Mese: giugno 2015

Il Generale Marzano

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Entro in una farmacia in via di Santa Maria Maggiore.

Subito dopo entra anche il generale Marzano.

Non lo conosco ma la farmicista, una signora distinta sulla sessantina, salutandandolo lo chiama così.

Il generale Marzano è un uomo possente, vicino più agli 80 che ai 70, e ha dei grandi baffi grigi.

La sua testa e le sue mani sono attraversate da un evidente tremolio.

Si siede spossato su una sedia vicino all’apparecchio per misurare la pressione.

“Generale non si sente bene? Perché è uscito stamattina?”

Percepisco che la farmacista è preoccupata, aggrotta le sopracciglia, e poi a bassa voce mi sussurra:

“Ha un inizio di Alzheimer, vive da solo, qua vicino….Esce di casa e dimentica le chiavi all’interno dell’appartamento…un disastro!”, e poi, ad alta voce, rivolta a lui: “Ha preso le chiavi di casa generale?”.

“Sì.” risponde il generale, le tempie umide di sudore per il gran caldo, “Eccole!” gliele mostra come un bambino diligente, facendole tintinnare in aria.

“E dove pensa di andare ora, generale Marzano?”

“Devo andare a Piazza Venezia, c’è mio figlio che mi aspetta”.

Dalla faccia della farmacista capisco che non c’è nessun figlio che lo aspetta a Piazza Venezia.

“Generale fa molto caldo, non può andare da solo fino a piazza Venezia, è lontano. La prego torni a casa. Non posso lasciare il negozio, altrimenti l’avrei accompagnata io….”

“Lo accompagno io il generale” dico d’istinto.

“Oh! grazie mille”, mi sussurra la farmacista “abita a due portoni da qui”.

Mi avvicino al generale e lo invito ad alzarsi prendendogli piano un braccio.

A fatica si mette in piedi. E’ altissimo. E’ una montagna enorme scossa da tremolii gentili.

Arriviamo sotto il portone di casa. Prende da bravo le chiavi dalla tasca e apre con la mano tremante, ma comunque avvezza ad un gesto ripetuto chissà quante volte, per chissà quanti anni.

Gli reggo l’anta del portone per lasciarlo passare.

“Buongiorno Generale”, gli dico prima di chiudere.

Si volta verso di me e si porta la mano tesa e tremolante vicino la tempia sudata in segno di saluto.

Mi metto sull’attenti, la schiena rigida, le gambe unite, e mi porto anch’io la mano destra alla testa.

Rimango così fino a che entra nell’ascensore.

Richiudo il portone.

Vado. E’ tardi.

© RitaLopez

Solo per un attimo

Senza titolo

(III sec. a.C.)

Non so bene come andarono i fatti, perché io non ero ancora nato.

Non ne avevo avuto ancora il tempo.

So soltanto che mia madre quel giorno aveva iniziato ad avere le doglie: si preparava per me.

So soltanto che camminò tanto: riuscivo a sentirla, comodamente adagiato dentro la sua pancia.

Forse andava a cercarsi un posto tranquillo per partorire.

All’improvviso ha avuto un sussulto, ne sono sicuro.

Ha iniziato a correre e il suo respiro si faceva sempre più corto, sempre più corto.

Avvertivo la sua paura, l’affanno, l’angoscia, le doglie che continuavano sempre più ravvicinate.

So soltanto che qualcuno le ha fracassato la testa, fratturandole il cranio.

E’ caduta sulla terra umida e odorosa.

Ancora viva. Il suo cuore batteva ancora.

Giusto il tempo perché io nascessi e fossi per un attimo accecato dalla luce abbagliante del sole. Solo per un attimo.

Poi, più niente.

……………………………………

(Settembre 2001)

Stamattina un gruppo di archeologi ha trovato lo scheletro, osteologicamente ben rappresentato, di un giovane adulto di sesso femminile e i resti ossei di un feto a termine, tra i femori della donna.

Gli studiosi interpretano questa situazione come “parto nella tomba”, caratterizzato dall’espulsione del feto, per fenomeni putrefattivi del corpo della madre, qualche mese dopo il decesso.

Alcune lesioni riscontrate sul cranio della donna, fanno supporre una morte per cause accidentali.

Per ora è tutto. Il prossimo notiziario alle ore 13. Pubblicità.

©RitaLopez

“Cosa vedi?”

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Era giugno, ricordi?

Mi dissero della morte di tuo padre un pomeriggio di afa soffocante.

Fino a pochi giorni prima ridevamo nella grande piazza di pietra bianca, accecati dalla luce.

Ridevamo ad alta voce insieme agli altri. Eravamo come rondini impazzite nel cielo.

E poi ti ho rivisto un pomeriggio, al calare della sera, seduto sul muretto a strapiombo sul mare.

Fissavi un punto all’orizzonte, le mani in tasca.

Mi sono avvicinata, mi sono seduta accanto a te.

“Cosa stai guardando?” ti ho chiesto, “Cosa vedi? Sembri irraggiungibile”.

“Non posso spiegartelo”, mi hai risposto, continuando a fissare lontano, “ma è spaventoso”.

Avrei voluto prenderti la mano e stringerla, ma mi sentivo inopportuna.

Inopportuna come le rondini che urlavano impazzite nel cielo.

E poi successe anche a me.

A giugno, un mese così bello e così straziante.

Dopo giorni di autolesionismo, mi sono ricordata di te.

Sono venuta a cercarti.

Ti ho trovato al solito posto. Eri seduto sul muretto a strapiombo sul mare.

Gli occhi puntati all’orizzonte, a fissare un punto imprecisato.

Di nuovo mi sono seduta accanto a te.

“So cosa vedi”, ti ho sussurrato con le mie ultime forze.

“E’ spaventoso”.

Senza distogliere lo sguardo dal punto in cui il cielo diventa mare e il mare diventa cielo, mi hai preso la mano.

Le rondini vorticavano e urlavano impazzite sopra di noi.

©RitaLopez

Mia sorella Tullia

Statue-Vestali

 

Portarono Tullia al tempio che non aveva ancora compiuto 10 anni.

Ero gelosa di mia sorella maggiore, scelta per diventare una Vestale, la sacerdotessa della Dea del fuoco perenne di Roma.

Mi infastidivano gli elogi di mia madre, gli occhi lucidi e gonfi di lacrime ogni volta che a casa si parlava di lei.

Morivo di invidia quando incontravo Tullia per strada, insieme alle altre sacerdotesse.

Persino i magistrati si inchinavano e le lasciavano passare.

Tullia era tra le più belle. Il velo bianco, che le copriva il capo, abbagliava come il marmo di Roma sotto il sole d’estate.

Ci guardavamo un attimo.

Mi sorrideva ogni volta.

Ma io non ricambiavo il sorriso.

Mai.

Volevo essere al suo posto.

Ecco cosa volevo.

L’ho incontrata per le strade del Foro quando ero bambina, e poi adolescente, e poi ancora quando sono diventata la moglie del ricco patrizio che non ho mai amato.

Tullia mi ha sempre cercato con lo sguardo e con lo sguardo mi ha sempre sorriso.

Ma questa mattina Tullia non mi guarda.

Questa mattina portano Tullia al Campus Scelleratus per essere sepolta viva: è così che puniscono una Vestale quando perde la sua verginità.

Mia sorella è sdraiata su una lettiga, legata alle braccia e alle gambe con delle cinghie di cuoio.

E’ come se fosse già morta.

Mia sorella, la vergine impura, procede nel corteo funebre che la porta alla tomba.

La folla è silenziosa e costernata.

Giungiamo presso Porta Collina.

Tullia verrà introdotta in un sepolcro sotterraneo, dove hanno preparato una tavola imbandita, una fiaccola accesa, pane, acqua in un vaso, latte ed olio, quasi a volersi discolpare della morte di un corpo fino a quel momento considerato sacro e solenne.

Mi intrufolo tra la folla e mi avvicino più che posso alla lettiga, dove mia sorella è sdraiata. La raggiungo. Sono accanto a lei. La guardo. E’ ancora bellissima, nonostante indossi il suo abito funebre.

Mi guarda. E’ sperduta. Le sorrido.

Io sorrido a mia sorella Tullia.

Fra un attimo il sepolcro verrà chiuso.

La sua memoria cancellata per sempre.

© RitaLopez

Se ti avanzano li riporti indietro

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“Allora: questi sono per i libri”.

Metteva i soldi sul tavolo.

Guardavo le sue mani mentre contava le banconote e mi sentivo i crampi allo stomaco.

“E questi sono per mangiare. Di più non posso.”

Un moto convulso mi agitava il petto, non so dire se per rabbia o per disperazione.

“Guarda che sono troppi!” mentivo.

“S’avànzan l’annùsce ‘ndret”. (Se ti avanzano li riporti indietro).

Lasciava i soldi in bella mostra, perché il giorno dopo sarei dovuta partire all’alba, prima che lei si svegliasse.

Mi salutava già dalla sera.

“Iàpr l’ecchje” (apri gli occhi).

Sapevo che non avrei mai potuto ripagarla. Mai.

Anche se un giorno fossi diventata ricca, sarebbe stato impossibile ricambiarla di quello che faceva per me, anche se ci avessi aggiunto il massimo degli interessi.

Non sarebbe mai stata la stessa cosa.

Ci sono attimi, gesti, azioni che acquistano una valenza talmente elevata, che non potrà mai essere eguagliata.

Ci sono doni che hanno la solennità dell’imparagonabile.

Ed io mai avrei potuto ripagarla. Lo sapevo.

Mi alzavo dal letto che era ancora buio.

Mi mettevo lo zaino pesante sulle spalle.

Mi avvicinavo al tavolo. Prendevo i soldi.

Prima di metterli in tasca li contavo.

Mi avviavo verso la porta.

A metà strada, tornavo indietro.

Riprendevo i soldi dalla tasca.

Li ricontavo.

Ne lasciavo metà sul tavolo.

Chiudevo più piano possibile la porta alla mie spalle.

©RitaLopez