#Roma

17 marzo e Fabricius diventa uomo

E’ l’alba del 17 marzo, la festa dei Liberalia, dedicata al dio Liber, il cui tempio è sull’Aventino. Sono già sveglia da ore e tra poco, dalla mia finestra, spierò nella stanza di Fabricius, che abita di fronte a me.

Il mio amato, che ha compiuto 16 anni, festeggerà oggi, insieme agli altri ragazzi della sua età, il passaggio allo stato di uomo.

Fabricius si toglierà la bulla, la collana che i bambini ricevono quando sono ancora in fasce, come simbolo di protezione, e la deporrà sul piccolo altare dei Lari, che si trova in un angolo, in ogni casa di Roma. Lascerà anche una ciocca dei suoi bei capelli e la prima rasatura della sua barba sottile.

Poi il mio amato si sfilerà la toga praetexta, bordata di porpora, ed io mi sentirò morire alla vista di quelle spalle e di quelle braccia che mi stringono forte, di nascosto, nel buio dell’ingresso di casa mia, mentre i miei fratelli più piccoli giocano nell’atrio.

Sua madre gli porgerà la toga virile, quella che portano gli uomini, bianca, come i petali del giglio.

Farà colazione con un uovo, che rappresenta il principio di tutto, e con una focaccia di latte e farro.

Uscirà per strada, Fabricius, e guarderà alla mia finestra, sapendo che io sono dietro le imposte.

Il cuore mi batterà nel petto.

Seguirà la processione diretta al tempio, sull’Aventino, mentre le sacerdotesse del dio Liber, con i lunghi capelli intrecciati con rami di edera, offriranno torte fatte con olio e miele.

Ci saranno sacrifici, e musiche, e maschere appese agli alberi.

Un grande fallo, in cima ad una pertica, precederà la processione, per augurare fertilità alla terra e agli uomini.

Aspetterò dietro la finestra fino al tramonto, ad attendere il ritorno di Fabricius.

Avrò un sussulto quando lui solleverà la testa per vedere se sono ancora lì, dietro le imposte.
Ed io mi lascerò guardare dagli occhi di un uomo.

© RitaLopez

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La maledizione di Aelia

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E’ grigio e plumbeo il cielo di Roma sopra la città che ancora dorme. Ma alla giovane Aelia non importa.
Pioggia e lacrime sul suo viso sconvolto.
Il vento d’autunno le schiaffeggia le gambe.
Corre Aelia. Corre verso la necropoli fuori le mura. E non ha paura.
Ripensa al giorno prima, a quando ha svoltato l’angolo della Subura, e li ha visti. Fausto, il suo amato Fausto, e Rodine tra le sue braccia.
Le dita delle mani intrecciate. Le bocche che si cercavano con avidità.
Non dorme Aelia. Non dorme per tutta la notte. E medita.
Incide con mano tremante la sua maledizione su una tavoletta di piombo. E all’alba esce di casa.
Pioggia e lacrime sulle guance smunte.
Arriva nel luogo dove sono sepolti i morti, al di là della cinta muraria e scava. Scava una buca con le mani nude, per consegnare la sua dannata preghiera al dio degli inferi.
“Dis Pater, Plutone, io ti prego, poni fini all’amore tra Rodine e Fausto.
Come il morto che è qui sepolto non può né parlare, né discorrere, così Rodine sia morta per Marco Licinio Fausto”.
Non sente il freddo sulle mani. Non sente i graffi delle piccole pietre taglienti sulle dita. Ripone la sua maledizione sul fondo umido e accogliente della terra.
Quasi in preda ad un’eccitazione febbrile, ricopre freneticamente la buca.
Il vento le sferza i capelli sul collo bianco.
E ancora pioggia e lacrime sulle sue gote.
Si copre il capo con il mantello e con le scarpe fradicie e il cuore in subbuglio, ripercorre la strada che la riporta alla Subura, prima che Roma si svegli.

(Nella foto una “tabella defixionis” (tavoletta di maledizione) trovata in via Latina, da una tomba a circa mezzo miglio da Roma. Metà del I sec. a.C. Museo delle Terme di Diocleziano, Roma).

© RitaLopez

La vera storia di Didone

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Hanno fatto di te la donna follemente innamorata dell’eroe leggendario Enea, la regina cartaginese che avrebbe potuto ostacolare la fondazione predestinata di Roma, stabilita dagli dei.

Ti hanno ridotto a sovrana succube della fragilità femminile, quella che la letteratura, da sempre, affibbia alle fanciulle sedotte e poi abbandonate.

Hanno raccontato che è stato facile farti perdere il pudore, che è stato facile venir meno alla promessa fatta al tuo defunto marito,  di non legarti più, mai più, con nessun altro uomo.

Ci hanno restituito l’immagine di una sovrana debole ed insicura, profondamente offesa dall’onta subita, che soffre indicibilmente per il tradimento dell’uomo amato, al punto da  annientare se stessa, fino ad uccidersi.

Ma nei racconti farciti per esaltare i potenti, hanno omesso di dire che tu, Didone, regina che hai fondato  Cartagine nel IX sec. a.C., non avresti mai potuto incontrare Enea le cui vicende, legate alla guerra di Troia, sono antecedenti di più di tre secoli.

Dalla letteratura non commissionata da chi comanda si viene a sapere che tu, Didone,  eri profondamente innamorata di Sicheo, tuo sposo, ucciso dal tuo crudele fratello, Pigmalione.

Nelle versioni tramandate da chi non doveva compiacere Roma, immenso appare il tuo coraggio e la tua risolutezza nello sfuggire al pericolo, quando sei stata costretta a scappare dalla tua patria e a salpare sulle rive di una terra lontana e sconosciuta.

Là, sulla costa settentrionale dell’Africa, hai chiesto al re locale, Jarba, un terreno su cui poter edificare la tua casa.

E Jarba, deridendoti,  ti ha consegnato una pelle di toro dicendo:

“Ma certo! Prendi tanta terra quanta questa pelle riesce a contenere”.

Hai tagliato a striscioline sottilissime la pelle e con esse hai tracciato un perimetro che conteneva tutta la collina e la campagna circostante.

Così hai  fondato Cartagine, Didone,  e l’hai resa una città florida e potente.

Jarba si è accorto di averti deriso a sproposito e ti ha chiesto in sposa, giungedo persino a minacciare di muoverti guerra se non avessi accettato la sua proposta.

Ma tu, pur di non venir meno alla promessa fatta al tuo defunto marito, hai preferito conficcarti una lama nel petto.

Nell’Eneide tu, Didone, regina gloriosa e astuta,  guida combattiva,  fondatrice di una città potente, sei sopraffatta dall’immagine di una donna fragile e lamentosa, accecata da una passione esageratamente sconsiderata e da un dolore troppo travolgente.

La figura di Enea, naturalmente, è quella dell’uomo eroico, che ha saputo rinunciare all’amore di una regina per seguire, obbediente, il volere degli dei, esaltare le proprie virtù guerriere, e compiere l’alta missione che il Fato gli aveva assegnato.

© RitaLopez

La Bellezza

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Sono su un treno che va verso Sud e, sedute vicino a me, ci sono due signore australiane che non conoscono una parola d’italiano.
Madre e figlia. Molto colte, da come le sento parlare.
Molto ricche, da come le vedo vestite.
Sono in vacanza in Italia. Hanno già visto Venezia, Firenze, Assisi, Roma… ed ora sono dirette a Matera.
Il treno si ferma alla stazione di Caserta, proprio davanti alla Reggia del Vanvitelli.
CASSETTA, legge ad alta voce dal tabellone la figlia, che avrà più o meno la mia età. Sorrido involontariamente. Lei se ne accorge. Mi sorride a sua volta. No CASSETTA? mi chiede. No, CASERRRRRTA: scandisco, indugiando sulla erre, pavoneggiandomi quasi, per come riesco a farla vibrare tra la lingua e i denti.
“Oh look over there!!! what a beautiful building!” le dice la madre, una distintissima signora anziana, con un ridicolo cappellino simile a quello della regina Elisabetta. Spiego loro che si tratta del palazzo reale più grande d’Europa, sede dei Borbone, iniziato nel XVIII secolo.
Mi guardano enormemente interessate e mi pregano di continuare. E io continuo (capirai! l’hanno trovata!).
Racconto che è un palazzo che nella sua ideazione doveva reggere il confronto con quello di Versailles, racconto delle sale sontuose, dell’esplosione dell’architettura barocca, della Biblioteca Palatina, della Sala Ellittica che ospita un meraviglioso presepe napoletano, delle incredibili pinacoteche e soprattutto racconto del parco strabiliante, con le fontane e le cascate e le sculture dei miti greci. Hanno gli occhi spalancati. Decidono di fermarsi al ritorno e visitare il luogo.
Mi tempestano di domande: sulle città d’arte, e l’architettura, e la scultura, e le meraviglie della nostra natura, e le spiagge pazzesche del sud, e la nostra cucina, e la storia, quella recente e quella passata, e Michelangelo, e Leonardo, e Raffaello, e la civiltà romana.
Non mi fermo un attimo (capirai! l’hanno trovata!).
E quando dico loro che ho anche una laurea in archeologia e attacco a raccontare del Foro Romano e degli scavi e dell’odore che ha la terra del Palatino (capirai! l’hanno trovata!), sono prese da una sorta di orgasmo mistico.
Solo allora mi rendo conto di quanto la mia concezione della storia, del passato, sia diversa dalla loro. Solo allora mi rendo conto del Paese così giovane e sconfinato da cui provengono. Mi rendo conto di quanta Bellezza e Arte ci circonda. In uno spazio così “stretto” e “piccolo” come l’Italia. Come si fa a scordarsene? Come si fa ad abituarsi alla Bellezza fino ad ignorarla, a non prendersene cura, a non difenderla? Come si fa a non sentirsi uniti dalla Bellezza in cui abbiamo avuto la fortuna di nascere? Come si fa ad affidare tutta questa Bellezza nelle mani di quattro papponi ignobili che pretendono di gestirla insieme al nostro Paese?
Restiamo in silenzio. Loro frastornate da tutte le informazioni che le ho rovesciato addosso (capirai! l’hanno trovata!). Io, un po’ stanca, per aver parlato in un’altra lingua per più di due ore.
Guardo dal finestrino. Le distese di ulivi argentati e le vigne ben disposte in filari precisi, che tra qualche mese saranno cariche di grappoli maturi. Si vede anche il mare in lontananza adesso. E’ tutto bellissimo.
Prima di arrivare a destinazione, mi stringono la mano. Io, da buona meridionale, non riesco a non baciarle. Prima la figlia. Poi l’anziana madre, col suo ridicolo cappellino alla regina Elisabetta.
“What’s your name?” mi chiede. Rita, rispondo. “Rita, you’re so passionate!”, mi dice.
Scendo dal treno. Consapevolmente orgogliosa, mi tuffo a grandi passi nella Bellezza.

© RitaLopez

Nel bosco sacro

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Vivevo a Roma al tempo dei Re e ogni anno, il 15 di marzo, alle Idi, noi ragazze della plebe andavamo a festeggiare l’arrivo della Primavera in un bosco sacro, presso le rive del Tevere.

C’era una fontana, ricordo, dedicata ad Anna Perenna, la nostra antichissima divinità della natura, simbolo della produttività e della lussuria.

Lì nel bosco sacro, a noi ragazze, era permesso fare tutto il contrario di quello che facevamo a Roma.

Per un giorno. Un giorno soltanto.

Costruivamo rustiche capanne con rami di frasche, ricoperte da tende.

Per un giorno, un giorno soltanto, negavamo la città e la civiltà con le sue norme severe.

Danzavamo con i capelli sciolti e scomposti, che si impigliavano nei rovi e si intrecciavano con le foglie.

Per un giorno, un giorno soltanto, negavamo l’austero rituale che prevedeva che li portassimo raccolti in rigide trecce.

Cantavamo a squarciagola i canti riservati agli uomini, ascoltati avidamente durante le rappresentazioni.

Per un giorno, un giorno soltanto, negavamo il nostro divieto a calcare le scene.

Ma, soprattutto, ognuna si sdraiava sul’erba con il proprio compagno, inebriandosi di vino e di sole, e per ogni coppa bevuta, Anna Perenna avrebbe prolungato la nostra vita di un anno. Di un anno ancora.

Per un giorno, un giorno soltanto, negavamo l’impossibilità di influenzare la nostra sorte.

Facevamo l’amore e, tra un sospiro e l’altro, mandavamo maledizioni ai nostri nemici.

Tornavamo in città soltanto al tramonto, sfinite, felici, barcollanti, e la gente che ci incontrava ci considerava fortunate.

Per un giorno, un giorno soltanto, nessuno ci avrebbe punito.

© RitaLopez

 

Marco Curzio

A volte gli dei provocano gli uomini, per sfidarli, per stuzzicarli, o semplicemente perché si annoiano a morte.

E forse si annoiavano a morte anche quel giorno del 362 a.C. quando, nel bel mezzo del foro romano, si aprì una voragine senza fondo. Una voragine nera e spaventosa.

I cittadini, costernati, guardavano la profonda ferita che deturpava la loro piazza più bella e che sembrava allargarsi, ora dopo ora, sotto i loro occhi.

Guardavano e si sentivano impotenti.

A volte gli dei si divertono a spiare le reazioni degli uomini. Forse fanno scommesse sul probabile svolgimento degli eventi, sbattendose altamente delle paure, delle angosce, del dolore che possono provocare.

Venne chiesto il parere dei sacerdoti e i sacerdoti interpretarono il mostruoso baratro come un segno di sventura, una maledizione che avrebbe inghiottito tutto il foro, per poi espandersi alla Subura e all’Argileto, al Campo Marzio e all’isola Tiberina, fino a fagocitare tutta quanta Roma, a meno che…

A meno che i Romani non avessero gettato nell’orrida voragine quanto di più prezioso possedessero.

A volte gli dei dimenticano che tra la massa di uomini e donne senza personalità, senza fegato, senza passioni,  può celarsi una scintilla eroica, una scheggia impazzita, la piccola boccia rossa che fa cambiare traiettoria al resto delle palle da bigliardo, mettendo in discussione tutto quello che si riteneva certo e inevitabile.

Marco Curzio sapeva benissimo quale è il bene più prezioso, il bene supremo.

E’ il coraggio.

La folla assiepata lo vide correre al galoppo sul suo cavallo nero, vestito della sua armatura dorata, il tondo scudo al braccio sinistro e la lancia ben salda nella mano destra.

Neanche un attimo di esitazione sul volto.

Neanche un attimo di paura.

Marco Curzio si lanciò nella voragine.

A volte gli dei diventano piccoli e miseri di fronte alla grandezza di certi uomini e di certe donne.

A volte gli dei devono ritirarsi ad occhi bassi, con la coda tra le gambe. E quel giorno del 362 a.C. fu così.

La voragine si richiuse all’istante.

Quel posto è ancora lì, nel foro romano.

Si chiama Lacus Curtius.

© RitaLopez

 

Ross

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Aveva quel suo  strano modo, quasi solenne, di costruirsi le sigarette, che persino il mondo sembrava fermarsi, quando si accingeva a prepararsene una. Anzi il mondo si fermava, sospeso e in attesa, attorno a lei e attorno a me.

Rollava la cartina su cui aveva sistemato il tabacco quasi fosse un rito sacrale, più e più volte, con un gesto costante e preciso delle dita, la umettava quindi con la saliva per formarne un cilindro sottile e perfetto, e solo quando poneva la sigaretta tra le labbra, accendendola con quei cerini odorosi ed inspirava il fumo con avidità fin dentro i polmoni, il mondo intero riprendeva a funzionare.

Ho vissuto con lei più di un anno, quando io di anni non ne avevo ancora 20 e lei era vicina ai 30.

Ross era un concentrato di saggezza ed esperienza.

Ross era il riassunto di mille vite vissute a morsi ed io, ragazzina catapultata a calci in culo nel mondo, non potevo non adorarla.

Portava  un coltello a serramanico dietro la tasca dei jeans e quando ci capitava di rientrare tardi, col notturno di  piazza Flaminio ormai deserta e silenziosa, non provavo paura con lei al mio fianco.

Mi voleva bene, mi aveva preso sotto la sua protezione.

Sarà stato per i miei occhi sperduti o per i miei lunghi capelli che non permettevano la comunicabilità.

Sarà stato per quell’aria smarrita che avevo. Ma di certo l’approccio con la mia nuova vita in una città enorme, sconosciuta e meravigliosa come Roma, non sarebbe stato lo stesso senza di lei.

A volte spariva per qualche giorno. Viaggiava rigorosamente in autostop, da sola.

Quando era a corto di soldi  lavorava in un pub, là sul lungotevere e rincasava nel cuore della notte.

Udivo il rumore rassicurante  delle chiavi nella toppa e tiravo un sospiro di sollievo.

Ross non aveva paura di niente. E accanto a lei, anche io non avevo paura di niente.

Il freddo dell’inverno era davvero rigido in quella stanza in cui abitavamo e quando studiavo mi piaceva riscaldarmi rannicchiandomi nel suo giaccone di pelle di montone.

Mi piangeva il cuore restituirglielo ogni volta che  doveva uscire.

E poi è andata via anche lei.

“Sei grande ormai”, così mi disse, mentre io avevo gli occhi rossi e gonfi di lacrime.

“Te la caverai anche senza di me”, aggiunse.

Mi lasciò un po’ di piatti, qualche bicchiere, un vecchio frigorifero scassato, ma soprattutto mi lasciò la sua giacca di pelle di montone.

E aveva ragione. Me la cavai da sola.

©RitaLopez

Tarpea

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Lei viveva a Roma. Era di Roma.

Era scesa dal colle per attingere acqua alla fonte, quando un gruppo di Sabini la circondarono.

“Aiutaci ad entrare in città. Ti daremo in cambio qualunque cosa”, le dissero i nemici.

“Voglio quello che portate alla mano sinistra”, rispose la ragazza.

Quella notte lei aprì la porta della città ai Sabini, guidati dal loro re, Tito Tazio.

Il re sabino pensava che la fanciulla, in cambio del tradimento, volesse i bracciali e gli anelli d’oro che tutti loro usavano portare alla mano sinistra. Non è quello, che vogliono tutte le ragazze?

Non è per i monili d’oro che impazziscono tutte quante?

Tito Tazio però non mantenne la sua promessa e una volta entrato di nascosto a Roma, incitò i suoi soldati a scagliare i propri scudi su quella sciocca che aveva tradito il suo popolo.

E i soldati così fecero. Ad uno ad uno. Scagliarono i pesanti scudi sul  corpo della vergine.

Non sapeva, il re sabino, che lei proprio agli scudi si riferiva, quando le aveva chiesto cosa volesse in cambio del tradimento.

Anche gli scudi sono impugnati con la mano sinistra.

Lei lo sapeva bene: i nemici, una volta entrati nella città e sprovvisti della principale protezione, lo scudo, sarebbero stati facilmente uccisi dai Romani. Il suo popolo.

E così fu. I Sabini furono sconfitti.

Anche lei morì, sepolta dalle armi nemiche.

Nessuno seppe mai se fosse una traditrice o un’eroina.

Il suo corpo fu gettato dalla rupe che da lei prese il nome.

E il suo nome era Tarpea.

E allora? Chi è lo sciocco? Chi è?

©RitaLopez