Partenope

Che compito scellerato quello che gli dei affidarono a me e alle mie due sorelle!

Leucosìa, la dea bianca, Lìgeia, colei che ha la voce chiara, ed io, Partenope, la virginale, abitavamo sull’isola di Antemoessa, circondata dalle onde spumeggianti del Mediterraneo.

Che destino infame il nostro, che non dovevamo consentire il passaggio, attraverso le coste rocciose, di essere umani che restassero vivi, pena la nostra stessa morte.

Provavo pena per quei marinai, costretti a passarci davanti e a essere ammaliati dal suono di miele che usciva dalle nostre bocche. Obbligati a impazzire, fino a gettarsi in mare. Fino a essere scaraventati contro gli scogli acuminati che avrebbero ridotto le loro carni in brandelli.

Che sorte avversa la nostra, che ci voleva appostate con le nostre brutte zampe d’uccello su una rupe, le ali spiegate al vento, costrette a impedire la gioia del ritorno a casa.

Eravamo prigioniere di una terra ricoperta di cadaveri in putrefazione periti a causa della nostra voce, che pure era soave come un giglio.

La voce di morte delle Sirene “dolci fino a morire”.

Il canto come perdizione.

Il canto come traviamento.

Peccato mortale.

E poi è arrivato il più grande mentitore dell’antichità, Ulisse, l’infaticabile esploratore dell’ignoto. Tappò con la cera le orecchie dei compagni e si fece legare all’albero maestro della nave, pur di ascoltare il nostro canto.

La sua nave passò indenne e noi fummo sconfitte.

Non ci rimase altro da fare che gettarci dalla rupe e andarci a schiantare sulle rocce. I nostri corpi, il mio e quello delle mie due sorelle, furono trasportati dalle correnti in tre direzioni diverse. Le mie spoglie giunsero sulla spiaggia di Megaride, in Campania. Lì mi trovarono dei pescatori che mi venerarono come una dea. In mio onore eressero un altare e organizzarono giochi sulla spiaggia. Nel punto esatto in cui il mio corpo si dissolse, fu fondata la città di Partenope.

Che beffa atroce per gli dei, quando vennero a sapere che in quella città il canto era diventato simbolo di gioia, e di amore, e di passione.

Che smacco, per loro, quando si resero conto che a Partenope si canta. Si è sempre cantato. Si canterà sempre.

Si canta quando si è innamorati.

Si canta quando si soffre.

Quando ci si ribella.

Il canto della Sirena s’è trasformato da simbolo di morte a simbolo d’amore e vita.

“Viento trase dint’e piazze,  rump’e fenestre e nun te fermà’.

Viento viento, puorteme ‘e voci e’ chi vo’ alluccà’”.

©RitaLopez

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