigido in quella stanza in cui abitavamo e quando studiavo mi piaceva riscaldarmi rannicchiandomi nel suo giaccone di pelle di montone.

Mi piangeva il cuore restituirglielo ogni volta che  doveva uscire.

E poi è andata via anche lei.

“Sei grande ormai”, così mi disse, mentre io avevo gli occhi rossi e gonfi di lacrime.

“Te la caverai anche senza di me”, aggiunse.

Mi lasciò un po’ di piatti, qualche bicchiere, un vecchio frigorifero scassato, ma soprattutto mi lasciò la sua giacca di pelle di montone.

E aveva ragione. Me la cavai da sola.

©RitaLopez

Ganimede

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Un tempo avevo un figlio. Ganimede si chiamava.

Era bello il mio ragazzo, aveva gambe e braccia forti.

Se guardo dalla finestra riesco ancora a vederlo, mentre corre a piedi nudi sul prato.

Ha i capelli arruffati e piccole gocce di sudore sulla fronte. Mi chiama ridendo, io lo saluto.

E’ felice. Ed io, anche io lo sono.

Ma Zeus un giorno lo vide. Lo vide mentre correva libero per i prati.

Si trasformò in un’aquila enorme e quando agitava le  grandi ali spiegate, oscurava il  sole nel cielo.

Piombò giù, in picchiata, fino a ghermire con i suoi artigli il mio ragazzo. Il mio Ganimede.

Mio figlio è adesso nelle mani di un vecchio lussurioso e ingordo.

Vestito come un damerino, versa il vino nelle coppe degli dei che si divertono.

Ma io ogni volta che mi avvicino alla finestra, continuo a vederlo correre scalzo sull’erba.

Agita la  mano. E mi saluta.

© RitaLopez

(nella foto B. Thorvaldsen( 1770-1844)  Thorvaldsen Museum, Copenhagen).

La schedina

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Ho sempre lavorato durante gli anni dell’università.

Baby sitter, cameriera, ho fatto le pulizie, ho servito al pub….

Le solite cose che facevamo per mantenerci gli studi.

Ma il lavoro più strano che mi sia capitato è quando andavo a copiare le schedine del totocalcio ad un famoso produttore cinematografico a piazza della Libertà.

Lui giocava i sistemi ed io dovevo copiare a mano le schedine, ad una ad una, perché ancora non c’era il servizio telematico.

Si trattava di copiare circa 50, 60 schedine, a seconda del sistema che si giocava.

Più facile di così.

Ci mettevo mezz’ora, massimo quaranta minuti e quando finivo mi dava 50.000 lire.

CINQUANTA-MILA- LIRE!!!!

I miei amici per la stessa cifra dovevano lavorare come manovali dalle 7,30 di mattina fino alle cinque di pomeriggio.

50.000 lire ogni sabato, 200.000 lire al mese. Ero praticamente ricca.

Mi prendevano tutti  in giro per questa cosa qua ed io davvero non ci potevo credere.

Ogni sabato salivo sul 32, facevo il mio lavoro pulito, il produttore tirava fuori dalla tasca posteriore un mazzo di bigliettoni da 50  ed io uscivo con i soldi in tasca.

Ogni volta incredula per la fortuna che mi era capitata.

Un volta, mentre ero intenta a copiare, mi chiese  “Ma cosa ci fai con questi soldi, non è che ti droghi, ti fai le canne o qualcosa del genere?”

Pensai bene ovviamente di rispondergli di no.

Cosa ne sapeva lui che io fino all’altro giorno andavo a suonare sotto la metropolitana per comprarmi il biglietto del treno per tornare a casa?

Cosa ne sapeva lui che io ogni sabato pregavo il Creatore onnipotente ed eterno che non facesse mai 13, perché altrimenti quella pacchia sarebbe finita?

Nella vecchia Ford Taunus usata

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Lei, con lui, nella vecchia Ford Taunus usata, sulla statale verso il mare.

Niente altro esisteva: quello era il mondo ed il mondo era cosa buona.

C’era il vento caldo che spettinava i capelli, entrando dai finestrini spalancati e c’erano le balle gialle di fieno sui campi.

C’era la Ford che vibrava con “Foxy Lady” a palla.

Niente contava di più che essere lì, in quel preciso momento, in equilibrio perfetto col resto del mondo: ed il mondo era cosa buona.

E poi quei due tizi che facevano l’autostop a bordo della statale.

Lei e lui si guardano, sorridono, accostano.

Lui fa ai tizi un cenno con la testa, come per  dire: “Ok, montate su.”

I due tizi però appaiono titubanti.

Guardano prima  lei, che a sua volta li guarda, con  il sole dentro gli occhi.

Ma soprattutto guardano lui, con le braccia muscolose coperte di tatuaggi, gli occhiali da sole e i capelli simili alla criniera di un leone impazzito.

Guardano la Ford Taunus usata sul cui fianco, col pennarello indelebile, c’è scritto in stampatello “eppur si muove”, mentre intanto   “Foxy Lady”  fa vibrare la carrozzeria tutta quanta.

“Allora?” chiede lui impaziente, “che facciamo?”

I due tizi si danno un’occhiata e poi uno di loro fa segno di no, agitando il suo indice  insulso.

” ‘ffanculo!!” dice lui ridendo.

Ingrana la prima e la Ford Taunus riprende piano a navigare come un grosso sommergibile  in mezzo alle balle gialle di fieno.

“Li hai spaventati eh?” dice lui a lei, prendendola in giro.

Lei ride. Con la bocca, con  gli occhi, con  i capelli lunghi  che il vento caldo solleva e  fa volare all’interno dell’auto.

Tutto il mondo era lì, sospeso nella  vecchia Ford Taunus.

E il mondo era cosa buona.

(©) R.L.