#Roma

ROMA NACQUE IN UN GIORNO DI FESTA E DI SANGUE

Quella giornata era iniziata con un presagio favorevole. Aveva vinto la contesa augurale con suo fratello e adesso, scagliata un’asta di corniolo verso il colle Palatino, questa era penetrata con un tonfo secco nella terra e si era immediatamente trasformata in albero. Era il 21 aprile, giorno ideale per la fondazione della nuova città, perché era il giorno in cui i pastori festeggiavano la dea Pales, l’antica divinità del Palatino. La dea della pastorizia. Parilia si chiamava la festa. Da parĕre, che vuol dire partorire. Aprile è infatti il mese in cui le capre partoriscono i capretti.
Celebrò la festa davanti al Lupercale, la grotta in cui lui e suo fratello erano stati allevati da bambini. Furono accesi dei fuochi su cui gli uomini saltavano per purificarsi e per propiziare la nascita dei capretti.
Sì. Era davvero un bel giorno quello. Un giorno di sole caldo e di cielo azzurro intenso.
Chiamò a raccolta tutti i rappresentanti dei vari villaggi sparpagliati sui colli. Davanti a loro scavò quindi una fossa circolare e vi depose all’interno le primizie del raccolto. Quindi invitò ciascuno di loro a coprire la fossa. Uno alla volta gli uomini si avvicinarono e gettarono un pugno di terra proveniente dal proprio paese natale, in modo che le terre si confondessero e si mescolassero in un unico corpo. Senza distinzione. Quando la fossa fu completamente coperta, vi innalzò sopra un altare. Accese un grande fuoco e pronunciò i nomi di Roma. Il nome noto di Roma e i nomi segreti di Roma. Quelli che nessun nemico doveva conoscere. Così che nessun nemico potesse essere in grado di maledire.
Indossò quindi una tunica cinta in vita, con un lembo che gli copriva la testa, secondo l’antico rituale etrusco. Fissò all’aratro un vomere di bronzo, vi aggiogò un bue e una vacca, entrambi bianchi, e li guidò lui stesso in senso antiorario, tracciando un profondo solco lungo il perimetro stabilito, per disegnare i confini della città.
Dietro di lui gli uomini gettavano nello scavo delle pietre, perché la pioggia non potesse cancellarlo. Lungo quel solco sarebbero infatti sorte le mura. Ogni tanto sollevava l’aratro, lì dove ci sarebbero state le porte della città. Quello rappresentava il perimetro sacro e inviolabile, il limite che non poteva essere valicato in armi e la cui profanazione sarebbe stata punita.
Ma improvvisamente qualcuno, un ragazzo, in segno di sfida, oltrepassò il solco. Gli si gelò il sangue nelle vene. Era suo fratello. Lasciare impunito quel salto, quell’offesa, avrebbe significato permettere che le mura diventassero attraversabili da chiunque. Lo uccise. La sua morte era la prova che le mura erano sanctae e nessuno, nessuno avrebbe potuto violarle impunemente. Neanche il fratello del re. E mentre il sangue ancora caldo penetrava nella terra smossa, ritornò all’aratro con un’ombra che gli era scesa nel cuore e continuò a tracciare il perimetro della città.
Roma nacque in un giorno di festa, con la benedizione degli dei e un dolore profondo nel petto di uomo. Fu fondata secondo una sacralità che non poteva essere violata. Da niente e da nessuno.
Roma nacque dalla mescolanza di terre diverse, come punto da cui ricominciare.
Dall’orgoglio delle proprie diverse origini e culture, come ricchezza da cui partire.
Per affermare la concordia al di sopra delle discordie.
Per garantire la diversità senza, per questo, diventare nemici.
©RitaLopez
(nella foto: Annibale Carracci, Romolo traccia con l’aratro il confine della città di Roma, 1590, Bologna, palazzo Magnani)

IX secolo a.C.

Il giorno della mia morte il sole era alto nel cielo e faceva molto caldo.

Mio padre mi sistemò con cura nel grande dolio. Mi stese delicatamente le braccia e le gambe ai lati del corpo e mi baciò per l’ultima volta i capelli sottili.

Non avevo ancora sei anni.

«Non devi avere paura» mi sussurrò all’orecchio.

«Questa Terra ti proteggerà. E un giorno qualcuno ti troverà e rivedrai la luce. Te lo prometto».

Scavò quindi un’ampia fossa circolare e, aiutato dai parenti, vi adagiò l’anfora con me all’interno. Sapevo che non lo avrei rivisto mai più, ma feci come mi aveva chiesto. Non ebbi paura.

Lo vidi chinarsi a prendere una zolla di Terra tra le mani e lanciarla sopra di me. Anche gli uomini e le donne della mia famiglia, che erano venuti per la sepoltura, fecero lo stesso. Continuarono fino a quando mi ricoprirono completamente e fu allora che mi sentii avvolgere da due braccia forti.

Ancora una volta non ebbi paura.

«Chi sei?» chiesi.

«Sono la Madre Terra» mi rispose una voce morbida come i raggi di quel sole che prima brillavano nel cielo e che pure non erano riusciti a riscaldarmi.

Da quel momento la Madre Terra non mi abbandonò neanche un attimo.

Mi avvolgeva nei suoi abbracci odorosi di muschio umido e acqua piovana. Mi proteggeva dal caldo afoso dell’estate e dal freddo pungente dell’inverno. Mi cullava e mi accarezzava come fanno tutte le madri con i loro piccoli.

Avevo sempre in mente le parole di mio padre e per questo non ho mai avuto paura.

E poi, come avrei potuto? La Madre Terra mi raccontava ogni giorno le storie fantastiche di quello che accadeva in superficie e che io non potevo vedere.

Mi raccontava della fondazione di una città gloriosa, dalle possenti mura quadrate, e di sette Re lungimiranti, succedutisi nei secoli.

Mi raccontava di come quel posto in cui io giacevo, fosse diventato un luogo sacro. Un santuario dove i pellegrini, cantando sommessamente, recavano offerte votive in onore degli dei celesti.

Mi raccontava di grandi battaglie e astuti generali. Di imperatori magnanimi e di altri spietati. Di incendi e carestie, di vittorie e di stragi, di processioni trionfali ed esecuzioni. Di sacerdotesse custodi di un fuoco sacro e di intricati complotti politici. Della costruzione di opere ed edifici mai visti sulla terra. Di strade e acquedotti. Di templi e palazzi magnifici. Di teatri e circhi. Di gallerie e ponti.

Mi raccontava della grandezza, e del prestigio, e della fama che la città sopra di me godeva, fino a lambire i confini del mondo conosciuto. E poi della sua caduta. Del suo inesorabile declino. Di saccheggi e devastazioni. Della sua lenta ascesa e rifioritura.

Mi raccontava di grandi artisti e di uomini geniali. Di scultori eccellenti e pittori sopraffini. Di architetti e poeti. Di musicisti e letterati. Di uomini santi ed empi malvagi.

Mi raccontava, senza mai stancarsi, di guerre sanguinose e dittature. Di stragi e di morte. Di povertà e di ricrescita. Di amore sconfinato e di bellezze da capogiro.

Per un tempo senza fine la Madre Terra mi ha protetto e custodito come il bene più prezioso all’interno di uno scrigno. Come la perla più vivida e pregiata nascosta in un’ostrica.

Mi ha dato riparo per un tempo sconfinato come il mare. Come il firmamento. Come la terra stessa che mi conteneva e mi cullava… fino a quando, una mattina che faceva molto caldo, vidi di nuovo il sole alto nel cielo.

Proprio come mio padre mi aveva sussurrato all’orecchio in un passato vertiginosamente lontano, qualcuno mi trovò.

La Madre Terra mi ha baciato un’ultima volta sulla testa. Ha slegato il suo abbraccio morbido e ricolmo d’amore, e mi ha lasciato andare.

«Va’ adesso. Tutto quello che mi viene affidato, io lo custodisco con cura», ha detto.

«Qual è il tuo nome Madre?» le ho chiesto prima che due braccia forti mi sollevassero piano dal mio giaciglio secolare.

«Roma» mi ha risposto.

Il tizio che mi ha trovato aveva uno strano copricapo giallo sulla testa e la faccia sporca di fango. Mi ha sollevato con estrema attenzione, come se io fossi una specie di miracolo. La cosa più importante che gli fosse capitata nella sua vita. Sul suo volto c’era tutto lo stupore, la commozione e la meraviglia del mondo.

Non lo sapeva, non poteva saperlo, ma io gli ho sorriso.

©RitaLopez (pubblicato nella Gazzetta del Mezzogiorno del 17 novembre 2019)

Lucrezia

Non c’è bisogno di mostrarsi licenziosa per suscitare gli istinti brutali di una mente depravata. Lucrezia era chiamata “la casta”. La pudica. Era l’esempio di virtù muliebre cui tutte le spose dovevano ispirarsi.
A Roma, alla fine del VI secolo avanti Cristo, regnava un re sanguinario. Si chiamava Tarquinio, detto “il Superbo”, a causa della sua indole arrogante.
Durante l’assedio di Ardea, nell’ambito di una guerra lunga e aspra, gli ufficiali, di sera, bevevano e discutevano attorno al fuoco. E, ovviamente, parlavano di donne.
Sorse presto una disputa su quale fra le mogli dei presenti, fosse la più virtuosa. Pare che il primato andasse alla moglie di Collatino, Lucrezia. La più morigerata di tutte.
Collatino stesso propose di tornare di nascosto a Roma per dimostrare la fedeltà della sua sposa.
E così un gruppo di uomini, inebriati dal vino, si misero in viaggio. Giunti a Roma, proseguirono per Collazia, dove sorpresero Lucrezia intenta a filare la lana in compagnia delle sue ancelle.
Il vanto di uomo è anche questo: la castità del corpo di sua moglie.
In quel gruppo di uomini c’era anche Sesto Tarquinio, il figlio del Superbo.
Non c’è bisogno di ammiccare con seduzione, per risvegliare il folle desiderio della bestia.
Anche la mirabile castità di una donna può risvegliare il tarlo di un’insana libidine.
Tempo dopo, una notte senza luna, Sesto Tarquinio tornò a Collazia da solo a casa di Lucrezia e la stuprò, violandola nello stesso modo in cui suo padre, il Superbo, aveva violato Roma.
Il vile trionfo di un uomo è anche questo: il possesso del corpo di una donna, anche contro la sua volontà. Soprattutto contro la sua volontà.
La giovanissima sposa, prostrata non solo dal dolore ma anche da un irragionevole senso di colpa, affondò la lama di un pugnale nel suo petto innocente, cercando di liberare l’anima dalla sozza prigionia che sentiva essere diventato ormai il suo corpo.
Il tormento di un uomo è anche questo: il supplizio delle membra di una donna.
Dopo che Lucrezia si squarciò il petto, i Romani, capeggiati da Collatino, suo marito, e l’amico Giunio Bruto, giurarono vendetta contro tutta la stirpe dei Tarquini.
La rabbia cieca di un uomo nasce anche da questo: dal corpo di una donna trasformato in vessillo.
Lucrezia si suicidò a Roma nel 509 avanti Cristo, dopo aver subito una violenza sessuale.
Nel 509 avanti Cristo cadde la monarchia e sorse la Repubblica.
Furono quindi eletti dal prefetto dell’Urbe due consoli, nei comizi centuriati. Sapete chi?
Collatino e Giunio Bruto.
A volte l’oltraggio privato di un uomo può trasformarsi in pretesto per una rivoluzione politica, con la benedizione del sangue sacrificale del corpo martoriato di una donna.
Lucrezia fu uccisa due volte.
Una volta dal mostro. E una volta dalla morale.

17 marzo e Fabricius diventa uomo

E’ l’alba del 17 marzo, la festa dei Liberalia, dedicata al dio Liber, il cui tempio è sull’Aventino. Sono già sveglia da ore e tra poco, dalla mia finestra, spierò nella stanza di Fabricius, che abita di fronte a me.

Il mio amato, che ha compiuto 16 anni, festeggerà oggi, insieme agli altri ragazzi della sua età, il passaggio allo stato di uomo.

Fabricius si toglierà la bulla, la collana che i bambini ricevono quando sono ancora in fasce, come simbolo di protezione, e la deporrà sul piccolo altare dei Lari, che si trova in un angolo, in ogni casa di Roma. Lascerà anche una ciocca dei suoi bei capelli e la prima rasatura della sua barba sottile.

Poi il mio amato si sfilerà la toga praetexta, bordata di porpora, ed io mi sentirò morire alla vista di quelle spalle e di quelle braccia che mi stringono forte, di nascosto, nel buio dell’ingresso di casa mia, mentre i miei fratelli più piccoli giocano nell’atrio.

Sua madre gli porgerà la toga virile, quella che portano gli uomini, bianca, come i petali del giglio.

Farà colazione con un uovo, che rappresenta il principio di tutto, e con una focaccia di latte e farro.

Uscirà per strada, Fabricius, e guarderà alla mia finestra, sapendo che io sono dietro le imposte.

Il cuore mi batterà nel petto.

Seguirà la processione diretta al tempio, sull’Aventino, mentre le sacerdotesse del dio Liber, con i lunghi capelli intrecciati con rami di edera, offriranno torte fatte con olio e miele.

Ci saranno sacrifici, e musiche, e maschere appese agli alberi.

Un grande fallo, in cima ad una pertica, precederà la processione, per augurare fertilità alla terra e agli uomini.

Aspetterò dietro la finestra fino al tramonto, ad attendere il ritorno di Fabricius.

Avrò un sussulto quando lui solleverà la testa per vedere se sono ancora lì, dietro le imposte.
Ed io mi lascerò guardare dagli occhi di un uomo.

© RitaLopez

La maledizione di Aelia

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E’ grigio e plumbeo il cielo di Roma sopra la città che ancora dorme. Ma alla giovane Aelia non importa.
Pioggia e lacrime sul suo viso sconvolto.
Il vento d’autunno le schiaffeggia le gambe.
Corre Aelia. Corre verso la necropoli fuori le mura. E non ha paura.
Ripensa al giorno prima, a quando ha svoltato l’angolo della Subura, e li ha visti. Fausto, il suo amato Fausto, e Rodine tra le sue braccia.
Le dita delle mani intrecciate. Le bocche che si cercavano con avidità.
Non dorme Aelia. Non dorme per tutta la notte. E medita.
Incide con mano tremante la sua maledizione su una tavoletta di piombo. E all’alba esce di casa.
Pioggia e lacrime sulle guance smunte.
Arriva nel luogo dove sono sepolti i morti, al di là della cinta muraria e scava. Scava una buca con le mani nude, per consegnare la sua dannata preghiera al dio degli inferi.
“Dis Pater, Plutone, io ti prego, poni fini all’amore tra Rodine e Fausto.
Come il morto che è qui sepolto non può né parlare, né discorrere, così Rodine sia morta per Marco Licinio Fausto”.
Non sente il freddo sulle mani. Non sente i graffi delle piccole pietre taglienti sulle dita. Ripone la sua maledizione sul fondo umido e accogliente della terra.
Quasi in preda ad un’eccitazione febbrile, ricopre freneticamente la buca.
Il vento le sferza i capelli sul collo bianco.
E ancora pioggia e lacrime sulle sue gote.
Si copre il capo con il mantello e con le scarpe fradicie e il cuore in subbuglio, ripercorre la strada che la riporta alla Subura, prima che Roma si svegli.

(Nella foto una “tabella defixionis” (tavoletta di maledizione) trovata in via Latina, da una tomba a circa mezzo miglio da Roma. Metà del I sec. a.C. Museo delle Terme di Diocleziano, Roma).

© RitaLopez

La ninfa del Tevere

Era il 1889 e a Roma si effettuavano i lavori di costruzione del Palazzo di Giustizia, proprio a ridosso del Tevere, quando, scavando, emerse dal terreno impregnato d’acqua, il sarcofago della giovane Crepereia. Un sarcofago come tanti, a dire il vero, ma quando si sollevò il coperchio, la scoperta diventò leggenda. Lo scheletro della ragazza era adagiato all’interno ma il suo teschio era ancora ricoperto da una folta e lunghissima capigliatura che ondeggiava sull’acqua penetrata all’interno durante i secoli. Il volto era girato da un lato, dove giaceva anche la sua bambola.

Ogni ragazza, alla vigilia delle sue nozze, andava a deporre la propria bambola sull’altare della dea Afrodite, come segno della fine dell’infanzia e della propria verginità. Ma Crepereia, che non aveva ancora vent’anni, promessa sposa di Filetus, non lo avrebbe fatto mai. Le sue amiche non le avrebbero mai consegnato il fuso e la conocchia, come si usava, per rimarcare il passaggio alla vita di moglie fedele e devota. Il suo futuro marito, Filetus, non l’avrebbe mai sollevata tra le braccia, per evitare che inciampasse nel varcare la soglia della nuova casa, scongiurando, in questo modo, ogni segno nefasto.

Niente di tutto questo sarebbe accaduto, perché un giorno la morte misteriosa venne a prendere Crepereia. Il suo corpo freddo venne adagiato nel sarcofago di marmo finemente decorato, all’esterno, da un rilievo bassissimo che la raffigurava sul letto, defunta, mentre i genitori la compiangevano.

Al momento della sepoltura sua madre le aveva messo gli orecchini a pendente, in oro e perle, quelli che a lei piacevano tanto e una collana con i ciondoli, formati da piccoli cristalli di berillo. Con le lacrime agli occhi le aveva posato sul capo una coroncina di foglie di mirto, trattenuta da piccoli fiori d’argento. Per ultimo le aveva infilato nell’anulare sinistro l’anello nuziale su cui era inciso il nome di Filetus, l’uomo che avrebbe dovuto sposare.

«Aspettate! Fermi! La sua bambola!» disse qualcuno, prima che la tomba fosse richiusa per sempre.

Posero nel sarcofago anche me, la sua bambola d’avorio, creata dalle mani esperte di un giovane artigiano dagli occhi nocciola e dai capelli neri come la notte: Stenius.

Crepereia non mi lasciava mai. Ero il suo gioco preferito, perché ero una bambola di mirabile fattura, certo. Perché avevo le articolazioni snodate e sembravo muovermi come un essere umano, certo. Ma mi amava più di ogni altra cosa, soprattutto perché era stato Stenius a costruirmi.

Pensava a Crepereia, Stenius, quando stilizzò i miei piccoli seni e modellò il mio ventre.

Pensava a Crepereia quando disegnò il morbido ovale del mio volto. Il naso dritto. La bocca carnosa. Gli occhi intensi e assorti.

Pensava a Crepereia quando incorniciò il mio viso con morbide trecce avvolte sulla nuca.

Queste cose nessuno le sapeva. Solo io custodivo il segreto. Solo io sapevo che le carezze che Crepereia faceva a me, erano in realtà rivolte al giovane di cui era innamorata.

Mi posero dunque vicino alla testa della promessa sposa e chiusero il coperchio del sarcofago. Il suo tonfo cupo fece rabbrividire i presenti.

Ci seppellirono entrambe in una buca profonda, sulle sponde del Tevere.

Ho vegliato su Crepereia per tutto questo tempo. Sono stata la sua bambola fedele, giorno dopo giorno. E, giorno dopo giorno, una goccia del fiume penetrava nel sarcofago. Una goccia dopo l’altra, dopo l’altra, dopo l’altra, fino a che esso si riempì completamente di acqua.

Passarono molti secoli e un giorno degli uomini scoprirono il nostro nascondiglio e aprirono il sarcofago.

Enorme fu lo stupore dei loro occhi quando ci videro.

Crepereia si era trasformata in una divinità fluviale, dai lunghissimi capelli che fluttuavano nell’acqua del sarcofago.

Era diventata una ninfa.

La ninfa del fiume Tevere. La ninfa dai lunghi e morbidi capelli.

***

(Dalla testimonianza dell’archeologo R. Lanciani, presente agli scavi per la costruzione del nuovo Palazzo di Giustizia, a Roma, nel 1889:

“Tolto il coperchio, e lanciato uno sguardo al cadavere attraverso il cristallo dell’acqua limpida e fresca, fummo stranamente sorpresi dall’aspetto del teschio, che ne appariva tuttora coperto dalla folta e lunga capigliatura ondeggiante sull’acqua. La fama di così mirabile ritrovamento attrasse in breve turbe di curiosi dal quartiere vicino, di maniera che l’esumazione di Crepereia fu compiuta con onori oltre ogni dire solenni, e ne rimarrà per lunghi anni la memoria nel quartiere Prati. Il fenomeno della capigliatura è facilmente spiegato. Con l’acqua di filtramento erano penetrati nel cavo del sarcofago bulbi di una tal pianta acquatica che produce filamenti di color d’ebano, lunghissimi, i quali bulbi avevano messo di preferenza le loro barbicine sul cranio. Il cranio era leggermente rivolto verso la spalla sinistra, dove era adagiata una gentile figurina di bambola…”).

© RitaLopez

(Pubblicato nella Gazzetta del Mezzogiorno del 29 aprile 2020).

(nella foto: bambola di Crepereia, II sec. d.C., Roma Centrale Montemartini).

La Bellezza

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Sono su un treno che va verso Sud e, sedute vicino a me, ci sono due signore australiane che non conoscono una parola d’italiano.
Madre e figlia. Molto colte, da come le sento parlare.
Molto ricche, da come le vedo vestite.
Sono in vacanza in Italia. Hanno già visto Venezia, Firenze, Assisi, Roma… ed ora sono dirette a Matera.
Il treno si ferma alla stazione di Caserta, proprio davanti alla Reggia del Vanvitelli.
CASSETTA, legge ad alta voce dal tabellone la figlia, che avrà più o meno la mia età. Sorrido involontariamente. Lei se ne accorge. Mi sorride a sua volta. No CASSETTA? mi chiede. No, CASERRRRRTA: scandisco, indugiando sulla erre, pavoneggiandomi quasi, per come riesco a farla vibrare tra la lingua e i denti.
“Oh look over there!!! what a beautiful building!” le dice la madre, una distintissima signora anziana, con un ridicolo cappellino simile a quello della regina Elisabetta. Spiego loro che si tratta del palazzo reale più grande d’Europa, sede dei Borbone, iniziato nel XVIII secolo.
Mi guardano enormemente interessate e mi pregano di continuare. E io continuo (capirai! l’hanno trovata!).
Racconto che è un palazzo che nella sua ideazione doveva reggere il confronto con quello di Versailles, racconto delle sale sontuose, dell’esplosione dell’architettura barocca, della Biblioteca Palatina, della Sala Ellittica che ospita un meraviglioso presepe napoletano, delle incredibili pinacoteche e soprattutto racconto del parco strabiliante, con le fontane e le cascate e le sculture dei miti greci. Hanno gli occhi spalancati. Decidono di fermarsi al ritorno e visitare il luogo.
Mi tempestano di domande: sulle città d’arte, e l’architettura, e la scultura, e le meraviglie della nostra natura, e le spiagge pazzesche del sud, e la nostra cucina, e la storia, quella recente e quella passata, e Michelangelo, e Leonardo, e Raffaello, e la civiltà romana.
Non mi fermo un attimo (capirai! l’hanno trovata!).
E quando dico loro che ho anche una laurea in archeologia e attacco a raccontare del Foro Romano e degli scavi e dell’odore che ha la terra del Palatino (capirai! l’hanno trovata!), sono prese da una sorta di orgasmo mistico.
Solo allora mi rendo conto di quanto la mia concezione della storia, del passato, sia diversa dalla loro. Solo allora mi rendo conto del Paese così giovane e sconfinato da cui provengono. Mi rendo conto di quanta Bellezza e Arte ci circonda. In uno spazio così “stretto” e “piccolo” come l’Italia. Come si fa a scordarsene? Come si fa ad abituarsi alla Bellezza fino ad ignorarla, a non prendersene cura, a non difenderla? Come si fa a non sentirsi uniti dalla Bellezza in cui abbiamo avuto la fortuna di nascere? Come si fa ad affidare tutta questa Bellezza nelle mani di quattro papponi ignobili che pretendono di gestirla insieme al nostro Paese?
Restiamo in silenzio. Loro frastornate da tutte le informazioni che le ho rovesciato addosso (capirai! l’hanno trovata!). Io, un po’ stanca, per aver parlato in un’altra lingua per più di due ore.
Guardo dal finestrino. Le distese di ulivi argentati e le vigne ben disposte in filari precisi, che tra qualche mese saranno cariche di grappoli maturi. Si vede anche il mare in lontananza adesso. E’ tutto bellissimo.
Prima di arrivare a destinazione, mi stringono la mano. Io, da buona meridionale, non riesco a non baciarle. Prima la figlia. Poi l’anziana madre, col suo ridicolo cappellino alla regina Elisabetta.
“What’s your name?” mi chiede. Rita, rispondo. “Rita, you’re so passionate!”, mi dice.
Scendo dal treno. Consapevolmente orgogliosa, mi tuffo a grandi passi nella Bellezza.

© RitaLopez

Casilina blues

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Le 4,30 di mattina ed è ancora buio pesto.

Sono qui, all’incrocio della Casilina, ad aspettare la corriera che mi porta al lavoro.

C’è un cane che abbaia in lontananza, mentre fumo la mia prima sigaretta.

Inspiro forte e penso a te che dormi ancora nel nostro letto, il respiro calmo che ti fa sollevare il petto bianco, e l’amaro mi sale in bocca.

Spengo la sigaretta, ancora a metà, sotto la scarpa, prima di montare sulla corriera silenziosa, stipata di operai come me, addormentati con la testa poggiata al vetro umido o alla finta pelle del sedile.

Hanno la borsa col pranzo sulle gambe.

Sprofondo nel primo posto libero e chiudo gli occhi, cercando di rubare ancora un’ora di sonno.

E invece penso a te che ti sveglierai tra poco, nel nostro letto, e mi si stringe lo stomaco.

Dodici ore al giorno, di ogni giorno della mia vita, per poter vivere.

Dodici ore al giorno, di ogni giorno della mia vita, per stare con te.

Dodici ore al giorno.

Di ogni giorno della mia vita.

Di ogni giorno della mia vita.

Una linea rosa solca il cielo all’orizzonte, mentre la Casilina inizia a trafficarsi.

Fisso il vetro appannato e rivedo mia madre, con gli occhi lucidi d’orgoglio, il giorno che  mi presero in fabbrica,

e il mio amico Maurizio che si sbatte l’anima seduto al bar del paese,

e te, che continui a ripetermi che dobbiamo ringraziare il cielo perché almeno io lavoro.

Dobbiamo ringraziare il cielo.

Dobbiamo ringraziare il cielo.

Scendo dalla corriera insieme agli altri, ognuno diretto al proprio destino, a capo chino, a passo deciso.

Mi riaccendo una sigaretta e penso che non voglio ringraziare nessuno.

Che io sia dannato: non voglio ringraziare nessuno.

© RitaLopez

Ross

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Aveva quel suo  strano modo, quasi solenne, di costruirsi le sigarette, che persino il mondo sembrava fermarsi quando si accingeva a prepararsene una. Anzi il mondo si fermava, sospeso e in attesa, attorno a lei e attorno a me.

Rollava la cartina su cui aveva sistemato il tabacco quasi fosse un rito sacrale, più e più volte, con un gesto costante e preciso delle dita. La umettava quindi con la saliva per formarne un cilindro sottile e perfetto e solo quando poneva la sigaretta tra le labbra, accendendola con quei cerini odorosi, inspirando il fumo con avidità, fin dentro i polmoni, il mondo intero riprendeva a funzionare.

Ho vissuto con lei più di un anno, quando io di anni non ne avevo ancora 20, mentre lei era più vicina ai 30.

Ross era un concentrato di saggezza ed esperienza.

Ross era il riassunto di mille vite vissute a morsi ed io, ragazzina catapultata a calci in culo nel mondo, non potevo non adorarla.

Portava  un coltello a serramanico dietro la tasca dei jeans e quando ci capitava di rientrare tardi, col notturno di un piazzale Flaminio ormai deserto e silenzioso, non provavo nessuna paura con lei al mio fianco.

Mi voleva bene, mi aveva preso sotto la sua protezione.

Sarà stato per i miei occhi sperduti o per i miei lunghi capelli che non permettevano la comunicabilità.

Sarà stato per quell’aria smarrita che avevo. Ma di certo l’approccio con la mia nuova vita in una città enorme, sconosciuta e meravigliosa come Roma, non sarebbe stato lo stesso senza di lei.

A volte spariva per qualche giorno. Viaggiava rigorosamente in autostop, da sola.

Quando era a corto di soldi  lavorava in un pub sul lungotevere e rincasava nel cuore della notte.

Udivo il rumore rassicurante  delle chiavi nella toppa e tiravo un sospiro di sollievo.

Ross non aveva paura di niente. E accanto a lei, anche io non avevo paura di niente.

Faceva freddo in quella stanza in cui abitavamo e ogni volta che studiavo, le rubavo il suo giaccone di pelle di montone.

Mi piangeva il cuore restituirglielo ogni volta che  doveva uscire.

E poi è andata via anche lei.

“Sei grande ormai”, così mi disse, mentre io avevo gli occhi rossi e gonfi di lacrime.

“Te la caverai anche senza di me”, aggiunse.

Mi lasciò un po’ di piatti, qualche bicchiere, un vecchio frigorifero scassato, ma soprattutto mi lasciò la sua giacca di pelle di montone.

Ed ebbe ragione. Me la cavai da sola.

©RitaLopez

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