Quella striscia grigia e salmastra di confine

Conobbi Nico in un giorno di fine scuola. Ci avevano fatto uscire un paio di ore prima, forse perché mancava il professore di greco. Non ricordo bene. Ero una ginnasiale libera, almeno per un paio d’ore. Faceva caldo, si stava bene. Invece di tornare subito a casa, percorrendo come ogni giorno tutta via Manzoni, avrei fatto un giro per conto mio. Avrei imboccato Corso Vittorio Veneto, oltrepassato il Castello Svevo e mi sarei intrufolata nella città vecchia. La città proibita. Il posto in cui mai e poi mai sarei dovuta andare da sola. Il posto dove sempre andavo, invece, quando mi trovavo a passeggiare da sola. Sbucai davanti alla Chiesa di Santa Scolastica e scesi per le scale che dall’alto della cinta muraria portano sulla strada sottostante. Un passo dietro l’altro, lungo il marciapiede scandito dai lampioni monumentali in ghisa, adagiati sugli alti basamenti di pietra bianca, altezzosi e austeri, simili a fedeli guardiani della costa. La muraglia possente da una parte. Il mare dall’altra. Un uomo a torso nudo, con lo stomaco prominente, la pelle bruciata dal sole, sbatteva un grosso polpo sugli scogli, fino a farlo schiumare. Poco più avanti un ragazzo dai capelli nocciola, con degli slip neri, si tuffava da uno dei grandi blocchi di cemento frangiflutti. I suoi vestiti erano posati su un angolo del blocco. Rallentai. Mi fermai. Il ragazzo si tuffava nell’acqua scura che odorava di sale e alghe. Scompariva, per poi riemergere in superficie, più lontano. Gli occhi chiusi. La bocca aperta per riprendere fiato. Ritornava veloce indietro, a grandi bracciate. Risaliva sul blocco di cemento facendo leva sulle braccia muscolose. Si rimetteva in piedi. L’acqua gli scivolava lungo il corpo snello. La sua pelle abbronzata brillava di centinaia di minuscole goccioline splendenti sotto il sole di giugno. La muraglia possente da una parte. Il ragazzo e il mare dall’altra. Ebbi la netta sensazione che si fosse accorto di me e che sorridesse.

 

Nico rubava le sigarette a suo fratello maggiore. Andavamo a fumarcele insieme, seduti su una delle panchine che scandiscono quella sottile striscia di confine che delimita la nostra città e il mare sconfinato. Distanti da noi, due vecchi pescatori aprivano le cozze con gesti esperti, servendosi di un grosso coltello. Di tanto in tanto li sentivamo litigare e imprecare, e ci veniva da ridere. La sirena di una nave ormeggiata nel porto nuovo, squarciava all’improvviso il silenzio di quel pezzo di lungomare diventato nostro. Era come il ruggito straziante di un vecchio leone ferito. E noi, io e Nico, sulla panchina posta sull’orlo del mondo intero, del nostro mondo, ci fumavamo tutto il pacchetto in due. Una sigaretta dietro l’altra, fino a sentirci storditi, ubriachi di fumo, leggeri come le nuvole veloci lassù in alto. Nico con le gambe incrociate sulla panchina ed io con la testa sulle sue gambe, a guardare il cielo senza fine.

Se ci ripenso, a noi, alle nostre vite, è proprio così che eravamo: costantemente sull’orlo di un precipizio, pronti in ogni momento a cadere nel baratro o a spiccare il volo, nel bel mezzo di una voragine senza fine. L’estate sarebbe finita presto. Io sarei tornata a scuola. Nico ancora non sapeva quello che avrebbe fatto. Non ci rimaneva che acchiappare le nostre vite a morsi. Divorarle.

Sognavamo, con il mare davanti agli occhi e la nostra terra alle spalle. Sognavamo su quella striscia grigia e salmastra di confine, che cingeva la città come in un enorme abbraccio. Bari, lì, in quel punto esatto, da una parte ci mostrava il mare e il cielo che si fondevano all’orizzonte, esortandoci a partire. Dall’altra, sempre lì, in quel punto esatto, sul limite tra il noto e l’ignoto, Bari ci teneva stretta tra le sue cosce, come un’amante gelosa e possessiva. Sognavamo di scappare anche se, inconsapevolmente, eravamo tutti e due troppo pieni di quella terra, e di quel mare intorno, e dell’urlo di quelle navi che in lontananza ruggivano come leoni straziati.

Su quel nastro di asfalto grigio puntellato dai lampioni di ghisa simili a fedeli guardiani, io e Nico eravamo gli eroi di un film senza pretese. Con l’anima in fiamme. Il cuore tremante.

Forse è su quella panchina che abbiamo imparato a guardare lontano.

E alla fine ci siamo scrollati davvero quella terra e quel mare di dosso, proiettati ognuno in un mondo diverso. Io a studiare nella capitale. Nico, che non ho mai più incontrato, a lavorare in una fabbrica del nord. Sono sicura che anche a lui, dovunque si trovi, di tanto in tanto risuona nella testa l’urlo prolungato della sirena della nave.

Ci sono passata stamattina, proprio là, su quella striscia grigia che separa la nostra città e il mare immenso. Ho rivisto la nostra panchina. Mi sono seduta un attimo. Domani torno a Roma, ma è bello pensare che questo nostro mare, che in questo punto lambisce e accarezza Bari, questo mare mio, e di Nico, e di tutti quelli che lo hanno amato, custodisca i nostri sogni. Le nostre lacrime. Le nostre preghiere. Le nostre bestemmie. Le nostre speranze. La nostra vita.

I lampioni di ghisa sono lì, come guardiani fedeli.

© RitaLopez

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