Mese: settembre 2015

La maglia azzurro cielo

5031784_barca_in_mare_,_n.3

Era nella camera da letto di nonna, appeso all’angolo tra due pareti.

Era un vecchio tabernacolo di legno scuro, scuro come il legno scuro del letto, scuro come l’armadio, scuro come il comò possente e severo, con lo specchio contornato da una cornice di legno scuro. Santa Rita era dentro il tabernacolo, vestita di nero, da suora, e si infilzava un pugnale nello sterno.

O se lo infilzava o cercava di estrarlo. Non l’ho mai capito.

E non so neanche se è vero che nella vita intrisa di mitologia di questa santa, si inserisca davvero l’episodio di un pugnale che le trafigge lo sterno.

Sarà stata l’esigenza della gente delle mie parti, di teatralizzare a tutti i costi la religiosità, di rendere plateale e passionale persino la spiritualità, di drammatizzare all’ennesima potenza la vita dei santi o degli eroi…non lo so.

La camera da letto buia, con i mobili scuri e il tabernacolo scuro, era illuminata soltanto dalle lucine gialle che circondavano la statua di Santa Rita vestita di nero  che si trafiggeva lo sterno con il pugnale (o che cercava di estrarlo. Ripeto: non l’ho mai capito).

Nonna aveva attaccato all’interno del tabernacolo le fotografie ingiallite, in bianco e nero, dei suoi cari morti nel tempo.

Sarà stata l’esigenza della gente delle mie parti, di avere davanti agli occhi appena svegli e, come ultima immagine prima di addormentarsi, le persone che abbiamo amato, di continuare a parlarci, di mescolare la morte e la vita, la vita e la morte, sempre, con insistenza, fottendosene quasi, come se nulla fosse accaduto, come se quelli che non ci sono più continuino, a dispetto di tutto, ad essere presenti, a respirare nelle nostre case. A vivere insomma.

Il numero di quelle fotografie aumentava  di anno in anno.

Ricordo i volti rigidi e solenni dei miei avi, in bella posa, nei loro abiti migliori, perché andare dal fotografo a farsi fotografare era considerato un evento importante.

Quel tabernacolo con le foto dei morti non mi ha mai infastidito. Non mi ha mai messo a disagio. Era normale per me. Una cosa simile era in quasi tutte le case in cui bazzicavo da bambina.

Ma un giorno, tempo dopo, nonna attaccò nel tabernacolo anche la foto di mio padre.

E questa volta la foto era a colori. La prima foto a colori dentro il tabernacolo.

Gliela avevo scattata proprio io. Era d’estate, eravamo nella barca di zi’ Pietro, su un mare di azzurro cielo.

Lui indossava una maglia azzurra, azzurra come il cielo, azzurra come il mare di azzurro cielo e, incitato da me, sorrideva prima che io scattassi, strizzando gli occhi per via del sole in faccia.

Ecco: quella foto a colori era un violento flash psichedelico in mezzo a tutto quel buio di legno scuro,

era l’esplosione di un dolore lancinante nel torpore della penombra della stanza,

era l’urlo straziante di una preda catturata,

una forma di vita messa sotto vetro, in una soluzione di alcool e formalina, e che ancora voleva palpitare,

era una richiesta di aiuto, un buco nero,

un punto di implosione selvaggia che tutto fagocitava: il resto delle foto in bianco e nero, Santa Rita vestita da suora, il tabernacolo illuminato dalle lucine gialle, il letto scuro, il comò con lo specchio, la camera da letto in penombra ed infine anche me,

rigida sulla soglia della stanza,

le braccia penzoloni,

i pugni stretti,

le mascelle serrate.

© RitaLopez

Teresa T.

772793

Io il primo giorno di scuola della prima elementare, per quanti sforzi faccia, non me lo ricordo proprio.

Mi ricordo benissimo l’ultimo giorno della quinta però.

Sì, perché l’ultimo giorno di scuola dovevamo presentare, davanti a tutta la classe, la relazione di un libro che la maestra ci aveva assegnato un paio di mesi prima.

Libri diversi, da leggere a gruppetti di due, massimo tre alunne.

Il libro che mi era toccato era il Diario di Anna Frank.

La mia compagna di studio, scelta dalla maestra, Teresa T.: la figlia del contrabbandiere che vendeva le sigarette all’angolo di via Nicolai, esattamente dove, anni prima, durante una sparatoria, un proiettile aveva colpito il parabrezza dell’850 di nonna.

Notai le risatine dietro le mani, le sgomitate, gli sguardi ammiccanti delle mie compagne, quando la maestra annunciò con chi avrei dovuto preparare la mia relazione.

Teresa T. era arrivata nella nostra classe quell’ultimo anno.

L’anno prima era stata bocciata, per l’ennesima volta.

Aveva 13 o 14 anni Teresa.

Era alta due spanne più di noi.

Portava già il reggiseno, una terza abbondante credo.

Metteva sulle unghie lo smalto rosso della madre.

Calzava scarpe con i tacchi, Teresa.

E si truccava pure.

Rimasi impassibile alla decisione della maestra, per non dare soddisfazione alle mie compagne, anche se dentro mi sentivo bruciare.

E così, quasi ogni pomeriggio, andavo a casa di Teresa T. per leggere insieme a lei  il Diario di Anna Frank che papà aveva acquistato da Laterza, in via Sparano.

Teresa da me non poteva mai venire. Sua madre non glielo permetteva. Diceva che doveva guardare i fratelli più piccoli.

Lasciavo il libro da lei, per non dovermelo portare avanti e indietro.

Teresa non voleva mai leggere e così leggevo io, ad alta voce, ma casa sua era una bolgia infernale e non era facile concentrarsi.

No, non era per niente facile.

I suoi fratelli più piccoli litigavano in continuazione, e se le davano di santa ragione.

Teresa sopportava un po’, poi si alzava di scatto e li prendeva a schiaffoni e sculacciate.

Tornava a sedersi al tavolo della cucina, accanto a me, e si accendeva una sigaretta.

Me ne andavo appena sua madre tornava a casa.

Non era una donna molto ospitale.

Mi guardava in cagnesco.

Mi metteva soggezione.

Insomma, non so come, alla fine riuscimmo a leggere tutto il libro. Dovevamo solo scrivere la relazione; mancavano un paio di settimana alla fine della scuola ormai.

Ma un pomeriggio, dopo aver suonato al citofono di casa di Teresa, suo fratello mi rispose che non c’era.

E non si presentò neanche a scuola il giorno dopo.

E neanche i giorni successivi.

Ritornai più volte a citofonare sotto casa sua e mi dicevano sempre che Teresa non c’era.

Un giorno si affacciò sua madre dal balcone e in mezzo ai panni stesi intravidi la sua testa con i bigodini.

Mi urlò: “Teresa sta malata!!! Vattìn!”.

Scrissi la relazione da sola, ma sull’ultima pagina firmai con il mio nome e anche con quello di Teresa T.

L’ultimo giorno di scuola presentai la relazione davanti a tutta la classe, seduta accanto alla maestra, sulla cattedra.

L’ultimo giorno di scuola.

Quando suonò la campanella, l’ultima campanella delle elementari, uscimmo come al solito a urla e spintoni dal grande portone di legno incrostato.

Dopo aver superato la piazza, proprio all’angolo della Manifattura dei tabacchi, sento:

“OH!! PSSS!!! PSSS!”

Mi volto.

Era Teresa.

“Ma che fine hai fatto?” le dico. “Mi hai fatto fare tutto da sola!”.

“Tieni”, mi dice porgendomi il libro di Anna Frank “questo è tuo”.

Teresa T. mi guardava con occhi lucidi.

Si girò su se stessa e senza neanche salutarmi se ne andò sculettando sui suoi tacchi consumati.

Solo a casa mi accorsi della scritta sul retro della copertina del libro.

“Grazie che mi hai aiutato, ma a me la scuola non mi piace.”

Rividi Teresa T. quando ero già alle medie.

Tornavo a casa.

Lei era sull’altro lato della strada.

Spingeva una carrozzina per bambini, con la copertura azzurra.

Non mi vide, o fece finta di non vedermi.

Neanche io la chiamai.

© RitaLopez

Il cappotto

8197073

A volte affiori prepotente dai ricordi,

come adesso, che ti rivedo prepararti ad uscire con me,

mentre io ti aspetto, religiosamente in silenzio, sulla soglia di casa tua.

Siamo nel pieno dell’inverno, forse gennaio,

ho i guanti alle mani e le mani sprofondate nelle tasche della mia giacca di pelle.

“Ma pure josce avìt assì?” anche oggi dovete uscire? grida tua madre dalla cucina.

Sta friggendo qualcosa, si sente un buon odore.

“Non preoccuparti mà” le rispondi mentre mi guardi ironico, “Ho il loden!”

“Che? Il lode? e ci è stu lode?” (cosa è questo “lode”?), incalza lei dalla cucina.

“Il cappotto, mà!” urli, mentre mi prendi per il braccio invitandomi ad uscire sul pianerottolo.

E non è vero. Non hai nessun cappotto. Chiami cappotto la sciarpa fatta a mano, a righe orizzontali, marroni e nere, con le frange lunghe alle estremità.

Te la avvolgi 4 o 5 volte attorno al collo.

Rido.

Ridono anche i tuoi due fratelli col moccio al naso e le scarpe sformate.

Usciamo per strada e il vento freddo di tramontana ci taglia le guance,

soprattutto nelle vie che corrono fino al mare.

“Madonna! Madonna che freddo!” balbetto come una stupida.

“Tieni il mio cappotto” mi dici, svolgendoti senza esitare la lunga sciarpa dal collo.

“Non esiste proprio” replico, sentendomi sempre più stupida.

“Allora facciamo a metà” mi proponi.

Ti stringi a me, arrotoli la sciarpa attorno al collo di entrambi e ci fai un nodo.

Camminiamo legati come due salami e ridiamo forte.

E hai ragione: non fa più freddo.

Anzi, è primavera di nuovo.

© RitaLopez

Senza avere paura

020142760-4283d0ee-cb75-448b-bbd0-68da93181120

Voglio alzarmi la mattina e vestirmi di abiti colorati, scendere in strada e andare al lavoro con passo leggero, per strade tranquille, con piante ben curate lungo i marciapiedi.

Voglio studiare e leggere e uscire di sera con le amiche, a testa alta, ridendo per ogni sciocchezza.

Senza avere paura.

Voglio dei bimbi da accompagnare di corsa alla fermata dello scuolabus, e osservarli nei loro grembiulini a quadretti mentre mi salutano dai finestrini, col  piccolo naso  rosso attaccato al vetro.

Voglio sentirmi al sicuro, avere accanto a me un uomo dagli  occhi sereni, che mi parli di vita, che mi parli di  progetti.

Voglio un divano comodo da cui guardare la televisione, scegliendo tra 100 canali insulsi, per poi decidere di spegnere perché mi sto annoiando

e andare al parco nei giorni d’estate a prendere il sole.

Voglio un frigo nuovo su cui attaccare le calamite

e un balcone dove poter  annaffiare i miei gerani dai fiori rosso scuro.

Senza avere paura.

Voglio un letto con lenzuola profumate di bucato fresco, dove dormire sonni profondi,

un posto da cui non allontanarmi,

una casa dove sentirmi a casa,

dove appendere  palloncini variopinti alle feste di compleanno,

un cielo pieno di nuvole e vento,

un cielo senza bombe.

Senza avere paura.

E poi quando morirò è qui che voglio tornare,

qui da dove sto scappando,

qui dove sono nata.

In questa terra bella e ingrata,

disperata e violentata.

Qui per sempre,

con la mente appagata per aver cercato un’opportunità per  me e per i miei figli

e il cuore colmo di rimpianto per non averla trovata proprio qui.

Qui per sempre.

Senza avere paura.

© RitaLopez

 

Casilina blues

maxresdefault

Le 4,30 di mattina ed è ancora buio pesto.

Sono qui, all’incrocio della Casilina, ad aspettare la corriera che mi porta al lavoro.

C’è un cane che abbaia in lontananza, mentre fumo la mia prima sigaretta.

Inspiro forte e penso a te che dormi ancora nel nostro letto, il respiro calmo che ti fa sollevare il petto bianco, e l’amaro mi sale in bocca.

Spengo la sigaretta, ancora a metà, sotto la scarpa, prima di montare sulla corriera silenziosa, stipata di operai come me, addormentati con la testa poggiata al vetro umido o alla finta pelle del sedile.

Hanno la borsa col pranzo sulle gambe.

Sprofondo nel primo posto libero e chiudo gli occhi, cercando di rubare ancora un’ora di sonno.

E invece penso a te che ti sveglierai tra poco, nel nostro letto, e mi si stringe lo stomaco.

Dodici ore al giorno, di ogni giorno della mia vita, per poter vivere.

Dodici ore al giorno, di ogni giorno della mia vita, per stare con te.

Dodici ore al giorno.

Di ogni giorno della mia vita.

Di ogni giorno della mia vita.

Una linea rosa solca il cielo all’orizzonte, mentre la Casilina inizia a trafficarsi.

Fisso il vetro appannato e rivedo mia madre, con gli occhi lucidi d’orgoglio, il giorno che  mi presero in fabbrica,

il mio amico Maurizio che si sbatte l’anima seduto al bar del paese,

te che continui a ripetermi che dobbiamo ringraziare il cielo perché almeno io lavoro.

Dobbiamo ringraziare il cielo.

Dobbiamo ringraziare il cielo.

Scendo dalla corriera insieme agli altri, ognuno diretto al proprio destino, a capo chino, a passo deciso.

Mi riaccendo una sigaretta e penso che non voglio ringraziare nessuno.

Che io sia dannato: non voglio ringraziare nessuno.

© RitaLopez