Mese: ottobre 2014

40 marchi

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Dicono che la felicità non si compra. E neanche l’amore. Ed è vero.

Ma io ogni domenica sera mi trascino al bordello lungo la Zimmerstrasse, dopo essermi stordito di whiskey, per riscaldare questi mesi grigi di lavoro alla catena di montaggio.

C’è una puttana da cui vado sempre, perché ti rassomiglia.

Ha i capelli lunghi, del tuo stesso colore. Ma non sei tu.

Anche se chiudo gli occhi, so che non sei tu.

Eppure per un attimo, ogni volta, ti vedo. Per un attimo.

Ti vedo nei pomeriggi d’estate, quando si andava a mietere il grano, là dove sono i nostri campi dorati e le cicale ti stordiscono.

Hai il viso arrossato dal sole e piccole gocce di sudore brillano sulla tua fronte e fremo di piacere mentre  le immagino scivolare anche lungo la tua schiena.

Lavoriamo fino al tramonto, senza sosta, e poi torniamo alla fattoria.

Libero il cavallo dalla sella,  lo sistemo nella stalla e faccio più in fretta che posso perché tu sei già dentro casa. So che mi stai aspettando.

Entro anch’io.

Il sole è basso all’orizzonte.

Ti volti all’improvviso ed io rimango abbagliato da te e dal tuo corpo infuocato e penso:

“E’ qui. E’ proprio qui che voglio stare . Tra le braccia abbronzate di questa donna, mentre il sole le fa brillare gli occhi da lontano. Voglio stare qui e da nessuna altra parte al mondo”.

Prima di andare via, lascio 40 marchi sul tavolo.

La felicità non si compra. Ed è vero.

Ma un attimo, un attimo solo per scaldarsi il cuore, quello sì.

Mi incammino a passo sostenuto verso l’appartamento che divido con altri tre operai, ripercorrendo la Zimmerstrasse ormai deserta.

Anche il whiskey ha finito il suo effetto.

Il freddo è pungente, mi tiro su il bavero della giacca.

Domani la sirena suona alle 7. Come al solito.

© RitaLopez

(nella foto: opera del Maestro Eugenio Guarini)

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Il giullare e la strega dai lunghi capelli

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Mi piaceva quando venivi a trovarmi nei pomeriggi freddi e umidi e mi portavi i mandarini che avevi comprato per strada e un sacchetto di caldarroste.

Erano mesi e mesi che vivevo con uno straccio al posto del cuore e la mia ruga sulla fronte era accentuata più del solito.

Quella ruga era lì, come una cicatrice indelebile, che penetrava nella mia testa e scendeva fino in fondo al petto, a spaccarmi l’anima in migliaia di pezzi.

Mi piaceva quando entravi e portavi insieme a te l’aria fredda di fuori.

Io e te seduti sul tavolo sgangherato, vicino la finestra, a gambe incrociate.

Io e te.

Io e te a sbucciare le caldarroste.

Io e te a guardare dai vetri appannati lo squallore della strada, mentre la mia stanza si riempiva di luce gialla e odorava di mandarini.

Mi piaceva quando prendevi la chitarra poggiata alla parete e suonavi per me.

Suonavi e sorridevi e riuscivi a farmi cantare.

Sorridevo anch’io.

Eravamo il giullare e la strega dai lunghi capelli.

E proprio quando mi decidevo a raccogliere  i pezzi della mia anima per ricomporli pazientemente, tu dovevi andare via.

Rimanevo seduta sul tavolo, a gambe incrociate, e agitavo la mano quando passavi sotto la mia finestra, per salutarti.

Ti guardavo fino a quando sparivi nel buio, in fondo alla strada.

Solo allora aprivo piano le mani e lasciavo cadere i pezzi della mia anima sul pavimento. Di nuovo.

L’odore dei mandarini era ancora lì.

Ed anche il tocco leggero delle tue labbra sulla mia guancia.

© RitaLopez

Il pugile

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Pensi che mi importi qualcosa di queste ferite, Clodia?

Pensi davvero che mi importi qualcosa?

Non sono neanche in grado di sentirli, questi colpi che mi piombano sulla faccia.

Ho nella bocca il sapore del sangue, riesco a malapena ad aprire gli occhi tumefatti, eppure non provo dolore.

Sono qui a combattere, a sferrare con violenza i pugni sul mio avversario, ma al suo posto immagino di avere di fronte il vecchio patrizio che hai sposato.

Penso alla sua bocca vicino alla tua, dopo che si è ingozzato di cibo, ai suoi occhi umidi di rospo che ti guardano mentre ti spogli e sono sicuro di non avere mai odiato così tanto.

Il tuo sguardo puntato su di me, mentre sono qui sull’arena per farvi divertire, ecco, quello mi fa più male dei colpi.

E la rabbia mi sale dal profondo, mi fa essere più violento, e mi induce a colpire la faccia e la testa del mio rivale, che ha assunto ai miei occhi le sembianze di tuo marito.

Sento il rumore delle ossa del suo cranio che si rompono sotto i miei pugni d’acciaio.

Si accascia per terra, tramortito.

L’ho battuto.

Un profondo boato emerge dalla folla assiepata nella cavea.

Mi siedo esausto, ho le gambe tremanti.

Mi giro a fatica per guardarti sugli spalti.

Ti intravedo, hai gli occhi bassi.

Lui, il vecchio patrizio, ti sta accanto.

Esulta, agitando per aria le sue braccia flaccide e bianche.

Aveva scommesso su di me. E ha vinto.

© RitaLopez

Maddalena

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Una vita intera a preparare di corsa i pranzi e le cene,

ad accudire i figli piccoli, a cambiare i pannolini.

E accanto un uomo pieno di promesse e poca sostanza.

Una vita intera ad alzarsi all’alba, a ritirare i panni stesi prima di uscire per andare al lavoro,

ad aiutare i figli a fare i compiti di pomeriggio, quando andavano a scuola,

a lavare per terra prima di andare a dormire.

E accanto un uomo stanco più di lei, stravaccato sul divano a ronfare davanti alla televisione accesa.

Una vita intera a fare la fila per le bollette, a fare da sola  la spesa del  sabato mattina con le buste stracolme e un macigno nel cuore,

e mai una vacanza, mai un cinema, mai un gelato sul lungomare al tramonto.

E i suoi figli crescevano e le sue occhiaie erano sempre più scure.

E accanto un uomo che non riconosceva più.

Lo guardava di notte, nel letto, mentre russava senza ritegno, a bocca spalancata, appagato da quelle quattro stronzate in cui si era ridotta la sua vita,  incurante di tutto:

della tristezza della sua donna, della sua solitudine, dell’amore di un tempo che era morto e sepolto sotto una coltre di pigrizia e di rinunce e di “lascia perdere”.

Ma quel giorno Maddalena aprì la porta di casa, compiendo il gesto più rivoluzionario, e sognato, e messo da parte, e poi di nuovo agognato, di tutta la vita sua intera.

Aprì la porta di casa, uscì, e non tornò più. A cinquant’anni passati, questa donna di un Sud bigotto ed impiccione, uscì e non tornò più.

Suo marito imprecava in canottiera bianca, facendo sobbalzare  il crocifisso d’oro massiccio appeso al collo .

I figli, ormai grandi, guardavano per terra, come due bambini messi in punizione.

Tutto il quartiere bisbigliava e avrebbe bisbigliato per mesi.

Ma io, ve lo  giuro, facevo il tifo per Maddalena, godendo come una Menade ebbra e  impazzita.

(©) Rita Lopez

Leda

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“Se pensi di conquistarmi solo perchè sei ricco e potente, hai sbagliato donna, amico”.

Così disse Leda al re degli dei.

“La tua strafottenza, il tuo sentirti infallibile, la tua sicurezza boriosa mi stanno sui nervi”.

Proprio così disse la splendida Leda al tronfio dio barbuto.

Persino le foglie sui rami degli alberi smisero di frusciare, temendo la reazione del dio possente.

Zeus era furioso. Andò via come un bisonte bastonato.

Per settimane intere Leda lo rifiutò.

Ma col tempo Zeus cambiò tattica.

Imparò a corteggiarla con parole di fuoco.

Ad  accarezzarla con lo sguardo, a sfiorarla con le mani.

Le cercava le labbra per baciarla, le cingeva teneramente la vita con  le braccia.

Il dio vanitoso assunse agli occhi di Leda l’eleganza di un cigno.

Così lo vide quando si unì a lui. Come un cigno.

Bianco, sinuoso, sincero e lussurioso, al pari di un cigno.

(©) R.L.

La bici rossa

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Da bambino vivevo ad Harlem, dietro Riverton Square, proprio vicino al ponte Madison.

E’ lì, su quelle strade, che ho imparato ad andare in bici.

Erano mesi che la sognavo: una bicicletta!

L’avevo voluta con tutte le mie forze.

E un giorno con Pà andammo nel negozio di Jack, all’angolo della Fifth Avenue, a comprarne una nuova di zecca.

Ero un bambino, ma sapevo esattamente “quanto” era costata quella bici per mio padre.

Ricordo benissimo le mani di Pà, mentre contava i dollari, posandoli uno dietro l’altro sul bancone di legno scuro del negozio di Jack.

Per un attimo mi sono vergognato del mio egoismo.

Per un attimo mi è balenata in mente l’idea di dirgli “Non fa niente Pà, non la voglio più”.

E invece non ho detto nulla e la bici era mia.

Rossa fiammante. Uno schianto.

Ero il ragazzo più felice di Harlem. E Harlem mi sembrava più bella in groppa alla mia bici.

Me la sarei portata con me anche nel letto a dormire.

E invece dovevo lasciarla legata nel cortile di casa, sotto la tettoia,  per evitare che prendesse l’acqua.

E un giorno non c’era più. C’era solo la catena spaccata lì per terra. Ma niente bici.

Ed io ho pianto.

Ho pianto per me e per la mia bici rossa fiammante.

Ho pianto per tutte le volte che avevo urlato in faccia ai miei:

“Sono l’unico del quartiere a non avere una bicicletta!”

e per tutte le volte che mi veniva risposto: “Adesso non si può”.

Ho pianto per quel dannato quartiere in cui ero nato, in mezzo a gente “tagliata fuori”, in una povertà ingiusta e bastarda che ti faceva lavorare dieci volte tanto per ottenere qualcosa che da qualche altra parte era possibile ottenere con una facilità ridicola.

E soprattutto, ho pianto per le mani di Pà, mentre posava i dollari sul bancone di Jack.

Non ho più voluto una bici in vita mia.

Anche adesso che sono uno stimato avvocato, con uno studio prestigioso nel cuore di Manhattan, se mi capita di scorgere una bici rossa fiammante, ho un tuffo al cuore.

E mi vengono sempre in mente le mani di Pà.

E per un attimo avverto quel senso di vergogna, provata quel giorno, là nel negozio di Jack.

© RitaLopez

 

Il Molesto

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Dopo la sessione estiva, chiuso per un po’ l’incubo degli esami, ci piaceva scarrozzare con le moto nei molli e pigri pomeriggi di Roma.

C’erano Mauro “er lumaca” e Cicalone.

C’erano, oltre a me, Antonella “la fata” e Giulia “l’assassina”.

E ancora Polverone e il Tatuato.

E poi c’era lui: il Molesto.

Il Molesto soprannominato Molesto perché era un attaccabrighe, un tipo litigioso.

Molesto. Appunto.

Ed eravamo tutti lì, con le moto rombanti a sfrecciare sul lungotevere Flaminio, liberi come il vento e leggeri come l’aria.

La potenza e la gloria dei motori tra le nostre gambe, il cuore a mille, con la consapevolezza cieca che non saremmo mai invecchiati.

Ad ogni semaforo rosso ci allineavamo guardandoci fieri e ammiccanti, per poi ripartire aggressivi al prossimo verde.

E tutto andava bene.

Fino a che, ad un incrocio, un tipo dinoccolato ha attraversato la strada all’improvviso, sbucando letteralmente dal nulla.

Il Molesto lo ha scansato per miracolo, ma la moto ha iniziato a sbandare.

Davvero non so come lui e la ragazza che aveva dietro non siano caduti.

Si è fermato 10, 15 metri dopo l’incrocio.

Noi, allibiti. Tutti fermi. Il cuore in gola.

Anche il tizio è rimasto impalato lì all’incrocio, dopo aver rischiato così stupidamente la vita. Freddato dalla paura.

Il Molesto si è girato per vedere se il tizio stava bene e il tizio gli ha urlato “I’M FINE!!!!!”.

Era inglese.

Ma il Molesto, che non era un cima per le lingue straniere, aveva capito “A’nfame!!!!”.

“A’nfame a me??? Oh brutto fjo de na mi…..”.

E’ sceso dalla moto. Ha raggiunto il tipo.

Ed è andata a finire come al solito, come ogni volta che il Molesto era con noi.

Ci abbiamo messo 10 minuti buoni per staccarlo dall’inglese allibito, scompigliato, strattonato e scarmigliato e spiegare il malinteso al Molesto.

Abbiamo passato il pomeriggio in birreria, a prenderlo in giro.

Anche l’inglese è venuto con noi.

© RitaLopez