L’importanza dell’arte di raccontare, in tutte le sue forme

Guardo le foto di Arturo Cucciolla, raccolte per la bella mostra “1968/1969” e mi sembrano incredibilmente familiari. Io, all’epoca, ero solo una bimba di due, tre anni. Una bambina dinoccolata dagli occhi avidi. Eppure quelle foto le sento come se fossero anche il “mio” passato. Mi ci riconosco. Probabilmente perché “quegli anni” hanno influenzato tutta la mia infanzia. E poi la mia giovinezza. Non sarei quella che sono senza “quegli anni”. La mia era una famiglia di operai. I miei nonni lavoravano alla Manifattura dei Tabacchi. Abitavo nel cuore del Libertà. Mamma casalinga… Il mio piccolo mondo era un mondo pieno d’amore e con pochi soldi. E poi… poi c’era mio zio, il fratello più giovane di mamma, che non aveva nemmeno vent’anni. Che si era messo a fare politica. Che portava i capelli lunghi e i jeans a zampa d’elefante. Che partecipava alle manifestazioni insieme agli operai. Che mi portava a passeggio a Piazza Umberto, soprannominata la Piazza Rossa, e mentre io mangiavo il gelato distribuiva in giro volantini. Adoravo mio zio perché era giovane. Perché mi faceva ridere. Ma soprattutto perché era uno che aveva disobbedito. A chi e a che cosa, ancora non m’era chiaro. Ma io così lo percepivo. Uno che si era sganciato dall’impostazione tradizionale della famiglia ed era entrato nel flusso di un movimento sconosciuto e occulto, scombinando la tranquillità sonnolenta delle nostre vite. Soprattutto di quelle dei miei nonni. Ricordo vagamente le urla. Le porte sbattute. Parole come “collettivo” e “lotta del proletariato” e “occupazione di Facoltà”. Mio zio era un mistero affascinante per me. Ed io lo amavo perché avvertivo che lui, a differenza degli altri componenti della mia famiglia, era il protagonista di un momento “epico”.

A ripensarci adesso, non avevo poi tutti i torti. Quegli anni sono stati davvero uno stravolgimento sociale. Hanno portato cambiamenti epocali. Hanno rappresentato lo spartiacque tra un “prima” e un “dopo”. Sono stati una vera e propria crisi, nel senso più positivo del termine. La crisi ha un valore epifanico. Squarcia il velo. Mostra il marcio. La crisi esige un cambiamento.

L’influenza di quel Movimento è durata molto a lungo nel tempo. Ha accompagnato gli anni delle scuole medie con le mie prime partecipazioni ai cortei delle femministe. Di nascosto, ovviamente. Ha aleggiato sugli anni formativi del liceo e, dopo, su quelli straordinari dell’università a Roma.

Bari. E Roma. Come è stato per Arturo. Abitavo alla Casa dello studente, presso ponte Milvio. Ero una giovane donna proletaria e meridionale. E a questo si aggiungeva adesso anche la condizione di fuorisede. Gli ingredienti c’erano tutti. Un mix esplosivo. La Casa dello Studente di Roma era un edificio di proprietà del Ministero degli Affari Esteri. Fu occupata dagli studenti fuorisede molti anni prima che ci andassi io. Tutti li conoscevamo, anche se erano molto più grandi di noi. Erano quelli che “avevano fatto” il 68. Dei personaggi mitologici, ai nostri occhi. Mi emoziona rivedere, tra le fotografie di Arturo Cucciolla, la scalinata della Facoltà di Lettere e Filosofia stracolma dei giovani di allora. I vetri rotti dell’edificio di Giurisprudenza. Le barricate erette davanti alla statua della Minerva. I ragazzi a cavalcioni sul tetto della Facoltà di Valle Giulia, la stessa che adesso frequenta mia figlia.

Quello che noi delle generazioni successive invidiavamo di “quegli anni” era la variegata e strabiliante ricchezza della composizione sociale del Movimento. C’erano gli studenti, insieme agli operai, insieme alle donne, insieme agli intellettuali. Una coesione stravagante che non sarebbe mai più stata raggiunta. Quello che ammiravamo, era la disponibilità gioiosa alla partecipazione attiva, da parte di tutti. Era la coscienza di quanta forza deriva dallo stare insieme, dal fare gruppo compatto. Era la fierezza di essere protagonisti. Ecco: la fierezza! C’è fierezza sulle facce dei ragazzi di queste fotografie. C’è fierezza nel corteo degli studenti del Flacco di Bari. Sui volti dei manifestanti del Movimento Studentesco a Roma. C’è fierezza sui volti degli operai metalmeccanici. Gente che “vuole” lavorare, ma lavorare a condizioni umane. C’è tutta la consapevolezza che la protesta non è soltanto un diritto, ma un dovere. Come sui volti straordinari di quelle donne che distruggono le baracche di Borghetto Latino, insieme ai loro uomini. Il lavoro… La casa… Diritti basilari. Diritti sacrosanti. E anche se i volti sono contratti per il dolore, corrugati per la rabbia, c’è una tale dignità in queste donne e in questi uomini ritratti da Arturo Cucciola, che è impossibile non provarne empatia. La stessa dignità che si ritrova sui volti dei pescatori calabresi che scherzano sulla spiaggia, prima di andare a pescare di notte…

Al di là del fortissimo potere evocativo che su di noi, oggi, suscita il bianco e nero, al di là dell’importanza che uno scatto fotografico significava tanti anni fa, in quanto consacrazione, solennizzazione di un momento, il fascino di queste fotografie consiste soprattutto nell’empatia mostrata verso il prossimo da parte di un ragazzo, un giovane barese studente di architettura. Arturo in queste foto non ha scattato da spettatore, ma da “militante”. Da militante di vita. Ci stava in mezzo, fino al collo. Totalmente coinvolto. C’è passione e coinvolgimento persino in quelle fotografie che mostrano un quartiere Tiburtino irriconoscibile, o la periferia degradata di Cinecittà. O in quelle che ritraggono bambini che litigano durante la processione di Pasqua, a Valenzano, completamente ignorati dagli adulti.

Ciò che “quegli anni” ci hanno lasciato, tralasciando quali siano i nostri credi e le nostre convinzioni politiche, dando per scontato le obiettive, importantissime, fondamentali conquiste sociali, credo sia proprio il meraviglioso messaggio che cambiare è possibile se facciamo rete, se si sta in gruppo, se ci crediamo. Che ribellarsi non è un peccato, a volte. Anzi. Che l’individualismo esasperato impoverisce qualcosa di estremamente prezioso: la nostra identità in quanto appartenenti alla razza umana. Come archeologa non può non starmi a cuore l’importanza della testimonianza del passato, in tutte le sue forme. È necessario raccontarlo il passato. E queste fotografie lo fanno. Raccontano una storia bellissima. Un sogno che può realizzarsi. La fantasia che è caratteristica straordinaria degli esseri umani. La speranza che il mondo possa comunque essere un posto migliore. Anche domani. Soprattutto domani.

©RitaLopez

(pubblicato nella Gazzetta del Mezzogiorno dell’11 dicembre 2019)

 

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