Mese: marzo 2015

Andromeda

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Sono nata con un destino di merce di scambio appiccicato addosso.

Andromeda dalla bellezza inaudita,

Andromeda il capro espiatorio,

invidia delle donne e oggetto di desiderio degli uomini.

Sono il termine di paragone insuperabile,

la ragazza amabile, bella più delle Ninfe,

colei che deve pagare,

colei che deve riparare la colpa.

Sono il pegno del riscatto,

l’agnello sacrificale,

la vacca da mungere senza mai ricevere un grazie,

perché è scontato che io debba patire la pena.

Sono l’oggetto di scambio per salvare un paese strafottente dall’insidia del mostro,

sono la cavia legata ad una roccia a strapiombo sul mare,

il pasto alla portata di tutti, senza neanche il diritto ad avere pudore.

Sono il premio per l’eroe coraggioso che viene ad uccidere il mostro,

il trastullo di tutte le sue future voglie notturne,

il trofeo glorioso di cui vantarsi con gli amici ubriachi.

Il mostro marino sanguina dalla gola trafitta,

mi guarda mentre il mio salvatore mi porta via con sé,

gonfio d’orgoglio.

Addio unico amico di notti solitarie,

addio unico consolatore di pianti,

addio dispensatore di carezze.

©RitaLopez

‘A grazzia

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“A ma scì a Lurde”.

“Dobbiamo andare a Lourdes?? Dobbiamo chi?”

“Noieddù”.

“E perché?”

“Percè quannn si fatt u concors, sò addomandat ‘a grazzia a la Madonn”.

In effetti avevo superato il concorso, dopo decine di altri concorsi, per permettermi anche io il lusso di poter lavorare.

“Scusa, nonna” replicai stringendo la cornetta del telefono nella mano sudata, “ma l’hai chiesta tu la grazia, non io”.

“Mè! I so ditt a la Madonn ca t’prtav pur a te. E mo addà vinì. Affòrz”.

(Ho promesso alla Madonna che avrei portato anche te. E ora devi venire. Per forza).

Sapevo di non avere alternative.

Sapevo che sarebbe venuta fino a Roma, se occorreva, e mi avrebbe trascinato con lei pure per i capelli, se occorreva.

Tentai l’ultima carta: “Ma ho la bimba piccola…”

“Làssl a mammt.” (Lasciala da tua madre. Sua figlia cioè).

Argomento chiuso.

E così prendiamo questo aereo da Bari, insieme a un gruppo di anziani scalmanati che frequentavano la sua parrocchia, lì nel mio malfamato quartiere Libertà.

Mi metto l’anima in pace, pronta a tutto, pronta ad accettare persino la situazione surreale in cui mi toccherà vivere nei prossimi due giorni.

Uno dei vecchietti che sta nel nostro gruppo ha portato un bidone di plastica da cinque litri.

Deve riempirlo con l’acqua benedetta, per poterla distribuire a quelli della parrocchia del Libertà, che non sono potuti venire.

Dopo quasi due ore di volo, completamente ubriacata da canti religiosi, inframmezzati da applausi spaccamani, e l’urlo periodico, simile ad un grido di guerra, di “Vivammariaaaa!!!!”, atterriamo all’aeroporto, che dista una decina di chilometri da Lourdes.

C’è un pullmann che ci porta a destinazione.

E una volta raggiunto l’albergo è quasi notte, ma gli anziani scalmanati, compreso nonna, si riuniscono in una delle sale per dire il rosario.

Intanto io li aspetto, sprofondata in una delle poltrone del bar.

Bevo un martini.

Forse due.

Forse anche tre.

Il giorno dopo andiamo alla grotta di Bernadette.

Davanti alla statua della Madonna, nonna dice:

“Madonna mè, sì vist?? La so prtat” (Madonna mia. Hai visto? Te l’ho portata).

Ed è stato in quel momento, negli occhi neri di questa donna dalla pelle scura di messicana, nel sorriso esplosivo di chi mostra amore e riconoscenza, che ho visto tutta la potenza del vero miracolo, la luminosa forza di chi possiede una fede cieca e incondizionata, l’onestà di chi vuole mantenere una promessa, l’umiltà elevata a coraggio, il coraggio che non conosce impedimenti, l’attitudine positiva verso la vita….

Quando siamo scesi dal pullmann che ci riportava all’aeroporto, al momento di prendere le nostre borse dal portabagagli, ci siamo accorte che erano tutte bagnate.

L’acqua proveniva dal bidone di plastica da cinque litri, riverso orizzontalmente, che il vecchietto che viaggiava con noi aveva diligentemente riempito con l’acqua benedetta.

Sicuramente non aveva avvitato bene il tappo.

Il bidone era completamente vuoto.

Prima di salire sull’aereo, al bar dell’aeroporto, il vecchietto ha chiesto al ragazzo del bar di riempire il bidone di acqua del rubinetto.

Sull’aereo nonna ride.

Mi sussurra nell’orecchio: “Ai voglia co st’acqua a aspettà la grazzia, chidd cristiàn!”

(Stanno fresche quelle persone che chiederanno la grazia con quest’acqua!).

Rido anch’io.

©RitaLopez

Una sola strada

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Sono scappato mille volte di casa.

Mille volte, gettando i libri di scuola nella spazzatura dietro l’angolo.

E mai mi sono voltato indietro,

ma col cuore a pezzi mi sono bevuto anche l’anima

e mi sono fumato anche il cervello.

 

         Ed ho pensato ogni notte di scappare da quel vicolo puzzolente di verdure rancide.

         E ogni notte invece sono rimasto, imprecando,

        perché l’idea di lasciarti così solo, e indifeso, e malato, mi faceva stare male.

       Mi ubriacavo da solo, per stordirmi e riuscire a farcela.

       Mi ubriacavo da solo, per darmi forza e coraggio.

 

Ho provato tutto quello che c’era da provare

e ho peccato tutto quello che c’era da peccare.

Ho rubato, ho testimoniato il falso, ho desiderato le donne degli altri,

le ho desiderate così tanto da amarle senza ritegno e senza scrupoli,

seminando figli che neanche io conosco.

 

         Ho fatto i lavori più umili del mondo quando c’era da lavorare,

         senza mai leccarmi le ferite sulle mani spaccate.

         E quando da lavorare non c’era,

         ho anche rubato, per dare da mangiare ai miei figli.

         Una schiera di piccoli marmocchi con gli occhi più grandi delle loro guance.

 

Solo quando ho raggiunto il fondo dell’abisso

ho visto per la prima volta la mia anima.

L’ho toccata con la punta delle dita.

Era lì, con la sua lieve consistenza.

E ho pianto.

 

       La gente pensa che non ci sia nulla che possa scalfirmi.

       La gente pensa che io sia temprato come l’acciaio, solido come una roccia.

       Solo io conosco la vulnerabilità della mia anima. La tocco con la punta delle dita.

        E’ lì, con la sua lieve consistenza.

        Le sorrido.

 

La strada per la perdizione e quella per la santità è una sola.

E non è detto che il “santo” e “colui che si è perduto” non siano la stessa persona.

©RitaLopez

Piazza Navona e Cenerentola

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Mi piaceva entrare a piazza Navona dall’angolo di via Agonale, perché così l’avrei vista di botto tutta intera e mi avrebbe investito con la sua bellezza da togliere il fiato. Ogni sera.

Sfioravo con lo sguardo i corpi nudi e possenti dei quattro fiumi e glorificavo la mia fortuna di trovarmi, in quel preciso momento della mia vita, in questa mastodontica città eterna. Io che ero nata e cresciuta in un quartiere vischioso e denso del sud, catapultata nel cuore della bellezza infinita.

Il Danubio mi piaceva più di tutti. Avrei voluto arrampicarmi sulle sue cosce possenti, accucciarmi tra le sue braccia e adagiare la testa sulla sua spalla muscolosa, per ammirare con lui la facciata del Borromini, che splendeva di bianco nel buio della sera.

Proseguivo fino alla fontana del Moro, all’altra estremità della piazza.

Era lì che si radunavano i miei amici.

C’era Fabrizio, magro e allampanato, che suonava la chitarra e Manola l’argentina, con la sua voce soave e straordinaria che riscaldava la piazza, anche nel freddo di quelle sere d’inverno.

Piazza Navona di 30 anni fa non aveva nulla a che vedere con la bolgia di turisti e bancarelle che affollano come in un finto carosello la piazza di oggi.

Soprattutto nelle sere d’inverno era un posto incantato.

Riuscivi a sentire persino il rumore dei tuoi passi sul selciato e il gorgoglio dell’acqua delle fontane.

C’erano gruppi di ragazzi che chiacchieravano o suonavano la chitarra e veri pittori che dipingevano veri quadri con veri colori.

Mi sentivo Cenerentola vestita da principessa, ma come Cenerentola, prima di mezzanotte, dovevo correre a prendere l’ultimo autobus.

Mi dirigevo a passo veloce verso piazza S. Agostino e poi sempre più in fretta per i vicoli scuri e ormai deserti, fino a correre più forte che potevo in direzione di piazza Augusto Imperatore col terrore di perdere l’autobus ed essere lasciata sola, nel buio più totale, lì accanto al solitario e spettrale Mausoleo di Augusto.

Montavo sull’autobus con l’affanno e non riuscivo neanche a parlare, ma il conducente mi diceva: “A nì!! Che ce fai in giro da sola a st’ora? Siedite qua vicino, famme compagnia, famo dù chiacchiere!”

Roma era anche questo.

Io che raccontavo col fiatone, al conducente, della mia infanzia, e di mio padre, e dei miei studi, all’interno di un autobus arancione che correva a tutta velocità sul lungotevere, mentre il freddo della notte bagnava di brina i vetri della mia improbabile carrozza.

E come nella favola, il conducente fermava i suoi quattro cavalli bianchi proprio davanti alla mia abitazione. Non alla fermata dell’autobus, ma esattamente davanti al posto dove abitavo.

Proprio davanti.

Venivo depositata con cura, all’ingresso, adagiata amorevolmente come una principessa.

Roma era anche questo.

“Grazie…Lei è troppo gentile”, dicevo al conducente prima di scendere, il mio respiro ormai normalizzato.

“Ciao nì”.  E ripartiva.

©RitaLopez

La vita sognata

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Avevi una gran voglia di diventare donna in fretta, perché ti sentivi troppo grande ormai per i giochi da bambina. E tu bambina non volevi più esserlo.

E così come fanno i rami di vite in estate, sei cresciuta in fretta, perché era questo che volevi, vero Agnese?

Sì, però a quel punto non vedevi l’ora di scappare dal piccolo mondo in cui eri vissuta, come fa un bruco che per troppo tempo è stato comodamente adagiato nel suo bozzolo stretto.

Via da quelle quattro pareti, dolorosamente amate, silenziosamente odiate.

E così come fanno le farfalle, sei volata lontano, perché era questo che volevi, vero Agnese?

Sì, però subito dopo hai iniziato a sognare di un amore che non ti facesse sentire poi così tanto libera, ma che ti incatenasse con gradevoli legacci di parole sussurrate e ti attanagliasse la bocca dello stomaco con i suoi piacevoli malori nauseanti.

E così come fa una regina superba, appena hai trovato l’amore ti ci sei avvolta nel suo lungo e impenetrabile mantello, perché era questo che volevi, vero Agnese?

Sì, ma hai subito iniziato a sognare un lavoro, e una casa e dei figli.

Sempre scomodamente proiettata nel futuro, vero Agnese?

Così scomodamente da crollare distrutta sul letto ogni sera, senza mai la sensazione di alzarti da quello stesso letto, ogni mattina, con la gioia di avere davanti un nuovo giorno, ma con il malessere tipico di chi ha il collo contratto, a forza di essere  proteso in avanti, sempre e solo in avanti, senza mai godere o capire o vedere ciò che avevi in quel momento.

I figli sono cresciuti e sono andati via. Tuo marito ti ha lasciato tempo fa e tu sei in pensione.

Ti osservo mentre apri le imposte scrostate della tua finestra, per annaffiare i gerani.

Gli occhi spenti.

Giusto il tempo di annaffiare i gerani e richiudere di nuovo le imposte.

Cosa sogni adesso, Agnese? Cosa sogni?

©RitaLopez

Nel bosco sacro

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Vivevo a Roma al tempo dei Re e ogni anno, il 15 di marzo, alle Idi, noi ragazze della plebe andavamo a festeggiare l’arrivo della Primavera in un bosco sacro, presso le rive del Tevere.

C’era una fontana, ricordo, dedicata ad Anna Perenna, la nostra antichissima divinità della natura, simbolo della produttività e della lussuria.

Lì nel bosco sacro, a noi ragazze, era permesso fare tutto il contrario di quello che facevamo a Roma.

Per un giorno. Un giorno soltanto.

Costruivamo rustiche capanne con rami di frasche, ricoperte da tende.

Per un giorno, un giorno soltanto, negavamo la città e la civiltà con le sue norme severe.

Danzavamo con i capelli sciolti e scomposti, che si impigliavano nei rovi e si intrecciavano con le foglie.

Per un giorno, un giorno soltanto, negavamo l’austero rituale che prevedeva che li portassimo raccolti in rigide trecce.

Cantavamo a squarciagola i canti riservati agli uomini, ascoltati avidamente durante le rappresentazioni.

Per un giorno, un giorno soltanto, negavamo il nostro divieto a calcare le scene.

Ma, soprattutto, ognuna si sdraiava sul’erba con il proprio compagno, inebriandosi di vino e di sole, e per ogni coppa bevuta, Anna Perenna avrebbe prolungato la nostra vita di un anno. Di un anno ancora.

Per un giorno, un giorno soltanto, negavamo l’impossibilità di influenzare la nostra sorte.

Facevamo l’amore e, tra un sospiro e l’altro, mandavamo maledizioni ai nostri nemici.

Tornavamo in città soltanto al tramonto, sfinite, felici, barcollanti, e la gente che ci incontrava ci considerava fortunate.

Per un giorno, un giorno soltanto, nessuno ci avrebbe punito.

© RitaLopez

 

Marco Curzio

A volte gli dei provocano gli uomini, per sfidarli, per stuzzicarli, o semplicemente perché si annoiano a morte.

E forse si annoiavano a morte anche quel giorno del 362 a.C. quando, nel bel mezzo del foro romano, si aprì una voragine senza fondo. Una voragine nera e spaventosa.

I cittadini, costernati, guardavano la profonda ferita che deturpava la loro piazza più bella e che sembrava allargarsi, ora dopo ora, sotto i loro occhi.

Guardavano e si sentivano impotenti.

A volte gli dei si divertono a spiare le reazioni degli uomini. Forse fanno scommesse sul probabile svolgimento degli eventi, sbattendose altamente delle paure, delle angosce, del dolore che possono provocare.

Venne chiesto il parere dei sacerdoti e i sacerdoti interpretarono il mostruoso baratro come un segno di sventura, una maledizione che avrebbe inghiottito tutto il foro, per poi espandersi alla Subura e all’Argileto, al Campo Marzio e all’isola Tiberina, fino a fagocitare tutta quanta Roma, a meno che…

A meno che i Romani non avessero gettato nell’orrida voragine quanto di più prezioso possedessero.

A volte gli dei dimenticano che tra la massa di uomini e donne senza personalità, senza fegato, senza passioni,  può celarsi una scintilla eroica, una scheggia impazzita, la piccola boccia rossa che fa cambiare traiettoria al resto delle palle da bigliardo, mettendo in discussione tutto quello che si riteneva certo e inevitabile.

Marco Curzio sapeva benissimo quale è il bene più prezioso, il bene supremo.

E’ il coraggio.

La folla assiepata lo vide correre al galoppo sul suo cavallo nero, vestito della sua armatura dorata, il tondo scudo al braccio sinistro e la lancia ben salda nella mano destra.

Neanche un attimo di esitazione sul volto.

Neanche un attimo di paura.

Marco Curzio si lanciò nella voragine.

A volte gli dei diventano piccoli e miseri di fronte alla grandezza di certi uomini e di certe donne.

A volte gli dei devono ritirarsi ad occhi bassi, con la coda tra le gambe. E quel giorno del 362 a.C. fu così.

La voragine si richiuse all’istante.

Quel posto è ancora lì, nel foro romano.

Si chiama Lacus Curtius.

© RitaLopez