Mese: maggio 2016

Un pezzetto di mondo

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Preparavo il borsone militare, quello che per caso avevo scoperto tempo addietro rovistando in mezzo alle tue cose, con la foga di chi deve partire per non tornare mai più.

Infilavo all’interno tutto ciò che mi capitava sotto gli occhi, con la veemenza di chi sa di non poterne farne a meno, con il fervore di chi è certo che, prima o poi, ne potrebbe patire la mancanza.

La scatola con le conchiglie raccolte sul bagnasciuga, quando la spiaggia era tiepida di tramonto, e ancora non avevamo voglia di tornare a casa.

Vecchie fotografie in bianco e nero, alcune talmente rovinate, che era stato necessario sistemarle con l’adesivo e dove tu, sul dorso, in bella grafia, avevi diligentemente annotato il luogo dello scatto e la data.

Il basco con la visiera, acquistato con i soldi ricevuti a Natale.

Le lunghissime collane di perline colorate che io e Stefania avevamo infilato pazientemente con le nostre mani, una ad una, per venderle al mercatino della domenica di piazza Umberto. Lunghe, ma così lunghe, da poterle arrotolare due, tre, quattro volte attorno al collo.

E poi gli spartiti musicali con gli accordi per la chitarra.

Decine di quaderni stropicciati, scritti fitto fitto, quando cercavo di non impazzire.

L’armonica che Francesco aveva scordato a casa e non aveva più ripreso.

I miei ritratti, disegnati a carboncino leggero da Marco. Quello coi capelli sciolti e il basco messo di traverso, quello in cui ridevo spudoratamente, le sopracciglia alzate e le fossette ben evidenziate ai lati della bocca. Quello con gli occhi chiusi, che non si capiva bene se stessi dormendo o se invece piangevo.

Il libro di mitologia greca che ci rubavamo a vicenda: Ancora non l’hai finito? Ma lo voglio leggere anch’io. Ecco, finisco un  racconto e te lo restituisco. No, stasera tocca a me.

Cercavo di richiudere la cerniera del borsone stracolmo, senza romperla.

Non sarei mai partita per nessun posto, non sarei mai andata da nessuna parte, senza portarmi un ritaglio di quel mondo appresso.

Una fetta di mondo che trovasse spazio giusto su una mensola.

Un pezzetto di mondo da guardare, da toccare, da annusare all’occorrenza.

© RitaLopez

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La vera storia di Didone

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Hanno fatto di te la donna follemente innamorata dell’eroe leggendario Enea, la regina cartaginese che avrebbe potuto ostacolare la fondazione predestinata di Roma, stabilita dagli dei.

Ti hanno ridotto a sovrana succube della fragilità femminile, quella che la letteratura, da sempre, affibbia alle fanciulle sedotte e poi abbandonate.

Hanno raccontato che è stato facile farti perdere il pudore, che è stato facile venir meno alla promessa fatta al tuo defunto marito,  di non legarti più, mai più, con nessun altro uomo.

Ci hanno restituito l’immagine di una sovrana debole ed insicura, profondamente offesa dall’onta subita, che soffre indicibilmente per il tradimento dell’uomo amato, al punto da  annientare se stessa, fino ad uccidersi.

Ma nei racconti farciti per esaltare i potenti, hanno omesso di dire che tu, Didone, regina che hai fondato  Cartagine nel IX sec. a.C., non avresti mai potuto incontrare Enea le cui vicende, legate alla guerra di Troia, sono antecedenti di più di tre secoli.

Dalla letteratura non commissionata da chi comanda si viene a sapere che tu, Didone,  eri profondamente innamorata di Sicheo, tuo sposo, ucciso dal tuo crudele fratello, Pigmalione.

Nelle versioni tramandate da chi non doveva compiacere Roma, immenso appare il tuo coraggio e la tua risolutezza nello sfuggire al pericolo, quando sei stata costretta a scappare dalla tua patria e a salpare sulle rive di una terra lontana e sconosciuta.

Là, sulla costa settentrionale dell’Africa, hai chiesto al re locale, Jarba, un terreno su cui poter edificare la tua casa.

E Jarba, deridendoti,  ti ha consegnato una pelle di toro dicendo:

“Ma certo! Prendi tanta terra quanta questa pelle riesce a contenere”.

Hai tagliato a striscioline sottilissime la pelle e con esse hai tracciato un perimetro che conteneva tutta la collina e la campagna circostante.

Così hai  fondato Cartagine, Didone,  e l’hai resa una città florida e potente.

Jarba si è accorto di averti deriso a sproposito e ti ha chiesto in sposa, giungedo persino a minacciare di muoverti guerra se non avessi accettato la sua proposta.

Ma tu, pur di non venir meno alla promessa fatta al tuo defunto marito, hai preferito conficcarti una lama nel petto.

Nell’Eneide tu, Didone, regina gloriosa e astuta,  guida combattiva,  fondatrice di una città potente, sei sopraffatta dall’immagine di una donna fragile e lamentosa, accecata da una passione esageratamente sconsiderata e da un dolore troppo travolgente.

La figura di Enea, naturalmente, è quella dell’uomo eroico, che ha saputo rinunciare all’amore di una regina per seguire, obbediente, il volere degli dei, esaltare le proprie virtù guerriere, e compiere l’alta missione che il Fato gli aveva assegnato.

© RitaLopez

Adotta1blogger perché …

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… perché trovo che la  vita  generosamente proiettata all’esterno, con le antenne ben tese per captare le voci di chi ha qualcosa da dire, di chi può aprirci la mente, di chi può essere una fonte di ricchezza, è la vita più logica e più giusta da vivere.

Non esiste crescita senza condivisione, né evoluzione senza scambio.

Sono quello che sono per le esperienze che mi hanno attraversato, per le persone che ho conosciuto, per i libri che ho letto, per i film che ho visto, per la musica che ho ascoltato, per gli amici che mi hanno influenzato.

Ed ogni luogo dove è possibile prendere e dare disinteressatamente, dove il meraviglioso baratto umano delle emozioni e delle conoscenze prende forma, dove la predisposizione all’ascolto e la possibilità di farsi ascoltare sono cosa concreta, diventa il luogo più democratico per eccellenza.

L’ “adozione” in questo caso significa la mia umile, volontaria, consapevole discesa dal gradino del personale protagonismo, per mettere l’ “altro” sotto i riflettori e dire al mondo:

“Sentite signore e signori, sentite cosa ha da dirci!”.

© RitLopez

immagine in alto presa dal sito: saleinzucca.it/category/web-content/

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Il silenzio

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Dalle due alle quattro di pomeriggio nella casa dei miei nonni regnava il silenzio assoluto.

Il silenzio più totale, il silenzio più ovattato, perché nonno dalle due alle quattro si chiudeva nella camera da letto, quella  dai vecchi mobili di noce scuro, illuminata soltanto dalle lucine soffuse e  aranciate del tabernacolo della Madonna Addolorata, e dormiva.

E la casa piombava in un silenzio surreale.

Le donne lavavano i piatti e spazzavano la cucina, sussurrandosi i racconti  tra le labbra e a volte scoppiavano a ridere e ridevano in silenzio, soffocando le risate con i palmi  delle mani, per non fare rumore, fino  a diventare rosse per lo sforzo, fino quasi a soffocare.

Noi bambini facevamo i compiti e a volte ci tiravamo i calci da sotto il tavolone lungo e scrostato, e litigavamo.
“Stateve citti!!!” (fate silenzio!!)  urlava mormorando nonna, come solo lei era capace di fare, mimando un grido strozzato in gola.

Proprio così: urlava mormorando.

Gli occhi spalancati, il dito indice davanti al naso.

Mi piaceva quel silenzio, anche se era innaturale e forzato.

Mi piaceva come ti può piacere una cosa preziosa, come è preziosa qualsiasi cosa di cui senti la mancanza.

Dell’acqua quando hai sete, o del pane quando hai fame, o del sonno quando sei stanco.

Era divertente quel silenzio, perché ci obbligava a camminare in modo buffo, in punta di piedi, a compiere in modo grottesco i nostri movimenti,  per privarli di qualsiasi suono, a chiederci cento volte l’un l’altro “che hai detto?”.

Dalle due alle quattro di pomeriggio era possibile udire  il ticchettio dell’orologio alla parete, lo sgocciolio dell’acqua dal rubinetto del lavandino di pietra, il respiro lento e rassicurante delle persone stipate nella vecchia cucina.

Era un bel silenzio.

Alle quattro meno cinque nonna preparava il caffè.

Alle quattro spaccate, là nella camera da letto dai vecchi mobili di noce scuro, nonno fischiava con tutto il fiato che aveva in gola nel suo fischietto nero, quello dei tempi di quando era vigile urbano:  potevamo rompere la quiete forzata.

Quel fischio era come una doccia fredda sulla pelle arroventata dal sole, un’allegra sirena, un martello che infrange un grande vaso di cristallo rompendolo in migliaia di piccoli e aguzzi frammenti.

La casa ripiombava all’improvviso, come per incanto, nel frastuono più festoso.

“Porto io il caffè a nonno!”

“No, voglio portarglielo io!”

“No, oggi tocca a me!”

Litigavamo ancora, noi bambini, per chi dovesse portargli il caffè a letto.

Quando era il mio turno, nonna mi posava tra le mani il piattino con la tazzina ricolma del  prezioso liquido fumante e profumato.

“Non ‘u si facènn cadè”, mi diceva.

Procedevo portando la reliquia nella camera di nonno, come in una processione, seguita dagli altri bambini.

La Madonna Addolora, là sulla parete,  puntualmente mi fissava con gli occhi sgranati, quasi a presagire una catastrofe.

Ed io puntualmente facevo cadere un po’ di caffè sulle lenzuola.

“E u sapev je!!” (lo sapevo!) diceva nonno, “Semb’ tu sì!! Chiu cchiàno adda fà!”.

Abbassavo lo sguardo mortificata. Gli occhi di tutti addosso. Pure quelli della Madonna Addolorata.

Nonno si tirava su da letto e si sistemava le bretelle sulla canottiera.

“Mè,  mo la storia!”

Noi bambini correvamo di nuovo in cucina, prendendoci a  spintoni, a gomitate, per afferrare gli sgabelli di legno più comodi e sederci il più possibile vicino a lui che, come ogni pomeriggio, ci avrebbe raccontato “la storia”.

© RitaLopez

Dalla finestra

 

Persiane-Chiuse

Ricordo di essermi alzata dalla scrivania e di avere raggiunto a piedi nudi  la finestra con le persiane verdi, tenute ben chiuse per evitare che, con i raggi del sole, penetrasse nella stanza anche la canicola che toglie il respiro.

Ti ho visto uscire dal portone di casa e percorrere lentamente la strada infuocata.

Portavi una camicia marrone, di cotone, con le maniche corte.

Vene bluastre correvano sul dorso delle tue mani bianche.

Dio quanto sono bianche!, ricordo di avere pensato.

E lì, su tutto quel grigio impietoso dell’asfalto, con la tua ombra nera che ti seguiva stanca, mi sei sembrato così esageratamente solo e triste e malato.

Anche il tuo pallore mi è parso impietoso, così come quell’afa innaturale, come il silenzio assoluto di quel primo pomeriggio di quel giorno d’estate, impietoso come la via desolata, come quell’impietoso quartiere in cui abitavamo, impietoso come la nostra città impietosa, come il mondo intero e la vita baldracca così maledettamente impietosa con te.

Ho considerato per un attimo l’idea di spalancare le persiane verdi e mettermi a urlare dalla finestra:

“Aspetta! Vengo con te!”.

Ma tu hai voltato l’angolo.

Sono tornata a piedi nudi verso la mia scrivania.

Ricordo che un senso d’angoscia m’ha preso alla gola.

© RitaLopez

(Immagine copiata dal sito: luceradente.it/forum/wordpress_it_IT_271/?attachment_id=4627)