A. Storie

Jolanta

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Ero troppo piccolo perché io possa ricordare, oggi, come andarono le cose. Ma io so esattamente come andarono le cose, perché me lo hanno raccontato migliaia di volte.

So che lei era polacca ed era cresciuta in una famiglia socialista e cattolica. So che iniziò prestissimo la sua attività di opposizione alla persecuzione antisemita e per questo fu espulsa per tre anni dall’Università di Varsavia. So che entrò a far parte di una organizzazione clandestina, sotto lo pseudonimo di “Jolanta”.

Jolanta ottenne un lasciapassare nel ghetto come infermiera, con il compito di controllare la diffusione delle epidemie di tifo. I nazisti temevano che l’epidemia si diffondesse anche al di fuori del ghetto.

Jolanta entrava con la sua ambulanza attraverso gli alti cancelli controllati dai soldati. E ne usciva, ogni volta, portando con sé uno o due bambini. A volte li sedava e li nascondeva in grandi sacchi di juta, perchè i soldati credessero che fossero morti. A volte, soprattutto quando erano molto piccoli, li riponeva nel doppio fondo di una cassa per gli attrezzi, adagiata sul sedile anteriore, accanto a quello del guidatore. Aveva un cane con sé, Jolanta. Lo aveva addestrato ad abbaiare ogni volta che  i soldati nazisti si avvicinavano, all’uscita dal ghetto, per coprire l’eventuale pianto dei più piccoli. Ma i soldati nazisti non si avvicinavano mai più di tanto, per paura del contagio. So che io  fui nascosto sommerso da stracci sporchi di sangue e fango, addormentato dall’amorevole iniezione  che  Jolanta mi aveva somministrato poco prima.

L’ambulanza rallentava in prossimità degli alti cancelli all’uscita del ghetto.

Il cuore di Jolanta pulsava all’impazzata.

Gli stivali del soldato che si avvicinava minaccioso, affondavano nella melma fangosa intrisa di pioggia.

Gocce di sudore freddo percorrevano la schiena di Jolanta. Il suo cane abbaiava.

Il soldato sollevava il braccio come segnale che poteva passare.

Il piede di Jolanta spingeva piano l’acceleratore, mentre le gambe le tremavano.

So che l’organizzazione clandestina ci affidava poi a delle famiglie private, o a dei conventi, con documenti falsi e nomi cristiani.

So che Jolanta annotò i nostri nomi su dei bigliettini. Un bigliettino per ciascuno di noi. Con il nome vero e quello falso, perché un giorno potessimo ricongiungerci alle nostre famiglie.

So che Jolanta ripose i bigliettini dentro barattoli vuoti di marmellata, nascondendoli in una buca profonda scavata nel suo giardino. Sotto un albero di melo.

So che Jolanta un giorno fu arrestata dalla Gestapo. Le vennero fratturate entrambe le gambe, ma non rivelò mai il segreto dei barattoli di marmellata pieni di bigliettini.

Non ho più rivisto i miei veri genitori. Quello che so, è  che sono solo uno dei 2.500 bambini salvati da Jolanta, che in realtà si chiamava Irena. Irena Sendler.

E so anche che il melo fiorisce ancora rigoglioso, ogni primavera, là nel suo giardino.

Quello l’ho visto con i miei occhi.

© RitaLopez

(foto presa dal sito: https://it.pinterest.com/pin/367113807096202794/)

Le “ciungomme” di Gianna S.

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La maestra camminava rigida e severa con i libri stretti al petto, con l’aria di chi aveva paura che qualcuno li rubasse.

La maestra entrava in classe senza sorridere e nell’aula piombava il gelo di mezzanotte.

E mentre saliva sulla pedana della cattedra, la maestra inciampava, facendo cadere i libri per terra e anche gli occhiali.

E Gianna S., che era stata bocciata non so quante volte, e che portava già il reggiseno, seduta all’ultimo banco perché era la più alta, scoppiò a ridere. Tutte ridemmo. A denti stretti, quasi soffocando. Ma ridemmo. Gianna S., invece, rise forte. Non riusciva a trattenersi. E mentre rideva, con la bocca spalancata, si intravedeva la sua ciungomma enorme, rosa, impregnata di saliva, prodigiosamente in bilico sulla sua lingua. Non può essere una sola ciungomma, pensai. Sì, sicuramente erano più ciungomme insieme.

E la maestra la guardò con occhi di ghiaccio e, con un leggero tremolio della bocca, sibilò: “Esci da questa classe”.

E Gianna S. disse: “Ma perché? Hanno riso tutte!”.

Ed era vero. Avevamo riso tutte, anche se  Gianna S. di più. La maestra però guardava lei. Solo lei. E tutte mi sembrarono vigliaccamente sollevate. Miracolosamente liberate da un peso e sadicamente pronte a godersi lo spettacolo.

“Ti ho detto di uscire da questa classe” quasi ruggì la maestra.

Gianna S. si alzò dalla sua sedia, scostando bruscamente il banco.

Aveva il grembiule troppo stretto e troppo corto.

“Ha ragione, non ha riso solo lei”, dissi all’improvviso, alzandomi anch’io.

“Stai zitta. E siediti” fischiò tra i denti la maestra,  fredda come il vento di maestrale che soffia a gennaio sul molo del porto vecchio.

Gianna S., ad occhi bassi, si diresse verso la porta.

Non mi sedetti. La seguii.

Passammo tutta la mattina in sala direzione, a fare palloni enormi con le ciungomme di Gianna S. Tre ciungomme per una in bocca. Ridevamo. E ci facevano male le mascelle.

Palloni enormi. Palloni profumati. Palloni morbidi e rosa.

© RitaLopez

(Foto presa dal sito: http://dopotutto.blog.tiscali.it/2011/12/08/chewing-gum/?doing_wp_cron)

Il mercato delle schiave

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Avevamo una bella casa, con una fattoria. Davo da mangiare agli animali. Giocavo con i miei fratelli. Andavo a scuola ogni giorno. Ed era bellissimo.

Sono arrivati una mattina, su una camionetta militare, sollevando un nugolo di polvere densa sopra la terra riarsa dal sole. Hanno spalancato la porta di casa e hanno iniziato ad urlare. Avevano barbe lunghe, armi tra le mani e occhi cattivi. Ci siamo stretti l’un l’altro, terrorizzati, io e i miei fratelli più piccoli.

Mamma non c’era.

C’era solo mio padre, livido in volto. Gli tremavano le gambe. Uno degli uomini dalle lunghe barbe si è avvicinato a me e mi ha urlato qualcosa in una lingua che non capivo. L’ho fissato negli occhi, paralizzata dallo spavento. Mi ha dato uno schiaffo forte sul viso. E ha ripreso ad urlare. Mio padre, con un tremito impercettibile delle labbra, ha tradotto per me. L’uomo voleva che andassi con lui e io ho obbedito, per non mettere in pericolo la mia famiglia.

Mamma non c’era.

Altri due uomini, armati anche loro, mi hanno fatto salire sulla camionetta. Era stipata di  ragazze, tutte giovani. Tutte coperte col velo. Una di loro era incinta. Altre avevano bimbi piccoli in braccio. C’erano anche delle bambine. Piangevano. Mi sono girata a guardare la mia casa, in preda alla disperazione. I miei fratelli più piccoli sarebbero stati portati via da altri uomini, barbuti anche loro, anche loro armati, dagli occhi cattivi, per essere addestrati a diventare soldati avvezzi all’uso di armi e di bombe. Avvezzi a decapitare teste, senza pietà. Chi di loro si fosse rifiutato, sarebbe stato torturato o violentato. La camionetta è ripartita, sollevando nuovamente una nuvola densa di polvere. Ho intravisto mio padre, per un’ultima volta, immobile sulla soglia di casa, dove sarebbe stato trucidato.

Mamma non c’era.

Dopo chilometri di strada dissestata, gli uomini dalle lunghe barbe, ci hanno fatte scendere e ci hanno spinto nel cortile di quella che un tempo doveva essere stata una scuola. “E’ il mercato delle schiave” ha sussurrato nel mio orecchio una ragazza dagli occhi chiari, che era con me. La donna incinta ha tentato di scappare. E’ stata uccisa con una raffica di colpi alle spalle. Cadendo, le è scivolato il velo che le copriva il viso. Non avrà avuto neanche vent’anni. All’interno dell’edificio c’erano molti uomini seduti su delle sedie. Ci hanno chiamato una per una. Ci hanno strappato il velo e hanno scritto il nome e il prezzo di ciascuna di noi su un foglio di carta. Ci hanno obbligato poi a camminare tra gli uomini e ognuno di loro prendeva la ragazza, o la bambina, che voleva. Una bimba di 8 anni e sua madre sono state vendute separatamente. La bimba si divincolava. Piangeva. L’uomo che l’ha presa le ha dato una sberla così forte, che la bimba è stramazzata per terra. Io sono stata venduta ad un uomo grasso, alto, dell’età di mio padre. Quella notte sono stata violentata per ore da lui e da altri uomini. Ininterrottamente. Senza sosta. Fino ad agonizzare. Fino a perdere i sensi. In tre mesi sono stata venduta cinque volte. Sono rimasta anche incinta e ho preso di nascosto sei pillole, tutte insieme, per uccidere il bambino.

Tutto quello che volevo, era stare con mia madre.

L’uomo si è accorto che avevo cercato di abortire e mi ha picchiato così tanto sulla faccia, che ho perso la vista da un occhio. L’ho supplicato di uccidermi e lui ha detto che non voleva andare all’inferno per colpa mia.

Io invece all’inferno ci andrei volentieri, perché qualsiasi inferno, anche il più terribile, non potrà mai eguagliare questo.

Avevamo una bella casa, con una fattoria. Davo da mangiare agli animali. Giocavo con i miei fratelli. Andavo a scuola ogni giorno. Ed era bellissimo.

©RitaLopez

Il pagliaccio di Aleppo

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Mi chiamo Arwa. Io e mio fratello più piccolo, Khalid, viviamo con mia zia, nel quartiere di Mashhad, nella parte orientale di Aleppo. Viviamo là da quando i nostri genitori sono morti, proprio sulla soglia della nostra bella casa, durante un bombardamento. Eravamo per strada, io e Khalid, e all’improvviso sono arrivati gli aerei e hanno iniziato a sganciare le bombe. Ho afferrato mio fratello per un braccio e ci siamo precipitati verso la nostra abitazione. Ma casa nostra non c’era più. Mamma e papà erano caduti là sulla soglia, semisommersi dalle macerie e dalla polvere. Sicuramente avevano aperto la porta per cercarci, per richiamarci in casa. “Arwa!!!Khalid!!! Arwaaaaa!!!”.

E adesso erano lì, tutte e due. Da sotto il velo che mamma indossava sulla testa scendeva una lunga striscia di sangue, che le arrivava fino alla bocca. Papà aveva gli occhi semiaperti, diretti verso la nostra direzione. Sembrava guardarci.

E’ da quel giorno che Khalid non ha più parlato.

Mia zia è buona con noi, ma non è come la mamma. Ogni giorno ci porta in uno di quegli asili che hanno costruito sotto terra, per permettere a noi bambini di giocare al sicuro dai bombardamenti.

Khalid per tutti quei mesi rimase in un angolo. Senza mai intervenire. Mai partecipare. Mai parlare. Poi un giorno arrivò un pagliaccio con i capelli arancioni, un cappellone giallo e la punta del naso dipinta di rosso.

Lo ricordo bene. Noi bambini giocavamo alla corsa nei sacchi. A un certo punto ho dato un’occhiata a Khalid, accovacciato come al solito nell’angolo della grande sala, e quasi non credevo a quello che vedevo. Il pagliaccio stava parlando a mio fratello. E mio fratello gli rispondeva. Gli occhi bassi. La testa china. Ma gli rispondeva.

Quella sera a casa di mia zia, Khalid parlò di nuovo, dopo mesi e mesi di mutismo.

Disse: “Posso avere un altro po’ di minestra, per favore?” e mia zia, con la mano tremante, gli mise dell’altra zuppa nel piatto.

Khalid ricominciò anche a giocare. Andavamo all’asilo sotterraneo tutti i giorni e tutti i giorni, per due o tre ore, eravamo bambini normali. Volevamo bene al pagliaccio dai capelli arancioni e lui voleva bene a tutti quanti noi. Ma a Khalid di più.

Oggi ho saputo che è morto. Il nostro pagliaccio, dai capelli arancioni e col cappello giallo e la punta del naso dipinta di rosso, è morto. Sotto le bombe.

Ma io non lo dirò a Khalid. Ho deciso che non glielo dirò.

© RitaLopez

(nella foto: Anas al Basha, 24 anni, che strappava un sorriso ai bambini di Aleppo e che  ha perso la vita nel cuore dell’inferno).

La cosa più buona del mondo

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Il vento di tramontana, dritto sulla faccia, mi gela le guance e mi fa lacrimare gli occhi.
Chissà perché ho ripensato a te questa mattina.
Era così ogni volta che dormivo a casa tua: ti sentivo sgusciare da sotto le coperte, nella tua camera da letto, e trascinare i piedi in cucina dove ti preparavi il caffè con la macchinetta napoletana.
Mi alzavo anch’io e ti seguivo.
Faceva freddo in quella casa senza termosifoni ma tu, in canottiera, di fronte al lavandino di pietra, ti buttavi l’acqua gelata sulla faccia.
“Brrrrr!!” dicevi alla fine, facendo vibrare vistosamente le labbra e scuotendo la testa da una parte all’altra, schizzando dappertutto un pioggia ghiacciata.
Ridevo coprendomi il viso con le mani.
Bevevi il tuo caffè come fosse la cosa più squisita del mondo. Un sorso e una boccata di sigaretta. Un sorso e una boccata di sigaretta. Lasciavi la tazzina vuota sul tavolo e io col dito raccoglievo lo zucchero sul fondo e, avevi ragione!, era la cosa più buona e squisita del mondo.
E poi arrivava il momento per me più divertente.
Ti avvolgevi le gambe con i fogli di giornale, prima di infilare i pantaloni.
E lo stesso facevi attorno al petto, prima di indossare la giacca.
“Ammèn iosce!”. Fa freddo oggi.
Quando avevi finito, ti chinavi verso di me e ti toccavi la guancia con l’indice. Ti davo un bacio e uscivi di casa.
Correvo ad infilarmi ancora per un po’ sotto le coperte.
E mi piaceva immaginarti mentre pedalavi sulla tua bicicletta accanto al lungomare incazzato e ventoso, nella tua buffa armatura. Le spalle strette per ripararti dal freddo. Potevo vedere il maestrale scaraventare le onde sugli scogli, nella furia della mareggiata, e coprire di schiuma bianca l’asfalto della strada, ma tu, il mio eroe bardato di fogli di giornale, la testa bassa, gli occhi strizzati, il sapore di caffè in bocca, le schivavi ogni volta.
Così ti immaginavo allora.
Così ti ho immaginato stamattina.

©RitaLopez

Un bagno senza pretese

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A molti di voi l’idea di avere un bagno con tutti i sanitari, compreso la doccia, potrebbe apparire come la cosa più naturale del mondo.

Un bagno senza pretese, signori miei! Con l’armadietto per riporre il phon e il pettine. Uno stipetto per qualche asciugamano. Un grande specchio che si appanna con il vapore, quando aprite il rubinetto dell’acqua calda. Un bagno in cui cantare quando vi fate la doccia. Un bagno normale insomma. Cosa c’è di tanto eclatante?

Beh, per nonna avere un bagno così, normale, modesto, dignitoso, conciso insomma, fu una conquista.

Il bagno di nonna io me lo ricordo bene.

Era un metro per un metro. Non così, per dire. Era, letteralmente, un metro per un metro.

Costruito abusivamente, negli anni sessanta, su un balconcino che a sua volta era stato costruito abusivamente. Prima di quello c’era un tubo, fuori dalla finestra, in cui si svuotavano gli orinali. Come in tutte le case vecchie del nostro quartiere.

E me la ricordo bene quella triste e minuscola tazza del cesso messa in un angoletto e quel triste e minuscolo lavandino, incastrato nell’angoletto opposto.

Su una parete era stata aperta una finestrella quadrata di 20 centimetri per lato. Sulla parete di fronte vi era un pensile, dove riporre il pettine, lo spazzolino da denti, il dentifricio.

Nel bagno di nonna ci si lavava a pezzi. Imprecando. Bestemmiando. Lanciando maledizioni.

“Prima ca morc m’ia fa nu bagn nuev. Quannièvveriddio!”.

Prima di morire avrò un bagno nuovo. Quanto è vero Iddio.

Ma i soldi non c’erano mai. E, oltre ai soldi, a essere sinceri, non c’era neanche lo spazio sufficiente per costruirne uno nuovo.

Ma nonna era testarda. E quando diceva una cosa la faceva, diamine!

Da una pensione miserabile riuscì a mettere da parte un risparmio sopra l’altro. Mese dopo mese. Anno dopo anno.

Il suo gruzzolo diminuiva precipitosamente in prossimità di un compleanno, o una festa comandata, o un matrimonio. Riprendeva a ricrescere a fatica, arrancando, mese dopo mese. Anno dopo anno.

A 80 anni passati nonna escogitò il suo progetto per allargare il bagno: bisognava rompere un muro di qua, chiuderne un altro di là, restringere la cucina, far passare il tubo della fogna sotto il balcone… Un lavoro immane.

A 80 anni passati nonna ebbe il suo bagno normale. Modesto. Dignitoso. Conciso.

Con tutti i sanitari. Compreso la doccia. Compreso la finestra con le tendine ricamate. Compreso un attaccapanni per l’accappatoio. Compreso un ripiano laccato di bianco per riporre le saponette profumate, e l’acqua di rose, e il bagnoschiuma alla lavanda.

Quando si faceva la doccia, la sentivamo cantare a squarciagola.

“Alleluja mio Signoooore!!! Alleluja o Dio del Cieeeeelo!”.

Ci metteva ore per lavarsi.

“Nonna apri!! Devo andare in bagno, ti prego!”.

Faceva finta di non sentire.

© RitaLopez

 

Il tubo magico

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Mi sorrise con i suoi occhi da messicana e tirò fuori dalla borsa di stoffa verde scuro, quella che usava sempre per fare la spesa, qualcosa che aveva comprato per me.

Era un tubo di cartone, con una specie di tappo, tutto colorato. Aveva un foro su ciascuna estremità.

La osservai con aria interrogativa: “Cos’è?”, le chiesi.

“Non lo so come si chiama. Ma si vedono cose belle”, rispose.

Puntò quella specie di cannocchiale verso la finestra e guardò attraverso uno dei fori, ruotando  piano il tappo con la mano.

“Tieni, guarda anche tu” mi disse poi, porgendomi lo strano oggetto.

Lo avvicinai all’occhio. Chiusi l’altro.

Era un tubo magico! Dentro c’erano delle cose. Delle cose incredibili!

Conteneva ricami dai mille colori, soli incandescenti, stelle del firmamento, mosaici di pianeti.

Ruotavo il tappo e comparivano piccoli cristalli di ghiaccio variopinti, puzzles di migliaia di tesserine luminescenti, e ancora i vetri policromi di certe chiese gotiche, e i ghirigori precisi dei tappeti persiani, e la perfezione di piccolissimi e preziosi arabeschi.

“Che bello!” esclamai, allontanando il tubo magico dalla faccia. Gli occhi spalancati.

E ho ripensato a te, questa mattina, e a quel caleidoscopio che mi regalasti da bambina.

Ho ripensato a te, perché stamattina c’era questo cielo pazzesco, dagli incredibili colori, che mi hanno ricordato le figurine colorate del tubo magico.

Tu riuscivi a vedere il bello, sempre. Anche dove il bello non c’era.

Perché il bello era in te, pensavo di fronte a questo cielo psichedelico.

Perché ti aspettavi di vedere il bello anche dove sembrava impossibile che ci fosse e riuscivi a sorprendermi, ogni volta, quando mi accorgevo che il bello, alla fine, c’era davvero.

Stamattina mi hai sorriso di nuovo, con i tuoi occhi da messicana.

© RitaLopez

Born to run

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Policlinico di Bari. Reparto di Ortopedia pediatrica. Anni ’70.

Era pomeriggio, uno di quei pomeriggi di primavera quando l’aria è frizzante e le rondini vorticano tra i vicoli e ti domandi come mai  non vadano a spiaccicarsi sulle case.

Ma lì dentro l’ospedale tutto questo non si vedeva.

Ero in uno stanzone dal soffitto altissimo, io ed altri sei.

E una serie di altri stanzoni, stipati di ragazzini, si affacciavano su una lunga corsia.

O almeno io così me la ricordo. Lunga, lunghissima.

Giocavamo a correre. Noi di ortopedia.

Partivamo dal grosso finestrone affacciato sul cortile, ad una estremità della corsia, giù giù fino alla statua della Vergine Maria con le braccia spalancate e il mantello azzurro che le ricadeva dietro le spalle.

Io con le stampelle, Nicola sulla sedia a rotelle, Giampiero che aveva il gesso che partiva  dal ginocchio e arrivava a coprire quasi tutto il piede, lasciando libere solo la punta zozzissima delle dita, e una ragazzina, di cui non ricordo il nome, con una protesi all’anca.

Michele no. Lui non lo facevamo correre. Aveva solo il braccio rotto e avrebbe vinto di sicuro.

Però poteva dare il via.

Era seduto sul basso ripiano sotto  l’alto  finestrone e fumava di nascosto, con la finestra semiaperta, perché non si sentisse la puzza.

“Via!!!” urlò Michele, dopo che ebbe espirato il fumo dalle narici attraverso le ante socchiuse della persiana  verde, dalla vernice scrostata.

E noi lì ad annaspare, ad anelare, a zoppicare, verso la statua della Vergine Maria con le braccia spalancate, posta all’altra estremità della corsia.

Dalle soglie degli stanzoni gli altri ragazzini facevano il tifo.

Tutti, tranne Marisa. Lei non poteva. Aveva certi chiodi lunghi nella colonna vertebrale ed era costretta a stare sempre sdraiata sul letto.

Vinse Nicola, quello con la sedia a rotelle.

Però fece cadere i vasi con i fiori freschi che le nostre mamme  portavano ogni mattina, disponendoli sotto la statua della Madonna.

Anna, l’infermiera, arrivò trafelata.

Chiudeva sempre un occhio sui nostri giochi movimentati. Ci consolava quando piangevamo e ci portava il ciambellone al cioccolato da casa.

Ma quella volta si arrabbiò.

“E ci jè do!? Mò avast mò! Sciatavinn tutt quant!”

(E che succede qua!? Ora basta! Sparite tutti quanti!)

Ognuno tornò mollemente al suo letto.

Michele buttò subito la sigaretta dal finestrone.

Marisa dal suo  letto mi chiese,  mentre passavo davanti alla sua stanza: “Chi ha vinto?”

“Nicola!” le risposi.

Si era fatto buio.

La palla bianca con la lampadina a neon del mio stanzone si rifletteva sul vetro della finestra.

Facevo finta che fosse la luna piena.

L’indomani sarebbe venuta mamma a trovarmi.

© RitaLopez

Artemisia

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Ero insieme a  mio padre, che era un grande pittore,  la prima volta che osservai da vicino i capolavori di Caravaggio nelle cappelle di San Luigi dei Francesi e di  Santa Maria del Popolo. Ne rimasi estasiata.  E fu grazie a mio padre che, fin da piccola, frequentai artisti famosi, e bazzicai botteghe, e imparai a combinare tra loro i colori.

Amavo dipingere, ma le donne nella Roma dei primi anni del ‘600, non erano ammesse nelle accademie o nei grandi cantieri. La carriera di “pittore” ci  era preclusa. Potevamo soltanto dipingere in casa. Cose piccole, senza importanza: ritrattini, piante, fiori.

Ma io dipingevo con mio padre, e con mio padre ho imparato a dipingere come un uomo.

Mi affidò al suo amico, il maestro Agostino Tassi, perché apprendessi l’arte della prospettiva nell’architettura dei dipinti.

Un  giorno di pioggia, Agostino entrò nello studio dove stavo lavorando.

Mandò via l’altra donna che era con me. I suoi modi mi sembrarono piuttosto strani  e, una volta soli, finsi di sentirmi male. Lui non se ne curò. Mi scaraventò per terra e mi saltò  addosso come un toro infuriato.

Gli ho resistito come ho potuto. A morsi. A calci.  A graffi.  Alla fine il boia mi ha sopraffatta.

Litigai con mio padre, perché non voleva che  parlassi. Diceva che dovevo  mantenere salvo  l’onore mio e della mia famiglia. Ma io non accetto il sopruso. Non l’ho mai accettato.

Denunciai Agostino.

Ho subito l’umiliazione del processo.

Ho dovuto dimostrare, sottoponendomi alla visita di due ostetriche, di essere stata sverginata.

Ho dovuto sopportare la tortura più crudele per un pittore: lo schiacciamento dei pollici per pubblica esibizione, per dimostrare che non mentivo.

Il processo si concluse con la condanna, anche se breve,  del mio carnefice, e con la mia fuga  a Firenze, per mettere a tacere i pettegolezzi  di  Roma.

Non  ho mai dimenticato la sua violenza  e tutto il male che mi è costato.

Nel 1614 ho dipinto “Giuditta che decapita Oloferne” per il serenissimo Granduca Cosimo II.

E ho dipinto servendomi della rabbia, e dell’odio, e della sete di vendetta  che da sempre covavo per il mostro.

Oloferne, il re assiro, ha le sembianze del  bastardo. E’ disteso su candide lenzuola. Giuditta, con il volto di Artemisia, lo sgozza, aiutato da un’altra donna. Due donne.  Di estrazioni sociali diverse. Ma potrebbero essere decine, centinaia, migliaia di donne, di ogni appartenenza sociale e culturale,  intente a vendicarsi, con freddezza, con lucidità,  delle violenze subite.

Decine, centinaia, migliaia di donne col viso impassibile, inespressivo, che ammazzano il proprio stupratore, con la stessa determinazione con cui si sgozza  un maiale.

Il sangue sprizza a fiotti dal collo, imbrattando le lenzuola.

Ecco, Agostino! L’ho dipinta la violenza che ho subito. E me ne sono liberata, finalmente!| Che te ne pare?

Con la denuncia dello stupro non ho ottenuto alcun  risarcimento morale, né la mia verginità perduta. Ma se devo essere sincera, di quello poco mi importava e poco mi importa.

La mia vittoria più grande è stata il riconoscimento della mia personalità artistica. Ho conquistato la libertà di essere una donna pittrice. Dopo “Giuditta e Oloferne”, principi e cardinali, tutti hanno voluto i miei quadri.

Sono diventata un’artista famosa, mentre nessuno si ricorda di Agostino Tassi. Che te ne pare?

Alla fine la mia più grande virtù non è stata la verginità, ma la pittura. E io l’ho difesa Agostino!

Io l’ho difesa. Ed eccomi qua.

© Rita Lopez

Il lupo di Monte Gorzano

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Non so perché sono qui. Non so cosa sia successo. So solo che non riesco a muovermi e mi fa male la gamba.
Tutto ciò che ricordo è che ieri papà ci ha promesso che ci avrebbe portato su, a monte Gorzano, che è il monte più alto del Lazio. Lo so bene perché l’ho studiato a scuola.
Papà ci ha detto che là ci sono delle sorgenti da cui scorre acqua buonissima.
Tutto ciò che ricordo è che ho litigato con Anna, mia sorella, per chi avrebbe dovuto portare la borraccia con la custodia di cuoio. Una borraccia vera, come quella degli alpinisti.
“Io sono più grande!” le ho detto, “La porto io!”.
Ma Anna si è messa a piagnucolare, come al solito, e papà ha deciso che l’avremmo portata un po’ per uno.
“E dovrete anche stare attenti ai lupi, domani! I lupi odiano i bambini che si lagnano. Quindi niente piagnistei. Chiaro?” ha aggiunto.
Ci ha dato il bacio della buonanotte ed è uscito dalla stanza, chiudendo la porta.
Poi non ricordo più niente. Solo un boato, un ruggito feroce e spaventoso.
Ed ora sono qui e non so da quanto tempo e non so perché. E non riesco a muovermi. E mi viene da piangere.
Non è possibile che io sia morto, perché i morti non provano dolore, mentre io ho tanto male alla gamba e respiro a fatica, per via della polvere che ho dentro le narici e la bocca.
Provo a chiamare mia sorella: “Anna…”.
Vorrei urlare, ma non ci riesco.
Forse è un incubo. Forse sto solo sognando.
Ho paura. Voglio solo mio padre e mia madre. E mia sorella.
Le lacrime mi escono dagli occhi e mi bruciano la faccia.
E proprio quando comincio a pensare che sono andati tutti via, lasciandomi completamente solo, avverto che qualcosa si muove, sopra di me.
No, non mi sto sbagliando, sento dei rumori, li sento davvero, dapprima attutiti e poi sempre più netti.
Improvvisamente un fascio di luce mi acceca gli occhi. Devo richiuderli per il dolore. Li riapro a fatica e scorgo il muso nero di un cane lupo.
E’ lui! E’ uno dei lupi di Monte Gorzano, quelli di cui papà ci aveva parlato.
Ricaccio indietro le lacrime, perché il lupo non pensi che mi stia lagnando.
Stiro il collo più che posso e alzo il volto verso il fascio di luce.
Sono qui!, grido. Salvami! Sono qui!
© RitaLopez

 

L’uomo e la macchina

 

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La costruzione della Eastern Railroads, la  linea ferroviaria che  dal confine della Virginia occidentale arriva fino al fiume Ohio, fu un’impresa monumentale.

E’ là che sono nato e cresciuto, in un villaggio annidato sulle alte e sterminate colline degli Appalachi.

Il mio bisnonno era uno delle migliaia di afro-americani liberati dalla schiavitù, ansiosi di iniziare una nuova vita per se stessi e per le proprie famiglie.

E la ferrovia, che trasformò la storia della nostra regione disseminata di fattorie, fu la sua occasione e quella di migliaia di disperati e fiduciosi come lui.

Per costruire il tunnel che attraversa la Big Bend Mountain, gli operai lavorarono contemporaneamente da entrambe le estremità della montagna.

Tre anni di scavi, utilizzando la forza delle braccia, facendo saltare la roccia con gli esplosivi.

Tre anni per la costruzione dei ponti, e la posa dei binari, servendosi dei cavalli e dei muli per i carichi più pesanti.

Senza sosta. Dal mattino alla sera. Tre anni.

Il mio bisnonno usava il martello e la forza di cento locomotive nel braccio, per trivellare a mano i fori, profondi fino a 14 piedi nella roccia, dove poi veniva messa la dinamite.

Tutti i giorni, con un martello da nove chili in mano. Per tutto il giorno, con i muscoli e la concentrazione, facendosi strada, a fatica, metro dopo metro, attraverso la Great Bend Mountain.

E poi arrivarono le trivelle a vapore e gli operai  erano preoccupati, perché in altri cantieri avevano già soppiantato le macchine agli uomini. Le trivelle erano veloci, non si facevano male, non si stancavano, non si ammalavano.

E quando la prima trivella fece la sua comparsa davanti al tunnel della Great Bend Mountain, il mio bisnonno scommise davanti a tutti che avrebbe battuto  la macchina.

“Vincerà chi scaverà il buco più profondo nel giro di cinque minuti”, disse.

La gara feroce, la battaglia epica, ebbe inizio.

L’uomo e la macchina. Fianco a fianco.

Un colpo, forte come l’acciaio, per l’Africa tutta intera, dannazione!

Un colpo per gli anni vissuti da schiavo, cazzo!

Un colpo per le catene ai polsi, ‘fanculo!|

Un colpo per tutti gli operai del cantiere che stavano là, a guardarlo, trepidanti.

Un colpo per la sua Polly Ann che lo aspettava a casa,  con suo figlio nella pancia.

Scadde il tempo.

La macchina cessò il suo rumore infernale e il mio bisnonno abbassò il martello e sputò per terra.

Le narici dilatate, il fiato corto, gli occhi rossi e infuocati di polvere, la camicia fradicia di sudore.

All’improvviso si accasciò e morì. Il martello ancora in mano.

La sua buca era profonda 27 piedi, rispetto ai 21 della macchina: aveva battuto la trivella.

E quindi signori, se vi trovate nei pressi della Great Bend Mountain e sentite il fischio di un treno lacerare il silenzio degli Appalachi, ricordate che il tunnel fu portato a termine interamente col lavoro fisico di centinaia di uomini.

Con la loro fatica, il loro sudore, il loro sangue.

Grazie all’orgoglio di un afro-americano, il mio bisnonno,  il cui nome era John Henry.

(Dedicato a te. So che leggi ogni giorno il mio blog dall’America lontana. Grazie.)

© RitaLopez

 

Un pezzetto di mondo

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Preparavo il borsone militare, quello che per caso avevo scoperto tempo addietro rovistando in mezzo alle tue cose, con la foga di chi deve partire per non tornare mai più.

Infilavo all’interno tutto ciò che mi capitava sotto gli occhi, con la veemenza di chi sa di non poterne farne a meno, con il fervore di chi è certo che, prima o poi, ne potrebbe patire la mancanza.

La scatola con le conchiglie raccolte sul bagnasciuga, quando la spiaggia era tiepida di tramonto, e ancora non avevamo voglia di tornare a casa.

Vecchie fotografie in bianco e nero, alcune talmente rovinate, che era stato necessario sistemarle con l’adesivo e dove tu, sul dorso, in bella grafia, avevi diligentemente annotato il luogo dello scatto e la data.

Il basco con la visiera, acquistato con i soldi ricevuti a Natale.

Le lunghissime collane di perline colorate che io e Stefania avevamo infilato pazientemente con le nostre mani, una ad una, per venderle al mercatino della domenica di piazza Umberto. Lunghe, ma così lunghe, da poterle arrotolare due, tre, quattro volte attorno al collo.

E poi gli spartiti musicali con gli accordi per la chitarra.

Decine di quaderni stropicciati, scritti fitto fitto, quando cercavo di non impazzire.

L’armonica che Francesco aveva scordato a casa e non aveva più ripreso.

I miei ritratti, disegnati a carboncino leggero da Marco. Quello coi capelli sciolti e il basco messo di traverso, quello in cui ridevo spudoratamente, le sopracciglia alzate e le fossette ben evidenziate ai lati della bocca. Quello con gli occhi chiusi, che non si capiva bene se stessi dormendo o se invece piangevo.

Il libro di mitologia greca che ci rubavamo a vicenda: Ancora non l’hai finito? Ma lo voglio leggere anch’io. Ecco, finisco un  racconto e te lo restituisco. No, stasera tocca a me.

Cercavo di richiudere la cerniera del borsone stracolmo, senza romperla.

Non sarei mai partita per nessun posto, non sarei mai andata da nessuna parte, senza portarmi un ritaglio di quel mondo appresso.

Una fetta di mondo che trovasse spazio giusto su una mensola.

Un pezzetto di mondo da guardare, da toccare, da annusare all’occorrenza.

© RitaLopez

Il silenzio

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Dalle due alle quattro di pomeriggio nella casa dei miei nonni regnava il silenzio assoluto.

Il silenzio più totale, il silenzio più ovattato, perché nonno dalle due alle quattro si chiudeva nella camera da letto, quella  dai vecchi mobili di noce scuro, illuminata soltanto dalle lucine soffuse e  aranciate del tabernacolo della Madonna Addolorata, e dormiva.

E la casa piombava in un silenzio surreale.

Le donne lavavano i piatti e spazzavano la cucina, sussurrandosi i racconti  tra le labbra e a volte scoppiavano a ridere e ridevano in silenzio, soffocando le risate con i palmi  delle mani, per non fare rumore, fino  a diventare rosse per lo sforzo, fino quasi a soffocare.

Noi bambini facevamo i compiti e a volte ci tiravamo i calci da sotto il tavolone lungo e scrostato, e litigavamo.
“Stateve citti!!!” (fate silenzio!!)  urlava mormorando nonna, come solo lei era capace di fare, mimando un grido strozzato in gola.

Proprio così: urlava mormorando.

Gli occhi spalancati, il dito indice davanti al naso.

Mi piaceva quel silenzio, anche se era innaturale e forzato.

Mi piaceva come ti può piacere una cosa preziosa, come è preziosa qualsiasi cosa di cui senti la mancanza.

Dell’acqua quando hai sete, o del pane quando hai fame, o del sonno quando sei stanco.

Era divertente quel silenzio, perché ci obbligava a camminare in modo buffo, in punta di piedi, a compiere in modo grottesco i nostri movimenti,  per privarli di qualsiasi suono, a chiederci cento volte l’un l’altro “che hai detto?”.

Dalle due alle quattro di pomeriggio era possibile udire  il ticchettio dell’orologio alla parete, lo sgocciolio dell’acqua dal rubinetto del lavandino di pietra, il respiro lento e rassicurante delle persone stipate nella vecchia cucina.

Era un bel silenzio.

Alle quattro meno cinque nonna preparava il caffè.

Alle quattro spaccate, là nella camera da letto dai vecchi mobili di noce scuro, nonno fischiava con tutto il fiato che aveva in gola nel suo fischietto nero, quello dei tempi di quando era vigile urbano:  potevamo rompere la quiete forzata.

Quel fischio era come una doccia fredda sulla pelle arroventata dal sole, un’allegra sirena, un martello che infrange un grande vaso di cristallo rompendolo in migliaia di piccoli e aguzzi frammenti.

La casa ripiombava all’improvviso, come per incanto, nel frastuono più festoso.

“Porto io il caffè a nonno!”

“No, voglio portarglielo io!”

“No, oggi tocca a me!”

Litigavamo ancora, noi bambini, per chi dovesse portargli il caffè a letto.

Quando era il mio turno, nonna mi posava tra le mani il piattino con la tazzina ricolma del  prezioso liquido fumante e profumato.

“Non ‘u si facènn cadè”, mi diceva.

Procedevo portando la reliquia nella camera di nonno, come in una processione, seguita dagli altri bambini.

La Madonna Addolora, là sulla parete,  puntualmente mi fissava con gli occhi sgranati, quasi a presagire una catastrofe.

Ed io puntualmente facevo cadere un po’ di caffè sulle lenzuola.

“E u sapev je!!” (lo sapevo!) diceva nonno, “Semb’ tu sì!! Chiu cchiàno adda fà!”.

Abbassavo lo sguardo mortificata. Gli occhi di tutti addosso. Pure quelli della Madonna Addolorata.

Nonno si tirava su da letto e si sistemava le bretelle sulla canottiera.

“Mè,  mo la storia!”

Noi bambini correvamo di nuovo in cucina, prendendoci a  spintoni, a gomitate, per afferrare gli sgabelli di legno più comodi e sederci il più possibile vicino a lui che, come ogni pomeriggio, ci avrebbe raccontato “la storia”.

© RitaLopez

Dalla finestra

 

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Ricordo di essermi alzata dalla scrivania e di avere raggiunto a piedi nudi  la finestra con le persiane verdi, tenute ben chiuse per evitare che, con i raggi del sole, penetrasse nella stanza anche la canicola che toglie il respiro.

Ti ho visto uscire dal portone di casa e percorrere lentamente la strada infuocata.

Portavi una camicia marrone, di cotone, con le maniche corte.

Vene bluastre correvano sul dorso delle tue mani bianche.

Dio quanto sono bianche!, ricordo di avere pensato.

E lì, su tutto quel grigio impietoso dell’asfalto, con la tua ombra nera che ti seguiva stanca, mi sei sembrato così esageratamente solo e triste e malato.

Anche il tuo pallore mi è parso impietoso, così come quell’afa innaturale, come il silenzio assoluto di quel primo pomeriggio di quel giorno d’estate, impietoso come la via desolata, come quell’impietoso quartiere in cui abitavamo, impietoso come la nostra città impietosa, come il mondo intero e la vita baldracca così maledettamente impietosa con te.

Ho considerato per un attimo l’idea di spalancare le persiane verdi e mettermi a urlare dalla finestra:

“Aspetta! Vengo con te!”.

Ma tu hai voltato l’angolo.

Sono tornata a piedi nudi verso la mia scrivania.

Ricordo che un senso d’angoscia m’ha preso alla gola.

© RitaLopez

(Immagine copiata dal sito: luceradente.it/forum/wordpress_it_IT_271/?attachment_id=4627)

 

La Bellezza

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Sono su un treno che va verso Sud e, sedute vicino a me, ci sono due signore australiane che non conoscono una parola d’italiano.
Madre e figlia. Molto colte, da come le sento parlare.
Molto ricche, da come le vedo vestite.
Sono in vacanza in Italia. Hanno già visto Venezia, Firenze, Assisi, Roma… ed ora sono dirette a Matera.
Il treno si ferma alla stazione di Caserta, proprio davanti alla Reggia del Vanvitelli.
CASSETTA, legge ad alta voce dal tabellone la figlia, che avrà più o meno la mia età. Sorrido involontariamente. Lei se ne accorge. Mi sorride a sua volta. No CASSETTA? mi chiede. No, CASERRRRRTA: scandisco, indugiando sulla erre, pavoneggiandomi quasi, per come riesco a farla vibrare tra la lingua e i denti.
“Oh look over there!!! what a beautiful building!” le dice la madre, una distintissima signora anziana, con un ridicolo cappellino simile a quello della regina Elisabetta. Spiego loro che si tratta del palazzo reale più grande d’Europa, sede dei Borbone, iniziato nel XVIII secolo.
Mi guardano enormemente interessate e mi pregano di continuare. E io continuo (capirai! l’hanno trovata!).
Racconto che è un palazzo che nella sua ideazione doveva reggere il confronto con quello di Versailles, racconto delle sale sontuose, dell’esplosione dell’architettura barocca, della Biblioteca Palatina, della Sala Ellittica che ospita un meraviglioso presepe napoletano, delle incredibili pinacoteche e soprattutto racconto del parco strabiliante, con le fontane e le cascate e le sculture dei miti greci. Hanno gli occhi spalancati. Decidono di fermarsi al ritorno e visitare il luogo.
Mi tempestano di domande: sulle città d’arte, e l’architettura, e la scultura, e le meraviglie della nostra natura, e le spiagge pazzesche del sud, e la nostra cucina, e la storia, quella recente e quella passata, e Michelangelo, e Leonardo, e Raffaello, e la civiltà romana.
Non mi fermo un attimo (capirai! l’hanno trovata!).
E quando dico loro che ho anche una laurea in archeologia e attacco a raccontare del Foro Romano e degli scavi e dell’odore che ha la terra del Palatino (capirai! l’hanno trovata!), sono prese da una sorta di orgasmo mistico.
Solo allora mi rendo conto di quanto la mia concezione della storia, del passato, sia diversa dalla loro. Solo allora mi rendo conto del Paese così giovane e sconfinato da cui provengono. Mi rendo conto di quanta Bellezza e Arte ci circonda. In uno spazio così “stretto” e “piccolo” come l’Italia. Come si fa a scordarsene? Come si fa ad abituarsi alla Bellezza fino ad ignorarla, a non prendersene cura, a non difenderla? Come si fa a non sentirsi uniti dalla Bellezza in cui abbiamo avuto la fortuna di nascere? Come si fa ad affidare tutta questa Bellezza nelle mani di quattro papponi ignobili che pretendono di gestirla insieme al nostro Paese?
Restiamo in silenzio. Loro frastornate da tutte le informazioni che le ho rovesciato addosso (capirai! l’hanno trovata!). Io, un po’ stanca, per aver parlato in un’altra lingua per più di due ore.
Guardo dal finestrino. Le distese di ulivi argentati e le vigne ben disposte in filari precisi, che tra qualche mese saranno cariche di grappoli maturi. Si vede anche il mare in lontananza adesso. E’ tutto bellissimo.
Prima di arrivare a destinazione, mi stringono la mano. Io, da buona meridionale, non riesco a non baciarle. Prima la figlia. Poi l’anziana madre, col suo ridicolo cappellino alla regina Elisabetta.
“What’s your name?” mi chiede. Rita, rispondo. “Rita, you’re so passionate!”, mi dice.
Scendo dal treno. Consapevolmente orgogliosa, mi tuffo a grandi passi nella Bellezza.

© RitaLopez

Lo vuoi un caffè?

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Avevo passato tutta la mattina a lucidare il lampadario impolverato della tua cucina.

Ero scalza sul tavolo ricoperto di fogli di giornale e di tanto in tanto mi passavi lo straccio pulito, dopo averlo sciacquato per bene sotto il rubinetto.

“Statt attìnt, non si cadènn!”

“Non cado, non cado” ti rispondevo.

E una volta finito, pigiavi l’interruttore, per vedere il risultato.

La tua bocca che si distendeva in un sorriso, contagiava anche me.

Sorridevo anch’io.

“Quanta luce! Brav’ a chedda uagnèdd!”

Brava ragazza che sei! dicevi con la testa alzata.

“U uè nu cafè?”

Lo vuoi un caffè?

Scendevo dal tavolo e mi mettevo seduta, mentre riempivi con cura la macchinetta.

La lentezza dei gesti, la pacatezza della precisione.

Ciò che ti rendeva straordinaria, ai miei occhi, era vedere come ogni piccola azione quotidiana, anche la più banale, anche la più semplice, diventasse speciale, unica, solenne, quando a compierla eri tu.

Era così sempre.

Quando cucinavi, quando impastavi la farina sul tavoliere, quando tiravi fuori dalla tasca del grembiule  100 lire perché potessi comprarmi il ghiacciolo alla menta.

Ogni mossa era talmente ricolma di amore, e di gioia di fare, e di fare bene, che assumeva ai miei occhi la magnificenza di una impresa epica.

Stendevi un tovagliolo pulito sulla tavola e vi posavi sopra la tazzina di ceramica con il suo piattino. Quella del servizio buono.

Sorridevi.

La zuccheriera di acciaio lucido e il cucchiaino accanto.

Portavi la caffettiera fumante come un piccolo scrigno prezioso.

La mia ricompensa per il lavoro svolto.

Il premio più ambito per l’opera compiuta.

Ci lasciavamo entrambe con il cuore gonfio di soddisfazione.

Io con la consapevolezza di una nuova ricchezza. Una ricchezza sconfinata. Una ricchezza senza paragoni.

Tu ancora con gli occhi puntati sul lampadario e il sorriso sulle labbra.

© RitaLopez

Pessimo Vincenzo

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Non avevo soggezione di te solo perché andavo in classe con tua sorella: sapevo che non mi avresti importunato più di tanto.

Però lo devi ammettere, Vincenzo: tu eri proprio fastidioso.

Davi fastidio alle ragazzine del quartiere, al maestro, ai vicini di casa, ai passanti sconosciuti.

Tu e la tua cricca di teppisti come te.

“Hanno bucato le gomme della 126 della maestra Florinda!”

“Scommetto che in mezzo c’era Vicìnz!”

“Hanno rotto la vetrina della salumeria dello Schignato!”

“Stavolta l’ho visto: Vicìnz e gli amici suoi sono stati!”

“Hanno toccato il culo a Mariastella, la commessa della merceria!”

“Stu disgraziat di Vicìnz!”

Eri pessimo, Vincenzo. Lo devi ammettere.

Eppure c’era qualcosa in te che mi piaceva. Lo devo ammettere anche io.

Mi piaceva, lo devo ammettere, quando ti arrampicavi sul paraurti d’acciaio della filovia arancione, che attraversava tutta via Crisanzio, e fischiavi a labbra strette per chiamarmi.

“Ma guarda quello!” diceva allibito un signore dietro di me.

Mi faceva sorridere, lo devo ammettere, vederti guidare il motorino smarmittato nell’afa dei pomeriggi estivi, con quell’altro bellimbusto dell’amico tuo, appollaiato dietro. Rigorosamente senza casco. Rigorosamente contromano. Rigorosamente a torso nudo.

Ero contenta, lo devo proprio ammettere, di quel sottile turbamento, che mi guardavo bene dal far trapelare, quando mi fissavi dritto negli occhi e, soffiandomi il fumo della sigaretta in faccia, mi proponevi:

“Quando vuoi divertirti, chiamami!”

Pessimo, pessimo Vincenzo.

Che venivi bocciato ogni anno.

Che facevi disperare tua madre.

Che a quelle due anziane turiste tedesche che si erano perse nei vicoli e che ebbero l’ardire di chiederti:

“Scusa pello pampino! Dofe essere stazzione?”

rispondesti: “Signò! Se mi dai 2000 lire te lo faccio toccare!”

Pessimo, pessimo Vincenzo.

“Diventerai una suora”, mi dicesti un giorno.

“E tu farai la fine di tuo fratello che sta in galera”, ti risposi.

I muscoli della faccia irrigiditi.

Gli occhi severi.

E sicuramente non può essere stata quella frase, sicuramente c’era dentro di te qualcosa, già da tempo, pronta a scattare. Deve essere così.

E insomma volevo dirti che sono orgogliosa di te,  che sei  il meccanico più bravo del quartiere.

Che hai tre figli belli come il sole.

Che avevi pochissime speranze di sfuggire al tuo futuro di contrabbandiere di sigarette.

Che ogni volta che ti guardo mi vengono in mente le due turiste tedesche, a cui  volevi farglielo toccare per 2000 lire, e mi viene da ridere.

© RitaLopez

Luca

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E così addio  piccolo Luca, che tutti chiamavano “piccolo”, anche se avevi 24 anni.

Che avevi le gambette stecchite e traballanti come quelle di un ragazzino sofferente, ma camminavi spedito come un soldato in marcia, dentro le tue scarpe ortopediche  nere, e quando ti guardavo pensavo: “oddio ora cade! oddio ora cade!”

Che venivi bocciato ogni anno alle medie così che potessi frequentare la scuola e stare insieme agli altri ragazzini ancora per un anno. Per un altro anno ancora.

Che sei stato compagno di classe prima della mia Paola e poi della mia Dona, ed entrambe ti adoravano.

Ma ti adoravano tutti. Come si poteva non adorarti!

E quindi addio piccolo Luca, che mollavi la mano dell’insegnante di sostegno perché dovevi correre ad abbracciare la bidella ogni mattina.

Che ti facevano battere la palla ogni volta che aveva inizio  la partita di pallavolo.

Che alle recite scolastiche precedevi ogni singola battuta di ogni singolo compagno di classe sul palco.

Che chiamavi a gran voce “Paolaaaa!!!” ogni volta che incontravi per strada me o le mie due figlie, perché per te eravamo tutte indistintamente solo  e soltanto “Paola”, e agitavi le braccia, e ridevi, e agitavi le braccia, e ridevi…

E allora addio piccolo Luca, dalle molte cicatrici e dai sorrisi a profusione.

Ti accolgano quegli stessi angeli che amavi disegnare sui quaderni.

Si inchinino al tuo passaggio i cherubini dai lunghi capelli dorati. Ti cullino, stanotte, tra le loro ali.

Che possano imparare da te la dignità della sofferenza e della pazienza.

Che possano imparare da te come si fa a rimanere puri come bambini.

© RitaLopez

Lorenzino, detto “Varichina”

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Lo incontravamo spessissimo di sera, tornando a casa, in via Crisanzio, vicino alla Manifattura dei Tabacchi, nel cuore del quartiere Libertà, il quartiere dei veri figli del popolo.

Lorenzino, detto “Varichina”, sculettava sul marciapiede con i suoi jeans strizzati sui genitali e tenuti su da una cintura di pelle.

Indossava una pacchianissima camicia a motivi floreali con il colletto a punta, annodata sopra la sua gonfia pancia pelosa.

Aveva una montagna di capelli spinosi che viravano tra il biondiccio e il rossiccio e degli occhiali spessi come vetri di bottiglia per via della forte miopia procuratagli dal diabete.

“Uèèèè Lorenzì. Ricchiòoon!!!”, lo sfottevano i ragazzini senza cuore che sfrecciavano contromano sulla strada, in sella ai motorini smarmittati.

Urlavano e ridevano sguaiatamente.

Mamma tirava per le braccia me e mia sorella.

Affrettava il passo, costringendoci ad arrancarle dietro, a fatica.

Ma io avevo gli occhi puntati su Lorenzino e soprattutto le orecchie bene aperte.

E infatti la sua risposta non si faceva mai attendere:

“Disgraziaaat!!! Rdìt, rdìt! L’ femmn hann’ a murì e tutt’ ddò avìt’ a frnèsc!”

(Disgraziati! Ridete, ridete, tanto le femmine moriranno e tutti qua dovrete venire!), rispondeva Lorenzino, battendosi il deretano con entrambe le mani.

“Sto ‘nzivùs!” (Questo sporcaccione!), mormorava mamma, strattonandoci ancora di più per le braccia.

Ma Lorenzino era immune, oramai, agli sfottò continui dei crudeli ragazzi del quartiere Libertà.

Si dimenticava subito di loro e “Ciao beeeelllloooo!!!” si rivolgeva al passante che, a testa bassa, attraversava in tutta fretta la strada per non incrociarlo sullo stesso marciapiede.

Procedevamo su via Crisanzio, noi in una direzione e Varichina nell’altra.

Camminavo con la testa completamente voltata per non perdermi la vista di Lorenzino che si allontanava sempre di più. Potevo sentirlo cantare  a squarciagola “Staaasera mi butto, stasera mi butto, mi butto con teee!!!”, mentre ancheggiava come una checca pazza e si passava la mano nella zazzerra spinosa.

Lorenzino che viveva in un tugurio fetente.

Lorenzino famoso sia tra gli accattoni che tra i notabili.

Lorenzino parcheggiatore abusivo, guardiano delle battone, armato di secchio e ramazza per pulire gli androni bui dei vecchi palazzi del Libertà e guadagnarsi cinque mila lire.

Lorenzino dagli insospettabili, innominabili, impronunciabili amanti di una città del sud ipocrita e bigotta.

Pioniere inconsapevole del gay pride e dell’orgoglio omosessuale.

Morì solo, Lorenzino,  ripudiato dalla famiglia e dai suoi frequentatori abituali, che si erano divertiti con lui a poco prezzo, all’insaputa di mogli e  fidanzate.

Stroncato dal diabete che gli aveva causato l’amputazione prima di una gamba e poi dell’altra.

Ho saputo che faranno un film su Lorenzo De Santis.

Lo avresti  immaginato mai,  Varichina?

Se lo avessero chiesto a me, allora, quando mamma mi trascinava verso casa, là in via Crisanzio, avrei scosso vigorosamente la testa.

© RitaLopez

Pietre su Rokhshana

LAPIDAZIONE

Fa tanto caldo in questa parte del mondo dimenticata da Dio e dagli uomini.

Fa tanto caldo, nonostante sia solo mattina presto.

E pure le montagne aride, attorno a questo campo brullo, lasciano presagire l’afa impietosa che tra non molto opprimerà l’aria, rendendola irrespirabile.

Hanno scavato una buca profonda, qui, al centro di questo campo secco e ricoperto di sassi.

Ci sono uomini attorno alla buca, una trentina, alcuni in piedi, altri accovacciati sulle ginocchia, che attendono lo spettacolo.

Hanno i telefonini in mano, pronti per filmare l’avvenimento.

Dentro la buca c’è Rokhshana, di 19 anni, avvolta nel suo abito lungo e nero.

Ha le braccia tenute ferme da una grossa corda, legate strette ai lati del corpo.

L’ultimo viso che le si è parato di fronte, prima di essere calata, è stato quello di suo padre, che si è rifiutato di perdonarla.

La voce tremante di Rokhshana è scivolata lungo la distesa arida: “Ti prego, padre!”.

Ma il vecchio, dritto di fronte a lei, imperturbabile, ha scosso la testa.

Nella buca, dove Rokhshana è stata calata, iniziano ad essere scagliate le prime pietre.

Una pietra per avere disonorato l’anziano marito scelto da tuo padre e tuo fratello.

Una pietra per essere scappata, di notte, con il giovane Mohammed.

(I gemiti ovattati di Rokhshana coprono il campo riarso).

 Una pietra per aver passato la notte insieme a lui, accucciati in una grotta, tra le montagne silenziose.

Una pietra per aver provato  il piacere del calore delle sue mani sui tuoi fianchi.

(I lamenti strozzati di Rokshana si alzano fino al cielo bianco).

Una pietra per la tua pelle lucida di bronzo, sfiorata dalle sue labbra.

Una pietra per i tuoi lunghi capelli  aggrovigliati tra le sue dita.

Una pietra per le sue parole infuocate sussurrate nelle tue orecchie.

Una pietra, e una pietra, e un’altra pietra ancora.

(Il grido straziante di Rokshana raggiunge il sole impietoso).

Poi il silenzio.

Gli uomini ora si allontanano a gruppetti, compreso tuo padre, che stanotte si stenderà al fianco di tua madre scossa da singhiozzi silenziosi, mentre la tua stanza rimarrà vuota.

Il giovane Mohammed è rimasto a casa dei suoi genitori.

Se l’è cavata con qualche frustrata.

Un giorno  anche per lui sarà scelta una giovane ragazza, innamorata di un altro, ma costretta a sposarlo.

Come te, Rokshana. Proprio come te.

© RitaLopez

Laura, la camionista

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Non mi piace andare dal parrucchiere.

Ci vado quando proprio non posso più farne a meno.

Ma quest’ultima volta non è stato noioso.

Questa volta ho conosciuto Laura, la camionista.

Siamo sedute una accanto all’altra e già penso alla scelta amletica che mi si pone ogni volta.  A):  prendere uno dei giornali disponibili e girare noiosamente le pagine patinate, stracolme di fotografie di soubrette prosperose e attrici al mare, colte impietosamente nell’atto di chinarsi a raccogliere l’asciugamano, così da mostrare al mondo sadico e ipercritico delle donne comuni i fianchi coperti di cellulite. B):  conversare del più e del meno col mio parrucchiere, il quale ti parla stando in piedi, dietro di te, e tu lo vedi dallo specchio che hai di fronte, solo che i suoi occhi non guardano te. No. Sono perennemente puntanti su se stesso. E a me dà un fastidio!

Questa volta il parrucchiere è impegnato a chiacchierare con la mia vicina e così non mi resta che agguantare uno degli interessantissimi giornali di cui sopra.

“E allora, Laurè, adesso che fai le pulizie, non è meglio di quando facevi la camionista?”,  le sta chiedendo lui.

Fa la domanda a lei, ma nello specchio guarda se stesso.

“Ma manco pè niente!” risponde Laura, con i bigodini sulla testa.

“Me rompo le palle che nun poi capì. Sempre ‘e stesse cose, sempre a’ stessa vita! E vai a casa de quella e je pulisci i vetri, e vai a casa de quell’artra e je spazzi pè tera e poi cori dalla vecchia e je sporveri ‘e bomboniere….No, quanno facevo ‘a camionista me piaceva de più”.

Poso il giornale sulle ginocchia e guardo Laura.

Avrà una sessantina d’anni, portati benissimo.

Ha un fisico asciutto, due spalli grandi, e dai jeans aderenti si indovinano un paio di gambe muscolose. Prive di cellulite.

Le chiedo timidamente: “Lei…”.

“Tu” mi dice, perentoria.

“Tu…facevi la camionista?”.

“Eccerto” mi risponde con orgoglio, “ho fatto ‘a camionista pè più de trent’anni”.

Le sorrido.

“ ‘O sai?” continua, “negli anni 70, in Italia, c’erano tre camioniste donne. Mbè: una ero io. Dovevi vedè che era, pe ‘na donna, fà sto lavoro a quei tempi!”.

Ma come hai cominciato? Le domando.

“Mì padre faceva er camionista. A 14 anni gli ho detto: a pà, io non vojo più annà a scola.

“A no?” Me fa lui! “e allora viè co me”.

E così sò salita sur camion a 14 anni e sò scesa quanno ne avevo 50. Ho iniziato cor 12 13 e poi cor 19 19. Tutti l’ho portati”.

Non la mollo un attimo, Laura.

La tempesto di domande, voglio sapere dei suoi viaggi, dei suoi sacrifici, di come riusciva a gestire il suo lavoro, quel lavoro, in un mondo dominato dai maschi.

E Laura mi racconta, non si ferma un attimo.

Parla senza pudore, senza nascondermi niente, come sanno fare alcune donne tra di loro, anche se è la prima volta che si vedono.

E raggiunge gradi di confidenza e di intimità sorprendenti, aprendoti il cuore,  quando racconta delle notti d’inverno, a dormire sul camion, nell’area di parcheggio degli autogrill. E degli approcci fastidiosi ed  insistenti di alcuni suoi colleghi, delle loro battute cattive e gratuite. Dei tradimenti continui di un marito balordo. Dell’amarezza  di veder crescere un’unica figlia, affidata per tutta la settimana alle cure di una suocera acida.

“E quella, mi socera, me fa: “Aò! È ora che fai n’artro fijo”.

Sì, pè dattelo a te! Je faccio io!”.

Le diventano lucidi gli occhi.

“Nun me la so goduta pè niente… Ma mò c’ho dù nipotine e guai a chi me ‘e tocca”.

Mi mostra le foto delle bimbe sul suo cellulare.

Le mostra anche al parrucchiere: “Sono bellissime, Lauré” le fa lui, sorridendo a se stesso nello specchio, e poi aggiunge:

“Ecco, abbiamo finito”.

Laura si alza.

“Anvedi che capello, aò! Come sto?”, mi chiede.

“Sei bellissima!” le rispondo. E lo penso davvero.

Laura paga e se ne va.

Il parrucchiere adesso si rivolge a me, anzi a se stesso.

Guardandosi intensamente negli occhi, mi chiede:

“Che facciamo? Tagliamo?”.

© RitaLopez

(nella foto: Mario Sironi “Cityscape with truck)

Nella metro

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Ci sono giorni in cui i ricordi mi assalgono come fiere impazzite.

Prendono il sopravvento sui miei pensieri e in nessun modo io riesco a domarli. In nessun modo.

Come adesso. Come allora.

 

Aspetto la metropolitana che da Termini arriva fino ad Ottaviano.

Sono sola, per la prima volta in vita mia. Sono a Roma e ho 19 anni.

Ho lasciato mamma sul treno che la riporta a Bari. L’ho salutata con la mano, ricacciando indietro le lacrime, indurendo le mascelle fino a farmi male.

(Ciao, mia dolce principessa guerriera. Ciao, mia coraggiosa combattente. Ciao, mia bella….)

E le vorrei urlare: Guarda Mà che se vuoi, non resto più qui a studiare.

Se vuoi salgo anch’io su questo dannato treno e torno a casa con te.

E invece rimango lì, sulla banchina del binario 11, le mani sprofondate nelle tasche dell’impermeabile militare di mio padre, che mi sta talmente largo che ci posso entrare dentro per altre tre volte.

Il vento freddo di gennaio mi soffia sulla faccia e mi solleva veloce i capelli.

 

L’impermeabile di mio padre. L’ho voluto a tutti i costi. Mamma aveva conservato un po’ dei suoi vestiti ed io, di nascosto, entravo nella camera da letto e aprivo piano le ante. Nonostante la polvere e l’odore intenso di naftalina, se chiudevo gli occhi ed inspiravo forte, inspiravo a fondo, riuscivo ancora a sentire quell’odore inconfondibile di dopobarba da quattro soldi.

Ho preso l’impermeabile militare e l’ho indossato il giorno in cui sono partita.

Era un modo per portare il suo odore sempre con me, addosso, dovunque fossi andata.

Era un modo per rinnovare il dolore, per risvegliare sadicamente lo strazio che avevo nel cuore, così giovane e già così perfettamente lacerato.

 

Porto il braccio sotto il naso e annuso la stoffa, mentre aspetto la metropolitana, e mi sembra di sentirlo ancora, quell’odore di dopobarba da quattro soldi.

La metro arriva. Io in una direzione ormai, mia madre in un’altra. Due linee rette che non si incroceranno più.

Repubblica.

 

Il mio letto sarà vuoto questa notte. Rimarrà freddo con le sue lenzuola a fiorellini gialli.

E anche la mia scrivania sarà vuota, liberata dai libri, e dai fogli sparsi, e dai bigliettini con gli appunti, e dalle matite.

Non girerò più tra le strade del mio quartiere malfamato, dove sono nata e cresciuta.

Quelle strade con i “bassi” di 25 metri quadrati, abitati da famiglie numerose e rumorose, e le bische dove gli uomini con le pance gonfie di birra giocano a scopone scientifico, imprecando.

Agli angoli di ogni via i contrabbandieri, dalle braccia tatuate, vendono le sigarette.

E poi gli scippi quotidiani, le urla dei ragazzini che sfrecciano sui motorini smarmittati, le donne che stendono i panni al sole e cantano.

Chiudo gli occhi.

Quanto ti ho odiato Bari!

Annuso la stoffa dell’impermeabile.

Barberini.

 

Riuscirò mai a scrollarmi di dosso questa città appiccicata al mio modo di parlare e di gesticolare e di pensare?

Riuscirò mai a scrollarmela di dosso?

Mi vengono in mente le barche che si cullano stanche nel porto vecchio, là dove i pescatori arricciano i polpi sugli scogli, per renderli più teneri, e il molo, dove io e Marco andavamo a leggere Bukowski e a sognare e a fumare di nascosto, azzannando la vita a morsi quasi, mentre le sirene delle navi da carico ruggivano in lontananza, come vecchi leoni.

E’ da lì che vengo.

E le grandi abbuffate della domenica con i parenti, la Madonna Addolorata con il suo mantello psichedelico, le bestemmie sussurrate per non ferire, le calze di nonna tenute su con l’elastico giallo, il sole a picco su una città devastata ed io, io è da lì che vengo.

E poi ancora i mea culpa, mea culpa, mea grandissima culpa, la disperazione che ti lascia senza fiato, i “ce l’hai 5.000 lire?” e i “no, non ne ho” di ogni santissima volta, la minestra scaldata del giorno dopo e del giorno dopo appresso.

E’ da lì che vengo. Lo vedono, gli altri, da dove vengo?

Spagna.

 

Guardo il mio riflesso sul vetro scuro della metro.

Sono davvero io quella?

Ho due valigie stracolme con me. Guardo anche quelle. C’è tutto quello che potevo portare.

Sì. Sono proprio io. Sono a Roma e ho 19 anni. E sono sola.

Flaminio.

 

Saprò difendermi. Starò attenta. Non mi farò mai fregare.

Sì, saprò difendermi e reagire.

Come quando ero bambina e per andare a casa di nonna dovevo prima passare davanti al pianerottolo dove abitava Manuele, il vecchio gigante con una gamba completamente amputata e il basco nero in testa.

Teneva sempre la porta di casa aperta Manuele, ed io lo sbirciavo con la coda dell’occhio, mentre lui era seduto a gambe aperte, anzi a gamba aperta, e sgusciava le cozze col coltello.

E poi un giorno me lo sono trovato davanti. Una montagna gigante senza una gamba, poggiata sulle stampelle, che mi occupava completamente il passaggio.

Ero paralizzata dal terrore. E lui era lì, fermo, in cima alle scale che stavo salendo, e mi bloccava il passaggio.

Senza chiedergli “permesso”, gli ho dato un calcio sulla gamba. Quella sana.

Un calcio, sferrato con tutta la forza dei miei cinque anni, proprio negli stinchi.

E Manuele, mostrandomi i due unici e lunghi incisivi gialli, ha aperto la bocca in un sorriso simile ad un ghigno, un ghigno terrificante e mi ha lasciato passare. Sissignori, mi ha lasciato passare.

Saprò difendermi. Anche con la forza.

Lepanto.

 

Mai avrei pensato che dire addio costasse così tanta fatica, che fosse così difficile.

Nonna prima di partire mi aveva detto “Figghia mè, iapr l’ecchj!” (apri gli occhi).

Iapr l’ecchj!!! Lo diceva sempre. A me e a mia sorella. Chi me lo avrebbe detto ora? Iapr l’ecchj.

Aveva una 850 usata, nonna. Bianca, ricoperta di macchie di ruggine.

Aveva preso la patente soltanto per andare al camposanto, a trovare il figlio morto in un incidente stradale.

Una vecchia donna del Sud, completamente vestita di nero, per le vie di un quartiere malfamato, con una 850 bianca e arrugginita, perennemente in seconda marcia, da via Garruba fino al cimitero. Mai in terza.

Aveva gli sportelli rotti l’850, e ogni volta, prima di montare su, nonna faceva finta di aprire con la chiave.

“Ma perché fai così?” le chiesi un giorno.

“Perc’ si no ci vengono a mett la droca dò inda!!!” (perché altrimenti qualcuno potrebbe nasconderci la droga qui dentro!!!).

Una notte, durante una sparatoria, un proiettile colpì il parabrezza della 850, formando una meravigliosa e sottile ragnatela sul vetro.

A Bari, nel mio quartiere, si sparava.

Anche Angelo, il nipote del boss che abitava vicino casa mia, fu ammazzato con una pallottola infilata dritta nel petto.

Era bello Angelo, aveva gli occhi scuri. Li sentivo bruciare sul mio fondoschiena quando gli passavo davanti.

Ottaviano.

 

Scendo dalla metro e mi avvio tra la calca di gente verso le scale mobili.

Le valige pesano come macigni. Le trascino a fatica, in mezzo agli spintoni dei passanti.

Basta! Ho bisogno di aria. Lasciatemi in pace. Non voglio più pensare.

Mamma che mi lascia i soldi, contandomeli davanti e sussurrando “dovrebbero bastare”, mentre io ho una fitta allo stomaco. Una fitta per ogni biglietto che conta e posa sul tavolo.

La mia scuola con le finestre che affacciano sul mare e in inverno, quando c’è il vento forte, sembra che gli spruzzi delle onde giganti debbano infrangere i vetri.

Il mercato del pesce dietro casa. Le botteghe dei pescatori con la statua di San Nicola in bella mostra, contornata da piccole luci psichedeliche.

L’odore di verdure rancide e piscio di gatti che sale dai bordi dei marciapiedi, dove l’acqua piovana scorre a fiumi, insieme alle storie d’amore e di passione e di odio della gente.

Marco che mi bacia con la lingua, sul vecchio molo, lasciandomi senza fiato.

La puzza di cavolfiore nella cucina di casa mia, ed io che spalanco le finestre perché sta per arrivare la mia amica dai quartieri alti.

Gli Lp consumati dalla puntina del mio vecchio stereo usato.

Io al buio della mia stanza. La porta chiusa. Per non impazzire.

La testa tra le mani. Per non impazzire.

Vieni con noi stasera? No. Non voglio uscire.

Dai, ti farà bene. Non mi va.

La disperazione. Mio padre che muore tra le mie braccia. La disperazione.

Basta. Basta. BASTA!!!

 

Risalgo sulla strada giusto in tempo per non svenire. Respiro a fondo l’aria fredda di gennaio.

Sento in lontananza i rintocchi di una campana e ho solo voglia di resuscitare.

Aiutami Roma.

Amami.

Accoglimi.

Salvami, ti prego.

Ho solo 19 anni. E sono sola.

©RitaLopez

 

La maglia azzurro cielo

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Era nella camera da letto di nonna, appeso all’angolo tra due pareti.

Era un vecchio tabernacolo di legno scuro, scuro come il legno scuro del letto, scuro come l’armadio, scuro come il comò possente e severo, con lo specchio contornato da una cornice di legno scuro. Santa Rita era dentro il tabernacolo, vestita di nero, da suora, e si infilzava un pugnale nello sterno.

O se lo infilzava o cercava di estrarlo. Non l’ho mai capito.

E non so neanche se è vero che nella vita intrisa di mitologia di questa santa, si inserisca davvero l’episodio di un pugnale che le trafigge lo sterno.

Sarà stata l’esigenza della gente delle mie parti, di teatralizzare a tutti i costi la religiosità, di rendere plateale e passionale persino la spiritualità, di drammatizzare all’ennesima potenza la vita dei santi o degli eroi…non lo so.

La camera da letto buia, con i mobili scuri e il tabernacolo scuro, era illuminata soltanto dalle lucine gialle che circondavano la statua di Santa Rita vestita di nero  che si trafiggeva lo sterno con il pugnale (o che cercava di estrarlo. Ripeto: non l’ho mai capito).

Nonna aveva attaccato all’interno del tabernacolo le fotografie ingiallite, in bianco e nero, dei suoi cari morti nel tempo.

Sarà stata l’esigenza della gente delle mie parti, di avere davanti agli occhi appena svegli e, come ultima immagine prima di addormentarsi, le persone che abbiamo amato, di continuare a parlarci, di mescolare la morte e la vita, la vita e la morte, sempre, con insistenza, fottendosene quasi, come se nulla fosse accaduto, come se quelli che non ci sono più continuino, a dispetto di tutto, ad essere presenti, a respirare nelle nostre case. A vivere insomma.

Il numero di quelle fotografie aumentava  di anno in anno.

Ricordo i volti rigidi e solenni dei miei avi, in bella posa, nei loro abiti migliori, perché andare dal fotografo a farsi fotografare era considerato un evento importante.

Quel tabernacolo con le foto dei morti non mi ha mai infastidito. Non mi ha mai messo a disagio. Era normale per me. Una cosa simile era in quasi tutte le case in cui bazzicavo da bambina.

Ma un giorno, tempo dopo, nonna attaccò nel tabernacolo anche la foto di mio padre.

E questa volta la foto era a colori. La prima foto a colori dentro il tabernacolo.

Gliela avevo scattata proprio io. Era d’estate, eravamo nella barca di zi’ Pietro, su un mare di azzurro cielo.

Lui indossava una maglia azzurra, azzurra come il cielo, azzurra come il mare di azzurro cielo e, incitato da me, sorrideva prima che io scattassi, strizzando gli occhi per via del sole in faccia.

Ecco: quella foto a colori era un violento flash psichedelico in mezzo a tutto quel buio di legno scuro,

era l’esplosione di un dolore lancinante nel torpore della penombra della stanza,

era l’urlo straziante di una preda catturata,

una forma di vita messa sotto vetro, in una soluzione di alcool e formalina, e che ancora voleva palpitare,

era una richiesta di aiuto, un buco nero,

un punto di implosione selvaggia che tutto fagocitava: il resto delle foto in bianco e nero, Santa Rita vestita da suora, il tabernacolo illuminato dalle lucine gialle, il letto scuro, il comò con lo specchio, la camera da letto in penombra ed infine anche me,

rigida sulla soglia della stanza,

le braccia penzoloni,

i pugni stretti,

le mascelle serrate.

© RitaLopez

Teresa T.

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Io il primo giorno di scuola della prima elementare, per quanti sforzi faccia, non me lo ricordo proprio.

Mi ricordo benissimo l’ultimo giorno della quinta però.

Sì, perché l’ultimo giorno di scuola dovevamo presentare, davanti a tutta la classe, la relazione di un libro che la maestra ci aveva assegnato un paio di mesi prima.

Libri diversi, da leggere a gruppetti di due, massimo tre alunne.

Il libro che mi era toccato era il Diario di Anna Frank.

La mia compagna di studio, scelta dalla maestra, Teresa T.: la figlia del contrabbandiere che vendeva le sigarette all’angolo di via Nicolai, esattamente dove, anni prima, durante una sparatoria, un proiettile aveva colpito il parabrezza dell’850 di nonna.

Notai le risatine dietro le mani, le sgomitate, gli sguardi ammiccanti delle mie compagne, quando la maestra annunciò con chi avrei dovuto preparare la mia relazione.

Teresa T. era arrivata nella nostra classe quell’ultimo anno.

L’anno prima era stata bocciata, per l’ennesima volta.

Aveva 13 o 14 anni Teresa.

Era alta due spanne più di noi.

Portava già il reggiseno, una terza abbondante credo.

Metteva sulle unghie lo smalto rosso della madre.

Calzava scarpe con i tacchi, Teresa.

E si truccava pure.

Rimasi impassibile alla decisione della maestra, per non dare soddisfazione alle mie compagne, anche se dentro mi sentivo bruciare.

E così, quasi ogni pomeriggio, andavo a casa di Teresa T. per leggere insieme a lei  il Diario di Anna Frank che papà aveva acquistato da Laterza, in via Sparano.

Teresa da me non poteva mai venire. Sua madre non glielo permetteva. Diceva che doveva guardare i fratelli più piccoli.

Lasciavo il libro da lei, per non dovermelo portare avanti e indietro.

Teresa non voleva mai leggere e così leggevo io, ad alta voce, ma casa sua era una bolgia infernale e non era facile concentrarsi.

No, non era per niente facile.

I suoi fratelli più piccoli litigavano in continuazione, e se le davano di santa ragione.

Teresa sopportava un po’, poi si alzava di scatto e li prendeva a schiaffoni e sculacciate.

Tornava a sedersi al tavolo della cucina, accanto a me, e si accendeva una sigaretta.

Me ne andavo appena sua madre tornava a casa.

Non era una donna molto ospitale.

Mi guardava in cagnesco.

Mi metteva soggezione.

Insomma, non so come, alla fine riuscimmo a leggere tutto il libro. Dovevamo solo scrivere la relazione; mancavano un paio di settimana alla fine della scuola ormai.

Ma un pomeriggio, dopo aver suonato al citofono di casa di Teresa, suo fratello mi rispose che non c’era.

E non si presentò neanche a scuola il giorno dopo.

E neanche i giorni successivi.

Ritornai più volte a citofonare sotto casa sua e mi dicevano sempre che Teresa non c’era.

Un giorno si affacciò sua madre dal balcone e in mezzo ai panni stesi intravidi la sua testa con i bigodini.

Mi urlò: “Teresa sta malata!!! Vattìn!”.

Scrissi la relazione da sola, ma sull’ultima pagina firmai con il mio nome e anche con quello di Teresa T.

L’ultimo giorno di scuola presentai la relazione davanti a tutta la classe, seduta accanto alla maestra, sulla cattedra.

L’ultimo giorno di scuola.

Quando suonò la campanella, l’ultima campanella delle elementari, uscimmo come al solito a urla e spintoni dal grande portone di legno incrostato.

Dopo aver superato la piazza, proprio all’angolo della Manifattura dei tabacchi, sento:

“OH!! PSSS!!! PSSS!”

Mi volto.

Era Teresa.

“Ma che fine hai fatto?” le dico. “Mi hai fatto fare tutto da sola!”.

“Tieni”, mi dice porgendomi il libro di Anna Frank “questo è tuo”.

Teresa T. mi guardava con occhi lucidi.

Si girò su se stessa e senza neanche salutarmi se ne andò sculettando sui suoi tacchi consumati.

Solo a casa mi accorsi della scritta sul retro della copertina del libro.

“Grazie che mi hai aiutato, ma a me la scuola non mi piace.”

Rividi Teresa T. quando ero già alle medie.

Tornavo a casa.

Lei era sull’altro lato della strada.

Spingeva una carrozzina per bambini, con la copertura azzurra.

Non mi vide, o fece finta di non vedermi.

Neanche io la chiamai.

© RitaLopez

E non mi sentirò mai sola

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“Quando morirò voglio essere portata a Bari”, così ho risposto alla mia Dona, quando me lo ha chiesto.

C’era questa specie di piccolo monumento funerario che nonna aveva comprato quando era viva, grande abbastanza per ospitare quattro o cinque corpi, non di più.

Il primo ad essere calato là dentro fu suo figlio, poco più che ventenne,  ucciso in un agosto infuocato, su una polverosa provinciale dell’entroterra pugliese, da un pirata della strada che neanche ebbe la misericordia di fermarsi a prestargli soccorso.  Il bastardo lo lasciò così, accasciato sul volante, con la testa fracassata e la materia grigia, che faceva capolino dal cranio spaccato,  ancora palpitante.

Da bambina giocavo attorno a questo sepolcro, mentre nonna metteva fiori freschi sulla tomba e mi diceva: “pur jì  ja venì dò, arricuerdàteve.” (anche io devo venire qui, ricordatelo.)

Ma prima di nonna ci andò mio padre.

E dopo mio padre, mio nonno.

E alla fine toccò a nonna.

“L’ultimo posto della tomba è il mio!” diceva mia madre l’altro giorno a me e alle mie figlie, un tantino sbigottite del fatto che si parlasse di morte così, tra un bicchiere di vino ed un altro, come se si parlasse di scarpe, o di smalto per unghie, o di cosa preparare per cena.

Mi hanno fatto sorridere: non sono abituate ai discorsi sui morti e sulla morte come era normale che si facesse da noi, con la gente delle mie parti, quando io ero bambina.

E’ stato allora che la mia Dona mi ha chiesto: “ma tu mamma, quando morirai, dove vuoi essere sepolta?”.

E quando le ho risposto che volevo tornare a Bari, mi ha detto: “Ma il sepolcro sarà al completo!”.

“Si dovranno stringere” le ho risposto.

“Ci stà disci?” è intervenuta subito mia madre, “ti so ditt ca non ci sta cchiù  u post dopp à me”.

“Cioè, spiegami, voi dovete stare tutti insieme e io no? Voglio venire anch’io” ho replicato.

“Nun puet venì”, mi ha risposto.

“E io mi faccio cremare. Ci sarà posto per un po’ di cenere! O no?”.

“Sì, accusì sì”.

“Ok. Allora è stabilito. Avete capito bene ragazze? Quando muoio, mi fate cremare, mi portate a Bari e mi mettete in un angolino, lì in quel sepolcro, insieme a loro”.

Non scherzavo. Non scherzavo affatto. E loro lo hanno capito. Ho preteso che me lo promettessero.

Hanno annuito in silenzio.

Ed ora io, non so perché, mi sento più tranquilla.

Non ci avevo mai pensato alla mia morte. Non mi interessava.

Ma adesso la certezza di tornare insieme a quelli che ho amato, a due passi dal mare, per sempre, mi riempie il cuore di gioia.

E non mi sentirò mai sola.

©RitaLopez

Il piccolo Gianni

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E così ce l’hai fatta piccolo Gianni.

Sei un “dottore della testa” come dicevi da bambino, quando ti si chiedeva: che vuoi fare da grande?

Il mio piccolo Gianni, che mi guardava stupita quando tornavo a casa per Natale, neanche il tempo di disfare lo zaino e me lo trovavo alle costole a tempestarmi di domande.

“Come sta tua madre Gianni?” e intanto ti scrutavo per cercare i segni delle botte da qualche parte sul tuo corpo.

“Sempre uguale”, tagliavi corto.

Tutti sapevano che tua madre stava male da tempo.

Era “malata di testa” come dicevano i vicini.

Gridava tutto il giorno e poi piangeva.

Litigava con tuo padre e poi piangeva.

Ti menava e poi piangeva.

Il mio piccolo Gianni con i graffi sulle braccia.

Il mio piccolo Gianni con le stanghette degli occhiali rotte e un elastico delle mutande sistemato sulla montatura e messo attorno alla testa, perché non cadessero dal naso.

“Come hai fatto a romperli?”

“Sono caduto” mentivi.

Disfacevo lo zaino per cercare il libro che mi avevi chiesto come regalo di Natale: “Il linguaggio del corpo” di Alexander Lowen.

“Come puoi leggere questa roba alla tua età?” ti domandavo.

“Voglio diventare un dottore della testa”.

Stamattina mi hanno detto della tua Laurea a pieni voti in Psichiatria e Psicoterapia.

Mi hanno detto che eri bellissimo mentre discutevi la tesi, con una camicia bianca sulla pelle abbronzata e un paio di occhiali dalla montatura leggera che ti stavano proprio bene.

Tuo padre si è anche commosso.

E tua madre…tua madre sarebbe stata fiera di te.

© RitaLopez

La mansarda all’Esquilino

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Dalla mansarda di 50 metri quadri nel cuore dell’Esquilino, là dove abitavi, si sentivano le voci allegre dei venditori di frutta e verdura che sistemavano, la mattina presto, le loro bancarelle al mercato di piazza Vittorio.

Ti osservavo mentre ancora dormivi nel sacco a pelo adagiato sul pavimento.

Ammiravo le tue doti intellettuali, la tua preparazione politica, le tue capacità di oratore coinvolgente e conturbante alle assemblee, quando tutti gli studenti assiepati nell’Aula Magna pendevano seri e concentrati dalle tue labbra.

Guardavo i tuoi libri sparsi per il monolocale, sulle sedie, per terra, ai piedi del letto, accanto ai fornelli della cucina, e mi sentivo una piccola sprovveduta e ignorante al tuo confronto.

Solo una piccola sprovveduta e ignorante.

Amavo la tua passione rivoluzionaria, il tuo credere nella possibilità di risvegliare le coscienze assopite della gente umile, della gente più debole, come quella che io conoscevo bene.

Ti sommergevo di domande, ti chiedevo spiegazioni, mi nutrivo dei tuoi discorsi accalorati e dopo, tutto mi sembrava chiaro e ovvio.

Lì nella mansarda all’Esquilino tutto era possibile, tutto sarebbe stato possibile.

Persino la rivalsa mia, della mia famiglia, della gente del mio quartiere, della mia città, che pure allora mi sembrava così lontana, così inestricabilmente legata ad un recondito ambito del mio cervello. Quasi il ricordo di un’altra vita.

Te, la tua mansarda, le tue promesse, le mie speranze: tutto mi è tornato in mente perché ho visto la tua foto sul giornale.

Ho letto avidamente l’intervista al grande economista e politico, e non ho riconosciuto una sola parola dei discorsi infuocati del ragazzo di piazza Vittorio, neanche un’ombra sottile, neppure un flebile richiamo, un’eco lontana.

Eppure sono sicura che tu fossi sincero allora, che tu non mentissi neanche lontanamente a me, agli studenti, o a te stesso.

Tuo padre ti pagò il master in America ed io non vidi più né te, né i tuoi libri, né la mansarda all’Esquilino, dove tutto mi era sembrato possibile, mentre quella che ero, e che sempre sarei stata, la mia famiglia, la gente del mio quartiere, la mia città, sono qui, attaccati come ventose tenaci al mio cervello e al mio cuore.

©RitaLopez

 

L’ablativo assoluto e l’odore di cime di rapa

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Elvis Presley, il ragazzo del piano di sotto, teneva il volume dello stereo a palla. Come al solito.

Faceva un caldo che potevi metterti anche a piangere ed io studiavo nella stanza dove era il tavolo grande, con la finestra spalancata. Ed era difficile concentrarmi sulla democrazia ateniese con Elvis che con l’accento barese urlava “Bibappalula sciis mai beiiiiibeee”.

E mio padre, come al solito, si affacciava alla finestra: “Uagliò!!” gli urlava in canottiera “E abbascia sta radio. C’è fighjama ca sta studje…..”

e poi, voltandosi velocemente verso di me, mi chiedeva “Che studi?”.

“Storia” rispondevo di malavoglia.

“…ca sta studje storia. E ci ccazz!”

Come se avesse importanza quello che stavo studiando.

Non aveva importanza. Certo non per me.

Studiavo come una pazza.

Studiavo con disperazione, con la rabbia in corpo.

Come se Clistene mi avrebbe un giorno riscattato dalla mia condizione.

Come se l’aoristo e l’ablativo assoluto mi avrebbero permesso di scollarmi finalmente di dosso le strade viscide del mio quartiere, con tutti i personaggi che lo popolavano.

Studiavo con la voracità di un lupo affamato, con la bava alla bocca,

come se la consecutio temporum mi avrebbe concesso la facoltà di cancellare per sempre l’odore di cime di rapa che impregnava l’aria della cucina,

come se grazie a Saffo o a Orazio sarei un giorno potuta sfuggire alle cozze sgusciate,

ai bibappalula di Elvis,

al mio accento da meridionale ogni volta che aprivo bocca,

alle preghiere sussurrate di nonna

alla tosse soffocante di mio padre, di notte, che toglieva il sonno a lui e a noi.

Studiavo come chi vuole farsi del male, vuole ferirsi,

pur di non fare la fine di Rosa, la mia amica di infanzia già fidanzata in casa con Mario, che ogni domenica pranzava dai futuri suoceri, portando un vassoio di paste di mandorla.

Pur di cancellare gli androni bui e maleodoranti del posto dove abitavo e

le urla dei venditori ambulanti di pesce fresco.

Aiutami Saffo, aiutami Orazio.

Non mi hanno aiutato. Quei bastardi. E’ stato tutto inutile. Ovviamente.

©RitaLopez

Il Generale Marzano

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Entro in una farmacia in via di Santa Maria Maggiore.

Subito dopo entra anche il generale Marzano.

Non lo conosco ma la farmicista, una signora distinta sulla sessantina, salutandandolo lo chiama così.

Il generale Marzano è un uomo possente, vicino più agli 80 che ai 70, e ha dei grandi baffi grigi.

La sua testa e le sue mani sono attraversate da un evidente tremolio.

Si siede spossato su una sedia vicino all’apparecchio per misurare la pressione.

“Generale non si sente bene? Perché è uscito stamattina?”

Percepisco che la farmacista è preoccupata, aggrotta le sopracciglia, e poi a bassa voce mi sussurra:

“Ha un inizio di Alzheimer, vive da solo, qua vicino….Esce di casa e dimentica le chiavi all’interno dell’appartamento…un disastro!”, e poi, ad alta voce, rivolta a lui: “Ha preso le chiavi di casa generale?”.

“Sì.” risponde il generale, le tempie umide di sudore per il gran caldo, “Eccole!” gliele mostra come un bambino diligente, facendole tintinnare in aria.

“E dove pensa di andare ora, generale Marzano?”

“Devo andare a Piazza Venezia, c’è mio figlio che mi aspetta”.

Dalla faccia della farmacista capisco che non c’è nessun figlio che lo aspetta a Piazza Venezia.

“Generale fa molto caldo, non può andare da solo fino a piazza Venezia, è lontano. La prego torni a casa. Non posso lasciare il negozio, altrimenti l’avrei accompagnata io….”

“Lo accompagno io il generale” dico d’istinto.

“Oh! grazie mille”, mi sussurra la farmacista “abita a due portoni da qui”.

Mi avvicino al generale e lo invito ad alzarsi prendendogli piano un braccio.

A fatica si mette in piedi. E’ altissimo. E’ una montagna enorme scossa da tremolii gentili.

Arriviamo sotto il portone di casa. Prende da bravo le chiavi dalla tasca e apre con la mano tremante, ma comunque avvezza ad un gesto ripetuto chissà quante volte, per chissà quanti anni.

Gli reggo l’anta del portone per lasciarlo passare.

“Buongiorno Generale”, gli dico prima di chiudere.

Si volta verso di me e si porta la mano tesa e tremolante vicino la tempia sudata in segno di saluto.

Mi metto sull’attenti, la schiena rigida, le gambe unite, e mi porto anch’io la mano destra alla testa.

Rimango così fino a che entra nell’ascensore.

Richiudo il portone.

Vado. E’ tardi.

© RitaLopez

“Cosa vedi?”

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Era giugno, ricordi?

Mi dissero della morte di tuo padre un pomeriggio di afa soffocante.

Fino a pochi giorni prima ridevamo nella grande piazza di pietra bianca, accecati dalla luce.

Ridevamo ad alta voce insieme agli altri. Eravamo come rondini impazzite nel cielo.

E poi ti ho rivisto un pomeriggio, al calare della sera, seduto sul muretto a strapiombo sul mare.

Fissavi un punto all’orizzonte, le mani in tasca.

Mi sono avvicinata, mi sono seduta accanto a te.

“Cosa stai guardando?” ti ho chiesto, “Cosa vedi? Sembri irraggiungibile”.

“Non posso spiegartelo”, mi hai risposto, continuando a fissare lontano, “ma è spaventoso”.

Avrei voluto prenderti la mano e stringerla, ma mi sentivo inopportuna.

Inopportuna come le rondini che urlavano impazzite nel cielo.

E poi successe anche a me.

A giugno, un mese così bello e così straziante.

Dopo giorni di autolesionismo, mi sono ricordata di te.

Sono venuta a cercarti.

Ti ho trovato al solito posto. Eri seduto sul muretto a strapiombo sul mare.

Gli occhi puntati all’orizzonte, a fissare un punto imprecisato.

Di nuovo mi sono seduta accanto a te.

“So cosa vedi”, ti ho sussurrato con le mie ultime forze.

“E’ spaventoso”.

Senza distogliere lo sguardo dal punto in cui il cielo diventa mare e il mare diventa cielo, mi hai preso la mano.

Le rondini vorticavano e urlavano impazzite sopra di noi.

©RitaLopez

Se ti avanzano li riporti indietro

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“Allora: questi sono per i libri”.

Metteva i soldi sul tavolo.

Guardavo le sue mani mentre contava le banconote e mi sentivo i crampi allo stomaco.

“E questi sono per mangiare. Di più non posso.”

Un moto convulso mi agitava il petto, non so dire se per rabbia o per disperazione.

“Guarda che sono troppi!” mentivo.

“S’avànzan l’annùsce ‘ndret”. (Se ti avanzano li riporti indietro).

Lasciava i soldi in bella mostra, perché il giorno dopo sarei dovuta partire all’alba, prima che lei si svegliasse.

Mi salutava già dalla sera.

“Iàpr l’ecchje” (apri gli occhi).

Sapevo che non avrei mai potuto ripagarla. Mai.

Anche se un giorno fossi diventata ricca, sarebbe stato impossibile ricambiarla di quello che faceva per me, anche se ci avessi aggiunto il massimo degli interessi.

Non sarebbe mai stata la stessa cosa.

Ci sono attimi, gesti, azioni che acquistano una valenza talmente elevata, che non potrà mai essere eguagliata.

Ci sono doni che hanno la solennità dell’imparagonabile.

Ed io mai avrei potuto ripagarla. Lo sapevo.

Mi alzavo dal letto che era ancora buio.

Mi mettevo lo zaino pesante sulle spalle.

Mi avvicinavo al tavolo. Prendevo i soldi.

Prima di metterli in tasca li contavo.

Mi avviavo verso la porta.

A metà strada, tornavo indietro.

Riprendevo i soldi dalla tasca.

Li ricontavo.

Ne lasciavo metà sul tavolo.

Chiudevo più piano possibile la porta alla mie spalle.

©RitaLopez

Compà Rafaiele

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Non so perché io ed Enza, allora chiamata da tutti Enzù, e che soltanto pochi anni dopo sarebbe diventata Enza la tossica, avessimo preso così a cuore compà Rafaiele.

Sarà stata la tenerezza che ci ispiravano le sue spalle ricurve, quando era intento a riparare le reti, o i suoi occhi velati di cataratta, che per tutta la vita avevano conosciuto  le molteplici  possibilità del mare, in ogni  stagione dell’anno, in tutte le sue mutevoli forme, in tutti i suoi infiniti colori.
Aveva la pelle rugosa, compà Rafaiele, simile alla corteccia di un ulivo saraceno avvezzo al sole cocente d’estate e al vento di maestrale in inverno.

Viveva da solo. Sua moglie era morta tanti anni prima.

Io ed Enzù neanche ce la ricordavamo.

Per me ed Enza, Enzù, insomma Enza la tossica, tutto iniziò come un gioco.

Compà Rafaiele indossava sempre una maglia blu scuro, completamente consunta su entrambi i gomiti, ed un giorno Enza arrivò con un vecchio maglione preso dall’armadio di suo padre, uno di quelli che non metteva più, ma ancora in buone condizioni.

Lo infilammo in una busta di plastica bianca e lo legammo alle maniglie mezzo arrugginite del portone scrostato della casa di Rafaiele.

Fu così che iniziò il nostro gioco.

Non c’era un giorno che non lasciassimo un regalo dietro la porta del vecchio pescatore.

Un pacco di pasta sottratto dalla dispensa di mamma.

Gli spiccioli rubati dal salvadanaio di nonna.

I taralli freschi che zia Marietta mi regalava quando andavo a trovarla.

Un pezzo di focaccia di Ciccillo il fornaio.

E un giorno io ed Enzù vedemmo compà Rafaiele, intento a riparare le reti, che aveva addosso il maglione del padre di Enza. Ci guardammo, con gli occhi che ci brillavano.

E la nostra ricerca di nuovi regali divenne ancora più frenetica.

Il torrone di mandorle più buono del quartiere, fatto dalla mamma di Enza la tossica.

I guanti di pelle che mio padre cercò inutilmente per due giorni interi in tutti i cassetti dell’armadio: “Ma io qua l’avevo messi! Qua!” sbraitava rivolto a mia madre.

La lente di ingrandimento che la maestra riponeva nel portapenne sulla cattedra, perché neanche con gli occhiali ci vedeva più bene.

Ecco, era solo un gioco. Compà Rafaiele, noi giocavamo.

E se tu fossi ancora vivo, adesso, per mettermi l’anima in pace, te lo  direi che non era uno spirito umanitario a portarti  i nostri doni segreti, ma solo un gioco di bambini.

Però, Compà Rafaiele, a noi quel gioco piaceva assai.

E un’altra cosa: io, quella che ero, e la donna inquieta che sono, ed Enza, chiamata da tutti Enzù, e Enza la tossica trovata morta anni dopo sotto il ponte non lontano da casa tua, con  l’ago della siringa ancora in vena, insomma quelle bambine eravamo noi.

Sì, compà: quelle bambine là siamo noi.

©RitaLopez

Corri Gaetà, corri!

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Oltrepassavo i binari ricoperti dall’erba della vecchia ferrovia e venivo a prenderti a casa tua.

Pigiavo forte l’indice sul pulsante del citofono. Il suono era talmente forte che potevo sentirlo sotto il tuo balcone spalancato del primo piano.

Si affacciava tua madre con i suoi occhi da assassina e uno strofinaccio tra le mani.

“Che vuoi?” mi urlava.

“Fate scendere Gaetano per favore?”.

Ti sentivo mentre ti precipitavi dalle scale, saltando i gradini a due, a tre alla volta. Il mio naso schiacciato sul vetro del portone chiuso.

Mi sorridevi mentre toglievi il catenaccio al Ciao rosso, legato al palo del cortile.

“Così tardi?” chiedevi.

“Ho dovuto finire i compiti, prima”.

Mi sistemavo dietro il sellino del Ciao, sul ferro freddo e scomodo, che dopo un po’ ti segava le gambe e abbracciavo la tua vita, quasi all’altezza della mia faccia.

“Corri Gaetà, corri!” ti incitavo, mentre sfrecciavamo come due dannati tra le auto in coda, sorpassandole a destra e a sinistra, in uno slalom che sembrava essere questione di vita o di morte.

L’aria tiepida del pomeriggio gonfiava le nostre magliette colorate.

Presto i palazzi della periferia si diradavano e solo quando gli uliveti secolari diventavano più fitti, si preannunciavano le prime ville.

Svoltavi in una strada sterrata, spegnevi il Ciao e lo accostavi sotto un ulivo dal tronco contorto.

Proseguivamo a piedi fino all’ingresso della Villa grande, nascosta dagli alberi di magnolia, e seguivamo la recinzione, fino a giungere nella parte retrostante. Nascosti dai possenti fichi d’India, potevamo intravedere la grande piscina con l’acqua turchese e i bagliori dorati che esplodevano sulla superficie.

Spiavo i fratelli che abitavano lì, un ragazzo e due sorelle più piccole, che facevano il bagno, ogni pomeriggio, nella loro piscina. Guardavo estasiata i  corpi già abbronzati, e i tuffi  dal trampolino, il prato verde smeraldo su cui correvano a piedi nudi, le siepi curate di bosso fitto, il tavolino di vimini con i bicchieri colmi di menta ghiacciata, il patio ricoperto dalla vite americana, l’acqua turchese in cui si tuffavano e da cui riemergevano…

Io guardavo loro, e tu guardavi me, mentre fumavi la mezza sigaretta rubata a tuo padre, che ti eri portato da casa.

“Noi teniamo il mare vero. E il mare vero è meglio”.

Mi giravo e ti fissavo, infastidita, senza crederti.

“Andiamo mò?” mi chiedevi impaziente.

A malincuore mi staccavo dalla terra rossa su cui mi ero accovacciata.

Rimontavamo sul Ciao rosso.
“Madonna mia è tardi! Mò chi lo sente mio padre”, realizzavo guardando l’orologio.

“Corri Gaetà, corri!”.

Sfrecciavamo verso il cuore della città, come due dannati.

L’odore del porto, sempre più intenso, sempre più prepotente, nelle mie narici.

© RitaLopez

 

L’ora del capitone

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Ci accalchiamo attorno al vecchio tavolo di legno, graffiato dal tempo, io e gli altri bambini.

Nonna afferra il capitone per la testa.

Incredibilmente è ancora vivo, completamente stordito dalle lunghe ore passate nel contenitore di terracotta, al buio e quasi senza ossigeno, ma vivo.

Il  corpo lungo e nero antracite sul dorso, quasi bianco nella parte inferiore, lucido e viscido.

Nonna prende un foglio della Gazzetta del Mezzogiorno, lo stropiccia ben bene e si aiuta con quello, per evitare che l’animale le sgusci dalle mani.

Lo tiene fermo sul tagliere con la sinistra, con la destra impugna un lungo coltello e inizia a tagliargli la testa.

La lama del coltello va avanti e indietro, posizionata proprio sotto le fessure branchiali, avanti e indietro, avanti e indietro, i piccoli occhi dell’animale puntati su di me, i miei occhi fissi su di lui, avanti e indietro, sempre più a fondo, il resto del corpo mucoso che si dimena, la muscolatura incredibilmente potente, la coda che sbatte in alto e in basso, producendo un tonfo sordo sul tavolo, la lama che penetra più a fondo, avanti e indietro, avanti e indietro, la Gazzetta intrisa di sangue, la bocca che ancora si apre, posso vedere i denti conici e tutti uguali, e mi manca il respiro, eppure non riesco a staccare gli occhi dalla scena, la mandibola che si allarga, avanti e indietro, e la testa che alla fine si stacca, e la osservo, e qualcosa dentro ancora si muove e palpita.

“Moc, ci iè tèst!” (accidenti quanto è duro!) dice nonna. Si tira su gli occhiali scivolati sulla punta del naso con il dorso della mano sinistra, ed è un attimo.

Il corpo senza testa del capitone guizza di vita propria e balza dal vecchio tavolo di legno.

Tutti noi bambini saliamo rapidi sulle sedie e urliamo e ridiamo con gli occhi spalancati.

“Auanddàtue, Auanddàtue!” (acchiappatelo, acchiappatelo!) urla nonna.

Ma siamo paralizzati dal terrore e dall’eccitazione.

L’animale decapitato striscia sotto il tavolo, gira attorno alle gambe delle sedie, scappa senza meta, ora a destra ora a sinistra, senza sapere dove va, perché non ha più la testa, non ha più gli occhi per vedere, e alla fine si intrufola proprio tra i piedi di nonna.

Lei si china e lo agguanta con le pagine della Gazzetta del Mezzogiorno.

“Disgraziato!” dice.

Lo ripone sul tagliere e riprende il coltello.

Scendiamo uno a uno dalle sedie e ci avviciniamo nuovamente attorno al tavolo.

Guardo la testa staccata del capitone. Non si muove più. Ma i suoi occhi ancora mi guardano.

Le mani di nonna sono piene di sangue e di vita e di violenza e di carezze.

© RitaLopez

 

La Vespa di Vito

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Vito vendeva le bombole a gas sotto casa di nonna.
Ogni sera tirava giù la serranda arrugginita del negozio, facendo il casino infernale di mille mitragliatrici.
Montava sul Vespone azzurro. Lui al posto di guida e la moglie dietro, seduta con tutte e due le gambe da un lato, che cercava di tirarsi giù la gonna che sembrava doversi scucire da un momento all’altro attorno alle cosce floride.
La moglie di Vito e la sua meravigliosa circonferenza media di 180 cm dalle spalle alle ginocchia: una mano che teneva giù la gonna e l’altra che premeva, contro il suo petto, il torace del figlio più piccolo che le sedeva in grembo.
Un secondo figlio stava in mezzo ai genitori, spiaccicato tra le spalle del padre e il seno ingombrante della madre. Gli si vedeva solo la faccia, messa di lato per poter respirare, e le gambe sottili a cavalcioni del sellino.
Il terzo figlio, più grandicello, si sistemava invece in piedi, in mezzo alle gambe di Vito. Poggiava anche lui le mani sulle manopole, accanto a quelle del padre, e faceva finta di guidare.
Io e nonna li salutavamo dal balcone.
“Sciate chian!!!” Andate piano! diceva nonna.
Ma pure volendo, come poteva andare più veloce di così la Vespa di Vito, con tutta quella gente ammucchiata sopra?
Li guardavo allontanarsi piano piano, sul Vespone azzurro simile ad un lento sommergibile, lungo la via piena di gente e piena di grida e piena di vita, fino a che diventavano un puntino indistinguibile in fondo in fondo.

© RitaLopez

Di Sara e delle sue varie morti

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La prima volta che si sentì morire era solo una bambina,

calzettoni di cotone  fin sotto le ginocchia sbucciate e occhi di fuoco ardente.

Le mani grinzose ed indiscrete di un uomo, che poteva essere suo nonno,

su per le cosce muscolose e abbronzate dal primo sole caldo di aprile.

Quella fu una morte inconsapevole e istantanea.

E morì di nuovo, anni dopo,

quando due coetanei, che potevano esserle fratelli,

la presero nel vicolo disabitato là sotto la vecchia ferrovia,

tra l’immondizia ammassata che puzzava di rancido, lungo i bordi dei marciapiedi,

mentre un mare di finestre, lassù in alto, la osservavano nel buio della notte,  con gli occhi chiusi e le orecchie tappate.

Quella fu una morte vergognosa e urlata.

Ma morì anche quella volta che l’uomo dal cui seme era stata generata, suo padre,

l’abbandonò per sempre,

subito dopo un litigio di parole sbraitate uno sulla faccia dell’altro,

senza neanche il tempo di chiedere scusa,

senza neanche il tempo di fare pace.

Quella, signori,  fu una morte devastante.

E morì ancora molto tempo dopo,

quando l’uomo di cui era  innamorata, il suo sposo,

le mise addosso le mani, con rabbia, con violenza,

lasciandole i segni sul collo per un paio di settimane,

e quelli sull’anima per sempre.

Fu una morte a sorpresa. Una morte incredibile.

E di tante altre morti mi raccontò Sara,

quell’ultima volta che andai a trovarla,

seduta nel buio della sua cucina

davanti a una bottiglia di pessimo whiskey.

Eppure ogni volta era rinata, risorta con rabbia dalle pastoie di dolori bastardi.

Era temprata come l’acciaio Sara. Dura come roccia.

Una miracolosa araba fenice dalle possenti ali, vibranti di orgogliosa e indomabile forza.

Morì definitivamente di cirrosi epatica, così mi dissero.

Ma non ci ho mai creduto.

Sara non poteva morire.

Il suo fuoco ardente, lo stesso che le faceva brillare gli occhi da bambina,  l’avrà trasformata in brezza marina,

o in un gospel armonioso,

o in questa farfalla dalle ali nere che sta svolazzando adesso, davanti alla mia finestra.

©RitaLopez

 

‘A grazzia

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“A ma scì a Lurde”.

“Dobbiamo andare a Lourdes?? Dobbiamo chi?”

“Noieddù”.

“E perché?”

“Percè quannn si fatt u concors, sò addomandat ‘a grazzia a la Madonn”.

In effetti avevo superato il concorso, dopo decine di altri concorsi, per permettermi anche io il lusso di poter lavorare.

“Scusa, nonna” replicai stringendo la cornetta del telefono nella mano sudata, “ma l’hai chiesta tu la grazia, non io”.

“Mè! I so ditt a la Madonn ca t’prtav pur a te. E mo addà vinì. Affòrz”.

(Ho promesso alla Madonna che avrei portato anche te. E ora devi venire. Per forza).

Sapevo di non avere alternative.

Sapevo che sarebbe venuta fino a Roma, se occorreva, e mi avrebbe trascinato con lei pure per i capelli, se occorreva.

Tentai l’ultima carta: “Ma ho la bimba piccola…”

“Làssl a mammt.” (Lasciala da tua madre. Sua figlia cioè).

Argomento chiuso.

E così prendiamo questo aereo da Bari, insieme a un gruppo di anziani scalmanati che frequentavano la sua parrocchia, lì nel mio malfamato quartiere Libertà.

Mi metto l’anima in pace, pronta a tutto, pronta ad accettare persino la situazione surreale in cui mi toccherà vivere nei prossimi due giorni.

Uno dei vecchietti che sta nel nostro gruppo ha portato un bidone di plastica da cinque litri.

Deve riempirlo con l’acqua benedetta, per poterla distribuire a quelli della parrocchia del Libertà, che non sono potuti venire.

Dopo quasi due ore di volo, completamente ubriacata da canti religiosi, inframmezzati da applausi spaccamani, e l’urlo periodico, simile ad un grido di guerra, di “Vivammariaaaa!!!!”, atterriamo all’aeroporto, che dista una decina di chilometri da Lourdes.

C’è un pullmann che ci porta a destinazione.

E una volta raggiunto l’albergo è quasi notte, ma gli anziani scalmanati, compreso nonna, si riuniscono in una delle sale per dire il rosario.

Intanto io li aspetto, sprofondata in una delle poltrone del bar.

Bevo un martini.

Forse due.

Forse anche tre.

Il giorno dopo andiamo alla grotta di Bernadette.

Davanti alla statua della Madonna, nonna dice:

“Madonna mè, sì vist?? La so prtat” (Madonna mia. Hai visto? Te l’ho portata).

Ed è stato in quel momento, negli occhi neri di questa donna dalla pelle scura di messicana, nel sorriso esplosivo di chi mostra amore e riconoscenza, che ho visto tutta la potenza del vero miracolo, la luminosa forza di chi possiede una fede cieca e incondizionata, l’onestà di chi vuole mantenere una promessa, l’umiltà elevata a coraggio, il coraggio che non conosce impedimenti, l’attitudine positiva verso la vita….

Quando siamo scesi dal pullmann che ci riportava all’aeroporto, al momento di prendere le nostre borse dal portabagagli, ci siamo accorte che erano tutte bagnate.

L’acqua proveniva dal bidone di plastica da cinque litri, riverso orizzontalmente, che il vecchietto che viaggiava con noi aveva diligentemente riempito con l’acqua benedetta.

Sicuramente non aveva avvitato bene il tappo.

Il bidone era completamente vuoto.

Prima di salire sull’aereo, al bar dell’aeroporto, il vecchietto ha chiesto al ragazzo del bar di riempire il bidone di acqua del rubinetto.

Sull’aereo nonna ride.

Mi sussurra nell’orecchio: “Ai voglia co st’acqua a aspettà la grazzia, chidd cristiàn!”

(Stanno fresche quelle persone che chiederanno la grazia con quest’acqua!).

Rido anch’io.

©RitaLopez

Piazza Navona e Cenerentola

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Mi piaceva entrare a piazza Navona dall’angolo di via Agonale, perché così l’avrei vista di botto tutta intera e mi avrebbe investito con la sua bellezza da togliere il fiato. Ogni sera.

Sfioravo con lo sguardo i corpi nudi e possenti dei quattro fiumi e glorificavo la mia fortuna di trovarmi, in quel preciso momento della mia vita, in questa mastodontica città eterna. Io che ero nata e cresciuta in un quartiere vischioso e denso del sud, catapultata nel cuore della bellezza infinita.

Il Danubio mi piaceva più di tutti. Avrei voluto arrampicarmi sulle sue cosce possenti, accucciarmi tra le sue braccia e adagiare la testa sulla sua spalla muscolosa, per ammirare con lui la facciata del Borromini, che splendeva di bianco nel buio della sera.

Proseguivo fino alla fontana del Moro, all’altra estremità della piazza.

Era lì che si radunavano i miei amici.

C’era Fabrizio, magro e allampanato, che suonava la chitarra e Manola l’argentina, con la sua voce soave e straordinaria che riscaldava la piazza, anche nel freddo di quelle sere d’inverno.

Piazza Navona di 30 anni fa non aveva nulla a che vedere con la bolgia di turisti e bancarelle che affollano come in un finto carosello la piazza di oggi.

Soprattutto nelle sere d’inverno era un posto incantato.

Riuscivi a sentire persino il rumore dei tuoi passi sul selciato e il gorgoglio dell’acqua delle fontane.

C’erano gruppi di ragazzi che chiacchieravano o suonavano la chitarra e veri pittori che dipingevano veri quadri con veri colori.

Mi sentivo Cenerentola vestita da principessa, ma come Cenerentola, prima di mezzanotte, dovevo correre a prendere l’ultimo autobus.

Mi dirigevo a passo veloce verso piazza S. Agostino e poi sempre più in fretta per i vicoli scuri e ormai deserti, fino a correre più forte che potevo in direzione di piazza Augusto Imperatore col terrore di perdere l’autobus ed essere lasciata sola, nel buio più totale, lì accanto al solitario e spettrale Mausoleo di Augusto.

Montavo sull’autobus con l’affanno e non riuscivo neanche a parlare, ma il conducente mi diceva: “A nì!! Che ce fai in giro da sola a st’ora? Siedite qua vicino, famme compagnia, famo dù chiacchiere!”

Roma era anche questo.

Io che raccontavo col fiatone, al conducente, della mia infanzia, e di mio padre, e dei miei studi, all’interno di un autobus arancione che correva a tutta velocità sul lungotevere, mentre il freddo della notte bagnava di brina i vetri della mia improbabile carrozza.

E come nella favola, il conducente fermava i suoi quattro cavalli bianchi proprio davanti alla mia abitazione. Non alla fermata dell’autobus, ma esattamente davanti al posto dove abitavo.

Proprio davanti.

Venivo depositata con cura, all’ingresso, adagiata amorevolmente come una principessa.

Roma era anche questo.

“Grazie…Lei è troppo gentile”, dicevo al conducente prima di scendere, il mio respiro ormai normalizzato.

“Ciao nì”.  E ripartiva.

©RitaLopez

La massa

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Una montagna di farina sul tavoliere di legno, un piccolo cratere fatto con la mano, proprio nel centro della montagna, che assumeva ora l’aspetto di un vulcano e poi il lievito di birra sbriciolato all’interno del cratere, insieme ad un fiotto di acqua bollente.

Il vulcano in eruzione.

Ti guardavo mentre con le tue braccia forti, dopo esserti tirata su le maniche, iniziavi ad impastare.

Non parlavi mai quando impastavi.

Eri troppo concentrata nella tua battaglia con la pasta anzi “la massa”, come si dice da noi, che ancora priva di forma e compattezza, cercava di sfuggirti dalle mani, per correre verso i bordi del tavoliere, mentre tu la riacchiappavi e la riportavi al centro.

La piegavi e la ripiegavi e di tanto in tanto ti inumidivi le dita nell’acqua calda e sembravi, per un attimo, quasi accarezzarla, per poi usare invece la forza e la veemenza dei pugni chiusi.

La farina ti sporcava i vestiti neri di lutto ed anche le lenti degli occhiali.

“Ialz sti mmaniche” (tirami su le maniche), era tutto quello che mi dicevi, a volte.

Ti fermavi con le mani sporche sospese in aria, mentre io ti sistemavo le maniche per bene.

E poi riprendevi.

Niente avrebbe potuto fermarti. Niente.

Né la tragedia che si era abbattuta su di noi, né il dolore cieco e bastardo.

Né la povertà in cui sguazzavamo, né la notizia che ci avevano appena sfrattato di casa.

In quel tuo ripetere e riproporre quel rituale antico, quando meno ce lo aspettavamo, proprio nel momento in cui  l’aria sembrava esplodere e farci impazzire, in quel tuo essere completamente e testardamente immersa nel prendere a pugni una  massa bianca e informe, c’era tutta la determinazione del mondo.

C’era il coraggio testardo di chi si rialza sempre. Comunque.

C’era la priorità da dare ai bambini, alla gioia che ci sprizzava negli occhi quando dicevi : “A ma fa dù frittelle?” (Le facciamo le frittelle?).

Quando la massa era finalmente domata, trasformata in una meravigliosa palla liscia e levigata, la riponevi in uno strofinaccio pulito e poi la posavi in un recipiente sul comò di legno, nella tua camera da letto.

Al buio. Bene avvolta in una coperta di lana.

L’odore della massa che cresceva, riempiva la casa.

Inebriava le mie narici e fotteva sempre la tristezza in agguato.

Annusavo forte e mi sentivo fortunata.

Nonostante tutto.

© RitaLopez

Hegeso figlia di Proxenos

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Passeggiavamo per i vicoli del nostro quartiere malfamato.

Io bambina e tu al mio fianco.

Saltellavo mentre mi tenevi la mano nella tua, così grande, così forte.

“Stai un po’ ferma” mi dicevi sul punto di innervosirti.

Facevo tre passi e poi ricominciavo a saltellare.

E me lo ricordo, me lo ricordo benissimo quando ho visto in una vetrina quella collana che mi piaceva tanto.

Ti ho tirato con la mano, obbligandoti a fermarti. Il mio naso schiacciato sul vetro.

“Me la compri, Pà?”.

“Costa troppo”.

“Dai, per favore”.

“Un’altra volta”.

“Mamma me l’avrebbe comprata”.

Mi hai tirato per il braccio dentro il negozio. Strattonandomi. Facendomi male quasi.

Sono uscita con la collana al collo. Ma mi veniva da piangere.

Mi bruciava sulla pelle, ne sentivo il peso, come se portassi un macigno. E mi vergognavo di me.

Era come averti tradito.

E me lo ricordo, me lo ricordo benissimo che mi hai letto dentro.

E solo come un padre può fare, hai voluto alleviarmi del peso di quel macigno appeso al collo e anche all’anima.

“Gelato?” mi hai chiesto ammiccando.

Ho accennato di sì con la testa, cercando di trattenere le lacrime.

Quella collana la custodisco ancora. Su un ciondolo d’argento, tempo fa, vi ho fatto incidere queste parole: “Hegeso figlia di Proxenos”.

Il desiderio, la vergogna, il dolore, l’amore: mi porto tutto quanto appeso al collo quando la indosso.

Sono ancora Hegeso, figlia di Proxenos. Lo sono sempre stata. Lo sarò sempre.

© RitaLopez

Per niente al mondo

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La tazza di latte, ogni mattina, anche se a me non piaceva.

E poi quella terribile pellicina sottile che si formava sulla superficie e che mi procurava una serie irrefrenabile di conati di vomito.

Era impossibile farti capire che a me il latte, soprattutto caldo, mi faceva schifo.

Eppure questa situazione, quella della tazza fumante di ogni santissima mattina, la trovavo paradossale e divertente allo stesso tempo.

Una sensazione di disgusto totale solo alla vista del liquido bianco che avrei dovuto ingurgitare ma, ti giuro, trovavo divertente la tua ostinazione, il fatto che per te non c’era, non poteva esserci, un altro modo di fare colazione.

Ed in fondo io quello volevo. L’incredibile e rassicurante sensazione di trovare ogni mattina, sul tavolo della cucina, quella roba là che io, inevitabilmente, non avrei bevuto neanche se costretta da un plotone di esecuzione.

Ma come facevo a spiegarti che a me andava bene così?

Mi gridavi per le scale, mentre scendevo i gradini a due, a tre alla volta: “E nudd mangj?!?” (non mangi niente?).

Ed io,  che già ero pronta a balzare per strada, ti rispondevo: “Non ho fameeee!!!”

Ma come, come facevo a spiegarti che, in fondo, io quello volevo?

Come facevo a spiegarti che non avrei scambiato le mie colazioni e le mie tazze di latte con relativa disgustosa patina in superficie, con niente altro al mondo?

E da nessuna altra parte del mondo avrei voluto trovarmi, se non in quella vecchia cucina, fredda come un frigorifero, con gli occhi di Cristo che dalla parete mi fissavano quasi imploranti … (tanto non lo bevo il latte!!!).

Per niente al mondo avrei rinunciato alle lattine di CocaCola usate come salvadanai, ben nascoste negli stipiti della credenza, in fondo a tutte le pentole di alluminio.

E con niente altro al mondo avrei scambiato le mie calze rammendate cento volte, che mi procuravano un fastidio enorme, là dentro le scarpe vecchie.

Ti giuro, mai mi è mancato qualcosa.

Né la colazione della mattina, né la paga settimanale, né le settimane bianche, né il corso di danza o di nuoto o di pianoforte, né i vestiti nuovi… Niente di niente.

Come facevo, come faccio a spiegarti che non ne ho mai sentito la mancanza?

Non mi è mancato nulla. Ti giuro. Mai.

© RitaLopez

La bambina dai capelli turchini

Guardai attraverso le sbarre della finestra e lo vidi. Era poggiato con le spalle al lampione, al bordo del marciapiede.
Subito dopo la “Bambina” lo raggiunse.
Era bellissima.

Pinocchio 2.0 : riscriviamo sogni e bugie

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Si era laureata in Psicologia con il massimo dei voti.
Un dottorato sulla devianza giovanile e poi il concorso al Penitenziario.
Superato brillantemente, anche quello.
Mi sfugge il suo nome, ma noi, i ragazzi del Penitenziario, la chiamavamo “La Bambina dai Capelli Turchini”, per via del colore corvino dei suoi lunghi capelli, con i riflessi azzurri.
Avete presente quando il cielo è completamente oscurato, appena prima che sprofondi nella notte più buia, ma in fondo in fondo si percepisce ancora, nettamente, una nota di azzurro nell’aria?
Ecco, i suoi capelli erano di quel colore là.
Li portava perennemente legati, tenuti stretti, in basso, dietro la nuca.
Era brava, seria, puntuale.
Era una che aveva passato la sua adolescenza china sui libri, a studiare. E si vedeva.
A noi, giovani e impetuosi “devianti” sociali piaceva un sacco, perché aveva negli occhi quell’aria ingenua da…

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E non ti ho più pensato, Pà.

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Questo è uno di quei giorni, Pà, in cui devo stare da solo.

Devo lasciare che i  pensieri  che si affollano nella mia testa trabocchino liberamente, senza che io possa trattenerli.

Devo lasciarvi andare, te e i miei pensieri,  prima che impazzisca.

Posso solo guardare questo flusso impetuoso, simile a quello di un fiume in piena e  farmi travolgere dalla sua corrente.

Siamo io e te, nella vecchia cucina.Tu chino a battere  i chiodi col martello. Io seduto sul tavolo, mentre addento una pera matura e  dondolo le gambe dinoccolate.

Ti guardo le spalle e penso ai tuoi polmoni malati.

So con certezza che un giorno me ne andrò da questa topaia. Via da questo posto dimenticato da Dio, via da questi vicoli impregnati dell’odore malsano  di verdure rancide e di piscio di gatto, via da questa cucina che puzza di cavolo bollito e ribollito.

Ti guardo sull’uscio di casa mentre mi saluti col braccio alzato. Le tue mani, Pà.

Le tue mani hanno il dorso coperto di piccole venuzze azzurrine.

Perché, prima di andare,  non  le ho ricoperte di baci?

Perché non ho annusato le tue dita gialle di tabacco?

Appena voltato l’angolo, ho buttato i miei libri nel primo cassonetto dell’immondizia.

E non ti ho più pensato, Pà. Per lunghi anni, ti confesso, non mi sei mancato.

Ero troppo affamato di vita, e di storie, e di viaggi in autostop, e di ragazze facili.

E di sbronze notturne  sul vecchio molo, mentre qualcuno degli amici leggeva  i passi vertiginosi di Bukowski.

E i furti deplorevoli in un vecchio alimentari del centro, quando non avevo soldi ma la fame mi si attorcigliava tenacemente tra le budella.

E i  lavori saltuari e malpagati, lì nel  quartiere malfamato in cui abitavo.

Affamato di studi folli e disperati,  rubati nel cuore della notte, alla luce di una torcia elettrica sotto le coperte.

Affamato dei  baci di donne che mai mi avrebbero amato e degli abbracci della madre che  mai ho conosciuto.

Mille volte sono caduto, mille volte  sono stato  ferito.

Processato come un delinquente. Imprigionato come un cane.

Ma ogni volta, Pà, mi sono rialzato.

Solo quando la mia fame si è placata ho ripensato a te, chino a lavorare con la pialla vicino al camino della vecchia  cucina.

Se chiudo gli occhi, sento ancora adesso  la nostalgia che mi prende alla gola, l’ansia di rivederti prima che sia troppo tardi, la smania di raggiungere il nostro vecchio vicolo puzzolente di verdure rancide e piscio di gatto.

Faccio gli ultimi metri di strada di  corsa e spalanco la porta accostata della nostra topaia.

Ho un tuffo al cuore quando ti vedo, seduto vicino la finestra, mentre mi volti le spalle, il bastone tra le mani.

Non mi hai sentito. Il tuo udito è peggiorato.

Sei semplicemente assorto a guardare attraverso i vetri. Forse è proprio me che aspettavi.

Pà, credimi, se non me ne fossi andato, se non avessi toccato il fondo del fondo, non ti avrei mai amato così come ti amo ora.

Se questa vita non mi avesse bruciato come un ciocco di legno, se non avessi combattuto su  campi di battaglia così impervi, se non avessi ricevuto così tanti calci in faccia, e non mi fossi trasformato nel  peggiore dei reietti  per poi rinascere come uomo nuovo, non ti avrei mai amato così tanto come ti amo adesso.

Penso che il cuore sia sul punto di  esplodermi nel petto. Mi avvicino piano, per non spaventarti.

Ti volti e mi sorridi. Allora mi inginocchio e prendo  le tue mani ricoperte di piccole venuzze azzurrine e le sommergo  di baci.

Dura pochi attimi. All’improvviso mi rendo conto che sto solo sognando, che sei solo il  frutto della mia immaginazione.

La sedia impagliata è là, vicino la finestra, ma è vuota.

Sulla mensola accanto al camino c’è un piccolo burattino di legno.

Mi avvicino, lo prendo con me ed esco.

La porta cigola alle mie spalle.

©RitaLopez

 

 

 

 

Ciccillo u’ furnar

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Mi piaceva andare al forno di Ciccillo.

IL contrasto tra il freddo pungente che ti pizzicava le guance e il tepore da braccia materne che ti assaliva quando entravi, era quanto di più appagante avessi potuto immaginare.

Ciccillo lavorava in canottiera, anche in inverno.

Canottiera bianca, pantaloni ascellari tenuti su dalle bretelle e coppola nera in testa.

Si muoveva con la sua grossa pancia all’interno del forno, sul pavimento antico di pietra bianca di Puglia, e preparava il pane e le focacce e le pizze e i dolci.

Attizzava il fuoco come un vecchio e saggio stregone, un domatore buono di serpenti e mentre aspettavo la mia pagnotta di semola gialla da un chilo, mi porgeva una pastarella di mandorle.

Ciccillo non era un fornaio qualunque.

Ciccillo faceva un pane che “parlava”.

Quando uscivo dal forno, mi stringevo la pagnotta calda al petto.

L’odore di pane fresco nelle narici.

Non potevo resistere. Ne staccavo un pezzo e tornavo a casa mangiando.

Io non so come spiegarlo, ma il suo pane era allegro, sapeva di “buono”, di festa, di familiare.

E poi successe l’irreparabile, la tragedia senza ritorno.

Il mostro colpì anche Ciccillo e la sua casa e il suo forno. E persino il suo pane.

Morì uno dei suoi figli. Ucciso sulla provinciale  mentre tornava a casa in motocicletta, investito da un camion.

Io non so come spiegarlo, ma  il suo pane, da allora,  cambiò sapore.

Mangiavo il solito pezzo di pagnotta, rifacendo la via per tornare a casa, e potevo sentire lo strazio mentre masticavo, il vuoto del cuore, il baratro senza fondo.

Il dolore di Ciccillo arrivava su su fino ai miei occhi, mentre addentavo la crosta scura.

Ed io davvero non so come spiegarlo, ma certo non poteva essere frutto della mia immaginazione.

Il suo pane “parlava” davvero, perché a me sembrava che facesse lo stesso effetto anche agli altri della mia famiglia.

Avremmo riconosciuto il pane di Ciccillo tra mille, ad occhi chiusi, semplicemente masticandolo. Ne sono certa.

©RitaLopez

Lucignolo

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Conobbi Lucignolo quando ero ancora un ragazzo povero.

Si trovava a passare dalle mie parti, col suo gruppo di seguaci, una banda di giovani scapestrati come lui.

Io in quel periodo mi ero perso. Completamente.

Tutto quello che mi circondava mi stava stretto, il mio futuro aveva l’aspetto di un buco nero.

Odiavo perfino il mio nome: Pinocchio.

Lucignolo aveva tutto quello che mancava a me: la sfrontatezza, il coraggio, la risata contagiosa, la voglia di vivere, il senso dell’avventura.

Ed io ne fui attratto come una monetina da dieci lire su una calamita.

Il periodo con Lucignolo non è stato semplicemente quello delle prime sbronze, della prima canna, della mia prima ragazza, delle manifestazioni con le barricate, delle letture folli e disperate…

Il periodo con Lucignolo è stato la consapevolezza concretissima di me stesso, la presa di coscienza stupita e ubriacante della mia vita, delle possibilità sconfinate che avevo di fronte, del potere mio e solo mio di desiderare e volere e ottenere a tutti i costi qualcosa, anche col rischio di farmi male.

Andavamo a fumare di sera, sdraiati sul vecchio molo e Lucignolo sapeva parlarti e guardarti negli occhi, con la passione di chi è felice di stare lì, in quel momento, a guardare le stelle nel cielo buio, e respirare.

Niente era scontato, o superfluo, o banale. Aveva la capacità di trasmetterti la grinta, di crederci e farti credere.

La vita era per lui un meraviglioso campo di battaglia.

“Scegli con coraggio” diceva sempre.

La sera prima che partisse, mi chiese se volessi andare via con lui.

Pensai a mio padre vecchio e malato, alla catapecchia dove abitavamo, con il fuoco dipinto all’interno del camino, rosso e arancione, come quello vero e crepitante, e capii che no, non ce l’avrei fatta.

Mi sono iscritto all’università. Mi sono laureato. Ho trovato un lavoro. E poi una brava ragazza, che ho sposato. Ho due figli. Sono uno stimato avvocato.

Tutti nella storia di Pinocchio raccontano di me, e di come abbia messo la testa a posto.

Nessuno si rende conto che io ho scelto questa vita, ma non perché me l’abbiano imposta, non perché era quella che voi ritenete la più giusta, o la più retta, o perché è così che si fa.

Semplicemente l’ho scelta. Io. Consapevolmente.

E senza Lucignolo avrei continuato ad essere un burattino per sempre.

Così è la storia. Credetemi.

©RitaLopez

Il maestro e il salumiere

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Decisero di sfondare la porta, alla fine.

Era dalla sera prima che non lo vedevano. In genere il maestro scendeva per strada a chiacchierare con il salumiere lì all’angolo, suo amico di infanzia, senza moglie e senza figli pure lui.

Ma quel giorno piovigginoso di novembre i vicini non lo avevano visto e allora, all’imbrunire, prima di ritirarsi ciascuno nelle proprie case, decisero di forzare la porta per vedere cosa fosse successo.

Con gli altri andò anche il salumiere, il suo vecchio amico.

Arrancava leggermente su per le scale per via della pancia e dell’età, e arrivò sul pianerottolo col fiatone.

Avevano già aperto la porta.

Il maestro era riverso per terra, nel bagno, non era neanche riuscito a tirarsi completamente su i pantaloni.

Un colpo al cuore. Secco. Cadendo aveva battuto la testa contro la vasca da bagno, sporcandola di sangue. Gli occhiali erano ancora poggiati sul naso. Rotti.

Fu così che il salumiere lo vide.

Lo sapeva, il maestro, che si era portato via anche la sua vita? La vita del suo amico?

Le partite a carte lì al negozio, durante i pigri pomeriggi d’inverno.

Le ore passate a ricordare, per l’ennesima volta, le vendemmie e le mietiture e le sagre di fine estate.

La guerra. Il boom economico. Gli anni di piombo. Il governo ladro.

Ed ogni sera, quando il salumiere chiudeva la sua bottega, ciascuno si rintanava nella propria casa, quasi con un senso di gratitudine per aver fregato la morte ancora per un giorno, sperando di nascosto, pudicamente, di potersi rivedere il giorno appresso, illudendosi, come sempre accade, che tutto possa rimanere così per sempre.

All’improvviso si ricordò che aveva lasciato la bottega aperta.

Con le gambe tremanti scese per le scale, diretto al suo negozio.

Lo trovarono, più tardi, accasciato dietro il bancone.

Un grande pezzo di mortadella, pronta per essere affettata, gli era rotolata vicino ai piedi.

La “malattia” di Pasolini

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Era una di quelle domeniche sonnolente in cui bisognava andare a trovare i parenti.

E questi, di parenti, dovevano essere proprio lontanissimi, perché io non li avevo mai visti.

Eravamo nella 127 azzurra, io dietro, mio padre alla guida, suo fratello più grande accanto a lui, davanti.

Quando ero bambina eravamo circondati da parenti.

Avevamo parenti dappertutto, dovunque.

E questi parenti, marito e moglie, che abitavano in periferia, io sinceramente non so neanche chi fossero e non mi ricordo neanche le loro facce.

Ma il loro figlio, quello me lo ricordo bene.

Avrà avuto poco più di 20 anni ed io, bambina, lo trovavo bellissimo.

Avevo un lontanissimo pro-pro-pro-cugino, così angelico, e così delicato, e così gentile… e non lo sapevo.

Mentre i grandi parlavano in cucina io e il mio pro-pro-pro-cugino, chiacchieravamo in camera sua.

Aveva una collezione eccezionale di dischi e di posters.

Mi ha detto: “Prendi quelli che ti piacciono. Te li regalo”.

Io guardavo i posters, uno dopo l’altro, ma non conoscevo quei cantanti che piacevano a lui.

Però, tra gli altri, riconobbi subito Massimo Ranieri, e Gianni Nazzaro, e Mino Reitano.

Presi quelli.

Nessuno di quei vandali dei miei cugini aveva la millesima parte di educazione di quel ragazzo.

Sulla via del ritorno, nella 127 azzurra, mio zio si rivolse a mio padre e gli disse:

“Cud uagnòn co li femmn….” (quel ragazzo con le donne…) e sollevando l’indice e il pollice della mano, la ruotava da destra a sinistra e viceversa, come per dire : “Niente. Niet. Nada.”

“Adavèr??” (davvero?) fece mio padre, sbalordito.

Mio zio annuì più volte col capo, su e giù, con aria greve. Gli occhi chiusi. Le sopracciglia arcuate.

Si accostò verso mio padre, mise la mano accanto alla bocca perché io non sentissi, e parlando il più piano possibile sussurrò:  “Tene la malatì d Pasulìn!!!” (ha la malattia di Pasolini).

Oddio! Pasolini era malato? Non lo sapevo!

Ma soprattutto QUEL ragazzo, QUEL mio pro-pro-pro-cugino, così angelico e delicato e gentile, ERA MALATO?

E a giudicare dall’aria tragica di mio zio, mentre svelava il terribile segreto, e dalla sorpresa di mio padre, certo doveva trattarsi di una malattia terribile. Una malattia mortale.

Oh no! Ma perché?

Sono stata male tutto il pomeriggio. E il giorno dopo. E il giorno dopo ancora.

Avevo appeso i posters di Massimo Ranieri, Gianni Nazzaro e Mino Reitano all’interno dell’anta del mio armadio.

Ogni volta che li guardavo, mi saliva un groppo alla gola.

Il giorno che Pasolini morì, mi chiusi in camera e piansi.

Mi rifiutati di uscire anche quando mamma mi chiamò per la cena.

©RitaLopez

La casa di Mario

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Tu non ci crederai Mario, ma io invidiavo te e la tua famiglia, che in cinque stavate assiepati come sardine in scatola nel locale di 3 metri per 4, nell’androne buio del vecchio palazzo di mia nonna.

Ogni volta che passavo là davanti, rubavo avida la vista di quel mosaico di sedie impagliate, e pentoloni, e televisore sul frigorifero, e scamorze affumicate appese al soffitto, e ventilatore arrugginito, e fiori sotto il tabernacolo illuminato di San Nicola. Si sentiva odore di frittura di pesce.

Avrei dato qualsiasi cosa per stare lì con voi in quel bazar colorato, denso di chiacchiere, respiri, bestemmie, preghiere.

Avrei scambiato volentieri tutta la cucina di mamma, con i mobili laccati e freddi di formica dal colore improbabile, per stare un’ora lì, ed essere anch’io un tassello piccolissimo nel caleidoscopico regno in cui tu sei cresciuto.

E mentre a volte mio padre si fermava a chiacchierare con il tuo, giù nell’androne delle scale, io sbirciavo senza ritegno dentro la vostra casa/cucina/camera-da-letto/salotto e mi stupivo di come  ogni oggetto si incastrasse magicamente in mirabile e perfetto equilibrio con quello accanto e quello sopra e quello sotto.

Uno sguardo dentro il locale e uno sguardo a tuo padre.

Aveva tre denti d’oro in bocca e il tatuaggio del volto di Gesù Cristo con la corona di spine sul braccio.

Ogni sera apriva la branda su cui dormire, lasciando la porta del locale semiaperta, perché altrimenti non ci sarebbe stato spazio sufficiente.

I suoi piedi spuntavano di  fuori ed io e mia sorella dovevamo tenerci le mani sulla bocca per non scoppiare a ridere.

Quando poi vi hanno dato la casa popolare, lì in periferia, è bastato un camion intero a contenere il vostro mondo.

Il locale vuoto era una landa desolata ormai, un deserto di tristezza sconfinata.

Non è pazzesco Mario? Quello che è poco e piccolo e niente per qualcuno, agli occhi di qualcun altro può sembrare grande come il mondo intero, magico come il regno delle favole.

L’ho rivisto il locale dove hai abitato con la tua famiglia.

Ci conservano tre bici e due pneumatici di scorta adesso.

© RitaLopez

Il giullare e la strega dai lunghi capelli

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Mi piaceva quando venivi a trovarmi nei pomeriggi freddi e umidi e mi portavi i mandarini che avevi comprato per strada e un sacchetto di caldarroste.

Erano mesi e mesi che vivevo con uno straccio al posto del cuore e la mia ruga sulla fronte era accentuata più del solito.

Quella ruga era lì, come una cicatrice indelebile, che penetrava nella mia testa e scendeva fino in fondo al petto, a spaccarmi l’anima in migliaia di pezzi.

Mi piaceva quando entravi e portavi insieme a te l’aria fredda di fuori.

Io e te seduti sul tavolo sgangherato, vicino la finestra, a gambe incrociate.

Io e te.

Io e te a sbucciare le caldarroste.

Io e te a guardare dai vetri appannati lo squallore della strada, mentre la mia stanza si riempiva di luce gialla e odorava di mandarini.

Mi piaceva quando prendevi la chitarra poggiata alla parete e suonavi per me.

Suonavi e sorridevi e riuscivi a farmi cantare.

Sorridevo anch’io.

Eravamo il giullare e la strega dai lunghi capelli.

E proprio quando mi decidevo a raccogliere  i pezzi della mia anima per ricomporli pazientemente, tu dovevi andare via.

Rimanevo seduta sul tavolo, a gambe incrociate, e agitavo la mano quando passavi sotto la mia finestra, per salutarti.

Ti guardavo fino a quando sparivi nel buio, in fondo alla strada.

Solo allora aprivo piano le mani e lasciavo cadere i pezzi della mia anima sul pavimento. Di nuovo.

L’odore dei mandarini era ancora lì.

Ed anche il tocco leggero delle tue labbra sulla mia guancia.

© RitaLopez

La bici rossa

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Da bambino vivevo ad Harlem, dietro Riverton Square, proprio vicino al ponte Madison.

E’ lì, su quelle strade, che ho imparato ad andare in bici.

Erano mesi che la sognavo: una bicicletta!

L’avevo voluta con tutte le mie forze.

E un giorno con Pà andammo nel negozio di Jack, all’angolo della Fifth Avenue, a comprarne una nuova di zecca.

Ero un bambino, ma sapevo esattamente “quanto” era costata quella bici per mio padre.

Ricordo benissimo le mani di Pà, mentre contava i dollari, posandoli uno dietro l’altro sul bancone di legno scuro del negozio di Jack.

Per un attimo mi sono vergognato del mio egoismo.

Per un attimo mi è balenata in mente l’idea di dirgli “Non fa niente Pà, non la voglio più”.

E invece non ho detto nulla e la bici era mia.

Rossa fiammante. Uno schianto.

Ero il ragazzo più felice di Harlem. E Harlem mi sembrava più bella in groppa alla mia bici.

Me la sarei portata con me anche nel letto a dormire.

E invece dovevo lasciarla legata nel cortile di casa, sotto la tettoia,  per evitare che prendesse l’acqua.

E un giorno non c’era più. C’era solo la catena spaccata lì per terra. Ma niente bici.

Ed io ho pianto.

Ho pianto per me e per la mia bici rossa fiammante.

Ho pianto per tutte le volte che avevo urlato in faccia ai miei:

“Sono l’unico del quartiere a non avere una bicicletta!”

e per tutte le volte che mi veniva risposto: “Adesso non si può”.

Ho pianto per quel dannato quartiere in cui ero nato, in mezzo a gente “tagliata fuori”, in una povertà ingiusta e bastarda che ti faceva lavorare dieci volte tanto per ottenere qualcosa che da qualche altra parte era possibile ottenere con una facilità ridicola.

E soprattutto, ho pianto per le mani di Pà, mentre posava i dollari sul bancone di Jack.

Non ho più voluto una bici in vita mia.

Anche adesso che sono uno stimato avvocato, con uno studio prestigioso nel cuore di Manhattan, se mi capita di scorgere una bici rossa fiammante, ho un tuffo al cuore.

E mi vengono sempre in mente le mani di Pà.

E per un attimo avverto quel senso di vergogna, provata quel giorno, là nel negozio di Jack.

© RitaLopez